Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 10 novembre 2009,22:48

Scosto lievemente la tenda e mi accorgo che fuori piove. Lo stato di trance gioca brutti scherzi e ruba le ultime energie mentali. Energie superflue.
Una tempesta di acqua e fango fin troppo prevedibile.
La città ne è assalita, solitaria e silente sotto un mantra malvagio e cupo.
Sono giorni, forse mesi di oscurità e grigiore. Il tempo si è congelato, il tempo non vola più come prima. L'universo non ci appartiene e il mondo è diventato una pillola amara da ingoiare e digerire.
Le strade che riesco a vedere sono deserte, vuote, ferite.
Ho la febbre. Mi sento spossato e non mangio da due giorni. Sorrido sinistramente e non ho la forza di trascinarmi altrove.
Una febbrucola insolita, che conduce alla stanchezza, accompagnata da macchie sulla pelle, affanno e problemi respiratori.
Ascolto uno strano fruscio di lenzuola nell'altra camera da letto.
Ho paura e non so esattamente qual'è il nemico. In quest'appartamento condiviso ogni spazio di pavimento è stato violato da quando tutto è iniziato.
Ogni tanto mi tornano alla mente delle strambe metafore.
La luce di Dio ha abbandonato la scena, il sipario è mezzo consumato, la platea non paga più il biglietto. Una nuova onda, una nuova prospettiva. Cose così.
Non ci impiegherei molto a spiegare a qualcuno che non sa. Mettiamo che ci sia un morbo che sembra curabile, come tante patologie nella storia dell'uomo. Poi qualche variabile insolita accade. Si perde la sicurezza, si perdono le contromisure, si perde il controllo.
Come i dinosauri ci estinguiamo. Si. Siamo una razza impura, sola, in disequilibrio.
La gente adesso non respira più come prima, sopravvive e poi muore, così, senza combattere il round. Si muore mentre altri si ammalano e si contagiano e magari credono di farcela.
E queste catene sono così difficili da sopportare, queste catene sono ancora tese, queste catene non si spezzano.
Ancora quel fruscio. Poi silenzio. Poi un tonfo improvviso e violento, un suono minaccioso. Un rantolo. Una parola a metà, al limite del percettibile. Poi il nulla, il reset.
Chiudo gli occhi. Se n'è andato via un altro tizio. Non ricordo neanche più chi sia l'ospite della settimana. Come si fa a piangere?
Ho difficoltà a deglutire. Il respiro mi si strozza.
Mi tremano le mani. Perdo l'equilibrio.
Sudo freddo.
Non ho alcun pensiero di speranza.
Solo vuoto e una linea retta e infinita.
Vorrei suonare la chitarra per l'ultima concessione.
Vorrei.
Ma non sono.
Non sono più.
Questo è un incubo da ricordare.
Queste catene sono troppo dure.

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sabato, 24 ottobre 2009,01:26

La baracca abbandonata lì in mezzo, come un neo putrefatto su una vasta distesa di terreno arido, non avrebbe resistito a lungo.
Calcolai qualche notte ancora di autonomia e poi saremmo finiti, spazzati via con essa. Ci identificavamo con quell'ammasso di cemento marcio, ormai. Parole come estinzione, distruzione e
cessazione avevano riempito il nostro vocabolario da qualche tempo. Fin da quando l'orizzonte era apparso indefinito, dai colori scuri e minacciosi. Per l'esattezza fin da quando qualcuno aveva confuso le boccette in laboratorio, qualcun altro aveva schiacciato il tasto sbagliato per riempire il codice, qualcun altro ancora aveva dimenticato di monitorare le scorte degli antidoti. Bum. Il mondo è impazzito. Non esiste più un briciolo di pietà. Non che qualche anno prima andasse meglio. Ma il sergente qui, un uomo stanco e avvilito e senza un braccio,
staccato via a morsi, ci dice che dobbiamo essere noi i civili. Si fa chiamare sergente e non gli ho mai chiesto il motivo. A dire il vero, io non ho mai chiesto niente a nessuno. Mi trovavo al supermercato con il mio figlioletto, quando è scattato l'allarme e si è inferocito il caos totale. Ho perso tutto, cognizione del tempo, lavoro, reputazione, sentimenti, tutto, nel giro di una giornata interminabile. I film diventano realtà ogni tanto.
Ora, mentre scrivo il resoconto di oggi, non abbiamo niente: via la fiducia, via la speranza, via i residui di salute. Solo disperazione, combattiamo con quella, quasi a mani nude. I pochi
disperati sopravvissuti, racconterebbero. I pochi stronzi che non hanno ancora il coraggio di farla finita, correggo io.
Oggi è morto un altro compagno. Ha iniziato a urlare come un pazzo appena sveglio, poi si è strappato i capelli e i vestiti di dosso, correndo nudo verso il sole pallido e la scogliera a poca
distanza da questa radura squallida. E' finito in qualche modo: squartato, soffocato, caduto in mare? Non saprei, abbiamo tirato a sorte e la sorte continua a ridere di noi derelitti.
Il sergente ha mormorato qualcosa e poi ha richiuso gli occhi. Non fa altro che dormire quasi tutto il tempo, reggendo in mano la sua vecchia pistola scassata. Lui dovrebbe sostenerci,
forse è l'unico in grado di farlo con le parole. Conosce l'alfabeto e sa mettere insieme un discorso giusto al momento opportuno.
Poi ci sono loro. I nostri invasori. Il tumore che ha voluto distruggerci. Non sono alieni, non sono bestie, non sono parassiti o virus. Sono proprio come noi. Solo un po' meno morti, magari
meno butterati e di aspetto più presentabile. Camminano, non si fermano mai, giorno e notte. Hanno tagliato i fili, hanno sterminato i collegamenti, hanno calpestato le strutture che mettevano in condizione di abitare il pianeta nel modo ipocrita che sapevamo.
Deglutisco a fatica, continuo a osservare come una sentinella dietro agli alberi lì in fondo. L'aria si sta raffreddando lentamente qui fuori. Scoppiano tempeste di pioggia e grandine
improvvise, il fumo degli incendi ci annerisce la vista, deperiamo a vista d'occhio per la fame.
Loro invece sopravvivono, germogliano. E avanzano. E divorano la terra sotto i piedi. E conquistano. Ci fanno capire dove abbiamo sbagliato con il resto della loro umanità.
Sono i nostri fratelli fortunati chiamati a punirci. A fare tabula rasa sulla Terra, all'alba tetra di una nuova era. E io ho capito il motivo, ma mi guardo bene dall'esternarlo agli altri.
E tra poco ci arrenderemo. Non abbiamo altra scelta. Le opportunità sono sfumate, il gioco non da altre caselle su cui puntare.
Lontano, ma non abbastanza, si solleva la polvere. Stanno arrivando e hanno anticipato ogni nostra inutile previsione.
Li riconosco, seppur a fatica. Orribilmente la luce illumina i loro volti cattivi e risoluti. Eccoli, il mio vicino, mia moglie, il capo della fabbrica dove ho buttato via energie per anni, il dottore
che abita al terzo piano, gli amici di scuola. Armati fino ai denti, gridano vendetta e cose come pulizia, ordine, giustizia.
E ancora non dico agli altri il motivo per cui siamo braccati. Ansimo e digrigno i denti, in una smorfia mostruosa.
Non siamo altro che anime infette e tormentate, tratteggiate da tenebre e rimpianti. E il nostro inferno è prossimo quanto la loro salvezza.

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sabato, 19 settembre 2009,00:38

Trascorreva i suoi giorni, da molto tempo ormai, strisciando come un eremita stanco. La sua vita in balia dell'ordine, del calendario, dell'agenda, ma soprattutto in balia dell'ansia. Una compagna invadente ma esuberante che succhiava via l'anima dell'imprevedibilità, del vivere e prendere l'accaduto come viene, senza regole ferree.
E invece lui faceva delle regole i suoi padroni, totem imprescindibili di ogni gesto quotidiano e di qualsiasi progetto a breve termine.
Il nostro amico arrancava già dal mercoledi, con la patina di insolenza nei muscoli, conteggiando ogni santa mattina quanti capelli faceva cadere sul pavimento blu del bagno. La sua frustrazione era sapere che tutto fosse in ordine intorno, tutto al centimetro, tutto in apparenza perfetto, per non doversi preoccupare e sprecare energie. Un appartamentino in centro e le sue dannate regole era tutto ciò che gli spettava. E lui respirava quanto gli conveniva, solo e vegeto e in balia della paura di domani.
Fiutava pericolo a debita distanza, riconosceva dubbi e false speranze, rigettava illusioni, inghiottiva le ombre dietro l'angolo del corridoio, tremava al pensiero di mostri laidi e puzzolenti.
Già, i mostri. Lo aspettavano ogni sera, al rientro dal lavoro. Le luci della città, i film, le chiacchiere al telefono, le distrazioni al computer non bastavano: alla fine, dall'altro capo del tavolo, ruggenti e imperterriti c'erano sempre loro. Il nostro amico poteva scorgerli prima dello sbarramento della sua coscienza. Poteva temerli. Poteva anche riconoscerne i sintomi. Le violenze nel mondo, l'influenza messicana che sembrava terribile al prossimo inverno, l'inquinamento atmosferico globale... pericoli, sempre pericoli, incombevano come corvi sulla sua testa disperata.
La ragazza violentata dal branco di minorenni? Lo sapeva anche il mostro. La nera crocifissa in una chiesa statunitense? Il maledetto l'aveva spifferato in un sussurro infernale. Le vittime contagiate dal virus o per incuranze dei medici? Le creature nere avevano sentenziato il loro si.
Non poteva farli smettere. Erano la strega cattiva delle fiabe d'infanzia, la timidezza al primo rapporto sessuale con una ragazza nell'adolescenza, il terrore di perdere credibilità e il posto nella società perbene. Non riusciva a farlo, nè con la filosofia nè contando sulle relazioni umane. Nessun altro poteva scoprirli. E allora tanto valeva combattere la battaglia da solo.
Affidarsi a qualche specialista? Alla razionalità? L'unica via credibile per lui, che potesse alleviare tutta quell'ansia che montava dentro, era garantire ordine e regole nella sua casa.
Quindi fin dalle prime ore del mattino si impegnava chino a ripulire quelle mattonelle blu, mentre i sintomi dell'influenza suina là fuori si manifestavano nel mondo, spezzando certezze come dei rami secchi; rimetteva al loro esatto posto di ieri gli oggetti del suo comodino, per fingere di non avvertire la malsana presenza di quel mostro bavoso all'angolo; sistemava una volta a settimana la sua spesa e i suoi vestiti stirati così come doveva essere e la tv intanto gli preparava l'ennesimo servizio sullo stupro nella capitale o sulla tratta dei bimbi in pasto ai pedofili; spillava ciclicamente le sue bollette nell'apposita cartelletta del terzo cassetto della credenza per dimenticare tragedie e tumori.
E il tempo si consumava così, a cavallo della vita e viceversa, in un turbinio di scadenze rispettate e precise manovre intrise di un pallido clichè. Il nostro non riceveva un grazie e nemmeno gli serviva il riconoscimento altrui: voleva solo continuare imperterrito, evitando con accortezza disastri, guai e preoccupazioni.
Ma un giorno maledetto, un giorno qualunque, un giorno in cui si sentiva più stanco e teso del solito, scoprì tante cose: di non essere infallibile, di essere davvero solo, di non ricordarsi i prossimi impegni, di vedere di traverso un calendario dalle date al contrario, di imbattersi in un pavimento coperto di capelli e sporcizia, di possedere una casa piena di disordine e caos, di inseguire oggetti là dove non dovevano comparire. I mostri ruggivano soddisfatti, in agguato nelle ombre e in ogni pertugio possibile di quel buco ostile.
Brancolava nel buio di una situazione che si disfaceva letteralmente, una sconfitta progressiva, un lento decadimento. Osservò allora le mani, da sempre laboriose e impeccabili, che tremavano in preda a un raptus di confusione, stringendo un rasoio affilato e scintillante.
E mentre il suo stesso sangue l'opprimeva intorno al collo e alla gola e macchiava il tappeto del bagno che mai era stato violato, seppe che quei mostri erano i più forti e forse i più risoluti.

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martedì, 30 giugno 2009,09:19

L’odore salmastro vagava lì, confuso tra gli oleandri bianchi e rosa e il profumo dei limoni che si faceva largo a ondate nella lieve brezza che frusciava dal mare, risaliva la scarpata ricoperta da arbusti mediterranei e investiva la piccola stazione immobile e grigia. Il capostazione sollevava di tanto in tanto lo sguardo dalla sua lettura, per scrutare la figura femminile che era apparsa come dal nulla pochi minuti prima. Non ricordava di averla mai vista prima, né lì, dove conosceva tutti coloro che movimentavano la stazione andando al lavoro al mattino presto o ritornandone la sera, né in qualsiasi altro luogo: una come lei non passava di certo inosservata. I suoi occhi si spostavano sulle gambe affusolate che dimoravano, come tutto il resto, in un vestito che le fasciava i generosi fianchi e le faceva risaltare la curva del seno. I capelli raccolti, tranne qualche ciocca scivolata via dal fermaglio chiuso sulla nuca, evidenziavano un viso dall’incarnato scuro e due occhi troppo grandi per quell’ovale perfetto dal quale era sbucato fuori un sorriso rivolto a lui che ne era rimasto incantato. Per una donna così, sì, per una come lei avrebbe lasciato tutto. Sorrise a sua volta, ma amaramente. Facile dirlo, considerando che quel tutto era ben poca cosa. Un piccolo appartamento in affitto sull’unica tabaccheria del paese e un’auto sgangherata che si riprometteva di sostituire da anni per poi cambiare idea visto che non ne valeva la pena, manco chissà dove andasse. Sapeva cosa si diceva in giro di lui: che fosse troppo avaro per vivere decentemente. Come se sapessero cosa albergasse dentro la sua anima, che forse si era arrugginita come l’unico binario che controllava ogni santo giorno della sua vita affinché altre vite, più fortunate della sua solo per il fatto che avessero un altrove da raggiungere, gli passassero accanto e, se il treno sostava nella sua piccola stazione, a volte gli sembrava di cogliere in qualche sguardo che si affacciava dal finestrino, una specie di commiserazione nei suoi confronti. Avaro lui? Erano passati vent’anni da quando era arrivato in quel paese di mare che si popolava soprattutto in estate, quando il baccano delle stradine non cessava che a notte fonda, e nessuno poteva dire di conoscerlo veramente. Aveva qualche buona amicizia, se così si poteva dire,giusto per bere qualcosa insieme al bar e passare dei momenti in compagnia di qualcuno che non avesse da chiedergli un biglietto per partire. Ma poi, si poi, finiva tutto lì, col bicchiere svuotato lasciato sul bancone e la breve via verso casa da percorrere da solo e senza mai guardarsi indietro, senza pensare a ciò che era stato prima di. Prima di lei. Tutti quegli anni senza una risposta gli erano caduti addosso come un macigno, ecco cosa aveva nell’anima, un macigno che gli impediva di respirare altro che non fosse l’essenziale per la sua esistenza. Un “perché?” che gli aveva rosicchiato il cuore e mille congetture inutili che gli avevano fatto perdere il sonno nelle lunghe notti d’inverno, quando il buio che arrivava presto lo costringeva a ripiegarsi sul suo trascorso che così tanto gli aveva condizionato l’avvenire. Un passato ingombrante che, in tutti quegli anni, si era sempre frapposto tra lui e le poche donne che aveva conosciuto, con le quali magari avrebbe potuto costruire qualcosa di buono, se non fosse stato per l’impedimento ad andare oltre la semplice uscita di una sera. Certo una storia d’amore che finisce non è che un dolore da elaborare e da superare, cosa che riesce alla maggior parte della gente, mentre lui era arrivato al punto in cui non si chiedeva più perché non ne fosse stato capace. Ma stava vaneggiando. Quella presenza femminile che ora muoveva qualche passo avanti e indietro lo aveva distratto dal lavoro e mancava poco all’arrivo dei primi pendolari che avrebbero preso il solito treno delle 06,00. L’alba colorava di rosa il cielo e la brezza aveva lasciato il posto ad un vento più intenso e fresco, le stelle erano un ricordo della notte e la luna sbianchita si fece più discreta. Il capostazione sentì qualcosa di strano nell’aria ed un brivido gli attraversò la schiena, una sensazione inusuale si impossessò di lui e si sentì improvvisamente leggero. La donna si voltò e andò da lui:
- Un biglietto, grazie – gli disse muovendo le labbra dolcemente e guardandolo con un’espressione interrogativa negli occhi che ora a lui sembravano i più belli che avesse mai visto.
- Non mi ha detto per dove signorina – rispose lui ricambiando lo sguardo sorridendole sempre con quella strana leggerezza nell’anima che lo aveva sorpreso poco prima.
- Per altrove… - disse lei e lo incantò un’altra volta con il suo sorriso.
Il treno delle 06,00 sostava da qualche minuto sul binario mentre passi frettolosi recuperavano il ritardo col quale erano arrivati, qualcuno si affacciò allo sportello della piccola stazione grigia e immobile, altri provarono a chiamare fino a che una voce, dapprima timida poi sempre più insistente, si diffuse anche nei paesi vicini e raccontò che il capostazione era scomparso.

by Adelaide_Spallino | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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sabato, 20 giugno 2009,00:51

Mi chiamo Tom e una volta ero una rockstar, sapete?
No, cristo buono, non guardatemi così... come se avessi la lebbra o il naso storto o i denti messi male in bocca. Ero una rockstar ma adesso attraverso un periodaccio di quelli pesanti, quello che chiamano... uhm... pausa di riflessione. Si, riflessione, ecco, giusto.
Non giudicatemi dalla coperta stracciata, da questa catapecchia in subaffitto o dalla bottiglia puzzolente e semivuota di tequila che mi sfugge dalla mano.
Una volta ero il re e ci pisciavo sopra tutto il resto. Vacca troia, non guardatemi come se fossi un pazzo, non lo sopporterei. Vi giuro che ero in cima alle charts, suonavo con la mia banda di fronte a migliaia di scalmanati figli di puttana che pagavano il biglietto e godevo di una reputazione con i fiocchi nello showbusiness.
Ero il re dello spettacolo, ve l'ho detto. Non mi credete? Forse perchè eravate delle nullità all'epoca. Ma poco importa.
Adesso sono altri tempi, sono destinato a trascinarmi per quel che rimane di questa vita. La musica e il successo mi hanno sedotto e poi abbandonato sul classico ciglio della strada.
Succede. Anche ai migliori. Anche alle rockstar.
Beh, lasciate che ve lo racconti, in poche parole. E' tutta una merda di storia ma bisogna che ve la spieghi.
Ma non guardatemi così o vi prendo a calci, quanto è caldo l'inferno del demonio, si dice così? No? Mah.
Ai tempi d'oro dicevo quel cazzo che volevo e la gente scriveva per me questi aneddoti come fossero filosofie esistenziali. Ma non esistono più quei tempi, andati, succhiati per sempre via.
Glielo ripetevo sempre al produttore... e anche a quell'imbecille svalvolato del mio chitarrista. Il rock non fa marcia indietro con lo stile, altrimenti resti bello e fottuto in mezzo a un oceano di melma appiccicosa. Un briciolo di buon senso ce l'avevo ogni tanto, che credete?
Ma niente, non c'era verso. Dovevo seguire le mode, cavalcare... uhm... com'è che blateravano? Il trend, ecco. Sennò avrei perso credibilità e classifiche e contratti e... e fu l'inizio della fine. Tutto andò a rotoli, tutta la fortuna accumulata fu sciroppata da un risucchio del cesso più lurido che esista a questo mondo. E sapete un'altra cosa? I vizi si pagano. Oh si, si pagano fino all'ultimo. Le auto da corsa, i gioielli, le ville con piscina, le troiette, la bum bum in polvere bianca... e io pagavo ma mi sembrava di non smettere mai i conti su quella stronza d'una calcolatrice.
E ora eccoci qua. Accomodatevi. Sedetevi di fronte a me. Non temete, ero una rockstar ma ho iniziato dalla merda, come molti miei compagni.
Non dimentico le buone maniere, ma non guardatemi in quel modo. Non ci provate affatto! Guai a voi.
Non è colpa mia se l'alcool costa sempre caro soprattutto se hai pochi spiccioli in tasca, se inizio ad avere incubi e a sbavare di notte, se ho le convulsioni e se vi vedo ricoperti di vermiciattoli tipo sanguisughe sulla fronte.
E poi c'è il padrone di questa scatola di cemento marcio. Oh si. Lui è davvero un grande temibile bastardo, altro che metal e lingue di fuoco e spettacoli di sangue sul palco.
L'altro giorno ho visto un tizio alla tele, un tizio in pausa di riflessione come me. Dopo mesi che non si faceva più vedere in giro, lo ritrovarono soffocato da una busta di plastica, con la testa afflosciata sul volante della fuoriserie in garage. Che spasso. Forse è anche meglio di avere un padrone di casa che reclama ogni mese. La prossima volta credo che mi squarterà senza tanti complimenti. Di cosa avrei speranza? Lui non capisce il rock. Non distinguerebbe la chitarra elettrica dal peto di sua nonna.
Ma la cosa grave di questa situazione è un'altra. Anzi due. O forse tre, se contiamo il fatto che continuate imperterriti a fissarmi così, stronzi debosciati.
La prima è che ho finito la bum bum e non ho potere di averne dell'altra. Ma qualche tempo fa dovevate vedermi... altro che bum bum! Sarei finito su Marte direttamente. Viaggetto di sola andata. Ma non divaghiamo, altrimenti perdo il filo e mi fa male la testa e poi non ho l'aspirina e il fottuto bestione si rivolta contro di me e le sanguisughe... oh al diavolo. Ero una rockstar.
La seconda è che... beh... l'ultima spada... quella dei condannati... insomma... sono pigro, ecco. Ho la pesantezza che mi costringe a non fare le cose per bene.
Mi sento pesante. Incollato a questa poltrona lercia. Il mio culo ha le piaghe ma non voglio spostarmi. Pesantezza, si. Una piattola senza futuro, ecco cosa.
Eppure è lì, proprio lì, sul comodino, a cinque passi da dove sono sistemato. Me l'aveva regalata non so chi, è trascorso troppo tempo. Non so nemmeno da che parte di usa ma, ehi... che diamine! Ero una rockstar. Avrei potuto fare questo e molto altro prima.
Ora che è finita pure la bottiglia, non potreste per caso... beh si, avvicinare... insomma, un aiutino, niente di più. E non mi guardate così, cazzo!
Ero una rockstar magra, bella, smagliante e famosa. Coff, coff. Ops, ho sputato una nuova brillante macchia rossa sulla maglietta... non ci voleva...
Ehi ma... ma dove andate? Dove filate? Brutti infami. Fermatevi. Tornate indietro!
Guarda che mondo cattivo.
Ma si, brutti stronzi, andate pure, andate a frignare dal padrone di questa immondizia. Si, correte. Tanto nessuno mi troverà.
Ah ah ah.
Ero una rockstar!

by Univers | commenti (16) | commenti (16)(popup)
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sabato, 23 maggio 2009,00:46

Come quasi sempre, la donna andò a letto prima dell'uomo. Scostò le tende alla finestra e contemplò i raggi di luna sul metallo della ringhiera. Luna piena di una notte calma e fredda. Si distese tra le lenzuola, pensierosa. Troppo silenzio in quella casa. Non le piaceva, lo detestava. Si rigirò nervosa sul materasso, mentre l'uomo continuava a ubriacarsi davanti alla tv in salotto. Il ticchettio delle lancette proveniente dal comodino scandiva un ossessivo ritmo nella sua mente. Poi provò un brivido per tutto il corpo. Un fruscio vicino, qualcuno si era appoggiato sul letto. Riconobbe la sua bambina. Anna. Quando lei entrava nella stanza matrimoniale, era una gioia per la donna. Niente più quel malinconico silenzio.

"Mamma..." La vocina risuonò innocente nell'oscurità.

"Dimmi, amore mio."

"Ti sento triste."

"Non sono triste. Ci sei tu qui con me."

"Lo hai fatto?"

"Non ancora, bimba mia. Aspetto il momento giusto. Non è facile per me, lo sai."

"E' un uomo cattivo. E' stato tanto cattivo con me. Come fai a vivere ancora con lui?" si lamentò la bambina.

"Lo so, Anna. Non temere."

"Promettimi che lo farai... per non dimenticare quello che mi ha fatto. Ti prego. Fallo smettere. Per sempre."

"Non preoccuparti, piccola. Te lo prometto. Lo farò per te."

L'uomo spalancò bruscamente la porta. Trovò soltanto sua moglie rannicchiata e grugnì con disappunto.

"Che cazzo ti prende? Parli da sola?"

Lei non si mosse, facendo finta di dormire tranquilla. Lui la contemplò per un po' e tornò a bere alla sua poltrona.

Un caldo alito di vento soffiò sulla sua guancia. Nel buio, le labbra della donna disegnarono un sorrisetto sornione.

"Buonanotte, mamma. Ti voglio bene." disse la sagoma della bambina, prima di dissolversi.

"Anch'io, Anna." mormorò la donna con gli occhi chiusi.

by Univers | commenti (15) | commenti (15)(popup)
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martedì, 28 aprile 2009,18:40


Ho riflettuto tanto in questi anni. Ho smesso di parlare ma ho lasciato liberi i pensieri di vagare. Liberi di chiedere spiegazioni, di far domande, di tentare risposte, di accalappiare certezze.
E ho imparato una cosa. Si può correre stando fermi così come si può star fermi vivendo di frenesia e contemporaneamente di inettitudine.
Quando inizi a correre è perchè non sai dove ripararti dall'emergenza, perchè magari non hai pianificato un'acca.
Nella vita ognuno sa il fatto suo, qualcuno calcola i rischi, ben pochi ammettono delle responsabilità. Correndo, con la faccia sudata e irruente, comprendi che la vita ti segue a spanne, ti mette alla prova, ti prende in giro.
Il vento del nord che soffia da settimane è tuo compagno e consigliere, ammaliatore e seduttore di altrui segreti, ti sospinge verso l'errore; e tu cadi nel baratro dell'imprevisto, come quando il destino ha favorito un disastroso itinerario piuttosto che un comodo passaggio.
Io non volevo far del male. Non volevo abbassare i pantaloni. Non volevo tirare il grilletto. Non volevo, ma il male si manifesta in mille modi e con un solo medesimo scopo. Il male nero, il diavolo che ti ammicca, la luna storta del mondo, la piaga secolare dell'umanità.
E i deboli come i forti sono fatti sempre di sangue e carne e sentieri mentali da scegliere. Poco altro.
Siamo in tanti in quest'ala della prigione, ma troppo pochi rispetto al perdono.
Verrà un giorno, mi chiedo, in cui pioveranno frutti maturi e si canterà dappertutto di soddisfazione, tra boschi vergini e sinceri sentimenti?
Verrà un periodo di rinascita, di novità e vitalità? Verrà il momento in cui non smetterà di tramontare o di albeggiare?
Come l'acqua fluisce e scorre in un lavandino abbandonato, così provo a ricordare gli ultimi giorni che riesco a tenere insieme.
Un foglio bianco senza ispirazione. Un grigio mattino sempre uguale. Un luogo ameno dell'anima. E' proprio così che mi sento. Due Ave Maria ancora, per favore, Padre. Ma non basterebbero tutte le preghiere in svariate lingue di pile di religioni per placare il fuoco che ho dentro.
Non volevo seviziare, uccidere, trasmigrare nel male.
Eppure la mia mano trema ancora. Il mio sguardo è rabbuiato e insicuro. La mia lingua tace. I miei sogni sono di pece, come carboni putrescenti.
Sono un bambino che non ha mai ricevuto caramelle, sono un uomo mai cresciuto, un vecchio ancora ingenuo.
In affanno con la vita e in debito con la Signora Morte.
E mi appresto alla passeggiata più faticosa per me.
Ancora un Padre Nostro e poi, lo giuro, smetto.
Non si è mai leoni abbastanza, nemmeno per le strade più malfamate, nemmeno ai piani alti dei palazzi o nei paesi più potenti.
Canterò lodi che nemmeno conosco?
Viaggerò nel mio tempo e in altre menti?
Vedrò di nuovo alla moviola ciò che ho assurdamente seminato?
Rumore gracchiante di serratura. La bocca dello stomaco mi si blocca, divento un pezzo di marmo, rigido e freddo.
Mi fanno cenno che è ora. E' l'ora. E nemmeno un minuto di più.
Loro non sanno, non vogliono immedesimarsi. Conta la giustizia, conta il loro salario mensile e le scommesse sulle partite.
Cerco di muovere le gambe, di sorreggermi. So a malapena come si fa.
Il cammino più faticoso. Non lungo ma tanto faticoso.
Quel corridoio scuro che sembra non avere fine ma tanta solenne pragmaticità.
Un altro virus sta per essere debellato.
Il mio ultimo cammino. Testa alta, cuore in subbuglio.
Padre Nostro, seguimi. Ultima fermata per un condannato.

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venerdì, 17 aprile 2009,06:25

Chi erano quelle persone che stavano mettendo a soqquadro la sua stanza? Aprivano i cassetti e tiravano fuori la sua roba senza neanche chiederle l’ autorizzazione. Se avesse potuto le avrebbe prese a bastonate cacciandole in malo modo da casa sua: un tempo nessuno si sarebbe permesso di fare una cosa del genere. Ma la sua condizione le impediva di ribellarsi a quello scempio, mentre la rabbia che andava montando dentro di lei, non trovando vie di fuga attraverso gesti d’ira o insulti, girava vorticosamente tra le sue viscere come un mulinello d’acqua e risucchiava ogni barlume di energia che le era rimasto. Era stanca e non ricordava come mai il ginocchio destro le facesse tanto male. Così si limitava a spostare gli occhi ora da una parte, dove un giovane uomo osservava attentamente dei fogli di carta che aveva trovato nella sua scrivania, ora dall’altra, dove una donna, giovane anch’essa, sceglieva con cura dei vestiti dal suo armadio decidendo quale dovesse finire nella grande valigia aperta sul letto e quale in un sacco di plastica nera. L’uomo borbottava qualcosa di tanto in tanto rigirando tra le mani quei fogli ingialliti e irrigiditi dal tempo trascorso ed anche lui sceglieva cosa tenere e cosa no. Ebbe un moto di stizza che le fece fare una smorfia: e se avessero buttato via qualcosa che per lei era importante? Come si permettevano? Si agitò sulla sua poltrona, l’uomo si voltò verso di lei e le parlò con dolcezza: “Mamma sono solo vecchie ricevute che non servono più. In questi cassetti hai conservato l’inverosimile, mi ci vorranno ore per capire quanto vi sia di utile ancora.” Lo disse così, con voce piatta,senza nessuna certezza che lei avesse capito.
Ritornò a rovistare tra carte di ogni sorta: lembi di quello che un tempo era stato un qualche certificato medico, rettangoli sbiaditi che immaginò fossero stati scontrini fiscali e appunti vari scritti con la sua riconoscibilissima grafia “disinvolta”, come lei aveva raccontato che le avesse detto un suo insegnante al Liceo.
La donna sbuffò: “Mamma, non hai un vestito nuovo neanche a pagarlo! Oddio! – sgranò gli occhi mentre le mostrava una gonna sgualcita – questa me la ricordo bene, la indossavi per la mia Prima Comunione. Sono passati più di trent’anni!” Si sedette su un lato del letto e poi parve parlare a sé stessa: “Le si dovranno comprare un po’ di cose, perfino le sue ciabatte sembrano aver passato la trentina!”
Il fratello si limitò ad un laconico “ci penseremo” prima di avventarsi su alcune scatole da scarpe poste sotto la scrivania.
L’avevano chiamata entrambi mamma ed in effetti ora che li guardava meglio ne riconosceva i lineamenti e poteva risalire attraverso il viso e la corporatura del figlio alla figura di suo marito: uomo che l’aveva adorata e viziata oltremisura, a detta di quanti non avevano mai avuto la benché minima cognizione di cosa fosse il vero amore. Era la figlia che invece somigliava a lei: stesso cipiglio, stessi capelli che lei aveva avuto da ragazza; perfino la voce era simile, ma senza quel certo non so che di selvatico nello sguardo con il quale lei aveva conquistato il suo Livio. Stava risalendo la china della memoria ed il momento di lucidità si presentò violento e inaspettato dai figli, oltre che da sé stessa.
Si alzò con fatica e ignorando il bastone poggiato accanto alla poltrona si avviò verso la porta della camera:
“Mentre voi due ragazzi vi intromettete nella mia vita, vado a prepararvi del caffè. Sandro non permetterti di gettare nulla che io non abbia prima visionato. Lo stesso dico a te signorina.” Non diede loro il tempo di replicare che già aveva sbattuto con forza la porta dietro di sé.
Le mani tremanti riuscirono a chiudere la caffettiera, la mise sul fuoco e restò a guardarla pensando a quanto stava subendo.
“Figli ingrati! Se ci fosse il padre qui non oserebbero farmi questo. Non oserebbero…”
Strinse i pugni e gli occhi si inumidirono al pensiero del suo Livio. L’uomo che l’aveva sposata facendone una regina posta al centro di un mondo accondiscendente con fisime e capricci di ogni genere. Un uomo che l’aveva sempre protetta da tutto e tutti, che aveva giustificato col suo comportamento la personalità infantile della moglie e ne aveva decretato l’impossibilità a responsabilizzarsi anche attraverso la maternità. Lui scudo tra lei ed il mondo, lui filtro tra lei ed i figli. Livio che era stato più padre di sua moglie che marito e che probabilmente aveva cercato nell’insano modo di amarla di riscattare la grande differenza di età che li divideva. Erano passati anni dalla sua morte ed in tutto quel tempo trascorsa senza il marito lei era rimasta ancorata agli oggetti che lo ricordavano e tutto in quella casa era andato in malora giorno dopo giorno senza che lei avesse tentato mai una volta di porvi rimedio. Poi venne il tempo in cui cominciò a dimenticare dapprima di prendere la pillola per la pressione, poi di prepararsi il pranzo, fino a che le stravaganze caratteriali che l’avevano sempre identificata non iniziarono a cedere il posto a preoccupanti segni di decadimento fisico. Era stato difficile per i figli distinguerli, ma quando finalmente non ebbero più dubbi decisero che era ora di portarla in un centro adatto, dove si sarebbero presi cura di lei.
Non sentì l’odore di bruciato, né vide la mano lesta che spense il fuoco sotto la caffettiera gorgogliante. Senti che la tirarono per un braccio. Si voltò verso una giovane donna e le chiese stupita: “chi è lei?”.

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venerdì, 20 marzo 2009,06:44

Il barcone si era allontanato da ore dalle coste libiche ed il sole, finalmente tramontato, aveva ceduto il passo ad una leggera ma fresca brezza che rinfrancava in parte il carico umano diretto verso nord ovest.. Indisar lasciava che il dolce rollio provocato dall’ acqua cullasse la sua stanchezza, cercando di mettersi quanto più comodo possibile nell’angusto spazio che si era guadagnato a fatica. Non riusciva a distendere le gambe e si sentiva stringere da un lato e dall’altro dagli altri compagni di quel viaggio che lo avrebbe portato finalmente lontano dai lutti, dalle miserie del suo paese. Aveva contrattato a lungo il prezzo del suo sogno ed alla fine aveva pagato mille dollari americani per salire su quel natante in pessime condizioni, tanto che prima di salpare si era chiesto più volte se non fosse il caso di rinunciare; aveva sentito troppe volte di gente come lui che non ce l’aveva fatta.
Sapeva che gli scafisti, una volta approssimati alle coste italiane, erano soliti gettare uomini e donne nelle acque del Mediterraneo quando avvistavano il pericolo di una motovedetta, riuscendo spesso a farla franca. Sapeva anche che quelli che morivano in mare, se non venivano raccolti subito, erano restituiti, dopo qualche giorno,dalle correnti che li portavano alla riva che era stata la loro mèta da vivi. Ma, ripensando a ciò che si lasciava alle spalle, si era fatto coraggio tenendo a mente una frase e ripetendola più volte “Ero vivo tra i morti, non arriverò morto tra i vivi.” questo si diceva, sorridendo, mentre la luna ammiccava dal cielo e sembrava dare man forte alle sue speranze. Non aveva nulla con sé Indisar, come del resto tutti i passeggeri del barcone, ma si portava dentro il segno profondo dell’abbraccio confuso di sua madre, rimasta al villaggio con quello che restava della sua famiglia un tempo numerosa ed ora sterminata dalla guerra civile. Una donna minuta e invecchiata nella metà del tempo impiegato dalle donne occidentali; non si spiegava Indisar come potesse contenere tutta quella quantità di addii e di sofferenze che avevano rosicchiato i suoi anni più belli. Distolse il pensiero da sua madre e si guardò intorno, aveva sete e fame, i crampi allo stomaco si facevano insistenti ma poteva resistere: non sarebbe stato un problema per lui, abituato a mangiare decentemente solo quando arrivavano gli aiuti umanitari. Il barcone era carico all’inverosimile, si trattava per la maggior parte di giovani uomini, qualche bambino e poche donne; una di loro era incinta e sembrava anche in stato avanzato. Era seduta di fronte a lui con l’aria smarrita e tutta la paura possibile sprofondata nei suoi occhi scuri; il marito, che le sedeva accanto, aveva cercato ripetutamente di rassicurarla prima di addormentarsi esausto,ma Ai’sha continuava ad ascoltare il battito tumultuoso del suo cuore mentre con una mano si accarezzava il grembo: delicato involucro che conteneva il suo bambino. Indisar sorrise verso quel viso così immeritatamente turbato che timidamente ricambiò e si distese per un attimo che il ragazzo fermò nella sua memoria per sempre. Il sonno lo abbatté poco dopo, ma fu solo un gioco di dormiveglia che, se non lo ristorò almeno lo aiutò a passare quella notte che sembrava infinita su quel mare nero e luccicante. All’alba vide i primi raggi di sole imbrogliarsi con la linea dell’orizzonte, fece per alzarsi ma un dolore secco alle ginocchia glielo impedì e poi non c’era nemmeno lo spazio per fare due passi se non camminando sui corpi ammassati che ancora erano assopiti. Cominciò a diffondersi il puzzo nauseante degli umori rilasciati da chiunque durante la notte con la complicità del buio, Indisar si era vergognato a morte e aveva trattenuto la sua urina ed ora le fitte spastiche gli attanagliavano il basso ventre. All’improvviso iniziò una strana agitazione attorno a sé, vide Ai’sha raggomitolarsi su sé stessa in preda a quelle che capì essere le doglie del parto, il marito chiamò aiuto dicendo che era troppo presto, che non era il tempo. Alcune donne si fecero largo e cercarono di soccorrere la ragazza che sanguinava mentre gli scafisti guardavano da lontano infastiditi dal trambusto che rendeva ancora più precaria, se possibile, la stabilità del barcone. Indisar dovette far leva su sé stesso per non vomitare alla vista di Ai’sha in quelle condizioni e del marito che la teneva tra le braccia e la pregava di non abbandonarlo, ma lei non lo guardava più e sentiva la vita uscirle fuori senza che potesse far nulla per trattenerla. Si lasciò andare proprio mentre si avvicinavano sempre di più al profilo di una piccola isola il cui nome, imparato a memoria e mai compreso, fu mormorato in un sommesso passaparola “Lampedusa… Lampedusa?” Ma Indisar non ci fece caso perché la morte, da cui fuggiva, sembrava perseguitarlo e non dargli tregua, anzi, ora lo sovrastava attraverso la bellezza di quella giovane donna e gli trasmetteva il senso sconfinato dell’ingiustizia. Se ne sentiva invaso e dolorosamente coinvolto, sapeva che ne sarebbe rimasto segnato per sempre e che, dovendo cercare un motivo per non lasciarsi sopraffare dalla sofferenza di quel viaggio e di tutto quello che rappresentava per la sua vita, lo avrebbe trovato racchiuso nel ricordo del breve momento in cui Ai’sha gli aveva sorriso.

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sabato, 07 marzo 2009,01:35

Il deserto intorno a lui sibilava boccate di sabbia dorata, finissima e bollente. I tacchi degli stivaletti in pelle si erano consumati dopo giorni intensi di marcia inesorabile.
Era lo scenario della perdizione. Carcasse di animali morti, tracce di pozzanghere ormai rinsecchite, il silenzio e un vuoto indefinibile. Osservò quella desolazione e vide che era cosa buona e giusta. Suo padre cavalcava i secoli, disfacendo regni e distruggendo miti e speranze. Lui doveva esserne il successore, afferrando con trionfo lo scettro del potere.
Del resto il tempo scava la fossa per tutti, anche per chi aveva giocato a dadi con la sorte troppo a lungo. Lui ne era cosciente e avrebbe dovuto pazientare ancora per poco.
Attendeva in verità con ansia e desiderio il giorno in cui si sarebbe avverata la profezia degli Antichi. Le stelle e i pianeti sbiadivano quando il suo sguardo toccava la coperta del cielo, gli stolti si addormentavano storditi ad ogni suo sbadiglio, il terreno calpestato dai suoi piedi diveniva arido e putrefatto. Era cresciuto all'ombra, dall'ombra stessa era nato e nell'ombra avrebbe regnato con il pugno duro e il cuore sprezzante per il futuro.
Guerre, carestie, violenze erano lo sfondo adatto alla sua processione, come lugubri fanfare e il canto sgraziato di un gallo a due teste.
Mormorò parole impercettibili e subito la brezza divenne vento di tempesta. I segni erano evidenti ormai, la profezia era stata chiara. Erediterà dal padre l'intera armata degli scontenti, discendenti di errori e di eresie. Suo padre sarebbe stato fiero della sua grandezza e anzi, ne avrebbe ammirato le gesta dagli inferi più bui e terrificanti. La successione doveva compiersi in un sacrificio di sangue; gli Antichi ne descrivevano da sempre, di generazione in generazione timorosa di Egli, tutti i passaggi da compiere.
Sorrise e il suo volto fu segnato dai ricordi inenarrabili.
Mentre a qualche metro scorse un lungo serpente grigio che strisciava solitario tra le dune, ripercorse alcune delle eclatanti analogie sulle gesta compiute.
Suo padre aveva smosso le acque di interi oceani, rendendole bollenti come fuoco liquido; lui avrebbe potuto annebbiare intere città.
Suo padre aveva corrotto l'anima degli stupidi che credevano di ottenere il potere, illudendoli di essere scelti per comandare le società; lui avrebbe potuto guidare come pedine di una scacchiera gli esseri immorali del globo completo.
Suo padre aveva rifatto a piacimento muraglie e piramidi, giardini e foreste, fogne e caverne, montagne e ghiacciai. Lui avrebbe potuto farle svanire con un colpo di ciglia.
La rilevanza del potere è tale se si centuplica in trasmissione. Si massaggiò le tempie e rise con gusto, stavolta, mentre attendeva l'arrivo del rettile, docile presagio del male che si compie.
Dall'altura di un pinnacolo di pietra millenaria, dalla parte opposta a distanze considerevoli, l'Uomo Senza Età digrignò i denti marci e i suoi occhi lanciarono piccoli lampi di elettricità.
Quel miserabile e ingrato sbruffone di figlio non meritava il posto nel disegno degli eletti. Conosceva i trucchi ma non fino in fondo, bramava solo ciò che non ancora aveva guadagnato.
L'Uomo Senza Età gli leggeva i pensieri come lettere d'addio e allora decise di utilizzare una delle sue magie, tra le più efficaci. Inspirò lentamente e gonfiò il petto fino al limite, poi si piegò, quasi accartocciandosi e urlò, uno squillante foro nella quiete del deserto. La sua voce divenne l'eco di un terremoto, la sua presenza significò una macchia di un morbo oscuro, il suo corpo si definì e si smontò, tramutandosi in una creatura crudele sotto l'essenza di un serpente.
Lo stesso serpente grigio che stava strisciando famelico proprio lì in mezzo alle dune.
E quando schizzò il sangue del figlio martoriato tra le sue fauci velenose, le ossa sepolte dei suoi antenati vibrarono come corde di violino in un concerto maledetto.

Thanks to: l'ispirazione di 'anneheche'.

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