Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 17 novembre 2009,10:24

La prima volta che lo vidi, di lui mi colpirono la bandana bianca e i calzoni da militare strappati poco al di sotto del ginocchio. Erano gli anni in cui Rambo urlava la sua rabbia disperata dentro e fuori la tv, attraverso le voci non ancora virili di schiere di ragazzini che si rincorrevano con coltelli di gomma tra i denti e fucili giocattolo nelle mani, mentre il vento scompigliava i capelli che avevano lasciato crescere col disappunto dei genitori. Erano tutti piccoli reduci di guerra, avevano tutti ferite da ricucire stringendo i denti e fascette sulla fronte da far sventolare sullo sfondo vermiglio delle esplosioni.

Lui no. Lui sembrava nato così, dentro quei calzoni verdi e marroni, con quell’espressione che sembrava scolpita nella pietra. Poteva confondersi con tutti gli altri, se non fosse per il fatto che non era più un ragazzino, ma c’era qualcosa nel suo modo di fare che suggeriva (no, non lo suggeriva, lo urlava) che lui era così, un sopravvissuto, ben prima che i tanti piccoli Rambo invadessero i prati imitando il loro idolo.

Questo mi colpì di lui la prima volta che lo vidi, bandana bianca e calzoni da militare. Ero piccola, non ricordo quanti anni avessi ma ero piccola. Se lo avessi visto molto tempo dopo, tra i sedici e i diciotto anni ad esempio, probabilmente mi avrebbe colpito il fisico abbronzato e forgiato da ore di palestra o gli occhi di quel verde scuro che ricordava i boschi di aghifoglie. Se lo vedessi ora mi colpirebbe il suo viso troppo giovane.

La seconda volta che lo vidi, alla bandana bianca e ai calzoni da militare si era aggiunta una canottiera verde, ma fu la moto a catturare tutta la mia attenzione. Non saprei dire che tipo di moto fosse, non ero appassionata di moto allora e non lo sono adesso, ma ricordo che era nera e che, su essa, lui sembrava più piccolo che mai. La seconda volta che lo vidi fu anche l’ultima.

In quel tratto, l’Aurelia era un lungo rettilineo d’asfalto che il sole d’agosto faceva tremolare all’orizzonte e, ad entrambi i lati, la campagna toscana appariva satura del giallo spento del fieno e dell’odore lontano del mare. Tutti noi (e per noi intendo tutti i villeggianti o buona parte di essi) eravamo radunati all’entrata del camping in attesa di vedere l’esibizione del motociclista. In realtà, io ero lì per puro caso. Stavo andando in piscina quando avevo incontrato due ragazze che conoscevo di vista, di almeno una decina d’anni più grandi di me.

«C’è poca gente oggi in piscina, sono tutti a vedere Angelo che fa le acrobazie sulla moto» mi spiegarono.

«E chi è Angelo?»

«Uno schianto!»

L’ho già detto, ero troppo piccola per far caso a quanto fosse uno schianto, ma col senno di poi posso dire con certezza due cose: che uno schianto lo era davvero e che “uno schianto” erano le parole più appropriate che si potessero dire. Andai. Vidi e udii lo schianto che fece la sua testa contro il cartello che segnava il km 136 dell’Aurelia.

Tutti i piccoli Rambo, reduci di chissà quante guerre, eroi di chissà quante storie, si nascosero piangenti dietro le gonne delle loro madri.

La bandana bianca diventava rossa.

I calzoni da militare erano ridotti a brandelli sull’asfalto.

 

Oggi lascio un fiore ai piedi di quel cartello.

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sabato, 31 ottobre 2009,01:59

Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.

 

Sono anni che non vedo tante stelle. Lontano dalle luci della città, il cielo esplode nella sua bellezza in una sfavillante manifestazione della magia più grande, quella del volto sereno di una notte d’inverno. Ce ne sono state un’infinità nella mia vita, notti tanto belle che mi addormentavo piangendo di gioia. In tutte, tu eri con me. Inizio a scordarle. Amore mio, inizio a scordare quelle notti che avevo giurato di tenere con me per sempre. È per questo che sono qui. Ora, prima che io perda anche l’ultimo ricordo di noi.

 

Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.

 

Dicevi che ero il tuo lupo, che avevo gli occhi di un lupo quando ti guardavo e ti volevo, che guaivo come un lupo quando mi accucciavo su di te dopo l’amore e aspettavo le tue carezze. Io stavo zitta ad ascoltare il silenzio, a godermi il tocco delle tue mani e a respirare il tuo odore. Ma io non sono un lupo, io non conosco l’ordine delle foreste. Non ho saputo portarti in Paradiso. Eppure era quello che volevo fare, non desideravo altro che prendere la luna per farle sorvegliare le tue notti e un frammento di sole per farlo splendere sempre sulle tue giornate, non desideravo altro che raccogliere i tuoi sogni più belli in uno scrigno da lasciarti sul comodino perché tu lo aprissi ogni volta che volessi riviverne uno. Non desideravo che la tua felicità.

 

Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.

 

L’aria è fredda nel bosco, mi punge la pelle come se volesse avvertirmi di un pericolo incombente. Non importa, non ci sono pericoli che possano spaventarmi più di quanto non faccia già l’idea di un’altra alba senza di te. Abbandono il sentiero e prendo la via degli animali inoltrandomi nel fitto degli alberi. Davanti alla mia bocca il respiro si condensa in nuvole bianche che si dissolvono in un istante, davanti ai miei piedi la nebbia gioca a creare volute ingannatrici. Ho perso l’orientamento già da un po’, ma continuo ad andare avanti: non sto seguendo un itinerario, non ho una meta. Cerco lui. E lo troverò, dovessi camminare per tutta la notte.

 

Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.

 

Sono venuta fin qui con queste parole nella testa. È un antico canto funebre che intonavano gli sciamani rumeni per invocare lo spirito guida del lupo che avrebbe condotto il defunto nell’Aldilà. Al momento non riesco a capire se le sento davvero o se le sto solo immaginando. Non importa neanche questo: lui è davanti a me, l’ho trovato finalmente.

Il lupo mi guarda con occhi fieri. No, amore, non somigliano ai miei, sono molto più belli, hanno qualcosa di nobile, di antico e di eterno. Un giorno li vedrai anche tu, tra moltissimi anni, quando la vita ti avrà dato tutto quello che desideri e allora, forse, ti ricorderai di me.

 

Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.

 

«Portami con te.»

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martedì, 06 ottobre 2009,08:53

La pagina bianca sul monitor del pc mi guarda quasi con pena, muta testimone della mia inadeguatezza, del mio scarso talento e della mia naturale predisposizione al compatimento.

È inutile: io non so scrivere.

Io so star dietro a un improvviso flusso di pensieri, spiare un paio di personaggi per raccontare le loro gesta e, a volte ma non sempre, guardarmi intorno e descrivere ciò che vedo, ciò che mi sembra di vedere e ciò che vorrei vedere.

Punto.

Non so fare altro. E quello che so fare io non è scrivere. È barare.

So costruire un periodo corretto, sono in grado di scegliere le parole appropriate tra una gamma più che vasta, posso seguire la consecutio sfidandola a sfuggirmi senza perdere mai, neanche una volta.

Ma questo non è scrivere.

E quella pagina bianca che ronza sul monitor e nella mia mente ormai da giorni ne è la prova schiacciante.

Ho provato qualunque cosa, tutti i miei trucchetti da ciarlatano: ho usato tutti gli assi nelle maniche ed estratto tutti i conigli dal cilindro. Ho montato le proposizioni in modo impeccabile, le ho smontate e rimontate in tutte le forme che conosco. Ho provato a inserire figure retoriche ad effetto per poi abbandonale una ad una. Ho tentato col linguaggio aulico, epico, gergale, futuristico, persino con vari dialetti. Ho scritto in rima e in prosa, ho assecondato la musicalità delle frasi e ho volutamente creato dissonanze. Ma quel foglio resta bianco: ogni tentativo è un fallimento, ogni fallimento toglie un punto al mio score artistico. Che poi coincide col punteggio che ora do alla mia vita.

Un foglio bianco è tutto ciò che mi lega a te.

E con tutti i miei abbellimenti stilistici, i miei voluttuosi ricami, la mia tecnica perfetta e la mia forma magistrale, con tutte le mie inutili parole, non so neanche scrivere che ti amo.

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venerdì, 04 settembre 2009,07:00

La musica del pianoforte si sentiva già dalle scale, si fondeva con il battito del mio cuore e con i miei passi incerti, ricamando sogni sull’abito grigio della mia realtà. Io cercavo di tenere un filo più o meno coerente di pensieri, mi ripetevo quello che dovevo fare (tornare in quell’appartamento, prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo), ma continuavo a smarrirmi in un oceano di ricordi, inerme e impaurito come il più sprovveduto dei naviganti che troppo tardi si accorge di aver sfidato il mare a bordo di una bagnarola.

Tornare in quell’appartamento, prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo.

Lei suonava in salotto, avvolta dalla luce del sole che splendeva oltre la finestra e che solo adesso, solo su di lei, avevo notato. Da quanto il sole non mi sorrideva più? Non lo sapevo, non sapevo più niente. Mi muovevo come un automa in mezzo alla gente, riflettevo le emozioni degli altri con la fredda indifferenza di uno specchio. Vivevo per inerzia.

Prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo.

Non so se sentì il mio sguardo, la mia presenza, o se più semplicemente mi vide, ma ebbe un attimo di esitazione e la battuta restò incompleta nel silenzio che incombeva.

«Continua, ti prego.» Forse lo pensai soltanto, forse lo dissi, non lo so con certezza. Tuttavia lei riprese da dove aveva interrotto.

La musica tornò a cullarci e il mio pensiero volò in un altro tempo, quando lei era ancora mia. Rimasi incantato a guardarla. Il suo volto era sereno. I suoi occhi si alzavano ogni tanto per posarsi su di me e allora mi sembrava che sorridesse, ma, di nuovo, non posso esserne sicuro. Le sue mani si muovevano veloci sui tasti. Dio mio, fammi toccare di nuovo da quelle mani e poi puoi anche riprenderti la mia vita.

Sbagliò una nota.

«Non guardarmi così…» Sbagliò di nuovo.

«Perché?»

«Perché questa sonata la so a memoria, ma se mi guardi così non ricordo più niente.»

Fece una pausa forse più lunga di quanto lo spartito indicasse, poi andò avanti con il secondo tempo che a me sembrò molto più dolce del precedente. O era lei che aveva indossato i panni della sirena per mandare in frantumi la mia ridicola imbarcazione?

«Che sonata è?» Non me ne importava niente né del nome né degli scogli che si avvicinavano.

«La Patetica di Beethoven. In genere la suono meglio…» Tacque, e a me sembrò che non avesse mai suonato così bene.

Prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo.

«Come vanno i tuoi racconti?» mi chiese all’improvviso, prima che potessi muovermi, o anche solo pensare di muovermi.

I miei racconti… I miei racconti erano l’unico posto in cui potevamo stare ancora insieme. E andavano malissimo: naufragavano assieme a me.

«Vanno» mentii.

Lei suonò le ultime note e io rimasi inutilmente in silenzio a sperare che ce ne fossero altre.

«E se questo fosse un tuo racconto cosa accadrebbe adesso?» Si alzò in piedi e fece qualche passo verso di me. Bianca contro lo sfondo nero del pianoforte, sembrava un angelo venuto a scacciare il buio.

«Ti prenderei tra le braccia e sarebbe per sempre.»

«E allora perché non lo fai? La realtà non vale un tuo racconto?»

Prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo.

«Perché nella realtà non esiste per sempre. Non arriva il finale a celebrare un momento e a far credere che sarà eterno. Nella realtà c’è un dopo, e il dopo non è mai felice.»

 

Ricordo perfettamente quella mattina di Aprile in cui sei venuto da me. Stavo suonando il piano, ero felice in quel momento; la musica ti solleva dolcemente e ti porta in un mondo di nuvole e di onde azzurre, ti riempie l’anima con la luce e il calore del sole e in cambio chiede solo di essere tradotta da un foglio di carta, sprigionata dallo strumento che la contiene.

Ero tornata la sera prima dal mio lungo viaggio, un mese di lavoro in paesi stranieri, di giornate grigie e corse all’aeroporto, di pioggia e di notti solitarie. Ma in quel lungo buio c’era stata una luce che aveva rischiarato lentamente l’orizzonte, che si allargava a illuminare il paesaggio della mia vita. Il pensiero di noi due continuava ad affiorare nella mia mente con la forza del desiderio di nuove emozioni e la speranza di tornare alla felicità che avevo perso da troppo tempo e che solo tu sapevi darmi. Appena finito il lavoro, senza attendere oltre ho preso l’ultimo aereo della notte e sono tornata a casa. Sono tornata da te.

Quella mattina, mentre le note di Beethoven scorrevano veloci tra le mie dita, anche se non avevo alcuna ragione e alcun diritto di farlo, io ti stavo aspettando. Era come se La Patetica stesse scandendo i tuoi passi sulla strada, come se ti stesse accompagnando per i viali alberati che separavano le nostre abitazioni, attraverso quel parco in cui andavamo così spesso a passeggiare in primavera, lungo quella strada della pasticceria dove mi portavi quando mi vedevi un po’ triste, e poi ti immaginai mentre salivi le scale fino al mio appartamento, a passi svelti, fino alla porta.

Un brivido mi corse lungo la schiena: eri dietro di me! La tastiera mi sfuggì sotto le mani come sapone. Non riuscii a pronunciare una parola.

Mi chiedesti di continuare a suonare. Come se fosse facile suonare con una tempesta di emozioni che ti esplode dentro. Era come se leggessi quegli spartiti per la prima volta. Povero Beethoven! Il primo e il secondo tempo della sonata procedettero tra scivoloni e passi inciampati, finché finalmente non arrivai all’ultima nota e potei avvicinarmi a te. Avevi un viso triste, ma continuava a incantarmi. Cercai qualcosa da dire e ti chiesi dei tuoi racconti. Adoravo quando me ne dedicavi uno, quando mi dicevi che ero la fonte della tua ispirazione. Se quello fosse stato un tuo racconto…

«Se questo fosse un tuo racconto cosa accadrebbe adesso?»

«Ti prenderei tra le braccia e sarebbe per sempre.»

Non avrei potuto desiderare una risposta migliore. Cosa aspettavi a farlo??

«Nella realtà non esiste per sempre. Non arriva il finale a celebrare un momento e a far credere che sarà eterno. Nella realtà c’è un dopo, e il dopo non è mai felice.»

Le tue parole mi fecero indietreggiare con il fastidio che dà un accordo stonato. Era questo il tuo finale? Eri lì solo per riprendere le tue cose e poi sparire per sempre? Non volevo crederci. E non ci credei. No, i tuoi occhi mi stavano dicendo altro, e c’era anche un altro fatto da non trascurare: tu sapevi scrivere storie migliori.

Tornai al pianoforte.

«Ti ho mai fatto sentire il terzo tempo della sonata?» chiesi distrattamente. Sapevo già la risposta.

Dicesti di no e ti sedesti sul divano ad ascoltare.

Eseguii il terzo tempo. Ma stavolta le mie mani non tremavano, la musica correva leggera, libera, piena di passione. Tutta la passione che riuscii a metterci, dalla prima all’ultima nota.

«Ti è piaciuto?» chiesi quando ebbi finito.

Rispondesti di sì con la testa. Adesso il tuo sguardo era dolce, infondeva calore.

«L’ho imparato da poco. È quello che preferisco dei tre».

«Davvero?»

Mi alzai e mi sedetti vicino a te, passando il mio braccio sotto al tuo.

«Sì. È imprevedibile, è infuocato… E ha un finale a sorpresa».

Il sole di quella mattina, quello che successe, le cose che provammo si fusero in una sinfonia che nessuno spartito sarà mai in grado di contenere e nessuno strumento musicale sarà mai in grado di riprodurre. Fu il nostro racconto migliore.

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venerdì, 05 giugno 2009,16:16

Quando capirono che la guerra era finita, molti dei suoi compagni piansero. Erano uomini duri, con il fisico scolpito dagli addestramenti e il cuore forgiato dal coraggio, erano uomini che non si erano piegati alla paura e che avevano affrontato la morte in ogni forma essa decidesse di mostrarsi. Poteva essere nel riflesso della lama o giungere improvvisa e silenziosa sulla punta di una freccia, poteva decidere di spezzare il fiato in un baleno e portare con sé la sua vittima senza che essa si accorgesse di nulla oppure poteva concederle l’onore e l’agonia di un ultimo saluto al mondo che l’aveva ospitata. In ogni caso, dal primo all’ultimo, quegli uomini avevano visto almeno una volta lo scintillio della falce sulla loro testa, l’avevano combattuto e infine scacciato, senza mai retrocedere di un solo passo. Eppure quel giorno piansero.

Quando la sera giunse e i fuochi si accesero nell’accampamento, intonarono i canti in onore dei caduti, misero una moneta per il traghettatore sotto la lingua di ciascuno di essi e gridarono i loro nomi al cielo che ne accoglieva le ceneri accendendo nuove stelle con la luce strappata ai loro occhi. Poi ci fu la grande festa, ma al soldato rimase sulle labbra il sapore amaro dei fumi delle pire.

Tornarono a casa su carri che sfilarono per le vie di campagne e città, e ovunque passassero ricevevano baci e corone di fiori, carezze e cori, venivano chiamati eroi, loro che sarebbero stati divorati dall’anonimato della storia e divenuti poco più che leggenda. Eroi senza volto. Eroi di nessun tempo.

Il generale li salutò uno ad uno quando fu il momento di dividersi.

«Non sei felice, ragazzo?» chiese al soldato notando il suo sguardo assente.

«Io non so fare nient’altro che il soldato. Non sono altro che un soldato. Cosa farò ora?»

L’uomo gli diede una pacca sulla schiena. «Goditi la pace, figliolo. Dormi in un letto vero, passeggia sotto il sole, scherza con gli amici, fai l’amore con la tua donna. Puoi fare ciò che vuoi ora, puoi vivere come vuoi.»

Goditi la pace.

Può esistere pace per chi è abituato a guardarsi le mani e vederle sporche di sangue?

 

Se ne stava seduto sul bordo del letto a fissare il buio. Sul comodino, la sveglia segnava le 2:03. Non sapevo da quanto tempo fosse lì immobile, ma ero abituata a svegliarmi e trovarlo così, chiuso nella prigione del passato assieme a tutti i suoi fantasmi che sbattevano contro le grate della follia le catene della ragione. Ormai era una scena che avevo visto molte volte, non avrebbe dovuto straziarmi il cuore in quel modo.

«Tesoro» lo chiamai col tono più delicato che avessi, ma sapevo che non poteva sentirmi. Sentiva altri suoni, sentiva i rumori della battaglia, il fragore dei fucili, lo scoppio delle granate, sentiva le grida di amici e nemici, davanti, intorno e dentro di lui.

Me ne aveva parlato una volta, mi aveva detto che non può esserci silenzio dopo aver ascoltato la voce della guerra. Io non avevo saputo fare altro che tenerlo stretto e dirgli che sarebbe andato tutto bene, ma non capivo fino in fondo cosa volesse dire avere la testa invasa da grida d’orrore ogni volta che il rumore del mondo decideva di tacere.

«Tesoro» ripetei, accarezzandogli il viso teso in una smorfia di paura.

«Sto bene.»

Si poteva stare bene dopo aver visto la morte scegliere a caso nel mucchio di vite che venivano mandate al fronte?

«Potresti prendermi un bicchiere d’acqua, per favore?» mi chiese.

Ricordo che lo baciai prima di andare in cucina e lui ricambiò il mio bacio con uno slancio inaspettato. Poi, mentre aprivo il frigorifero per prendere la bottiglia d’acqua, sentii lo sparo.

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martedì, 05 maggio 2009,06:36

Le ferite si rimargineranno, le ossa si risalderanno e i lividi scompariranno. Il dolore e la paura passeranno. Forse. O forse resterà uno squarcio nell’anima. Per sempre.

 

Sara sentì sbattere la porta d’ingresso e si risvegliò dal suo stato di torpore. Il suo era un riposo artificiale, indotto dai sedativi che lui le somministrava quando doveva assentarsi per molto tempo, ma aveva finito per essere l’unico momento di sollievo, se un momento di sollievo poteva mai esserci. Quando fece per sollevare le palpebre si accorse di poter aprire soltanto l’occhio destro, mentre dal sinistro le giungevano in parti uguali dolore e buio. Eppure la cosa non la toccò più di tanto: il dolore era diventato parte di lei; quanto al buio, si stendeva così bene sui suoi giorni da non permetterle neanche di intravedere la luce della speranza. All’inizio aveva provato a ribellarsi, rispondendo alla furia cieca della violenza con la rabbia dell’umiliazione, con vaghe minacce che sapeva di non poter mantenere ma che le davano un fugace senso di sicurezza nell’attimo in cui le pronunciava, come fossero maledizioni impresse col fuoco della giustizia sul destino dell’uomo che un tempo aveva amato. Aveva creduto di amare. L’amore non può trasformarsi in odio, nello stesso modo in cui la carne non può diventare pietra: sono leggi naturali. Se due persone arrivano ad odiarsi, semplicemente non si sono mai amate. La sola alternativa è che la carne possa diventare pietra. Tuttavia, c’era stato un tempo in cui aveva confuso ciò che provava per lui con l’amore e, paradossalmente, erano stati giorni felici. Si erano incontrati ad agosto, tre anni prima. Sara aveva dovuto rinunciare al consueto viaggio estivo con gli amici per lavorare alla tesi che avrebbe discusso a settembre, ma quel giorno era domenica, il sole splendeva e lei non aveva nessuna voglia di restare a casa con il mare che la chiamava a gran voce. Lei lo ascoltò, scendendo in spiaggia prima che i sensi di colpa potessero seguirla, e quella mattina conobbe Riccardo. Fu un colpo di fulmine per entrambi. Sara ricordava ancora quell’estate come la più bella della sua vita, ricordava i suoi modi gentili, la sua dolcezza nel corteggiarla, la sua passione nell’amarla. Una volta l’aveva portata al mare di sera, aveva steso un telo e avevano cenato alla luce del falò, soli sotto l’immensità del cielo. Quella sera Riccardo le aveva detto che si era innamorato di lei e Sara aveva creduto di poter sfiorare le stelle. Ma cadere dalle stelle vuol dire non avere speranza di salvarsi.

Si mosse sul letto. Le spalle e i muscoli delle braccia le facevano più male del solito, costretti quasi all’immobilità dalle corde che le legavano i polsi alla testiera. Qualche giorno prima Riccardo era rientrato di buon umore e le aveva liberato le mani perché muovesse le braccia indolenzite.

«Io non voglio farti del male, Sara. Io ti amo» le aveva detto mentre la slegava e lei aveva sperato che l’avrebbe finalmente lasciata andare. Ma era una speranza vana. Riccardo aveva stretto di nuovo i nodi e la corda aveva sfregato sulla carne viva colorandosi di sangue. Il giorno successivo Sara aveva provato a chiedergli di slegarla ancora e fu allora che imparò a non chiedere. In quell’occasione le tornarono in mente gli ultimi mesi della loro relazione, quando il ragazzo gentile incontrato in spiaggia si era trasformato in un uomo violento e volgare, folle di una gelosia immotivata che esplodeva in fiammate d’ira seguite poi da scuse e lacrime. Sara aveva resistito, aspettando inutilmente che il ragazzo gentile tornasse da lei, ma alla fine aveva capito che non l’avrebbe mai più rivisto. Lo lasciò, ignorando promesse e minacce, e provò ad iniziare una nuova vita. Tornò ad essere serena, a sorridere, ad avere fiducia nel domani. Finché Riccardo fu lontano da lei. Quando lo rivide, immobile davanti al portone di casa le sembrò un fantasma tornato ad infestare le sue notte.

«Ora controlli anche quando rientro in casa mia?»

Riccardo la guardava con desiderio disperato: «Io ti amo, Sara. Ti ho sempre amato e ti amerò sempre. Ti prego, voglio solo parlarti.»

Sara notò che la sua voce aveva qualcosa di insolito: qualche ora dopo, mentre Riccardo dava inizio al suo incubo, la ragazza comprese che si trattava di follia. Ma in quel momento forse la scambiò per dolore ed ebbe pena di lui.

«Solo pochi minuti.»

I passi risuonarono nel corridoio, sempre più vicini. Dall’occhio sano, e forse anche da quello pesto, sentì scendere le lacrime della rassegnazione. Pregò. Pregò che in un eccesso di violenza Riccardo la uccidesse, mettendo così fine alla sua agonia. Era la stessa preghiera da sempre, ma iniziava a dubitare che ci fosse un Dio ad ascoltarla. Chiuse di nuovo gli occhi e sentì il cigolio della maniglia che ruotava. Poi una carezza tra i capelli e una voce rassicurante che le diceva che era tutto finito.

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martedì, 14 aprile 2009,06:39

Quella notte di luglio l’aria era tiepida e il cielo sereno, il Drago avvolgeva pigramente la coda tra le due Orse, Ercole correva all’ombra di Vega e ad est Pegaso iniziava già a spiegare le ali per prepararsi a galoppare oltre le nuvole nelle grigie sere autunnali. Sotto la scogliera, le onde si infrangevano contro le rocce e il vento si insinuava nelle fenditure e nelle grotte, fischiando e sussurrando, unendo la propria voce a quella del mare in un canto malinconico che poteva essere la preghiera degli angeli per questo mondo miserabile. Lei ascoltava quel suono nel silenzio della solitudine, libera di mostrare il proprio dolore almeno alle stelle.

Negli ultimi due anni aveva vissuto una vita strana, fatta di sorrisi finti e gioie simulate, risate esplose all’improvviso mentre l’obbligo di star bene tratteneva le lacrime affinché non cadessero, e poi le spingeva giù, nel fondo dell’anima, dove avevano eroso a poco a poco le fondamenta della sua esistenza. Forse ora quelle fondamenta avevano ceduto.

Non sapeva da quanto tempo fosse lì: sapeva che l’alba l’aveva sorpresa a chiedersi perché tra tanti posti avesse scelto proprio quella scogliera e sapeva di non aver trovato una risposta. Ricordava di aver pensato all’estate che avevano trascorso lì, a quanto erano stati felici, ma era un pensiero inutile, figlio di ricordi che andavano sbiadendosi e di promesse che si erano perse tra le strade della vita. Non avrebbe dovuto prestar fede alle parole: non sono altro che fiocchi di neve destinati a sciogliersi al primo sole di primavera, ad essere dimenticati nel caldo rovente dell’estate e ad essere rimpianti quando altra neve inizia a cadere di nuovo, sempre meno bianca e sempre più bugiarda. Ricordava di aver visto il sole salire sul suo trono azzurro, poi di essersi nascosta in una delle tante grotte quando la gente aveva cominciato ad arrivare a metà mattinata. Era rimasta ad osservare la loro allegria, senza accorgersi delle ore che passavano, della fame e della sete che incombevano, incuriosita da quelle voci spensierate, dalle corse, dai tuffi. Si era chiesta se fosse tutto vero, se quelle persone fossero davvero felici come sembravano o se anche loro non fuggissero di notte in posti che credevano di aver dimenticato. Si era chiesta se non se ne stessero anche loro a guardare il mondo dal buio di una grotta per non rovinare l’allegria degli altri con la loro tristezza, quasi che il mondo non fosse più per loro. Ricordava di averli visti andare via e di esserne stata sollevata e dispiaciuta al tempo stesso. Allora aveva lasciato la sua tana, era uscita all’aria aperta e aveva ripreso il suo posto sul ciglio della scogliera, aspettando che il tramonto versasse il sangue di quel giorno nel mare.

Poi le stelle erano spuntate e le lacrime erano finalmente scese. Poco sopra l’orizzonte Antares brillava nel cuore dello Scorpione, sotto la scogliera le onde iniziavano a tingersi d’argento, schiumando e vorticando attorno agli scogli.

All’improvviso capì perché era lì.

E nell’istante in cui saltò, quella notte di luglio le sembrò più bella.

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lunedì, 16 marzo 2009,23:09

Arrivasti con il treno delle 11.30.

Ti riconobbi subito, in mezzo a centinaia di volti che non vedevo e a migliaia di suoni che non udivo.

Ti riconobbi perché tu brillavi.

Non di felicità, o almeno non credo che la felicità brilli in quel modo.

Brillavi di vita. Pulsavi di vita. Quella che vince e quella che perde. Quella che ride e quella che piange. Quella già vissuta e quella ancora da vivere.

Quando, dove, perché e con chi non era rilevante.

Non eri qui per questo.

Non ero lì per questo.

Io che credevo che quel treno non sarebbe più arrivato…

Avvisiamo i gentili signori in attesa che il treno delle 11.30 è tornato indietro.

Peccato, ci avevo messo così tanto a scegliere come vestirmi… Alla fine ero andata sul banale: jeans e maglietta. Tanto che differenza faceva cosa indossavo? Che differenza faceva quello che indossavi tu? Sono solo vestiti. È solo pelle. È solo carne. Cosa vuoi che me ne importi?

Però avevo ricordato di allacciare le scarpe.

Avevo fatto un bel fiocco. Non sapevo se avrebbe retto, ma sapevo che lo avrei stretto di nuovo ogni volta che minacciava di sciogliersi. Niente scarpe slacciate, non con te.

Ero alla terza sigaretta quando ti vidi scendere. E ho smesso di fumare sei mesi fa.

Ti riconobbi subito, in mezzo a centinaia di volti che non vedevo e a migliaia di suoni che non udivo.

Ti riconobbi perché tu brillavi.

Ma questo l’ho già detto.

Tu brillavi.

Tu brilli sempre.

E io ti avrei visto splendere, se solo quel treno delle 11.30 fosse mai partito.

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lunedì, 16 febbraio 2009,21:50

«Amore? Mi racconti una storia?»
«Una storia? Perché?»
«Perché mi piace quando siamo a letto e tu mi racconti le storie…»
«Va bene. Cosa vuoi ascoltare? Una fiaba o un mito?»
«Nessuno dei due. Voglio una storia tua! Inventane una adesso!»
«Adesso? Ma le storie non vanno forzate, hanno bisogno di tempo… E poi io scrivo, non racconto…»
«E dai! Non puoi provarci? Dai, amore… Per me…»
«Se me lo chiedi così però non vale! Come faccio a dirti di no?»
«Grazie, tesoro!»

«C’era una volta un lupo solitario che viveva in una foresta sterminata. La vegetazione era talmente fitta da sembrare una muraglia di spine e arbusti, gli alberi erano così accalcati l’uno all’altro da impedire ai raggi del sole di trovare un varco tra le chiome e la perenne umidità favoriva la formazione della nebbia che ormai era parte integrante del paesaggio. Era un posto buio e infido, ma al lupo piaceva. Non conosceva altro, non aveva mai visto il mondo al di là degli alberi e, forse, non ne sospettava neppure l’esistenza: la foresta era la sua casa, il suo parco giochi, il suo territorio di caccia e il suo domani. Era la sua vita. E al lupo stava bene così. Era sicuro che fosse quella la felicità: starsene accucciato tra le foglie mentre la brezza lo accarezzava, correre a perdifiato quando trovava un po’ di spazio per poterlo fare, esplorare il suo regno e stupirsi ogni volta che scopriva qualcosa di nuovo. E poi il silenzio della notte… Quell’appagante solitudine che gli consentiva di volare assieme ai suoi sogni. Sì, era un lupo felice.
Poi un giorno la vide: era sulla riva del ruscello, lì dove gli alberi si diradavano un poco per lasciare spazio alle acque. Fu quasi abbagliato dal suo splendore, dai lunghi capelli che le scendevano sulle spalle come un velo di seta, dagli occhi color nocciola che sfumavano nel verde, da un sorriso che avrebbe reso docile il più famelico dei lupi. Attorno al suo corpo perfetto, due grandi ali bianche si spiegavano incorniciando quella che sembrava l’opera d’arte per eccellenza. Non aveva mai visto niente di così bello in vita sua. Un angelo, pensò il lupo.
Ha dell’impossibile, anzi no, è impossibile, eppure accadde. Angelo e lupo si innamorarono e solo allora il lupo capì quanto misera fosse stata la sua vita prima di quell’incontro. L’angelo lo portò oltre la foresta per mostrargli le cose più incredibili del mondo: sdraiarsi sull’erba fresca della prateria per ammirare le stelle, rincorrersi sulla spiaggia mentre le onde accarezzano le caviglie, guardare cadere la neve al calore di un fuoco. E lo colmò d’amore, più di quanto il lupo avrebbe mai creduto possibile.
Per questo il lupo non potrà mai smettere di amare il suo angelo, qualunque cosa accada, perché gli ha fatto capire cosa sia la vera felicità.»

«E finisce così?»
«Sì.»
«Non c’è vissero per sempre felici e contenti?»
«No.»
«Perché?»
«Perché l’angelo prima o poi lascerà il lupo.»
«E chi te lo dice?»
«Un angelo non può volere una vita da lupo e il lupo non ha una vita da angelo da offrire.»
«Sei proprio un lupo stupido. Io non ti lascerò mai.»

Era passato un anno e mezzo da quel non ti lascerò mai. Il lupo tornò sulla riva del ruscello, lì dove gli alberi si diradavano un poco per lasciare spazio alle acque. Il suo angelo era volato via, era tornato nel suo mondo di angeli, alla sua vita da angelo, al suo futuro da angelo. Un futuro che un lupo non poteva dare.
Il lupo si accucciò sulla sponda, guardando la corrente portar via la sua felicità.

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by anneheche | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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martedì, 27 gennaio 2009,13:25

«Lei mi deve aiutare!»

L’avvocato squadrò attentamente l’uomo in abito scuro che era piombato nel suo studio come un indemoniato. Nel giro di tre minuti gli aveva fatto il resoconto completo della propria vita, probabilmente colorito con qualche aggiunta fantasiosa, e dopo quei tre minuti lui aveva sentito il bisogno di ferie più di quanto non gli fosse mai accaduto in trent’anni di carriera.

Smise di tamburellare con la penna sull’agenda, rassegnandosi a posticipare la pausa pranzo per dare almeno una parvenza d’ordine all’uragano di informazioni che il suo indesiderato nuovo cliente aveva scagliato nella sua testa e sulla sua scrivania.

«Si accomodi e mi rispieghi tutto con calma» disse col tono di voce meno disperato che riuscì a simulare passando in rassegna le carte ricevute.

L’uomo riprese a parlare, ignorando la sedia e ricominciando a misurare a grandi passi l’ampiezza dello studio. L’avvocato si chiese se ci fosse un solo centimetro del pavimento che le sue scarpe non avessero calpestato.

«È diventata una situazione invivibile!» stava dicendo. «La sera torno a casa e trovo decine di suoi messaggi in segreteria, la mattina accendo il cellulare e ci sono le sue chiamate e i suoi sms! La mia mail è piena e il postino mi porta ogni giorno le sue lettere!» Prese cellulare e buste, li agitò davanti al naso dell’avvocato e poi li ributtò in disordine sparso sulla scrivania. «Per non parlare della macchina! Quello che mi ha fatto sullo sportello non è un graffio, è la faglia di Sant’Andrea! E proprio ieri sera ho trovato il vetro della finestra della camera da letto rotto con questo!» Dalla tasca del soprabito che teneva ancora ripiegato sul braccio, tirò fuori un sasso grande quanto un’arancia geneticamente modificata e lo fece cadere sui fogli spargendo polvere e terriccio per mezza stanza. L’avvocato si stupì che non avesse portato anche lo sportello della macchina per fargli vedere la spaccatura che avrebbe reso la California un’isola.

«Scusi, ma lei a che piano abita?» riuscì a dire.

«Al quinto.»

Che qualcuno fosse riuscito a lanciare un masso di quelle dimensioni fino al quinto piano e a centrare la finestra della camera da letto era una notizia da comunicare alla Federazione di Atletica Leggera: forse l’Italia aveva appena trovato l’atleta che avrebbe portato l’oro nel lancio del peso alle Olimpiadi del 2012.

Non comunicò le proprie perplessità e aprì una lettera a caso, tanto era impossibile sperare di ricostruire un ordine cronologico se non c’era traccia neanche di quello fisico.

«Lei conosce il tedesco?» chiese perplesso.

«No, perché?»

Mostrò il foglio. «Perché è scritto in tedesco.» Lanciò un’occhiata alle altre buste: tutte erano state aperte e, con ogni probabilità, lette.

«E cosa dice?»

«Sembrerebbe una lettera d’amore.»

«Ecco!» L’uomo gettò il soprabito sulla scrivania coprendo l’ultimo spiraglio di legno: ora per sapere di che materiale fosse bisognava affidarsi all’intuito. Non che al momento la cosa fosse poi così importante. «Un’altra donna gelosa! Ci mancava solo questo!»

«Veramente… Non credo sia per lei. È per una certa Claudia, la conosce?»

L’uomo si bloccò come se il demone che lo infestava fosse scappato a gambe levate dopo un esorcismo. «È mia moglie.»

L’avvocato scese a fine lettera per cercare una firma, ma né su quel foglio né sulla busta trovò il mittente. Decise di godersi quell’istante di silenzio e la piega insperata che aveva preso la faccenda: era evidente che si trattava di un problema coniugale e questo esulava dalle sue competenze visto che lui era un penalista. Non riuscì a trattenere un sospiro di sollievo e la pausa pranzo tornò in vetta alle sue priorità.

«Mia moglie non può avere un amante!»

Qualunque donna sana di mente avrebbe un amante se fosse sposata con uno così, pensò l’avvocato. Eppure qualcosa non quadrava. D’accordo le lettere, d’accordo (o quasi) il sasso, ma rigare la macchina del rivale non gli faceva pensare a un uomo geloso.

«È possibile che l’amante di sua moglie sia una donna?»

Il demone si rimpossessò dell’uomo in abito scuro: «Certo che no!»

In effetti non avevano senso neanche le telefonate e gli sms sul cellulare dell’ipotetico tradito. L’avvocato ne lesse un paio.

«Lei conosce il francese?»

«No, perché?»

Perché sia gli sms in entrata che quelli in uscita erano in francese! Parole romantiche scambiate con una certa Sophie! Ma perché continuava a perdere tempo con quella storia senza senso? Lui era penalista e la targhetta sepolta da qualche parte sulla scrivania e il suo stomaco che iniziava a lamentarsi erano due motivi più che validi per sbattere fuori dalla porta l’uomo, il sasso, il soprabito e tutte le sue carte, nonché moglie, amante della moglie e amante del marito!

Stava per farlo, quando il suo cliente lo stupì non meno di quanto avrebbe fatto se avesse davvero estratto dalla tasca lo sportello danneggiato della macchina.

«Le va un panino al bar qui all’angolo?»

L’avvocato si chiese se l’uomo non avesse intenzione di trasformare il suo quadrato amoroso in pentagono, ma l’unica cosa che voleva era uscire da quella conversazione.

Fortunatamente, il pranzo fu solo un pranzo ma, suo malgrado, accettò il caso.

Quando tornò nello studio, iniziò a sistemare le carte sulla scrivania. Tra esse trovò qualcosa di assolutamente inaspettato. Sulla cartella clinica c’erano le generalità dell’uomo: Roberto De Mattia, 52 anni, coniugato, insegnate di lingue. Più in basso spiccavano in neretto quattro parole accanto alla voce diagnosi: Disturbo da Personalità Multipla.

L’avvocato si mise a ridere.

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