Quando sentì una carezza sfiorarle la mano, la prima cosa che fece fu sorridere. Poi aprì lentamente gli occhi, ma non le serviva la vista per sapere chi c’era accanto a lei: avrebbe riconosciuto il suo tocco anche se avesse avuto una corazza al posto della pelle e percepito il suo odore anche se avesse perso l’olfatto.
«Sapevo che ti avrei avuto al mio fianco» disse.
«Mi avrai sempre al tuo fianco.» La carezza divenne una stretta tanto forte da farle male, ma lei non se ne sottrasse. Era così felice che fosse lì. Anche se stavano piangendo.
«Non piangere, amore.»
«Chiudi gli occhi» si sentì rispondere. «Voglio portarti in un posto.»
Fece come le veniva chiesto. Il buio la avvolse e per un attimo ne ebbe paura, ma le immagini presero presto forma, restituendole un sogno che lei credeva infranto.
«Ricordi la casa che avevamo visto insieme? Quella in quel bel vialetto alberato? Avevi ragione: sarà perfetta per noi. Ridipingeremo le pareti di bianco come volevi tu, ci saranno vetrate per lasciare entrare la luce e fiori sul balcone in tutte le stagioni. Metterò il pianoforte a coda nel salone e suonerò Bach ogni giorno, solo per te, finché non mi dirai di smetterla. Ci sarà un caminetto davanti al quale ci scalderemo d’inverno: leggerò in silenzio le tue storie mentre tu aspetterai col fiato sospeso il mio giudizio. Troverò sicuramente qualcosa da ridire ogni volta, però ti confesso che spesso lo faccio apposta, così poi possiamo stare a parlarne per ore. Tanto lo so che ogni tua storia parla di me… Come tu sei in ogni mia tela… Ti dipingo a memoria, ma un giorno ti ruberò un ritratto, magari mentre dormi. Poserai per me senza neanche saperlo e quando ti sveglierai mi sorprenderai con i pennelli in mano e ti nasconderai sotto le coperte, fintamente in imbarazzo: non sarà più tempo di dipingere allora, perché l’amore al mattino ha tutto un altro sapore che finora abbiamo potuto gustare così poche volte che vorremo recuperare il tempo perduto. So già che saremo sempre in ritardo, ovunque dovremo andare, perché ogni volta sarà difficile uscire da quella casa in cui esistiamo solo noi due. Perché dovremmo uscire poi? Fuori il mondo avrà il coltello tra i denti, come sempre. Non ci serve il mondo, non ci è mai servito. Ma alla fine usciremo ugualmente: con o senza coltello, è lo stesso mondo che ci ha fatto incontrare e qualcosa gli dobbiamo. Sapremo disarmarlo, te lo prometto, io con i miei pugni chiusi e tu con la tua solita alzata di spalle. Forse finiremo persino con l’amarlo. Perché, vedrai, sarà splendida la nostra vita insieme.»
Lei sorrise, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime che non trovavano la forza di cadere. Non avrebbe voluto riaprirli, sapeva che se lo avesse fatto il suo sogno sarebbe svanito di nuovo, ma ormai la decisione era presa. Le palpebre si alzarono a fatica e lo sguardo vagò per la stanza deserta. Sarebbe stato bello sentire davvero quelle parole, tenere la sua mano, immaginare insieme quella vita che non avevano avuto. Sarebbe bastata anche solo la sua presenza a renderla felice, a non farle sentire il rumore del respiratore artificiale accanto al letto e la paura della morte nel cuore. Finalmente una lacrima sfuggì alle ciglia. Poi il medico entrò, lei gli fece un cenno d’assenso e la macchina che la teneva in vita fu spenta.
(NdA: il finale del racconto non è conforme all’Art. 37 del codice deontologico “[…] il sostegno vitale dovrà essere mantenuto sino a quando non sia accertata la perdita irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.”)



