La musica del pianoforte si sentiva già dalle scale, si fondeva con il battito del mio cuore e con i miei passi incerti, ricamando sogni sull’abito grigio della mia realtà. Io cercavo di tenere un filo più o meno coerente di pensieri, mi ripetevo quello che dovevo fare (tornare in quell’appartamento, prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo), ma continuavo a smarrirmi in un oceano di ricordi, inerme e impaurito come il più sprovveduto dei naviganti che troppo tardi si accorge di aver sfidato il mare a bordo di una bagnarola.
Tornare in quell’appartamento, prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo.
Lei suonava in salotto, avvolta dalla luce del sole che splendeva oltre la finestra e che solo adesso, solo su di lei, avevo notato. Da quanto il sole non mi sorrideva più? Non lo sapevo, non sapevo più niente. Mi muovevo come un automa in mezzo alla gente, riflettevo le emozioni degli altri con la fredda indifferenza di uno specchio. Vivevo per inerzia.
Prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo.
Non so se sentì il mio sguardo, la mia presenza, o se più semplicemente mi vide, ma ebbe un attimo di esitazione e la battuta restò incompleta nel silenzio che incombeva.
«Continua, ti prego.» Forse lo pensai soltanto, forse lo dissi, non lo so con certezza. Tuttavia lei riprese da dove aveva interrotto.
La musica tornò a cullarci e il mio pensiero volò in un altro tempo, quando lei era ancora mia. Rimasi incantato a guardarla. Il suo volto era sereno. I suoi occhi si alzavano ogni tanto per posarsi su di me e allora mi sembrava che sorridesse, ma, di nuovo, non posso esserne sicuro. Le sue mani si muovevano veloci sui tasti. Dio mio, fammi toccare di nuovo da quelle mani e poi puoi anche riprenderti la mia vita.
Sbagliò una nota.
«Non guardarmi così…» Sbagliò di nuovo.
«Perché?»
«Perché questa sonata la so a memoria, ma se mi guardi così non ricordo più niente.»
Fece una pausa forse più lunga di quanto lo spartito indicasse, poi andò avanti con il secondo tempo che a me sembrò molto più dolce del precedente. O era lei che aveva indossato i panni della sirena per mandare in frantumi la mia ridicola imbarcazione?
«Che sonata è?» Non me ne importava niente né del nome né degli scogli che si avvicinavano.
«La Patetica di Beethoven. In genere la suono meglio…» Tacque, e a me sembrò che non avesse mai suonato così bene.
Prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo.
«Come vanno i tuoi racconti?» mi chiese all’improvviso, prima che potessi muovermi, o anche solo pensare di muovermi.
I miei racconti… I miei racconti erano l’unico posto in cui potevamo stare ancora insieme. E andavano malissimo: naufragavano assieme a me.
«Vanno» mentii.
Lei suonò le ultime note e io rimasi inutilmente in silenzio a sperare che ce ne fossero altre.
«E se questo fosse un tuo racconto cosa accadrebbe adesso?» Si alzò in piedi e fece qualche passo verso di me. Bianca contro lo sfondo nero del pianoforte, sembrava un angelo venuto a scacciare il buio.
«Ti prenderei tra le braccia e sarebbe per sempre.»
«E allora perché non lo fai? La realtà non vale un tuo racconto?»
Prendere la mia roba e trovare la forza per uscire di nuovo.
«Perché nella realtà non esiste per sempre. Non arriva il finale a celebrare un momento e a far credere che sarà eterno. Nella realtà c’è un dopo, e il dopo non è mai felice.»
Ricordo perfettamente quella mattina di Aprile in cui sei venuto da me. Stavo suonando il piano, ero felice in quel momento; la musica ti solleva dolcemente e ti porta in un mondo di nuvole e di onde azzurre, ti riempie l’anima con la luce e il calore del sole e in cambio chiede solo di essere tradotta da un foglio di carta, sprigionata dallo strumento che la contiene.
Ero tornata la sera prima dal mio lungo viaggio, un mese di lavoro in paesi stranieri, di giornate grigie e corse all’aeroporto, di pioggia e di notti solitarie. Ma in quel lungo buio c’era stata una luce che aveva rischiarato lentamente l’orizzonte, che si allargava a illuminare il paesaggio della mia vita. Il pensiero di noi due continuava ad affiorare nella mia mente con la forza del desiderio di nuove emozioni e la speranza di tornare alla felicità che avevo perso da troppo tempo e che solo tu sapevi darmi. Appena finito il lavoro, senza attendere oltre ho preso l’ultimo aereo della notte e sono tornata a casa. Sono tornata da te.
Quella mattina, mentre le note di Beethoven scorrevano veloci tra le mie dita, anche se non avevo alcuna ragione e alcun diritto di farlo, io ti stavo aspettando. Era come se La Patetica stesse scandendo i tuoi passi sulla strada, come se ti stesse accompagnando per i viali alberati che separavano le nostre abitazioni, attraverso quel parco in cui andavamo così spesso a passeggiare in primavera, lungo quella strada della pasticceria dove mi portavi quando mi vedevi un po’ triste, e poi ti immaginai mentre salivi le scale fino al mio appartamento, a passi svelti, fino alla porta.
Un brivido mi corse lungo la schiena: eri dietro di me! La tastiera mi sfuggì sotto le mani come sapone. Non riuscii a pronunciare una parola.
Mi chiedesti di continuare a suonare. Come se fosse facile suonare con una tempesta di emozioni che ti esplode dentro. Era come se leggessi quegli spartiti per la prima volta. Povero Beethoven! Il primo e il secondo tempo della sonata procedettero tra scivoloni e passi inciampati, finché finalmente non arrivai all’ultima nota e potei avvicinarmi a te. Avevi un viso triste, ma continuava a incantarmi. Cercai qualcosa da dire e ti chiesi dei tuoi racconti. Adoravo quando me ne dedicavi uno, quando mi dicevi che ero la fonte della tua ispirazione. Se quello fosse stato un tuo racconto…
«Se questo fosse un tuo racconto cosa accadrebbe adesso?»
«Ti prenderei tra le braccia e sarebbe per sempre.»
Non avrei potuto desiderare una risposta migliore. Cosa aspettavi a farlo??
«Nella realtà non esiste per sempre. Non arriva il finale a celebrare un momento e a far credere che sarà eterno. Nella realtà c’è un dopo, e il dopo non è mai felice.»
Le tue parole mi fecero indietreggiare con il fastidio che dà un accordo stonato. Era questo il tuo finale? Eri lì solo per riprendere le tue cose e poi sparire per sempre? Non volevo crederci. E non ci credei. No, i tuoi occhi mi stavano dicendo altro, e c’era anche un altro fatto da non trascurare: tu sapevi scrivere storie migliori.
Tornai al pianoforte.
«Ti ho mai fatto sentire il terzo tempo della sonata?» chiesi distrattamente. Sapevo già la risposta.
Dicesti di no e ti sedesti sul divano ad ascoltare.
Eseguii il terzo tempo. Ma stavolta le mie mani non tremavano, la musica correva leggera, libera, piena di passione. Tutta la passione che riuscii a metterci, dalla prima all’ultima nota.
«Ti è piaciuto?» chiesi quando ebbi finito.
Rispondesti di sì con la testa. Adesso il tuo sguardo era dolce, infondeva calore.
«L’ho imparato da poco. È quello che preferisco dei tre».
«Davvero?»
Mi alzai e mi sedetti vicino a te, passando il mio braccio sotto al tuo.
«Sì. È imprevedibile, è infuocato… E ha un finale a sorpresa».
Il sole di quella mattina, quello che successe, le cose che provammo si fusero in una sinfonia che nessuno spartito sarà mai in grado di contenere e nessuno strumento musicale sarà mai in grado di riprodurre. Fu il nostro racconto migliore.