Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
domenica, 24 agosto 2008,15:30

Il soggetto Z era davvero interessante, benchè dopo anni ne furono perse le tracce. L'unico uomo sensibilmente ignorante privo di ombelico e privo soprattutto della menzogna (il male dell'umanità, concime di migliaia di interazioni sociali, ebbene lui ne era immune) fu inconsapevolmente vittima di un grande intrigo pasticciato, di spessore internazionale. Le storie di rapimenti ad opera di fanatici, viaggetti interstellari su pianeti rossastri e meditazioni pro-gregge erano appunto storie per camuffare, paraventi di ben altra verità scomoda.
L'uomo eccezionalmente immacolato dalla bugia aveva, ai tempi degli exploit da circo, accumulato molti debiti da gioco, proprio perchè non sapeva barare nemmeno con un avversario di 10 anni. E nonostante questo deficit incalcolabile, lui perseverava nel gioco e nel divertimento, dilapidando così i suoi guadagni e diventando povero incallito, felice ma impiastro, rischiando di mettere a repentaglio la sua nuova vita con l'ermafrodita tra i rami del ciliegio celebre nella zona.
E si sa che i soldi servono sempre, denaro fresco e contante e sonante, anche un uomo senza ombelico e senza bugia lo capirebbe e ne avrebbe bisogno, tanto più se è un uomo sfortunato e tapino che punta alle carte e non sa barare per vincere la posta in palio. Fu allora che il personaggio Z, che dunque sale alla ribalta delle nostre cronache, decise di vendere la propria non-arte: si, vendersi. In un mondo che fa della menzogna un pilastro sociale, lui era una rarità, una mosca bianca, una perla di magia nel deserto sub-sahariano. Non ci volle molto tempo e ben presto, grazie ad amicizie comuni e grovigli di contatti traversi, fu notato da un grande e ricchissimo sceicco di origini americane-europee (padre fiammingo e madre argentina per la precisione, cresciuto in Kuwait tra commistioni di razze e popoli) che nella sua carriera fortunata conosceva solo oro nero e oro giallo. Questo divino, brillante ma strano arabo, preso da un capriccio di chi non ha da fare altro che contare ricchezze, volle a tutti i costi un nuovo monumento-soprammobile da porre nella sua reggia gigantesca tra limousine d'oro massiccio e harem di vergini piccanti. Meglio ancora sarebbe stato, per il suo immancabile prestigio di cattivo gusto, un soprammobile umano e quale poteva essere se non addirittura un uomo che non sapeva mentire e che non aveva il nodino sul ventre? E quindi, dietro a prospettive rosee di mari e monti, anche il nostro Z non seppe dire di no allo sceicco e cadde nella rete dei suoi tirapiedi, che misero in piedi stravaganti stratagemmi per celare il suo viaggio improvviso di non ritorno. Ma non tutto filò come sperava Z, forse non fu una mossa giusta e tranquilla, come vivere all'ombra di un albero di ciliegie.
Nel deserto la sabbia scotta e talvolta morde.

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mercoledì, 06 agosto 2008,19:06

Il soggetto sottoposto al trattamento, che per comodità continueremo a nominare A31Z452Y, mostrerà segnali impercettibili o quasi nei primi nanosecondi trascorsi dalla formulazione delle domande. Il che non esclude affatto che ci siano delle rispondenze tangibili e captate dai sensori e dagli elettrodi applicati. Il soggetto infatti sentirà formicolii vari distribuiti rapidamente sulla superficie della pelle e per tutto il corpo, proprio mentre i neuroni si stanno attivando, scambiandosi preziose informazioni e veicolando una strategia di reazione allo stimolo esterno di natura estremamente culturale e poco fisica. Cultura già. Questo fattore è quanto mai fondamentale per conoscere e comprendere le reazioni umane a una batteria di items che fioccano come vermi solitari nel ventre di un malato terminale. Supponiamo dunque tre nazionalità e conseguenti culture del soggetto imputato all'esperimento.
Dunque avremo tre soggetti diversi, che per estrema comodità definiremo X, Y, Z.
Il primo, soggetto X, di nazionalità thailandese si ribellerà come preludio di istinto alla penetrante e insinuante luce del giorno, cambiando posizione del corpo più volte e con un certo ritmo, scuotendo la testa leggermente e battendo le palpebre: è assiomatico dedurre che la principale strategia del thailandese è quella di formulare menzogne a semplici innocue domande, non trattenendosi da un certo panico nei relativi distacchi di tempo che scorrono via con un determinato andamento.
Questa sua concezione della realtà vigente deriva culturalmente, per l'appunto, da esperienze vitali ed eredità genetiche di secoli di vittimismo gratuito al fronte delle dittature politiche subite e delle carestie e situazioni precarie sociali avvertite e sopportate. L'insegnamento assimilato e radicato pertanto sarebbe: non giocare a carte scoperte, prima che il padrone si arrabbi.
Arriviamo al secondo esempio, un secondo soggetto Y, di chiare origini europee, diciamo pure danesi.
Il cittadino nordico non obietterà nulla di preponderante e forse nemmeno penserà di rispondere in quella manciata di secondi trascorsi dalla formulazione dei quesiti a video del computer con il termine idrocefalo o reticenza o peggio ancora con una bestemmia anti-clericale.
No, piuttosto il soggetto danese mostrerà con sintomi perfetti l'essenza della sua freddezza d'animo. In lui non ci saranno rossori in volto, nè sguardi attoniti e neppure fugaci leccate di labbra. I suoi occhi brilleranno nella maniera più composta possibile e poi il soggetto, d'accordo con un ordine di tipo astrale e maniacale delle interne sinapsi, focalizzerà l'attenzione sulle risposte, precise e impeccabili, senza il benchè minimo strascico di tradimento o imbarazzo. Risposte che saranno aderenti con la sicurezza di sé e la fierezza di un popolo d'origine abituato nei secoli a cavalcare il freddo e le opportunità di una storia ingrata dal punto di vista socio-politico-militare.

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lunedì, 21 luglio 2008,22:51

Lo smalto nero brillava sulle sue unghie. Le sue dita affusolate e magre saltellavano in sincronia perfetta sulla tastiera del portatile. L'uomo si stropicciò gli occhi e poi sbadigliò. Era intontito dal sonno, dalla staticità di una domenica come tante altre, dalla malinconia e forse anche dall'ultimo spinello, preparato in tutta fretta.
Già, la domenica. Il giorno maledetto della settimana. Il giorno in cui Dio si riposò, dopo aver ultimato la sua opera gigantesca. Tutte cazzate. La domenica era il giorno della noia e la noia era il fiato fetido del diavolo. La grande città si muoveva sempre nervosa, nonostante la calma del pomeriggio; poteva udire dalla finestra spalancata lo scorrimento veloce delle auto lungo la strada principale che portava all'aereoporto. La domenica lo rendeva anche inquieto, forse perchè si accorgeva di essere rimasto solo e lontano. Lontano dagli amici di un tempo, da quel che restava della sua famiglia. Distaccato dai grandi disegni. E quanto sei distaccato dai grandi disegni, quando ti mantieni spremendo le tasche di alcuni ricchi e ignoranti figli di papà in una città anonima, una città che non ti appartiene, allora tutto ti appare più lontano, distaccato, irraggiungibile. L'uomo si accese una sigaretta, accartocciò il pacchetto in un colpo secco e si avvicinò al davanzale.
L'aria esterna era frizzante e all'orizzonte, tra i palazzi dalle finestre lucide e le sagome delle montagne distanti, si scorgevano delle nuvole grigie, come tanti piccoli batuffoli.
L'uomo respirò con calma, riempiendosi i polmoni, pensando agli occhi che gli bruciavano da qualche minuto. Colpa delle lenti a contatto, probabilmente. Poi riflettè sul suo monolocale preso in affitto da due mesi, così buio e desolato, un ambientino che non riusciva a trattenere a dovere la luce naturale del giorno. Si sentiva soffocato da una realtà vuota, senza più attrattive.
Quando abitava nella sua terra, la situazione era ben diversa. C'era più luce, innanzitutto. E c'era più piacere. Oh si.
Tornò a sedersi comodo di fronte alla sua chat erotica. Jackie e Pamela si stavano per spogliare, inquadrate nella webcam, l'ultimo indumento prima del reggiseno. Roba grossa. E sembrava, una volta tanto, non siliconata. In un mondo dove persino il cibo rischiava di essere artificiale, una tetta al naturale era sempre benvenuta. Anche in una stramaledetta domenica.
Ci fu un breve ronzio al citofono. Poi un altro e un altro ancora, più prolungato.
Si alzò, sbuffando e sbadigliando. Spinse il tasto di apertura del portone e si grattò una natica.
Doveva essere uno dei tizi abituali per il rifornimento post-sabato. O forse uno di quelli che ne aveva sempre bisogno, fregandosene del giorno.
Per fortuna lui aveva orario continuato. Non si faceva mai trovare sprovvisto. I guai del mondo cominciano dove inizia la sbadataggine, diceva sempre sua madre.
L'uomo si massaggiò le tempie, spense il mozzicone e si appostò dietro lo spioncino. Aveva voglia di fare una lunga nuotata in piscina, circondato da gente che conosceva.
Non appena si richiuse la porticina cigolante dell'ascensore, aprì la sua porta con circospezione.
Il ragazzo poteva avere si e no diciotto anni. Capelli conciati come se fosse un indiano con lo scalpo, piercing al sopracciglio destro, occhialoni neri firmati Armani, jeans strappati, scarpe da ginnastica colorate, camicia azzurrina aperta sul petto, viso abbronzato di lampada. Uno dei tanti della nuova generazione con il culo parato e senza un segno di fatica sul corpo.
Sorrise e gli porse la mano ornata di anelli. L'uomo la ignorò e lo fece entrare con un cenno spazientito.
- Hai fretta eh?
- Non mi piace perdere tempo sul pianerottolo. Che vuoi?
Il ragazzino si tolse gli occhiali scuri e mostrò il suo viso intero da tossico.
Tossicchiò due volte e poi disse: - Ce l'hai oggi? Non sapevo se potevo passare.
L'uomo si leccò le labbra.
- Io ce l'ho sempre. Non dimenticarlo, lo sanno anche i tuoi amichetti. Quanta ti serve?
- Una dose.
- Bene. Fa cinquanta.
Il ragazzino gli lanciò uno sguardo spento, da pesce bollito.
- Facciamo due allo stesso prezzo.
L'uomo sorrise, a metà tra il divertito e il sorpreso.
- Facciamo che te ne vai a fanculo sotto un ponte.
- Ok, ok. Sei nervoso eh?
L'uomo scrollò le spalle e attese.
Il figlio di papà sganciò due pezzi da cinquanta dal portafogli di pelle nera.
- Aspetta qua. Torno subito.
L'uomo raggiunse il cucinino e trafficò sulla mensola, le mani nella zuccheriera. Prese due sacchetti di polvere finissima. La farina più buona che ci sia, come la chiamava quel tizio giù al parco. Poi diede una rapida occhiata alla pistola sistemata tra i barattoli del sale e dello zucchero. Allora rivide la sua faccia. La faccia piena di sangue in quella notte. Rivide la violenza nei suoi occhi e nei suoi gesti. Rivide la scena, il massacro. Rivide quel qualcosa che si era scatenato e che non era umano. Tutte le immagini che si sforzava di dimenticare travestite in una pistola scarica.
Tornando, scoprì il ragazzino che tentava goffamente di spiarlo.
- Ecco. Sparisci ora.
Quando richiuse la porta d'ingresso, vi si appoggiò con entrambe le spalle e sospirò.
Solo, sempre solo. Solo in una città di eccessi. Solo in un'avventura che non aveva chiesto.
Provò di nuovo quel fastidio agli occhi ma stavolta non era solo bruciore.
Erano lacrime. Di quelle vere.

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martedì, 24 giugno 2008,22:31

La porta della classe si apriva spesso durante la mattina, da più di un mese ormai. Le maestre accompagnavano sempre gli altri bambini, soprattutto per andare al bagno.
Ma da qualche tempo alcuni bambini venivano accompagnati fuori, in un'altro edificio vicino.
Riccardo guardò adesso il suo compagno preferito di giochi, Nicola, che rientrava dopo due ore in aula. Aveva gli occhi tristi e il viso pallido. Sembrava che provasse dolore, ma senza piangere. Nicola era noto a tutti per la sua risata e gli scherzi incredibili che combinava ogni volta. Ora però era cambiato. A dire la verità, erano cambiate anche le tre maestre. Loro osservavano a lungo tutti i bambini, li accarezzavano anche quando facevano chiasso e sbattevano sul pavimento le sedie di plastica colorate, poi da un giorno all'altro ne accompagnavano alcuni fuori per riportarli qualche ora dopo, come era successo a Nicola. E poi avevano i loro fogli di carta, con gli elenchi dei nomi di tutti gli iscritti della scuola materna.
Riccardo stava per avvicinarsi a Nicola, per chiedergli cosa fosse successo e per sapere se voleva giocare con lui, quando una delle maestre chiamò il suo nome.
L'ombra della donna, alla luce del sole proveniente tra le tendine della finestra, sovrastava il corpicino di Riccardo.
- Riccardo, oggi farai un gioco diverso. Vedrai, ti piacerà. Ti accompagno, seguimi.
Il viso del bambino dai riccioli castani era incuriosito ma esitante.
La donna gli ammiccò e sorrise radiosa, indicando la porta a vetri.
- Coraggio, ci sono altri tuoi compagni lì. Sarà bello. Poi torneremo qui.
Riccardo allora la seguì a piccoli passi, voltandosi indietro soltanto una volta per guardare Nicola. Stava piangendo in un angolo e un'altra maestra cercava di consolarlo, sempre sorridendo.
Appena fuori dall'istituto, svoltarono a piedi verso destra, superando il cortile interno. Riccardo notò che le altalene erano desolatamente vuote, dondolate appena dal vento.
La maestra lo tirò leggermente per la sua manina e lo condusse al portone di un palazzo altissimo, di fronte alla scuola, dopo aver attraversato le strisce pedonali al semaforo.
Riccardo salì le scale insieme alla donna, raggiungendo il primo piano. Si respirava un cattivo odore di umidità. La porta d'ingresso era chiusa e la donna si affrettò ad aprirla, facendo tintinnare un grosso mazzo di chiavi. Poi spinse con delicatezza Riccardo.
Nel grande salotto della casa, le finestre erano chiuse e il buio era quasi totale. C'erano delle candele accese in fila sul tavolo di marmo. Il divano era ricoperto di stracci, mentre alcuni grandi cuscini ricoprivano il pavimento. La donna gettò le chiavi sul ripiano in cucina, dopo aver sbarrato accuratamente la porta. Il bambino non riusciva a distinguere le forme e i contorni delle altre persone, non ancora, ma sentiva che c'erano. Un odore di zolfo riempiva il corridoio e si udivano dei lamenti.
La maestra affiancò il bambino, sempre titubante e un po' impaurito. Riccardo avrebbe voluto scappare via. Non riusciva a capire quale gioco bello ci fosse lì dentro. Voleva solo ritornare indietro, dai suoi compagni. Si voltò verso la donna ma prima che potesse parlare, lei lo bloccò con una mossa fulminea delle braccia e la sua mano gli tappò la bocca, premendo sulle labbra.
- Ascoltami Riccardo: non devi gridare. Se lo fai, il gioco finisce ancora prima di iniziare e dirò ai tuoi genitori che sei stato un bimbo cattivo e che non meriti di stare in mezzo agli altri compagni di scuola. Ora stacco la mia mano, ma devi prima promettermi che non griderai. Per nessun motivo. Chiaro?
I suoi occhi erano opachi e spenti, sembravano senza anima. Riccardo li guardò a lungo prima di abbozzare un si con la testa.
La donna sorrise, mostrando denti anneriti dal vizio del fumo. Poi prese un fazzoletto dalla borsetta, sempre tenendo a bada il bambino.
Dal salotto, nel frattempo, provenivano suoni diversi che sembravano prima lamenti e poi sospiri e qualche urlo. Riccardo si spaventò moltissimo, sbarrando gli occhi per riuscire a vedere meglio. Tutto ciò che riconobbe il bambino in quella stanza rivestì i suoi peggiori incubi di sempre.
C'era la giovane bidella arrivata da poco, Tiziana, senza vestiti addosso che stava accovacciata su una bambina che si lamentava. La bidella faceva degli strani movimenti e delle strane cose che Riccardo non aveva mai visto. Altre due donne, maestre di diverse classi a scuola, ridevano e bisbigliavano qualcosa agli altri bambini, cinque in tutto, seduti sul divano e immobili come fossero imbambolati. 
La maestra spinse Riccardo nel salotto, stavolta più bruscamente. Il bambino vide del sangue sul pavimento e degli strani oggetti appuntiti sul tavolo. Iniziò a piangere e a implorare di voler andare via, perchè il gioco non gli piaceva, non gli era mai piaciuto.
La donna raccolse un crocifisso di legno imbrattato di sangue e iniziò a bruciarlo alla fiamma della candela.
- Guardami Riccardo, guarda verso di me. Se continui a piangere e a lagnarti, sarò costretta a farti male. Il gioco non è ancora iniziato e tu non vuoi più farlo? Vergognati.
Il bambino singhiozzò a lungo, senza riuscire a calmarsi. La bidella si voltò verso di lui e sorrise, mentre teneva ferma la bambina con una mano sul suo piccolo torace nudo. 
- Gesù non vuole che bruci il crocifisso. Dirò tutto alla mia mamma. Voglio tornare a casa, non voglio giocare!
La maestra, delirante, continuava a bruciare l'oggetto sacro. Le altre due ridevano e toccavano i bambini nelle loro parti intime, imbrattandoli di sangue, lo stesso sangue che era sparso sulle mattonelle.
- Gesù è cattivo, più cattivo di te, brutto bambino che non sei altro! Se non la smetti di piangere, ti farò prendere dal diavolo nero! Mi hai capito?
Riccardo urlò ancora alla vista del crocifisso annerito dal fumo e dalle fiamme che la donna scagliò contro il soffitto. Poi lei iniziò a spogliarsi e a trascinare il bambino che era in preda al terrore lancinante. Prima di perdere completamente i sensi, stordito dalla maestra con una pezza bagnata, Riccardo vide il corpo nudo della bidella fremere sulla bambina distesa e in trance, vide gli altri compagni che fissavano senza muoversi le fiammelle guizzanti della candela, vide le tre donne usare quegli strani strumenti di ferro su di loro, vide tutto il sangue brillare nell'oscurità. Il bambino dai capelli ricci mormorò la parola mamma prima di chiudere gli occhi.
Il gioco stava per iniziare, anche se non era il bel gioco che la maestra gli aveva promesso. E sarebbe durato ancora a lungo.

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domenica, 11 maggio 2008,10:51

Il vecchio si dondolava lentamente alla sedia, scrutando la linea offuscata dell'orizzonte con i suoi occhi grigio azzurri. Quell'estate la sua campagna non era mai stata così rigogliosa.
Centinaia, forse migliaia spighe di grano si muovevano pigre, spinte da sussurri di brezza calda. Il sole batteva ma il tramonto era ormai vicino.
L'uomo continuava a dondolarsi, riflettendo sul tempo e sul destino. Argomenti da vecchi, da gente che odia di esserlo ma sa che non si può tornare indietro.
Era rimasto solo da anni. Era abbastanza abituato da poterci convivere senza ulteriori affanni, senza chiedere aiuto. Forse non era poi così vecchio.
Il grano continuava a danzare davanti al portico della sua casa, un deserto sconfinato di bastoncini flessibili.
Ripensò per un attimo ai cani randagi. Ripensò subito dopo all'urlo di sua moglie. La loro bambina, la loro unica figlia stava per cadere dalla bicicletta, circa trent'anni fa. Sua moglie aprì la porta appena in tempo per vederla vacillare. Fu allora che gridò spaventata. Il motivo non fu il rischio di una normale caduta dalla bicicletta. Dal grano, da quelle spighe danzanti, comparve il muso ringhiante di un cane nero.
Sua moglie gridò più volte e lui accorse dalla rimessa sul retro; la bambina cadde su un lato ferendosi al ginocchio e al polpaccio, macchiandosi di terra il vestitino, iniziando a piangere. Però non vide mai quell'animale intruso che sembrava volesse avanzare minaccioso e uscire allo scoperto sotto il sole acceso di luglio.
Ora, a distanza di così tanto tempo, il non più giovane vedovo si ricordò di quell'episodio apparentemente senza senza significato.
Si aspettò quasi di vedere ricomparire quel cane, invecchiato magari quanto lui.
Allungò la mano destra tremante e afferrò il bicchiere. Mentre sorseggiava il suo vino immaginò la scena.
Quel bastardo di cane, che all'epoca aveva aggredito a sangue vari bambini di altre case nei dintorni, si faceva largo tra le spighe, il pelo ispido, i baffi sporchi di sangue secco, i denti accuminati. Solo che adesso non era proprio un cane vivo. Il tempo non trascorre allo stesso modo per animali e uomini, lo sanno anche i sassi.
Quel cane barcollava, come se volesse aggrapparsi alle poche forze residue, barcollava e ringhiava, non rinunciando al proposito di seguire l'istinto famelico, di attaccare. Attaccare e uccidere.
Il vecchio, che non era mai stato un uomo onesto nella vita e che aveva più volte abusato di sua figlia a insaputa della moglie, mantenendo con prepotenza dei torbidi segreti, sghignazzò al sole morente di quell'ennesimo giorno.
Vuotò il bicchiere e si pulì l'angolo della bocca con il polso ruvido. Quell'estate era speciale, non solo per la campagna florida. C'era qualcosa nell'aria, la si fiutava come un leone con il sangue e il sudore della preda. C'era qualcosa di magico e di perverso, di nero come il pelo di quel fottuto cane.
Magico e perverso. La fine di qualcosa e l'inizio di un'altra.
Quando si alzò dalla sedia a dondolo di legno consumato, il sole era già basso e le ombre stavano per inghiottire gli spazi. La ragazza che torturava quotidianamente, rinchiusa in cantina, lo stava aspettando. Chissà se oggi quella troia avrebbe gradito un po' di fragole fresche prima di essere violentata. Il vecchio se lo domandò, corrugando la fronte come se fosse di fronte a un dilemma universale.
Il vento cessò ma qualcosa continuò a muoversi nel mare di grano, qualcosa pronta ad attaccare. Il vecchio però non potè accorgersene, la sua mente era altrove.

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lunedì, 07 aprile 2008,22:48

Tommaso correva nel cortile della scuola, in mezzo ai cespugli, tra gli alberi di pino, calpestando le foglie secche cadute sul vialetto.
Correva goffo, con movimenti imprecisi e lenti, una buffa macchietta tra tanti ragazzini sorridenti e perfetti. I suoi pantaloni di lino, che molti dei suoi compagni avrebbero definito sfigati, svolazzavano ad ogni piccola falcata.
Gliel'avevano promesso già dall'inizio di quella maledetta settimana e di solito loro mantenevano sempre le promesse. L'unico ragazzo down dell'istituto era rosso in volto, ormai senza fiato e alcune lacrime gli rigavano le guance. Correva da solo, sentiva il vento di aprile spirargli sulla faccia. Ancora qualche metro e avrebbe svoltato l'angolo. Avrebbe raggiunto il professore che stava sistemando la rete per la consueta partitella di pallavolo. Avrebbe...
Un sassolino delle dimensioni di una biglia lo colpì con forza tra le scapole. Tommaso gemette e rallentò la sua corsa. Fu raggiunto dai suoi inseguitori, quattro compagni di classe che ridevano come pazzi. Uno di loro, quello più vicino a Tommaso, lo bloccò prima che lui potesse raggiungere l'insegnante.
Il tipo che aveva lanciato la pietra, con gli occhiali da sole e i denti storti, gli assestò un calcio ai testicoli. Tommaso si inginocchiò subito, dolorante.
- Dove cazzo credevi di scappare, brutto coglione?
Tommaso non li guardò nemmeno, intento a fissare per terra e a stringersi le parti intime.
- Tienilo e non farlo gridare. Non abbiamo molto tempo.
Quello con gli occhiali da sole e un altro compare iniziarono a colpirlo più volte con schiaffi e pugni, mentre il terzo ragazzo gli bloccava le braccia.
Il quarto trafficava con il suo telefonino per attivare l'opzione della fotocamera, ridendo con divertimento. Sarebbe stato un video perfetto, meglio di quello che avevano registrato Luca e gli altri dell'altro liceo.
- E questo non è abbastanza, maledetto deficiente!
- Te l'avevamo detto che ti prendevamo, idiota!
- Prendi questo, cazzone mongoloide!
Tommaso continuava a subire le botte senza opporre resistenza e senza lamentarsi più di tanto. Era già successo altre volte e sapeva che in questo modo passava più in fretta.
Il segreto era non fissarli negli occhi. Tutto sarebbe scivolato via meglio.
- Stai riprendendo, Giacomo? disse uno dei picchiatori.
- Dal primo all'ultimo secondo, non preoccuparti...
Dopo altro pestaggio, i tre ragazzi si guardarono tra loro e fecero un cenno di assenso con la testa. Tommaso restava inginocchiato e a testa bassa. Tremava, senza emettere un suono. Giacomo spense la fotocamera con un'espressione di soddisfazione immensa. Gli altri lo rialzarono e lo spinsero con le spalle al muro. La loro vittima aveva il volto livido, dei graffi sul naso e una ferita calda sul labbro inferiore.
- Guai a te se parli con qualcuno. Dirai che sei caduto come un povero coglione ritardato. E' sempre un'ottima scusa per te.
- E se ti scopro a guardarmi in quel modo come hai fatto l'altro giorno, te ne pentirai. Ti inseguiremo di nuovo per rifarti il culo, mi hai capito?
Tommaso chiuse gli occhi e fece un lieve segno affermativo con la testa.
Monica, la ragazza più bella e fighettina della sua classe, aveva assistito di nascosto a tutta l'intera scena. Quando i quattro assalitori se ne andarono fischiettando e chiacchierando come se nulla fosse successo, Tommaso restò lì qualche minuto a singhiozzare. Poi scappò via, diretto verso gli spogliatoi, nella speranza di non incontrare nessuno.
Monica lo osservò a lungo. Succedeva spesso un casino del genere. Si scrollò le spalle, poi riprese il suo cellulare e finì di scrivere il messaggio al nuovo tipo con cui usciva la sera. Si sarebbero rivisti e l'avrebbero fatto di nuovo, stavolta fumando qualche spinello. Era una bellissima giornata di primavera, in fondo. Non era necessario rovinarla per immischiarsi in un casino del genere. Dopo aver chiuso il cellulare, raggiunse le altre amiche al campo sportivo.
L'ora di educazione fisica era iniziata da una decina di minuti.

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martedì, 11 marzo 2008,19:19

Camminava su quella strada deserta, calciando sassolini e polvere. Stava arrivando il buio e lui non aveva alcuna paura. Il buio gli era amico, bastava conoscerlo.
Poteva riuscire a distinguere a malapena il guardrail che separava la circonvallazione dalla piccola pista pedonale al lato. Sulla sua destra un dirupo che si perdeva all'orizzonte. Niente altro.
Aveva letto un cartello stradale pochi minuti prima ma non ricordava cosa c'era indicato. Ricordava solo la parola cimitero. Aveva la vista annebbiata.
Continuò a barcollare, strisciando le suole sulla brecciolina e l'asfalto umido.
Il buio era il suo miglior amico e non poteva mai tradirlo. Bastava davvero conoscerlo per bene.
Ogni suo passo era un movimento confuso e delirante.
Il ragazzo proseguiva nel suo viaggio, un percorso senza destinazione e senza nome. Aveva incrociato delle macchine e un branco di cani randagi quando aveva attraversato i casolari abbandonati nella campagna. Gli animali erano fuggiti via, ancora prima di avvicinarsi a lui. Forse loro erano invasi dal terrore per il buio. Lui aveva imparato bene.
Nelle orecchie sentiva dei suoni strani, come lamenti ovattati. Il silenzio intorno a lui lo tranquillizzava. Un'atmosfera calma e desolata.
Indossava una camicia azzurra strappata su più punti e un paio di pantaloni consumati; i tagli e i graffi sul volto e sulle braccia erano profondi e brucianti; i lividi ai polsi e al collo avevano assunto un colore bluastro.
Ora riusciva a udire meglio le voci nella sua mente. Risate e voci dure, sprezzanti, cattive.
Non avrebbe saputo ricordare il suo nome, nè la sua città di provenienza, nè che giorno fosse. Non avrebbe saputo rendersi conto di quello che era accaduto la notte precedente.
Sapeva che doveva camminare senza fermarsi e doveva imparare sempre ad amare il buio, l'oscurità e la solitudine.
Le voci ridevano di lui. Gli dicevano di continuare e di non fermarsi per alcun motivo.
Il ragazzo proseguiva, fissando ogni cosa presente di fronte. Una macchina scura sfecciò in prossimità della curva e il guidatore non notò nulla di strano. I fari illuminarono la sua camicia chiara e il numero 666 tatuato a sangue sul petto nudo. Poi l'auto scomparve nel vortice del tempo che scorreva via.
Il ragazzo non poteva ricordare nulla riguardo alla sua identità. Ma poteva avere qualche residua immagine impressa nella coscienza. Immagini rapide, come flash a scorrimento continuo.
Il pugnale dal manico ornato di teschi bianchi. Il tavolo di legno massiccio. Il colore scuro del suo sangue. Le voci che recitavano litanie in coro. Le scritte e i simboli dipinti sul muro.
Superò un altro cartello stradale che annunciava l'ingresso al nuovo paese di provincia. Il ragazzo non lo notò neppure.
La sua mente elaborava le immagini, i suoni e gli odori di notti fredde e perdute in un'estasi sconosciuta.
Lui voleva soltanto amare il buio, come gli avevano ordinato di fare. E voleva ricongiungersi al loro signore. Quel signore che creava e distruggeva tutto a suo piacimento, il signore che adoravano nelle notti senza luna. Il signore dei loro desideri e dei loro piaceri.
I suoi passi proseguivano senza fermarsi, lenti ma continui.
Le voci ridevano impazzite nelle sue orecchie.
Il buio lo accoglieva come una madre protettiva farebbe con il figlio incompreso dal mondo.
Sarebbe finalmente giunta la notte maestosa, la morte del giorno e lui avrebbe goduto del buio.
Perciò continuò a trascinarsi, silenzioso e solo.
Quando, qualche ora dopo, la pattuglia della polizia lo fermò ad un incrocio, il ragazzo mormorò frasi senza significato e vomitò sangue fresco.
Il suo cammino terminò così ma il buio, quello che lui aveva dentro, non ancora.

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martedì, 29 gennaio 2008,19:19

Luci, c'erano tante luci colorate, riflessi e bagliori di un mondo subdolo che ti si attorcigliava come un ragno travestito da farfalla. Un mondo facile, dove tutto è permesso, basta prenderlo e afferrarlo. La bella vita che si veste di classe e che ha la merda dentro.
Luca continuava a guardarsi attorno, seduto al tavolino in fondo alla sala del privè. Era spaesato e confuso. Aveva ingerito pochissimo di quella roba assurda ma gli sembrò già abbastanza.
La musica era martellante, dapprima solo lounge e poco a poco sboccava nella house più aggressiva. Intorno a lui solo gente rampante, esibizionista, euforica, fuori di testa.
I barman al bancone si lanciavano le bottigliette al volo, in perfetto tempismo.
I corridoi che conducevano ai bagni erano affollati di tipi che tiravano droga come forsennati, tutti in allegra compagnia, comitive intere che si preparavano le dosi e poi tornavano in pista ancora più sballati di prima.
File di persone fuori dal locale erano tenute a bada dal robusto buttafuori di turno, in occhiali da sole e cravatta scura. La lista dettava legge e non c'erano molti santi.
Luca girava il bicchiere del cocktail tra le dita. Era venuta già la prima delle ragazze e gli aveva mostrato due pasticche bianche e una azzurra. Poi era iniziato il suo viaggio.
Adesso continuava a giocare con le rotondità del bicchiere, stravolto dal glamour di quella serata.
Seduto di fronte all'altro tavolo c'era un uomo, vestito come un banchiere o un imprenditore d'alto livello, uno squalo della finanza forse. Capelli lucidi e pettinati all'indietro, completo blu scuro e un ghigno indefinibile sulla faccia. Sorseggiava un bicchiere di vino e parlottava con un altro tizio, con una maglietta griffata e tanti piccoli disegni tribali tatuati sul braccio destro che si intravedevano ad ogni lampo di luce.
Parlavano e ogni tanto fissavano Luca, poi riprendevano a parlare e ridevano di chissà quale idiozia.
Luca posò il bicchiere sul fazzoletto di carta e cercò di non pensare a quella coppia di stronzi patinati.
Ripensò per un istante al suo amico, finito all'ospedale per uno stupido incidente dall'altra parte della città. I vigili stavano ancora raccogliendo i rottami del suo scooter quando Luca era riuscito a superare la folla all'ingresso. Mors tua, vita mea.
Ad un tratto una bionda si avvicinò al tavolo dei due sciacalli. Portava dei tacchi alti e una scollatura vertiginosa. L'uomo vestito da banchiere la fece sedere accanto e le sorrise, i suoi denti erano bianchissimi. La ragazza si sfilò un anello dal dito, mostrando in un semplice gesto tutta la sua avvenente bellezza. Probabilmente la classica puttana che combinava guai agli ormoni dei vip. Luca registrava ogni movimento di quella scena, osservandoli con circospezione.
L'altro ragazzo con i tatuaggi al braccio mise al centro del tavolo un paio di contenitori neri, simili a quelli delle pellicole fotografiche.
L'imprenditore rise ancora e la ragazza fece una smorfia di disappunto.
Luca sorseggiò il suo drink e fece finta di nulla, anche quando una coppia di gay passò tra i tavoli.
Circolarono dei contanti sul tavolo, oltre alle pellicole e ad alcune foto stampate. Le banconote passarono dalle mani tozze dell'uomo a quelle magre del ragazzo.
Poi la bionda si alzò con calma, baciò sulla guancia l'imprenditore e sgusciò tra la folla, forse alla ricerca del bersaglio accordato.
Luca temeva di essere scoperto e cercò di fare il disinvolto per gran parte del tempo, nonostante avesse la mente annebbiata.
Si avvicinò un'altra donna, stavolta una ragazza dai capelli lunghi e rossi, con un culetto niente male.
Gli passarono davanti agli occhi dell'immaginazione i ricordi del suo amico che adesso probabilmente era disteso su un letto d'ospedale con fratture multiple, diapositive sbiadite che si sostituivano una dopo l'altra.
La ragazza, che poteva avere una ventina d'anni, baciò a lungo la bocca dell'uomo. Il ragazzo tatuato si accese una sigaretta, buttando con noncuranza il pacchetto vuoto per terra.
Luca guardava e intanto ripensava al suo amico. Alla sua fissa per le moto e la velocità. A quella volta che si persero con quei drogati della cricca di Lorenzo.
La rossa si inginocchiò sotto il tavolo e l'uomo le fece spazio, spostando un po' le gambe. Lei si dimostrò abile e svelta ad armeggiare con i suoi pantaloni.
Luca ripensava alle nottate in spiaggia, giù alla villa degli zii, quando l'amico faceva il buffone con le altre tipe al bar della spiaggia.
L'uomo ammiccò con un accento di trionfo e indicò al ragazzo tatuato con un gesto rapido la figura di Luca.
Ma Luca non era più lì, almeno non con la mente.
Pensava al suo amico e pensava ai suoi discorsi di sempre.
La grande città è una bestia amara, gli disse una volta.
L'imprenditore, o almeno ciò che sembrava, rise di piacere mentre la rossa glielo succhiava con altrettanto gusto. Il ragazzo ghignò, continuando a fumare.
Luca finì il suo bicchiere, restituendo lo sguardo senza emozioni ai due coglioni.
La città è una bestia, avrebbe voluto rispondere al suo amico, ma qualche volta bisogna essere più bestie di lei.
E la serata scivolò così fino all'alba.

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martedì, 04 dicembre 2007,20:47

Guardò ancora l'acqua di sotto, ancora una volta.
Non aveva ancora contato nella mente come si era ripromesso. Il mare era calmo, tranquillo. Lui era agitato, disperato.
La luna splendeva all'orizzonte scuro, infinito. Da bambino immaginava con un certo terrore che quando la luna splendeva così piena e irraggiungibile di notte, il mare potesse liberare i mostri che si celavano durante il giorno nei suoi abissi. Mostri giganti che affioravano a pelo d'acqua, così grandi da occultare la faccia pallida di quel pianeta affascinante.
Mostri come lui. Solo un mostro poteva buttare così la sua vita.
Mosse la scarpa destra, facendo precipitare qualche sassolino che rimbalzò con tre tocchi sugli scogli sottostanti. Da lassù poteva vedere le barche dei suoi amici che esploravano il largo, come ogni notte. Il loro misero guadagno non compensava neanche di un quarto la fatica di quel lavoro maledetto. E quando il lavoro è maledetto, quando la società intorno è così piena di rischi e di opportunità, non è facile resistere da uomo onesto.
Lui lo sapeva e al tempo stesso si malediceva. Un mostro senza criterio. Un mostro che ha già dato in pasto all'illusione quel che restava di buono.
Altri sassi caddero dalla cima del promontorio e lui ritardava il conto alla rovescia.
Il mare è sempre stato scuro per uno come lui. E' sempre stato monotono, calmo, piatto, soprattutto d'estate.
Quelle macchinette al bar erano colorate, vivaci. Non erano mai spente, sempre generose. Ti facevano pensare a quanto può essere facile vincere e ottenere le grazie della fortuna. Ti facevano vedere lati di una vita che non conoscevi, come spiare da una fessura il mondo che c'è a fianco del tuo. Bastava infilare le banconote, nulla di più. Era tutto ciò che chiedevano. E iniziava il gioco. In fondo, la vita stessa non è un gioco? Si può vincere sempre, ma qualche volta capita di perdere.
Guardò di nuovo sotto. Il rumore sordo dell'acqua contro la terraferma era come una nenia. La luna aspettava la sua mossa, silenziosa come un gatto.
I suoi pantaloni stavano quasi per scivolare per il peso del piombo, retti alla meglio dalla cintura di cuoio. Scrutò l'orizzonte e nell'aria sentì quasi il profumo del pesce appena pescato, del ferro arrugginito dalla salsedine.
Stavolta il ragazzo cominciò a contare sul serio. Non poteva più tergiversare. Le somme erano fatte.
10, 9...
Le macchinette erano generose con chi lo meritava, con chi sapeva giocare. Ma capitava anche di perdere, anche solo una volta, perdere tutto e subito. Succedeva e bisognava rimediare in qualche modo.
...7, 6...
Nessuno l'avrebbe pianto, nessuno l'avrebbe ricordato. Nemmeno il suo cane. Nemmeno la sua povera vecchia mamma, in dialisi da quasi quattro anni. Forse bisognava solo pagare il conto salato. Niente altro. Il mare avrebbe capito e avrebbe accolto un altro mostro. Tutto qui.
...5...
Chiuse gli occhi, i muscoli delle cosce pronti e rigidi. Ripensò alle luci ingannevoli delle macchinette, ai suoni elettronici, alla plastica dei pulsanti. L'oro e la redenzione.
...4, 3...
Respirò tre volte di seguito, ritmicamente. Tutto il suo corpo era pronto al grande salto. Sapeva che la luna stava aspettando, lo sapeva senza guardarla. Ritto, in piedi sull'orlo del precipizio, il ragazzo contava a ritroso, riconoscendo appena in tutto quel buio dei numeri colorati. Verdi, poi gialli, poi rossi, poi arancioni, poi viola, come le luci di quegli schermi. Luci assurde, luci fantastiche, luci che ti ammaliavano e che promettevano la felicità, una via d'uscita alla monotonia, alla fatica, alla tristezza.
...2, 1...
Una voce languida subito gli parlò, in quel silenzio profondo e infinito quanto il mare.
Aspetta.
Lui tremò e poi si irrigidì. Un lamento lieve gli sfuggì dalle labbra ancora umide di liquore.
Aspetta. Aspetta ancora. Non è tempo.
Sbarrò gli occhi e osservò la luna di fronte, maestosa e superba nella sua bellezza.
Una nube passeggera ne aveva coperto un angolino in basso, come polvere di carbone. Gli apparve non più bianca e pallida, ma variopinta di colori sgargianti.
Udì la voce per l'ultima volta, indistinta.
Aspetta.
Non guardò più verso la distesa d'acqua. Non tremò più e non esitò. Sorrise appena e indietreggiò lentamente.
Prima di tornare al suo quartiere e alla sua auto, si liberò di tutto quel piombo.
Mentre lo faceva, continuò a sorridere
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