Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere...
Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 17 giugno 2008,06:41
Si agitava nel letto scalciando come un bambino. Un senso di oppressione gli fece aprire di prepotenza gli occhi. «Adele!»
«Sono qui» gli disse la moglie che lo stava guardando da un po’, stesa su un fianco, una mano a sorreggersi la testa.
«Ho fatto un incubo terribile» le disse. La bocca sembrava impastata da terra e sabbia, la gola bruciava, faceva fatica a parlare: avrebbe voluto bere acqua, tanta acqua. «Eravamo in moto, su una di quelle strade americane senza fine che attraversano la pianura. Una moto stupenda, sai, come quella che ho sempre desiderato». Chiuse le palpebre per rivedere l’immagine: ce l’aveva ancora ben stampata nella mente. Ebbe voglia di abbandonarsi in quel dormiveglia per non svegliarsi più: «Ad un certo punto mi hai detto di accelerare. Non ho capito il perché, ma mi piaceva l’idea. E così ho aumentato la velocità. ‘Vai più forte, vai più forte’ mi sussurravi stringendomi a te. E io ho accelerato fino a quando improvvisamente un animale ci ha attraverso la strada. Un piccolo di coyote, forse, o una marmotta, ora non saprei. È che ho frenato, ma la moto ha preso a sbandare. Sono scivolato per diversi metri fino a quando sono finito contro la staccionata di una casa. Il bello è che tu non eri più sulla moto dietro di me, ma in piedi, accanto a un albero che mi osservavi mentre rovinavo a terra. Ho spaccato la staccionata e un grosso piolo mi si è conficcato in un fianco, proprio qui». L’uomo per farsi capire fece scorrere la mano sotto le lenzuola a pescare il punto preciso del costato. La mano urtò qualcosa. Sentì che tutt’attorno il lenzuolo era bagnato. Lo tirò giù sorpreso: un grosso coltello da cucina, affondato fino al manico, gli fuoriusciva dalla penultima costola. Era in un bagno di sangue. Alzò lo sguardo verso la moglie ancora accanto a lui, ma con una strana espressione sul volto.
«Sei sempre il solito» gli disse. «Ci metti tanto anche a morire».
mercoledì, 09 aprile 2008,07:10
Era sempre stato un tipo superstizioso. Ne aveva di difetti, anche se non li ammetteva, ma quello era il più penoso. Così quando nello svegliarsi si accorse che un grumo di lenzuola stropicciate aveva creato un gioco di luci e di ombre tale da farlo sembrare un teschio, rabbrividì. Era un chiaro avvertimento. Davanti allo specchio si ispezionò minuziosamente per cogliere altri segnali evidenti della fine imminente. Forse gli occhi erano un po’ rossi, forse era un po’ troppo pallido, ma nulla che potesse far presagire il peggio. Si misurò la pressione con lo sfigmomanometro elettronico, ma era regolare come pure la temperatura. Si sentiva bene, dopo tutto, eppure sapeva che i segni non mentivano, quasi mai, almeno. Quando fu in strada si sforzò di pensare ad altro, al lavoro, agli appuntamenti della mattina, sapeva che se si fosse fissato su quella visione funesta sarebbe stato peggio. Alzò gli occhi al cielo e scorse proprio sopra la propria testa una nuvola scura. Non c’era dubbio: era a forma di teschio. Era la morte che lo reclamava avvertendolo di tenersi pronto. Il cuore gli sparì dentro alle scarpe e lui sobbalzò con tutto il corpo quando il cellulare gli vibrò nel taschino. Era la segretaria che gli chiedeva se andava bene il solito posto accanto al finestrino sull’Eurostar del martedì successivo. Ma lui non riusciva a rispondere. Stava pensando a come fosse stata breve la sua vita, a quante poche soddisfazioni si fosse preso, di quanti pochi affetti si fosse circondato. Si sentì solo, con un macigno cresciutogli addosso come un bubbone maligno. Chiuse la comunicazione che ancora la segretaria gli stava parlando: era rimasto immobile sul marciapiede, le braccia abbandonate, guardando il semaforo verde che dall’altro marciapiede lo invitava ad attraversare la strada. La gente lo sfiorava, la gente lo urtava.
«Che fai lì imbambolato?» gli chiese l’amico prendendolo a braccetto per portarlo con sé; lui fece resistenza e non si mosse. «Hai un aspetto orribile» seguitò: «sembra che ti sia morto il gatto…»
«Non puoi capire…» gli mormorò abbassando gli occhi e scorgendo accanto alla propria scarpa un’altra macchia dalla chiara forma di testa di morto.
«Se lo dici tu…» fece l’amico attraversando la via, proprio mentre un furgone gli arrivava di lato investendolo in pieno.
venerdì, 14 marzo 2008,07:42
Fulvio sgomitò per arrivare al posto libero del tavolo d’angolo. Nel sistemarsi finì per urtare il vicino, che incurante della calca nel locale, stava leggendo il giornale con il vassoio davanti, ingombro del resto del pranzo. «Scusa» gli fece sforzandosi di sorridere.
«Figurati…» gli rispose l’altro mettendosi composto. «Riesci a sederti?»
Sembrava si fossero incontrati apposta provenienti da mondi lontani; avevano il piglio dell’appuntamento, lì, sotto quel soffio di vento tiepido che annunciava ufficialmente che la primavera era iniziata. I due cominciarono a parlare. Del cibo, di quel locale, delle donne, di un divorzio incattivitosi tra le scartoffie legali. Una mezz’ora piacevole, sufficiente perché il fastfood si svuotasse della clientela di passaggio.
«Guarda, non interpretarla male…» disse ad un certo punto Fulvio: l’uomo di fronte poteva avere all’incirca la sua stessa età, ma con un ciuffo fresco di parrucchiere su una fronte larga e un mondo colorato dentro allo sguardo.
«In che senso?»
Fulvio guardò fuori come per cercare qualcuno che gli suggerisse le parole giuste, quindi attaccò:
«Se io ti versassi ogni mese una certa cifra per essermi amico, ci staresti?»
Il tipo fece un balzo sulla sedia. «Ma cosa stai dicendo?»
«Sono sicuro che riusciremo a metterci d’accordo… potrei dare oggi stesso alla mia banca l’ordine di farti un bonifico e dopo un po’, io e te, non ce ne ricorderemmo neppure più: io di darti i soldi e tu di riceverli».
«Mi vuoi offendere? Che te ne faresti poi di un amico simile?»
«Quello che fanno tutti gli amici: potresti ogni tanto telefonarmi, chiedermi come sto, farmi gli auguri per il mio compleanno o per Natale. Potremmo andare a cinema, fare qualche passeggiata, parlare del più e del meno, una passione in comune ce l’avremo pure, no?»
«Non ci posso credere… un amico a pagamento? Che razza di amico sarebbe?»
«Un amico assiduo, solerte, che c’è davvero, sempre… un’illusione del resto dura molto più di una cruda verità, non credi? Pagandoti mi assicurerei di non avere un giorno la sgradevole sorpresa che ti sei dimenticato di me».
«Se non mi conosci nemmeno! Non sai neppure come mi chiamo…»
«Ti chiami Paolo, c’è scritto lì sul tuo portachiavi e poi so giudicare bene le persone, fidati. Allora cos’è, un sì?»
Paolo si alzò. «Non so, non saprei, la cosa mi imbarazza. Non mi è mai successa una cosa simile. Sei così tanto solo?» Fulvio non rispose. Si alzò anche lui sfilando il giubbotto dallo schienale della sedia. Paolo aspettò una risposta che non arrivò e, incamminandosi verso l’uscita, disse: «E poi ora devo tornare in studio, si è fatto tardi e non è vicino».
«Non preoccuparti ti do uno strappo io, in macchina…»
«Faresti questo?»
«Scherzi? Per un amico? Questo ed altro».
martedì, 05 febbraio 2008,07:32
Erano in cucina immersi nel silenzio della campagna. Lui, seduto sulla sedia blu, guardava fuori senza muovere gli occhi. Lei per un po’ gli girò attorno poi si accucciò sui talloni per aggiungere un ciocco di legna alla stufa già piena.
«È stato un gran bel gesto da parte tua occuparti del funerale di Toldo…» Il marito non mosse un muscolo, sbatté solo le ciglia. «Tutti in paese pensavano tu lo odiassi dopo quello che era successo». Un passero rigò il cielo con il suo volo discontinuo nel tentativo di vincere la gravità. «Offrirti di pagare il funerale, la cassa, il cimitero è stato proprio un bel gesto di conciliazione verso la vedova». La moglie si levò in piedi stringendosi le mani una dentro l’altra fino a farle diventare bianche, squadrò il marito standogli di fianco per intercettare il suo sguardo. «Per un attimo, quando Toldo è morto, ho finanche pensato l’avessi ucciso tu». L’ultima parola rimase appesa nell’aria, impigliandosi nelle tendine grigie di fumo, rimbalzando sui tegami antichi di rame per poi infilarsi nella canna fumaria e sparire nel cielo livido di pioggia. L’uomo mosse appena le gambe facendo cigolare la sedia: con un movimento secco si alzò e senza dir nulla se ne uscì in giardino. La moglie sospirò nel vuoto cominciando a metter via le poche cose che erano servite per la colazione, anche se l’uomo non aveva mangiato nulla e il caffè si stava raffreddando nella tazza. Fece rumore con i piatti per vincere quel silenzio che dilagava nella casa e nel cuore. Gli riscaldò il caffè nella moka: forse l’avrebbe bevuto. Uscì in giardino con la tazza fumante cercandolo con gli occhi. Gli arrivò alle spalle nel garage che lui utilizzava come legnaia e per i lavori del campo. E quando l'uomo la sentì che gli era già dietro non provò neppure a chiudere lo sportello.
«E quello cos’è?» chiese lei avvicinandosi cupa. Il marito si spostò di lato lasciando intravedere un monitor e al centro il viso di un morto. Lei si tappò la bocca per non urlare facendo cadere la tazza che schizzò caffè tutt’attorno.
«Ho fatto piazzare una webcam nella bara di Toldo, puntata dritta dritta sulla sua faccia» confessò lui inespressivo. Ogni giorno che passa vengo qui a godermi lo spettacolo di come la morte riduce quel porco… La mia vita ora ha un senso».
martedì, 11 dicembre 2007,06:48
Appena entrò nell’acquario Bepi esplorò i dintorni della vasca. Quando sfiorò le rocce, all’improvviso comparvero tre pesci.
«Ben arrivato!!!» gli gridarono tutti insieme.
«Ma siete impazziti? Per poco non mi facevate venire un infarto!»
«Ehi, non te la prendere così…» borbottò Pinky pesceciambella.
«Ti abbiamo visto arrivare e abbiamo pensato di darti un simpatico benvenuto» chiarì Danny pescesapiente.
«Salve, io sono un’anguilla…» si presentò Giò l’anguilla.
«Non fatelo mai più» sbottò Bepi. «Mi dovete rispetto!»
«E perché mai?!?»
«Perché sono figlio di squali bianchi e quando sarò grande vi dovrò divorare senza pietà».
«Non è carino…» osservò il pesceciambella.
«E anche seccante…» sentenziò pescesapiente.
«Sì, e io sono un’anguilla…» confermò Giò l’anguilla.
Ma come spesso accade nelle piccole comunità i quattro pesci, un po’ per vedere meglio la televisione, un po’ per ammazzare la noia, finirono per diventare grandi amici. Fino a quando Bepi cadde in una profonda depressione. Gli altri pesci preoccupati pensarono che Bepi stesse male. Ma poi, sotto l’incalzare delle domande, confessò piangendo che non se la sentiva, una volta diventato un temibile pescecane come i suoi genitori, di doverli divorare: si era affezionato a loro.
«È rassicurante» disse ironico Pinky.
«Vuol dire che anziché andare ai Caraibi rimarrò qui» fece molto più ironico Danny.
«Sì, e io sono sempre un’anguilla…» ribadì Giò l’anguilla.
Passarono i giorni. Bepi, più depresso che mai, aveva smesso di mangiare e dormire. Poi un giorno pescesapiente lo prese da parte e gli disse:
«Ieri ho visto un interessante documentario alla televisione». Bepi lo ascoltava indifferente. «E ho due cose da dirti: una simpatica e una così così. Quale vuoi sentire per prima?»
«Quella simpatica».
«Non sei uno squalo, bensì un pescepalla».
«Sei sicuro?!?» chiese incredulo Bepi.
«Sicurissimo».
«È stupendo! Non dovrò più mangiarvi. Saremo per sempre amici! E la notizia così così?»
«Credo tu sia stato adottato».
venerdì, 23 novembre 2007,06:47
Il professore apparve in piazzetta con l’aria stralunata. La barba, cresciuta da quando era in pensione, sembrava tremare. All’improvviso gli si accese in volto un largo sorriso e con un movimento fin troppo rapido per la sua età afferrò qualcosa a mezz’aria e cominciò a tirare.
«L’ho presa, l’ho presa» si mise a gridare. Alcune persone che stavano prendendo il caffè al bar si spaventarono e gli corsero vicine.
«Cosa succede, professore, si sente male?»
«No, no, anzi… aiutatemi non ce la faccio da solo…» Nello sforzo di tirare qualcosa a sé, nel vuoto, all’anziano cattedratico erano venute bianche le dita delle mani e aveva preso ad ansimare.
«Ma cosa sta facendo, professore? Perché fa così?» domandarono non vedendo nulla davanti a loro.
«Prendetemi per la vita, presto, tirate anche voi! Per carità!» Un po’ per la perentorietà del comando, un po’ per la stima incondizionata di cui l’uomo godeva in paese, i pochi astanti lo aiutarono. Il primo si mise dietro al professore cingendolo ai fianchi con le braccia. Gli altri a loro volta si piazzarono alle loro spalle a formare una catena umana.
«Cosa stiamo facendo, professore?» gli chiesero tutti.
«Non ce la facciamo, chiamate altre persone!» quasi implorò. E l’ultimo della coda andò di casa in casa, di negozio in negozio. Bisognava aiutare il professore… non ce la poteva fare da solo, si trattava di un’emergenza, bisognava far presto. Così si unì il fabbro con i suoi centotrentadue chili di muscoli ferriginosi, i gemelli Taddeo, la squadra di canottaggio al completo, Bepi, il Toledo, Rumi il boscaiolo. Ma nonostante la fila si ingrossasse e la gente facesse del suo meglio, la forza stava avendo la meglio, guadagnando terreno.
«Cos’è che tira così tanto, professore? Eppure non si vede un bel niente» chiese il maresciallo che accarezzava la pistola d’ordinanza pronto a usarla.
«È l’Utopia» balbettò il pensionato per lo sforzo. Se riusciamo a trattenerla tra noi non avremo più malattie, non invecchieremo più, non dovremo più faticare per vivere, rivedremo le persone care che non ci sono più, saremo felici insomma… È tutta la vita che l’aspetto e ora all’improvviso è arrivata».
«Luto Pia?» fece il maresciallo aggiustandosi il berretto. E poi vedendo che non riceveva risposta e constatando con quale impegno la cittadinanza stava lottando per qualcosa che non si vedeva neppure, si unì anche lui imitato ben presto da tutti gli altri abitanti, comprese le donne e i bambini. Ma l’Utopia continuò a tirare e tirò ancora, metro dopo metro, portandosi a spasso il serpentone per le vie del borgo. Un paio di volte sembrò persino che stesse per cedere, ma poi a un certo punto diede uno strattone irresistibile e si portò in cielo tutto il paese.
martedì, 06 novembre 2007,23:10
FIABILANDIA
La bambina, una cascata di boccoli d’oro su di un viso d’angelo, si avvicinò in punta di piedi alla madre.
«Mamma… cos’è la Realtà?»
«Cosa fai in piedi ancora a quest’ora, Emmie?»
«Cos’è la Realtà? Dimmelo, dai».
«Chi te ne ha parlato?»
«Gli animali del bosco».
La madre si riempì gli occhi del tramonto dai mille colori che illuminavano Fiabilandia, poi disse: «so che la Realtà non è piacevole ed è molto diversa da quello che c’è qui. Tu per esempio non saresti così dolce, né io così giovane e questa stessa casa non sarebbe di marzapane».
«Però avrei pur sempre la mia nuvoletta su cui dormire…»
«No, neppure quella».
«E gli uccellini con cui parlare?»
«Neppure. Niente nuvoletta, né Fatina Nelly, né Riccio Parlante. Poi ci sono le malattie, la morte, il Male».
«Ma anche qui nelle favole ci sono gli orchi e la Matrigna cattiva…»
«Sì, però servono solo per far trionfare il bene. Noi alla fine siamo sempre tutti felici e contenti, non è vero, piccolina mia?»
La bambina l’abbracciò forte. «Certo, è così. È meglio vivere qui, con te che sei la mamma più bella del mondo».
«Adesso vai a dormire, però» le sussurrò dandole un finto scappellotto sulla tutina rosa confetto. «Sennò ti si raffredda la tua nuvoletta».
La donna la vide trotterellare via, chiuse gli occhi su quel tramonto da pittore impazzito. I colori la inebriarono di profumi e di suoni. Poi li riaprì.
‘Un altro maledetto sogno’ fece scuotendo la testa. Si sentì daccapo i dolori alle gambe e al collo, gli anni addosso di disperata solitudine. Guardò il flacone sul comodino. ‘Devo diminuire la dose. È troppo forte’ ammise a bassa voce pur sapendo che non lo avrebbe fatto. Poi si arrese alla sua stanchezza e chiuse di nuovo le palpebre per ritrovare da qualche parte nella mente quella bambina che non aveva mai avuto.
Il post è firmato da me solo per motivi tecnici. L'autore è Briciolanellatte.
martedì, 23 ottobre 2007,06:55
Io sono pietra. E fango e acqua. E sono le tue lacrime. Il riflesso sghembo negli occhi tuoi di meraviglia. Il tuo sospiro sopra le nubi che assalgono i monti prendendoli alle spalle. Sono la vita che si scorda d’esser viva e la foglia che cade e cade senza mai toccar terra. Avrei voluto spiegarti, far compagnia ai tuoi pensieri, essere la mano invisibile che ti sorregge negli equilibri di vita. Il vuoto ha finito invece per sovrastare ogni parola. Ha divorato pareti, alberi, colori. I piedi si son fatti radici e le mani nido per preghiere mal dette. Ecco, ti sorrido nel mio sorriso di brina, ma in verità da tempo non esisto più. Ti accarezzo con la mia immagine divenuta sottile, un’ombra della sera uscita dalla tua vita come acqua nella sabbia.
martedì, 25 settembre 2007,05:30
Spinse il collo verso l’alto caso mai riuscisse a vederla. Non era vicino al muro, né sul davanzale come faceva sempre appena smetteva di piovere. Fred, la coccinella, decise un volo di ispezione fin a quando la intravide sul vaso di petunie. Atterrò sul bordo, dall’altra parte dei fiori, con circospezione. La guardò di nascosto: era stupenda sotto i raggi di sole del mattino, altera, con i suoi punti neri, uno più bello dell’altro. Ebbe un fremito, mentre lei, incoraggiata da un colpo di vento, si lasciò trasportare in un volo liberatorio in quell’aria fresca e carica di profumi. Fece una cinquantina di metri, ondeggiando a zig zag, per poi posarsi sulla forcella della ruota di una grossa moto nel parcheggio. Fred prese coraggio e le andò dietro. Era deciso a fare qualcosa, non poteva continuare così standosene in disparte. Le atterrò davanti: Rosy si girò un poco facendo finta di non averlo visto arrivare. Lui sbatté le ali per produrre quel rumore che sapeva essere irresistibile. Eseguì anche una piccola danza, con quei movimenti che tanto gli riuscivano bene. Rosy si incuriosì e si voltò per osservarlo meglio. Si guardarono per una manciata di secondi che a Fred sembrarono indimenticabili. In quello stesso istante, un ragazzo salì sulla moto e calzò il casco. Con una mossa rapida accese il motore e immediatamente partì. Fred, che si trovava appoggiato a un raggio della ruota, cominciò a volteggiare vorticosamente. Più la velocità aumentava più si sentiva schiacciato in quella posizione precaria senza riuscire a muoversi. Ogni volta che passava davanti a Rosy, anche lei appiattita dalla velocità, ma al sicuro sulla forcella, avrebbe voluto dir qualcosa per rincuorarla. Però non ci riusciva, non capendo più neppure dove si trovasse la testa e dove la coda. Si sentiva malissimo. Dopo un paio di curve a mozzafiato la moto si fermò inchiodando. E come era salito così il conducente scese di fretta, mettendosi persino a correre fino a sparire. Fred era ancora aggrappato al raggio sottosopra e senza fiato. Anche Rosy era lì, spaventata e intirizzita. Il mondo attorno a lui pareva una trottola e non accennava a rallentare. Ma erano ancora una volta una davanti all’altro. Fred frullò le ali per farsi coraggio senza riuscirci, e pensò:
«Perché ogni volta che la guardo negli occhi mi deve sempre girare così tanto la testa?»
venerdì, 16 febbraio 2007,07:29
Ombre di vento
Le case del paese erano cresciute come muschio sulla roccia. Alcune aggettavano sull’orrido dove al fondo brontolava un torrente che nessuno aveva mai visto, altre erano stese al sole a godersi la pianura che cambiava mille volte colore fino a degradare in quello che tutti giuravano essere il mare. La brezza cominciò con un sussurro la mattina presto. Non c’erano abituati. L’aria lassù era sempre stata fresca, pulita ma immobile. ‘Cos’è questo rumore?’ si chiedevano l’un altro diffidenti. ‘È il vento tra le fronde’ disse uno in un bar. ‘Il cosa?’ ‘Il vento, quello dei film…’ ‘Ah… il vento… e… e cos’è invece questo bisbiglio?’ ‘È il vento tra l’erba dei campi.’ ‘Fa così?’ ‘Sì, fa così’. Verso mezzogiorno la brezza, che già si era fatta tesa, si rinforzò. Si crearono mulinelli di foglie agli angoli della piazza, sbatté la tenda del bar come una vela che volesse prendere il largo, si gonfiarono le gonne delle ragazze che si rimiravano l’una l’altre divertite. Pian piano cominciarono a muoversi nell'aria i pensieri cupi, la tristezza, le dolci ubbìe. La gente del paese si compiaceva di come si sentiva e sorrideva pur non volendone parlare per paura che quella sensazione potesse sparire con tutto il resto. Le nuvole si stracciarono nel cielo come lana ancora da cardare, i voli degli uccelli si fecero insicuri, gli animali da cortile si accovacciarono chinando il capo. Poi si librarono le preoccupazioni, i dolori che saccheggiano l’esistenza, le ansie che corrodono la voglia di vivere, le invidie e i giuramenti rancorosi di vendetta. Volarono insieme ai panni stesi, a un fazzoletto non trattenuto da chi aveva smesso di piangere, alla polvere di terra appena arata. Chi si trovava nella piazza aveva aperto le braccia e chiuso gli occhi come per farsi attraversare da quel vento che tutto puliva e purificava. Parevano tante croci che giravano su stesse, incerte se ringraziare il dio capriccioso per tanta benevolenza o chiedergli di smetterla per scongiurare il peggio. Le donne, rimaste in casa a far ombra alla finestra, fissavano i loro mariti, i compagni, gli amanti in quello che sembrava un silenzio rintronante, che levigava i sogni e prosciugava i sentimenti. Scomparvero ad una ad una le emozioni d’amore, i legami inscindibili, quelli di pia devozione e lentamente si sciolsero i ricordi del passato e la memoria del presente. Il vento cessò che era sera. E tra le case incastonate nella roccia gentile si aggirarono solo anime vuote senza un perché.