Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce...
In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava leoni.
Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare
Ipse dixit
La sera, dopo che i prigionieri furono rinchiusi, il giovane si buttò sul suo letto e pensò a lei. Gli era parso che tutti i detenuti, suoi nemici, lo avessero guardato assai diversamente in quel giorno. Per primo aveva rivolto loro la parola ed essi avevano risposto amabilmente. […] In quel primo giorno di ritorno alla vita, tutto, anche il suo delitto e la conseguente condanna, tutto gli appariva come un fatto esteriore, estraneo. Prese macchinalmente la Bibbia che stava sotto il suo capezzale. Quel libro apparteneva a Sonja, ed era in quel volume che essa, altra volta, gli aveva letto la resurrezione di Lazzaro.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo
La donna si agitava per la stanza, inquieta come se cercasse di ricordare qualcosa che aveva dimenticato. Poi si sedette.
«Non posso accettare quell’appuntamento… alla mia età. E cosa dirà poi la gente? Tu che ne pensi?»
«Penso che non puoi vivere così, sempre da sola. Se esci di casa è solo per andare a lavoro e, quando hai finito, ti precipiti a casa. Alla domenica mattina non vai più neppure in chiesa».
«Ecco, appunto, perché mai dovrei uscire con lui?»
«Perché è un bell’uomo, prestante, educato, di buona famiglia. Anche se è in là con gli anni, non è sposato ed è agiato».
«È questo, in fondo quello che non va: perché mai un uomo così non è già sposato? Cosa ci sarà sotto? Magari è un serial killer o ha un carattere impossibile».
«Magari lui penserà lo stesso di te. Guardati! Sei una donna piacente, ancora giovanile, non buttarti via, potrebbe essere per te l’ultima occasione».
«Fai presto a parlare, tu… e poi dovrei andare dal parrucchiere, con questa testa! Sono orribile e non so cosa mettermi».
«C’è quel tailleur beige nell’armadio che non metti mai e che ti sta d’incanto e poi i tuoi capelli non hanno niente che non vada. Li raccogli un po’ all’indietro, ti fai la coda, così metti in risalto il tuo sguardo che è dolcissimo».
«No, no… non ce la faccio, non ce la faccio, ti dico, non sono più abituata: che dovrei dirgli per tutta la serata? E poi se allunga le mani?»
«La prima sera non lo farà di sicuro, è un gentiluomo, lo sai anche tu… aspetterà semmai che tu lo incoraggi. Prova a uscire, per una sera: andate in qualche ristorantino romantico, vi conoscete meglio e poi si vedrà».
«No, non mi sembra il caso, chissà cosa penserà la gente se dovesse vedermi con uno scapolo, in un locale pubblico! Sai com’è fatta la gente di paese… pettegola e malevola».
«Non deve importarti nulla di quello che dice la gente, è la tua vita che è in ballo!»
«Oh… mi sembra di impazzire! Non so che decidere. Facciamo una cosa, io ti do il suo numero di telefono e tu gli racconti che sto male, mi è venuta una qualche malattia contagiosa e che non posso uscire, che mi scuso tanto e bla, bla bla».
«Mi spiace, non posso aiutarti. Dovrai pensarci tu».
«Oddio, ma perché non vuoi farlo?»
«Perché sono solo il riflesso nel tuo specchio».
Lei era molto bella. Ma era anche una donna fredda, taciturna, malinconica. Poteva passare ore a guardare dalla finestra mentre il giardino cambiava sotto l’incedere delle stagioni. Avrebbe potuto dire quante gemme il melo allungava in un giorno e quanti petali le rose aprissero al sole. Sembrava conoscere tutte le nuvole e i colpi di vento e i rigogoli che arrivavano fino sotto la sua finestra. Lui l’osservava e soffriva non riuscendo neppure a scalfire quel mondo impenetrabile fatto di sospiri, di sguardi sperduti, di assenze svagate. L’amava e non poteva averla. Poi un giorno la musica di una radio di alcuni vacanzieri di passaggio penetrò nella baita. La moglie si alzò dal suo angolo mettendosi improvvisamente a ballare e disegnando nell’aria immagini di sogno. E ballò e ballò ancora. Mentre volteggiava si mise a sorridere con quel suo viso dolce, il corpo seminudo di pelle di pesca. La musica si interruppe, i vacanzieri tolsero il campo per salire a una maggior quota e lei smise di muoversi guardandosi attorno smarrita. Lui, appena gli era possibile, prese allora a portarla alle feste del paese, nelle balere, ovunque vi fosse musica e si potesse ballare. Ogni volta lei riviveva, usciva da quel guscio d’acciaio invisibile e rinasceva come un’alba inaspettata. Lui la guardava estasiato: Dio mio come l’amava. Sembrava nata per la danza, per la musica, il movimento. Tornavano sfiniti alla baita a notte fonda e lei ancora accaldata dal turbine dei balli, con ancora addosso il sudore di un frutto stillante di sole, gli si concedeva sino al mattino. Poi un giorno ballando, urtò un’altra coppia facendosi male a una caviglia. Guarì ma la paura di farsi ancora male non l’abbandonò e lei non volle più uscire di casa. L’apatia si era impossessata nuovamente di lei, il sangue sembrava essersi raggelato nelle vene e una coltre grigia le aveva appannato gli occhi. Passarono gli anni e una sera lui la prese per mano e la condusse sul prato antistante la casa. Miliardi di stelle galleggiavano sopra le loro teste e la luna illuminava la valle che brillava d’argento e di perla. ‘Chiudi gli occhi’ le disse e lei lo fece. ‘Non senti dentro di te una musica celestiale?’ Lei corrugò la fronte. Stava per dirgli di no. Poi sentì qualcosa nel profondo del cuore e si mise a sorridere. ‘Ecco, quello è il mio amore per te’ gli sussurrò. E si misero a ballare per tutta la notte.
Gus Mell era seriamente preoccupato. L’ultimo editore interpellato gli aveva rifiutato per l’ennesima volta il suo libro e non era stato neppure gentile. Anche se la critica era sempre la stessa: roba vecchia, senza mordente. Sì, doveva farsi venire in mente un’idea vincente. Ma era poi così difficile scrivere un best-seller? Da quello che leggeva in giro non si sarebbe proprio detto. Ma era tempo comunque che pensasse a qualcosa di nuovo. Lo assalirono pensieri cupi. Forse quello non era il mestiere adatto a lui, sarebbe stato terribile, fosse stato così.
La casa gli apparve desolata, inospitale, quasi fosse quella di un altro. Accese la luce nel corridoio facendo volare il cappotto sulla sedia. Aveva fame e come al solito si era dimenticato di fare la spesa. Scosse la testa. Tornò indietro dalla cucina ed entrò nello studio.
«Dobbiamo trovare una soluzione!» sentì dire e quella voce gli gelò il sangue. La voce proveniva dalla parte rimasta buia della stanza. Non distingueva bene. «Non ti devi spaventare, Gus. Sono io».
«Io chi?»
«Ti sei già dimenticato? Mi hai inventato tu». Una figura uscì dall’ombra. Era un uomo che poteva avere la stessa età di Gus, con un cappellaccio di sbieco a coprirgli parte del volto; un impermeabile scuro gli avvolgeva il resto del corpo. Chiunque fosse quel tipo, doveva essere un emulo di Humphrey Bogart. «Tanto tempo fa scrivesti di me» continuò la figura con un non so che di divertito nella voce. «Erano racconti di avventura ambientati, se ti ricordi bene, nelle campagne qui attorno. Mi avevi anche affibbiato un soprannome che ho sempre odiato: il Geko. Ma ti sembra un soprannome da dare a un personaggio?»
«Jacob, Jacob Forrester! L’entomologo!»
«Pessima idea anche quella! A chi credi possa interessare uno che bazzica tra farfalle e formiche?»
«Lui... tu non bazzichi, se uno studioso. Ma poi non capisco… cosa vuoi? Come hai fatto ad entrare?»
«Entrare? Sono sempre stato qui, nella tua testa. Comunque sono venuto per risolvere il tuo problema. Tu vuoi vendere i tuoi libri se non sbaglio…»
«Certo, e allora?»
«E allora faccio al caso tuo…»
«In che senso?»
«Modificando il mio personaggio qua e là e qualche vecchia storia, ne può uscire qualcosa di buono».
«No, non funzionerà mai, ho provato a farle pubblicare le avventure di Forrester, ma nessuno le ha volute neppure leggere».
«Ci credo. Ma stai zitto un attimo e ascolta. Prima di tutto io non sono un entomologo!»
«Ah no?»
«No. Mi fanno ribrezzo i ragni e tutte quelle altre bestie immonde che finiscono spillate in qualche teca».
«E allora che mestiere ti piacerebbe fare?»
«Semplice! A me piace uccidere».
«Cosa?»
«Hai capito benissimo. Mi piace uccidere. Lo faccio benissimo. Lo farei anche gratis, ma visto che sono molto bravo mi faccio anche pagare. Ho cominciato fin da quando ero ragazzo e tu in parte ne sei responsabile».
«Come responsabile?»
«Tu mi hai creato non ricordi?».
«Ma io ho inventato un entomologo».
«Già, bella immondizia!» Gus Mell stentava a credere che quella discussione stesse avvenendo davvero. Ma anche se era un brutto sogno vale la pena di farlo in fondo. «Dobbiamo rendere il personaggio avvincente» continuò Gus. La voce gli era diventata monotona, distaccata, come recitasse un copione già scritto.«Deve essere gradito al pubblico. Così ho pensato che potrei uccidere a pagamento solo le persone veramente cattive, secondo un criterio di giustizia sostanziale. Si potrebbe anche pensare a un ispettore, capace e intelligente, che segretamente mi ammiri, e che sia sempre lì lì per scoprirmi senza però riuscirci. Che ne pensi?»
«Mi sembra un’idea folle, Forrester».
«E mi devi anche cambiare questo schifo di nome. D’ora in poi mi devi chiamare Jack. Jack Young» E siccome Gus non parlava, l'altro insistette: «Insomma vuoi o no a sfornare best-sellers?»
«Ma tu cosa ci guadagni?»
«Che domande? La fama. Diventerei famoso. Tutti conoscerebbero le mie gesta e diventerei immortale». Gus aveva peso a rosicchiare nervosamente la matita.
«Dai, non perdiamo tempo. Vai al computer…» fece Jack sedendosi e togliendosi il cappello.
«Che ci devo fare con il computer?»
«Io detto e tu scrivi».
«Come?»
«Chi meglio di me sa come deve agire il mio personaggio?»
Gus e Jack stettero alzati tutta la notte e alle prime luci dell’alba il libro era già finito. ‘Omicidio a luci spente’ si intitolava. L’editore quando lo lesse ne fu entusiasta. Non la smetteva più di congratularsi con Gus. Aveva fatto centro. All’uscita del libro ,in poche settimane ,divenne il più venduto.
«Bisogna trovare un seguito» disse Jack qualche tempo dopo.
«Che fine hai fatto? Pensavo che il successo ti avesse dato alla testa».
«Ho avuto da fare» disse Jack brusco «Ho dovuto provare la scena della nuova avventura».
«Scena? Quale scena?»
«Quello dell’omicidio. La preparo per tempo, mi documento, guardo un po’ come vanno le cose, le reazioni della vittima, della gente, poi cambio nomi, situazioni, ambientazione…»
«Non capisco».
«Ma sì che capisci. Ho giù ucciso la prossima vittima della nuova avventura e mi sono venute in mente un mucchio di idee».
«Vorresti forse dire che scriviamo degli omicidi che tu compi?»
«Certo. Mi serve per essere più realistico e convincente. Ma tranquillo. È successo in un altro Stato. Cambio molte cose, nomi, luoghi, è impossibile risalire a noi. Non ti preoccupare sono prudente».
Gus si mise ad urlare. Con tanta voce in corpo che non sapeva neppure di avere. Disse delle cose terribili e alla fine Jack sparì.
Trascorsero diversi mesi e l’editore cominciò a farsi pressante perché Gus scrivesse il seguito. Era disperato. Provò a scrivere da solo, ma era inutile: non riusciva ad avere lo stile graffiante e avvolgente di Jack.
«Dobbiamo trovare una soluzione!» sentì ancora una volta dire nella stanza apparentemente vuota. Era Jack.
«Volevo chiederti scusa» fu l’unica frase cui Gus pensò.
«Non ti preoccupare, ma non c’è tempo per le gentilezze… Vai al computer... e scrivi».
Gus ubbidì senza dir nulla, volendo dimenticare quale sarebbe stato il terrribile prezzo da pagare per pubblicare quel libro e i prossimi ancora. ‘Notte tragica a Bangkok’ fu un altro successo. Gus Mell si comprò una villa sulla collina. Cominciò a circondarsi di agi e lussi prima impensabili. Si concesse un’auto sportiva, quel viaggio che tanto aveva desiderato, un guardaroba completamente nuovo… A quel libro seguì: ‘La facile preda’ e ‘Cinque motivi per non morire’. Gus diventò ricco, enormemente ricco, chiudendo un occhio sugli omicidi e tutto il resto e persino illudendosi di scriverli davvero lui. Poi una sera…
«Ho deciso di smettere di scrivere, Jack» gli disse senza tanti preamboli. Sembrava che l’altro se lo aspettasse, tanto che a quelle parole si limitò a chiudere gli occhi. «Ho pensato di ritirarmi» incalzò Gus. «Ho guadagnato molto dai miei libri. E credo che sia meglio finirla qui».
«I ‘tuoi’ libri Mell?» Gus abbassò lo sguardo.
«Mi dispiace Jack, la nostra collaborazione finisce qui» disse risoluto.
«Non hai capito. Sei tu che non puoi fare a meno di me. Io invece sono libero di andare da un altro scrittore. Cambierò qualcosa. Magari ambienterò le mie storie in un altro Paese e in un’altra epoca. Ma non mi posso fermare».
«Allora ci penserò io a fermarti». Andrò da uno strizzacervelli, mi farò psicanalizzare e ti cancellerò dalla mia mente e finanche dal subconscio.
Jack guardò intensamente Gus. «No, non è così che andrà». Jack estrasse dalla tasca una Luger brunita, e con un movimento esperto avvitò il silenziatore. Gus si irrigidì. Sbiancò. Jack sparò tre colpi lentamente cui seguì il tonfo sordo del corpo di Gus che si accasciò a terra come se si fosse improvvisamente sgonfiato. «A me piace uccidere, come te lo devo dire?»
Nessuna recriminazione, no, nessuna.
Ti spiace se mi accendo un’altra sigaretta? E’ una delle tante di oggi e non penso proprio che sarà una delle ultime. Hai uno sguardo che non mi piace. Tanto so cosa pensi. Sono un verme, vero? Mi hanno insegnato a trattare bene le donne; mia madre ad esempio me lo diceva ogni santo giorno, ché lei ne aveva avute di mazzate da mio padre. Anche quelle che sarebbero dovute essere mie. Uno che cresce come me sa che la gentilezza è un buon biglietto da visita con cui presentarsi ad una donna, perché le donne son così. Sono più toste ed aggressive di una volta, l’affabilità però la pretendono da te. Ed io con lei non sono stato amabile? Non le ho forse dato tutto? Non l’ho colmata di attenzioni solo per vederle brillare gli occhi ora per la felicità ora per l’ eccitazione? Continui a guardarmi come se non mi conoscessi, beh amico, sai qual è la novità? Io ci sono sempre stato, sei tu che mi hai ignorato ed ora che fai? Ti rammarichi di cosa? Per me, o per lei? Se n’è andata senza dire una parola. Se n’è andata lasciando il letto disfatto, le tazze della colazione da lavare, così, sbattendo la porta con un tonfo sordo che si è propagato al mio cuore e l’ha dilaniato. Credo avesse le sue ragioni, forse me le aveva pure dette la sera prima… è tutto confuso, tutto immerso in una gigantesca nube che mi ha intossicato la mente. Mi capita, a volte, che un po’ di caligine si dirada e vedo lei, splendida mentre legge assorta un libro sul divano e vago, vago appare anche il ricordo di me e lei seduti a parlare, e tutto si dipana così velocemente che resto senza fiato fino a che tutto non ritorna nel buio totale. C’era qualcosa tra noi che non andava, diceva che era stanca di subire, che non ero più lo stesso, che l’avevo ingannata, che la soffocavo di gelosia. Sì, sì, diceva questo. Dopo beh, dopo l’ho cercata. Stava da un’amica, temevo ci fosse un altro e l’ho seguita. La prima volta mi sentivo strano, l’ho vista uscire dall’ufficio, prendere l’auto e avviarsi verso casa. Lei non si è accorta di nulla ed io tremavo dentro la mia auto mentre la osservavo scendere dalla sua ed entrare nel palazzo. Le ho mandato dei fiori, le ho telefonato, si mi sono anche arrabbiato ed ho urlato nella cornetta perché non voleva vedermi, mi rifiutava e diceva di non volerne sapere più di me. Quante notti passate sotto casa sua sperando che si decidesse a tornare da me! Come poteva farmi questo? Era mia. Non le avrei permesso di allontanarsi da me. Mai. Sì, era mia, anche se era una maledetta ingrata. Parlo piano, scusa, c’è lei lì, vedi? Sembra dormire. Devo solo pulirle quel rivolo rosso che le sporca il viso.
Si agitava nel letto scalciando come un bambino. Un senso di oppressione gli fece aprire di prepotenza gli occhi. «Adele!»
«Sono qui» gli disse la moglie che lo stava guardando da un po’, stesa su un fianco, una mano a sorreggersi la testa.
«Ho fatto un incubo terribile» le disse. La bocca sembrava impastata da terra e sabbia, la gola bruciava, faceva fatica a parlare: avrebbe voluto bere acqua, tanta acqua. «Eravamo in moto, su una di quelle strade americane senza fine che attraversano la pianura. Una moto stupenda, sai, come quella che ho sempre desiderato». Chiuse le palpebre per rivedere l’immagine: ce l’aveva ancora ben stampata nella mente. Ebbe voglia di abbandonarsi in quel dormiveglia per non svegliarsi più: «Ad un certo punto mi hai detto di accelerare. Non ho capito il perché, ma mi piaceva l’idea. E così ho aumentato la velocità. ‘Vai più forte, vai più forte’ mi sussurravi stringendomi a te. E io ho accelerato fino a quando improvvisamente un animale ci ha attraverso la strada. Un piccolo di coyote, forse, o una marmotta, ora non saprei. È che ho frenato, ma la moto ha preso a sbandare. Sono scivolato per diversi metri fino a quando sono finito contro la staccionata di una casa. Il bello è che tu non eri più sulla moto dietro di me, ma in piedi, accanto a un albero che mi osservavi mentre rovinavo a terra. Ho spaccato la staccionata e un grosso piolo mi si è conficcato in un fianco, proprio qui». L’uomo per farsi capire fece scorrere la mano sotto le lenzuola a pescare il punto preciso del costato. La mano urtò qualcosa. Sentì che tutt’attorno il lenzuolo era bagnato. Lo tirò giù sorpreso: un grosso coltello da cucina, affondato fino al manico, gli fuoriusciva dalla penultima costola. Era in un bagno di sangue. Alzò lo sguardo verso la moglie ancora accanto a lui, ma con una strana espressione sul volto.
«Sei sempre il solito» gli disse. «Ci metti tanto anche a morire».
Era sempre stato un tipo superstizioso. Ne aveva di difetti, anche se non li ammetteva, ma quello era il più penoso. Così quando nello svegliarsi si accorse che un grumo di lenzuola stropicciate aveva creato un gioco di luci e di ombre tale da farlo sembrare un teschio, rabbrividì. Era un chiaro avvertimento. Davanti allo specchio si ispezionò minuziosamente per cogliere altri segnali evidenti della fine imminente. Forse gli occhi erano un po’ rossi, forse era un po’ troppo pallido, ma nulla che potesse far presagire il peggio. Si misurò la pressione con lo sfigmomanometro elettronico, ma era regolare come pure la temperatura. Si sentiva bene, dopo tutto, eppure sapeva che i segni non mentivano, quasi mai, almeno. Quando fu in strada si sforzò di pensare ad altro, al lavoro, agli appuntamenti della mattina, sapeva che se si fosse fissato su quella visione funesta sarebbe stato peggio. Alzò gli occhi al cielo e scorse proprio sopra la propria testa una nuvola scura. Non c’era dubbio: era a forma di teschio. Era la morte che lo reclamava avvertendolo di tenersi pronto. Il cuore gli sparì dentro alle scarpe e lui sobbalzò con tutto il corpo quando il cellulare gli vibrò nel taschino. Era la segretaria che gli chiedeva se andava bene il solito posto accanto al finestrino sull’Eurostar del martedì successivo. Ma lui non riusciva a rispondere. Stava pensando a come fosse stata breve la sua vita, a quante poche soddisfazioni si fosse preso, di quanti pochi affetti si fosse circondato. Si sentì solo, con un macigno cresciutogli addosso come un bubbone maligno. Chiuse la comunicazione che ancora la segretaria gli stava parlando: era rimasto immobile sul marciapiede, le braccia abbandonate, guardando il semaforo verde che dall’altro marciapiede lo invitava ad attraversare la strada. La gente lo sfiorava, la gente lo urtava.
«Che fai lì imbambolato?» gli chiese l’amico prendendolo a braccetto per portarlo con sé; lui fece resistenza e non si mosse. «Hai un aspetto orribile» seguitò: «sembra che ti sia morto il gatto…»
«Non puoi capire…» gli mormorò abbassando gli occhi e scorgendo accanto alla propria scarpa un’altra macchia dalla chiara forma di testa di morto.
«Se lo dici tu…» fece l’amico attraversando la via, proprio mentre un furgone gli arrivava di lato investendolo in pieno.
Fulvio sgomitò per arrivare al posto libero del tavolo d’angolo. Nel sistemarsi finì per urtare il vicino, che incurante della calca nel locale, stava leggendo il giornale con il vassoio davanti, ingombro del resto del pranzo. «Scusa» gli fece sforzandosi di sorridere.
«Figurati…» gli rispose l’altro mettendosi composto. «Riesci a sederti?»
Sembrava si fossero incontrati apposta provenienti da mondi lontani; avevano il piglio dell’appuntamento, lì, sotto quel soffio di vento tiepido che annunciava ufficialmente che la primavera era iniziata. I due cominciarono a parlare. Del cibo, di quel locale, delle donne, di un divorzio incattivitosi tra le scartoffie legali. Una mezz’ora piacevole, sufficiente perché il fastfood si svuotasse della clientela di passaggio.
«Guarda, non interpretarla male…» disse ad un certo punto Fulvio: l’uomo di fronte poteva avere all’incirca la sua stessa età, ma con un ciuffo fresco di parrucchiere su una fronte larga e un mondo colorato dentro allo sguardo.
«In che senso?»
Fulvio guardò fuori come per cercare qualcuno che gli suggerisse le parole giuste, quindi attaccò:
«Se io ti versassi ogni mese una certa cifra per essermi amico, ci staresti?»
Il tipo fece un balzo sulla sedia. «Ma cosa stai dicendo?»
«Sono sicuro che riusciremo a metterci d’accordo… potrei dare oggi stesso alla mia banca l’ordine di farti un bonifico e dopo un po’, io e te, non ce ne ricorderemmo neppure più: io di darti i soldi e tu di riceverli».
«Mi vuoi offendere? Che te ne faresti poi di un amico simile?»
«Quello che fanno tutti gli amici: potresti ogni tanto telefonarmi, chiedermi come sto, farmi gli auguri per il mio compleanno o per Natale. Potremmo andare a cinema, fare qualche passeggiata, parlare del più e del meno, una passione in comune ce l’avremo pure, no?»
«Non ci posso credere… un amico a pagamento? Che razza di amico sarebbe?»
«Un amico assiduo, solerte, che c’è davvero, sempre… un’illusione del resto dura molto più di una cruda verità, non credi? Pagandoti mi assicurerei di non avere un giorno la sgradevole sorpresa che ti sei dimenticato di me».
«Se non mi conosci nemmeno! Non sai neppure come mi chiamo…»
«Ti chiami Paolo, c’è scritto lì sul tuo portachiavi e poi so giudicare bene le persone, fidati. Allora cos’è, un sì?»
Paolo si alzò. «Non so, non saprei, la cosa mi imbarazza. Non mi è mai successa una cosa simile. Sei così tanto solo?» Fulvio non rispose. Si alzò anche lui sfilando il giubbotto dallo schienale della sedia. Paolo aspettò una risposta che non arrivò e, incamminandosi verso l’uscita, disse: «E poi ora devo tornare in studio, si è fatto tardi e non è vicino».
«Non preoccuparti ti do uno strappo io, in macchina…»
«Faresti questo?»
«Scherzi? Per un amico? Questo ed altro».
Erano in cucina immersi nel silenzio della campagna. Lui, seduto sulla sedia blu, guardava fuori senza muovere gli occhi. Lei per un po’ gli girò attorno poi si accucciò sui talloni per aggiungere un ciocco di legna alla stufa già piena.
«È stato un gran bel gesto da parte tua occuparti del funerale di Toldo…» Il marito non mosse un muscolo, sbatté solo le ciglia. «Tutti in paese pensavano tu lo odiassi dopo quello che era successo». Un passero rigò il cielo con il suo volo discontinuo nel tentativo di vincere la gravità. «Offrirti di pagare il funerale, la cassa, il cimitero è stato proprio un bel gesto di conciliazione verso la vedova». La moglie si levò in piedi stringendosi le mani una dentro l’altra fino a farle diventare bianche, squadrò il marito standogli di fianco per intercettare il suo sguardo. «Per un attimo, quando Toldo è morto, ho finanche pensato l’avessi ucciso tu». L’ultima parola rimase appesa nell’aria, impigliandosi nelle tendine grigie di fumo, rimbalzando sui tegami antichi di rame per poi infilarsi nella canna fumaria e sparire nel cielo livido di pioggia. L’uomo mosse appena le gambe facendo cigolare la sedia: con un movimento secco si alzò e senza dir nulla se ne uscì in giardino. La moglie sospirò nel vuoto cominciando a metter via le poche cose che erano servite per la colazione, anche se l’uomo non aveva mangiato nulla e il caffè si stava raffreddando nella tazza. Fece rumore con i piatti per vincere quel silenzio che dilagava nella casa e nel cuore. Gli riscaldò il caffè nella moka: forse l’avrebbe bevuto. Uscì in giardino con la tazza fumante cercandolo con gli occhi. Gli arrivò alle spalle nel garage che lui utilizzava come legnaia e per i lavori del campo. E quando l'uomo la sentì che gli era già dietro non provò neppure a chiudere lo sportello.
«E quello cos’è?» chiese lei avvicinandosi cupa. Il marito si spostò di lato lasciando intravedere un monitor e al centro il viso di un morto. Lei si tappò la bocca per non urlare facendo cadere la tazza che schizzò caffè tutt’attorno.
«Ho fatto piazzare una webcam nella bara di Toldo, puntata dritta dritta sulla sua faccia» confessò lui inespressivo. Ogni giorno che passa vengo qui a godermi lo spettacolo di come la morte riduce quel porco… La mia vita ora ha un senso».
Appena entrò nell’acquario Bepi esplorò i dintorni della vasca. Quando sfiorò le rocce, all’improvviso comparvero tre pesci.
«Ben arrivato!!!» gli gridarono tutti insieme.
«Ma siete impazziti? Per poco non mi facevate venire un infarto!»
«Ehi, non te la prendere così…» borbottò Pinky pesceciambella.
«Ti abbiamo visto arrivare e abbiamo pensato di darti un simpatico benvenuto» chiarì Danny pescesapiente.
«Salve, io sono un’anguilla…» si presentò Giò l’anguilla.
«Non fatelo mai più» sbottò Bepi. «Mi dovete rispetto!»
«E perché mai?!?»
«Perché sono figlio di squali bianchi e quando sarò grande vi dovrò divorare senza pietà».
«Non è carino…» osservò il pesceciambella.
«E anche seccante…» sentenziò pescesapiente.
«Sì, e io sono un’anguilla…» confermò Giò l’anguilla.
Ma come spesso accade nelle piccole comunità i quattro pesci, un po’ per vedere meglio la televisione, un po’ per ammazzare la noia, finirono per diventare grandi amici. Fino a quando Bepi cadde in una profonda depressione. Gli altri pesci preoccupati pensarono che Bepi stesse male. Ma poi, sotto l’incalzare delle domande, confessò piangendo che non se la sentiva, una volta diventato un temibile pescecane come i suoi genitori, di doverli divorare: si era affezionato a loro.
«È rassicurante» disse ironico Pinky.
«Vuol dire che anziché andare ai Caraibi rimarrò qui» fece molto più ironico Danny.
«Sì, e io sono sempre un’anguilla…» ribadì Giò l’anguilla.
Passarono i giorni. Bepi, più depresso che mai, aveva smesso di mangiare e dormire. Poi un giorno pescesapiente lo prese da parte e gli disse:
«Ieri ho visto un interessante documentario alla televisione». Bepi lo ascoltava indifferente. «E ho due cose da dirti: una simpatica e una così così. Quale vuoi sentire per prima?»
«Quella simpatica».
«Non sei uno squalo, bensì un pescepalla».
«Sei sicuro?!?» chiese incredulo Bepi.
«Sicurissimo».
«È stupendo! Non dovrò più mangiarvi. Saremo per sempre amici! E la notizia così così?»
«Credo tu sia stato adottato».
Il professore apparve in piazzetta con l’aria stralunata. La barba, cresciuta da quando era in pensione, sembrava tremare. All’improvviso gli si accese in volto un largo sorriso e con un movimento fin troppo rapido per la sua età afferrò qualcosa a mezz’aria e cominciò a tirare.
«L’ho presa, l’ho presa» si mise a gridare. Alcune persone che stavano prendendo il caffè al bar si spaventarono e gli corsero vicine.
«Cosa succede, professore, si sente male?»
«No, no, anzi… aiutatemi non ce la faccio da solo…» Nello sforzo di tirare qualcosa a sé, nel vuoto, all’anziano cattedratico erano venute bianche le dita delle mani e aveva preso ad ansimare.
«Ma cosa sta facendo, professore? Perché fa così?» domandarono non vedendo nulla davanti a loro.
«Prendetemi per la vita, presto, tirate anche voi! Per carità!» Un po’ per la perentorietà del comando, un po’ per la stima incondizionata di cui l’uomo godeva in paese, i pochi astanti lo aiutarono. Il primo si mise dietro al professore cingendolo ai fianchi con le braccia. Gli altri a loro volta si piazzarono alle loro spalle a formare una catena umana.
«Cosa stiamo facendo, professore?» gli chiesero tutti.
«Non ce la facciamo, chiamate altre persone!» quasi implorò. E l’ultimo della coda andò di casa in casa, di negozio in negozio. Bisognava aiutare il professore… non ce la poteva fare da solo, si trattava di un’emergenza, bisognava far presto. Così si unì il fabbro con i suoi centotrentadue chili di muscoli ferriginosi, i gemelli Taddeo, la squadra di canottaggio al completo, Bepi, il Toledo, Rumi il boscaiolo. Ma nonostante la fila si ingrossasse e la gente facesse del suo meglio, la forza stava avendo la meglio, guadagnando terreno.
«Cos’è che tira così tanto, professore? Eppure non si vede un bel niente» chiese il maresciallo che accarezzava la pistola d’ordinanza pronto a usarla.
«È l’Utopia» balbettò il pensionato per lo sforzo. Se riusciamo a trattenerla tra noi non avremo più malattie, non invecchieremo più, non dovremo più faticare per vivere, rivedremo le persone care che non ci sono più, saremo felici insomma… È tutta la vita che l’aspetto e ora all’improvviso è arrivata».
«Luto Pia?» fece il maresciallo aggiustandosi il berretto. E poi vedendo che non riceveva risposta e constatando con quale impegno la cittadinanza stava lottando per qualcosa che non si vedeva neppure, si unì anche lui imitato ben presto da tutti gli altri abitanti, comprese le donne e i bambini. Ma l’Utopia continuò a tirare e tirò ancora, metro dopo metro, portandosi a spasso il serpentone per le vie del borgo. Un paio di volte sembrò persino che stesse per cedere, ma poi a un certo punto diede uno strattone irresistibile e si portò in cielo tutto il paese.