Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 04 luglio 2008,17:05

Quando sentì una carezza sfiorarle la mano, la prima cosa che fece fu sorridere. Poi aprì lentamente gli occhi, ma non le serviva la vista per sapere chi c’era accanto a lei: avrebbe riconosciuto il suo tocco anche se avesse avuto una corazza al posto della pelle e percepito il suo odore anche se avesse perso l’olfatto.

«Sapevo che ti avrei avuto al mio fianco» disse.

«Mi avrai sempre al tuo fianco.» La carezza divenne una stretta tanto forte da farle male, ma lei non se ne sottrasse. Era così felice che fosse lì. Anche se stavano piangendo.

«Non piangere, amore.»

«Chiudi gli occhi» si sentì rispondere. «Voglio portarti in un posto.»

Fece come le veniva chiesto. Il buio la avvolse e per un attimo ne ebbe paura, ma le immagini presero presto forma, restituendole un sogno che lei credeva infranto.

«Ricordi la casa che avevamo visto insieme? Quella in quel bel vialetto alberato? Avevi ragione: sarà perfetta per noi. Ridipingeremo le pareti di bianco come volevi tu, ci saranno vetrate per lasciare entrare la luce e fiori sul balcone in tutte le stagioni. Metterò il pianoforte a coda nel salone e suonerò Bach ogni giorno, solo per te, finché non mi dirai di smetterla. Ci sarà un caminetto davanti al quale ci scalderemo d’inverno: leggerò in silenzio le tue storie mentre tu aspetterai col fiato sospeso il mio giudizio. Troverò sicuramente qualcosa da ridire ogni volta, però ti confesso che spesso lo faccio apposta, così poi possiamo stare a parlarne per ore. Tanto lo so che ogni tua storia parla di me… Come tu sei in ogni mia tela… Ti dipingo a memoria, ma un giorno ti ruberò un ritratto, magari mentre dormi. Poserai per me senza neanche saperlo e quando ti sveglierai mi sorprenderai con i pennelli in mano e ti nasconderai sotto le coperte, fintamente in imbarazzo: non sarà più tempo di dipingere allora, perché l’amore al mattino ha tutto un altro sapore che finora abbiamo potuto gustare così poche volte che vorremo recuperare il tempo perduto. So già che saremo sempre in ritardo, ovunque dovremo andare, perché ogni volta sarà difficile uscire da quella casa in cui esistiamo solo noi due. Perché dovremmo uscire poi? Fuori il mondo avrà il coltello tra i denti, come sempre. Non ci serve il mondo, non ci è mai servito. Ma alla fine usciremo ugualmente: con o senza coltello, è lo stesso mondo che ci ha fatto incontrare e qualcosa gli dobbiamo. Sapremo disarmarlo, te lo prometto, io con i miei pugni chiusi e tu con la tua solita alzata di spalle. Forse finiremo persino con l’amarlo. Perché, vedrai, sarà splendida la nostra vita insieme.»

Lei sorrise, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime che non trovavano la forza di cadere. Non avrebbe voluto riaprirli, sapeva che se lo avesse fatto il suo sogno sarebbe svanito di nuovo, ma ormai la decisione era presa. Le palpebre si alzarono a fatica e lo sguardo vagò per la stanza deserta. Sarebbe stato bello sentire davvero quelle parole, tenere la sua mano, immaginare insieme quella vita che non avevano avuto. Sarebbe bastata anche solo la sua presenza a renderla felice, a non farle sentire il rumore del respiratore artificiale accanto al letto e la paura della morte nel cuore. Finalmente una lacrima sfuggì alle ciglia. Poi il medico entrò, lei gli fece un cenno d’assenso e la macchina che la teneva in vita fu spenta.

 

(NdA: il finale del racconto non è conforme all’Art. 37 del codice deontologico “[…] il sostegno vitale dovrà essere mantenuto sino a quando non sia accertata  la perdita irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.”)

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giovedì, 05 giugno 2008,23:11

Un giorno verrò da te. Senza invito e senza preavviso busserò alla tua porta e le gambe tremeranno mentre aspetterò di vederti, il cuore prenderà a correre rubandomi i respiri, la testa sarà leggera e solo il tuo nome si muoverà tra i pensieri immobili. I tuoi passi così vicini saranno gocce di impazienza che, anziché placare la mia sete, simili a un miraggio la aumenteranno. Ma non sarà un’illusione né un sogno, aprirai quella porta e non ci sarà bisogno di parole: tu saprai perché sono lì, forse non lo saprò io, ma tu sì. Guarderai il mio sorriso incerto, ma non penserai neanche per un secondo che io non sia felice: la colpa sarà dell’emozione, una volta di più, quella stupida emozione che mi impedirà di guardarti negli occhi e ti farà leggere nel mio rossore tutto quello che non riuscirò mai a dirti. Che l’ho sempre saputo che un giorno sarei venuta da te. Verrò senza sapere come reagirai, perché nella frenesia di raggiungerti avrò sicuramente scordato di domandarmelo, e solo dopo che avrò bussato arriveranno quei mille dubbi che, se si fossero mostrati prima, mi avrebbero fatto tremare, rinunciare. Dopotutto, potresti anche mandarmi via… Ma io me ne andrei lo stesso sorridendo per aver visto finalmente il tuo viso. Però non credo lo farai, no… Un giorno verrò da te e tu mi farai entrare. Ci sarà della musica, immagino ci sia spesso nella tua casa, una musica che a me non piace poi molto ma che in quel momento mi sembrerà bellissima. Tutto mi sembrerà bellissimo. Fuori il sole farà brillare d’azzurro un cielo che conterrà l’infinito, il vento sarà il respiro di un dio in cui tornerò a credere e la città sparirà per diventare tutto ciò che immagineremo. E poi… E poi non lo so… Io so solo questo… Che un giorno verrò da te.

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martedì, 06 maggio 2008,06:21

Era passata circa mezz’ora da quando avevo preso la zolletta di zucchero imbevuta di acido. Durante quei minuti mi erano venute in mente le lezioni del professore di farmacologia sulle sostanze d’abuso, c’era qualcosa che aveva detto che avevo la sensazione fosse importante, qualcosa che dovevo ricordare ma che al momento mi sfuggiva.

«LSD, l’allucinogeno comunemente chiamato “acido”: è la dietilamide dell’acido lisergico, una sostanza sintetica scoperta nel 1938. È la più potente in assoluto tra le sostanze d’abuso dal momento che sono sufficienti appena 25 microgrammi affinché sia attiva.»

Adoravo quel professore, il modo in cui parlava, come riusciva a tenere cristallizzata su di sé l’attenzione di tutti. Era uno dei pochi che riuscivo a vedere come una persona oltre che come un docente, che sembrava avere una vita vera al di fuori delle mura delle aule. Forse era perché ogni tanto veniva a lezione con il borsone da tennis. Doveva essere uno di quei giocatori che basavano tutto sulla resistenza fisica e che per fermarli dovevi sparargli. Mi ero messa in testa di sfidarlo un giorno, ma solo dopo aver dato l’esame: non volevo che pensasse che il mio fosse un mezzuccio per arrivare al 30.

Buttata sul divano, quei giorni mi sembravano più lontani che mai. Neanche ricordavo come ero finita lì o di chi fossero quella casa e quel divano. Dalla stanza accanto, la musica arrivava come una serie di martellate contro la parete e incitava la gente a ballare e ballare e ballare. Io odio ballare.

«L’LSD agisce stimolando i recettori per la serotonina e ha quindi effetti sulla trasmissione del dolore, sulla regolazione dell’umore, dell’appetito e della sessualità. Gli effetti più importanti sono però di natura dispercettiva: illusioni ed allucinazioni soprattutto di tipo visivo, con impressione di sdoppiamento tra anima e corpo, alterazione dei colori che virano prevalentemente verso il rosso e una visione definita caleidoscopica. C’è inoltre il fenomeno della sinestesia, ossia si vede ciò che si ascolta e si ascolta ciò che si vede.»

La percezione del mondo era qualcosa che mi aveva sempre affascinato, volevo vedere, volevo conoscere, anche al di là dei miei sensi. Vedere quello che ascolto e ascoltare quello che vedo… Vedere un suono, una parola, una voce… Ascoltare un volto. Ricordo di essermi voltata verso i miei amici: non ero solo io, tutti eravamo tentati. E tutti sapevamo che non l’avremmo mai fatto.

Fu in quel momento, su quel divano anonimo, che mi ripromisi di usare la parola mai con minor disinvoltura in futuro. E fu lì che definii meglio il concetto di visione caleidoscopica. Le figure intorno a me giravano lente le une attorno alle altre, si confondevano e si sovrapponevano, si scomponevano per ricomporsi subito dopo in immagini nuove che tuttavia mantenevano la loro identità. Era come se il tutto divenisse una sola cosa e la singola cosa fosse proiettata in tutto quello che mi circondava. I colori non erano rossi come mi aspettavo, ma si mescolavano anch’essi in tinte a cui non avrei saputo dare un nome perché un nome non l’avevano. Iniziai a sudare e i battiti accelerarono.

«C’è un’attivazione lieve e transitoria del sistema nervoso simpatico con ipertensione, tachicardia e sudorazione.»

Giusto, attivazione del simpatico nella fase iniziale. Andava tutto bene, stavo solo iniziando il viaggio. Improvvisamente mi bloccai. La cosa che dovevo ricordare! Aveva a che fare col viaggio!

«A differenza delle altre droghe, l’LSD può essere considerata sicura: non causa intossicazione, non dà dipendenza fisica o astinenza. Ma è una droga psichedelica, chiamata per questo anche “mind expander”: fa riaffiorare nell’io i contenuti del subconscio ed, eventualmente, le componenti ansiogene rimaste sepolte. Se questi contenuti sono positivi si avranno effetti piacevoli e si farà un “good trip”. Ma può anche accadere che vengano amplificate e materializzate fobie che erano state relegate nel subconscio e allora si andrà incontro ad un “bad trip”: in questo caso, prevale la componente angosciosa e terrifica, si possono avere visioni mostruose e violente, incubi reali, sensazioni di persecuzione e di panico; non si ha euforia come nel good trip ma atteggiamento disforico che può portare ad aggressività e, molto spesso, al suicidio.»

C’ero quasi. Era quello che dovevo ricordare. Mi stavo avvicinando.

«Ricordate, ragazzi. Nel caso in cui decidiate di assumere un allucinogeno, è fondamentale che ci sia con voi qualcuno lucido che vi assista, che vi faccia restare. Una guida. Questa viene chiamata col nome di una popolazione delle montagne del Nepal…»

Sherpa… Ricordai. Ecco qual era la cosa tanto importante… Non avevo uno Sherpa. Non avevo nessuno che mi facesse restare.

Vidi entrare qualcuno dalla porta e scattai sul divano mentre la figura scura avanzava verso di me, con la stanza e il resto del mondo che vorticavano intorno e all’interno di essa. Ali da angelo sporche e spezzate, un viso che amavo. Lo riconobbi subito in mezzo alle centinaia di altri volti che avevo visto nella mia vita e che componevano il viso di quell’angelo del terrore. Ebbi paura perché sapevo che quell’incubo, il mio bad trip, sarebbe potuto durare anche fino a dieci ore. Troppe. Non avrei mai resistito tanto. Mentre l’angelo torturava la mia mente, la memoria volò fuori dall’aula, anni prima, nei giorni della mia felicità.

«Mi farai tu da Sherpa, amo’?»

«Non dirlo neanche per scherzo!»

«E va bene… Ma resta una ficata!»

«Piantala, scema. Promettimi che non prenderai mai niente.»

«Dai, ti ho detto che va bene…»

«Promettimelo, tesoro.»

«Te lo prometto, angelo mio.»

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lunedì, 14 aprile 2008,07:00

Se ne stava seduto sul suo trono, imponente come il più grande dei re. C’era qualcosa di misterioso in lui, era come se non si riuscisse mai a guardarlo davvero: ogni volta che si tentava di posare lo sguardo sul suo viso, l’immagine sembrava dissolversi per ricomporsi appena fuori dal campo visivo, come se a nessuno fosse concesso di soffermarsi a contemplarlo. Al contrario, la sua voce era nitida come pochi altri suoni al mondo. Era il tuono che squarciava il silenzio della notte, la risacca che dava la parola al mare, era leggera come una corda appena pizzicata e forte come l’acuto di un tenore.

A suo modo la cosa aveva un senso, pensò la ragazza seduta con gli altri in fondo alla sala. Certo, aveva sempre creduto che a quel punto i giochi sarebbero ormai stati compiuti e le carte scoperte, ma non era poi tanto sorpresa di quello che aveva trovato. Non tutti i misteri alla fine vengono svelati.

Esaminò rapidamente la gente che era con lei: alcuni sembravano felici di essere lì, quasi soddisfatti, e pensò che dovevano essere quelli che non avrebbero avuto problemi a passare indenni le prossime ore, ammesso che di ore e di tempo si potesse ancora parlare; altri si gettavano a terra fingendo una devozione che persino lei capiva che non era mai esistita e che comunque non sarebbe servita; altri ancora erano rabbiosi, avevano dentro un rancore covato per anni che ora poteva finalmente schiudersi contro chi ritenevano la causa dei loro mali; la maggior parte, tuttavia, manteneva un atteggiamento di attesa, si guardava intorno, come faceva lei, e aspettava di capire o, almeno, aspettava che le cose seguissero il loro corso anche al di là della ragione. Non c’era nessuno che conosceva. C’erano tante persone, tante ancora ne continuavano ad arrivare, ma nessuna faccia nota. Per un attimo si sentì sola come non mai e desiderò avere qualcuno accanto, ma rivalutò subito la situazione: che diavolo stava dicendo? Tanto meglio se non conosceva nessuno!

Un grido la fece voltare di nuovo verso il trono. Sui gradini ai piedi di esso, un uomo cadde in ginocchio con la testa tra le mani e le lacrime agli occhi.

«Niente?» bisbigliò qualcuno tra la folla.

«Non è andata neanche stavolta» rispose un altro.

La ragazza si girò un momento verso di loro, poi tornò a guardare davanti a sé. Tra tutte le espressioni che potevano comparire sul volto di qualcuno, quella di quell’uomo era la più straziante che lei avesse mai visto: era l’essenza stessa della disperazione, il muro contro cui si schiantavano tutte le speranze.

Fu fatto alzare e trascinò le gambe per uscire da palazzo e seguire chi era stato stabilito che seguisse. Nel momento in cui le passò accanto, l’uomo alzò gli occhi verso i suoi e lei provò pena per lui e pena per sé. Quanto era convinta di essere migliore per poter sperare in una sorte diversa? Senza neanche accorgersene gli asciugò una lacrima sulla guancia, rendendosi conto del suo gesto solo dal brusio della gente intorno. Poco male, arrivati a quel punto cosa importava quello che faceva?

«Perché?» le domandò l’uomo, sorpreso quanto gli altri.

Lei gli sorrise stringendosi nelle spalle: «Tanto tra un po’ anche tu consolerai me…»

Un istante dopo sentì pronunciare il suo nome da quella voce che aveva in sé la voce di tutti.

Lanciò un’ultima occhiata all’uomo che intanto veniva portato via e infine avanzò con passo risoluto: qualunque fosse la decisione era meglio saperla subito, non le piaceva quando le cose andavano troppo per le lunghe. Si fermò a pochi passi dal trono, continuando a cercare di catturare lo sguardo di colui che ora avrebbe deciso cosa ne sarebbe stato di lei per tutta l’eternità.

La voce fu corda appena pizzicata: «Paradiso.»

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venerdì, 21 marzo 2008,09:26

Quante facce ha ciascuno di noi?

Quante identità si contendono la nostra anima?

Non ho le risposte per queste domande ma, come tutti, sono anch’io terreno di battaglia.

 

Dobbiamo parlare, tutte quante. Dobbiamo parlare e venire fuori da questa situazione, altrimenti Lei ci assalirà.

 

Non abbiamo voglia di confrontarci, non ora almeno. Ora vogliamo solo goderci questa doccia, sentire le gocce d’acqua picchiettare sulla pelle, annegare nel loro silenzioso scroscio.

 

Eppure è l’unica cosa da fare! Tutte noi La vediamo: ci segue da giorni, è lì, dietro ogni parola e ogni sguardo, rintanata nei nostri pensieri e in tutti i nostri sogni. Nessuna di noi vuole che Lei ci raggiunga, forse su questo siamo tutte d’accordo. Tutte tranne una, quella che noi chiamiamo bestia: forse a lei davvero non interessa.

 

D’accordo, parleremo. Ma con calma o finiremo per peggiorare le cose. Dobbiamo trovare qualcuno che faccia da paciere tra noi, che ci permetta di comunicare serenamente.

Tu? Tu che te ne stai lì nel fondo della nostra mente, una presenza discreta eppure costante… Come dici? Vuoi essere tu il nostro giudice? Bene, giudice: dai il via alle danze.

Chiedi come è iniziato tutto? È scontato: l’amore. L’amore che ti annienta, che ti lascia senza fiato, che prende tutte le emozioni dentro di te, le mescola e te le rimette in petto in ordine casuale. L’amore che ti fa dimenticare le paure, che ti fa vedere mondi che non esistono, che ti fa credere che tutto ciò che desideri ce l’hai già. L’amore. L’amore che poi se ne va.

Perché? Sei insistente, giudice, ma hai ragione: se vogliamo parlare non dobbiamo nasconderci nulla. Perché… Dice di amarci ancora, dice che siamo la sua luce, la ragione della sua vita, dice che senza di noi non sarebbe nulla. Ma non può più stare con noi, dice che è impossibile, complicato… Che c’è da ridere, bestia?

 

La nostra stupidità mi fa ridere, ecco cosa! Che ci importa di lui? Guardate lì fuori: il mondo è pieno di prede!

 

Smettila! Tu non hai voce in capitolo su questa questione! Tu sei morta non appena lui è arrivato. Ti ha zittita, polverizzata, distrutta. Tu che sei nata bestia, eri diventata un cucciolo nelle sue mani.

 

Quindi la bestia è fuori, chi rimane?

 

Rimango io, che per prima l’ho conosciuto. Siamo stati amici prima di ogni altra cosa e già quell’amicizia ci riempiva il cuore. Io lo capisco, ha ragione lui: così sarà più facile per tutti e due, è la cosa migliore da fare. Essere amici. Lo siamo stati, sinceramente. Possiamo esserlo ancora.

 

Giudice, rimango io. Io che volevo stare con lui senza tanti progetti, senza aspettarci troppo da una storia così difficile, vivendo alla giornata ciò che potevamo regalarci a vicenda. Ma lui mi voleva per sempre. Diceva di non poter sopportare l’idea che io non fossi sicura di volerlo vedere nel mio futuro. Quante promesse… E io gli ho creduto… Eccome se gli ho creduto. Finché le parti non si sono invertite. Ironia della sorte.

 

Giudice, ci sono anch’io. Io che sono stata lasciata da lui già altre volte. Tradita. Questa è l’occasione buona! Se l’è voluta e noi dobbiamo sfruttarla! Vuole stare senza di noi? Benissimo! Facciamogli vedere cosa significa non avere nulla. Facciamogli vedere che esistiamo anche senza di lui. Rendiamogli ciò che ci ha fatto!

 

No! No… Non potrei mai. Io lo amo ancora, lo amerò sempre. Chi sono io, giudice? Non lo so… Non lo so più… Le altre mi hanno relegata quaggiù, in questo angolo buio. Dicono che non posso parlare perché è la mia voce quella che fa più male. Sono le mie parole che rendono tutto più difficile. È amarlo che ci distrugge.

 

Bene, giudice, ci hai ascoltate. Adesso sta a te… Cosa dobbiamo fare per uscire da questo momento?

Lasciarci guidare da te, dici? Ma tu chi sei? Vieni sotto la luce. Così…

Ora capiamo… Tu sei Lei. Saremmo dovute arrivarci da sole: solo Lei poteva riunirci tutte e far sì che parlassimo tra noi. Solo Lei… Solo tu.

Il tuo nome? Dobbiamo pronunciarlo? Non so, giudice, è una parola che fa paura. Ma hai ragione, dobbiamo fidarci, dobbiamo lasciarci guidare da te…

Tu sei la Pazzia.

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venerdì, 22 febbraio 2008,06:32

Il silenzio non è mai stato così muto.

Trattengo il fiato e ho paura che il battito forsennato del mio cuore riecheggi per tutta la sala, eppure non cerco neanche di controllarne il ritmo: sono troppo rapita da te, da quello che vedo, in attesa di un suono che non avrei mai sospettato di poter desiderare con tanta impazienza.

Non sei niente per me, tra neanche un’ora uscirò da qui e non ci rivedremo più. Forse, se mai lo saprò, dimenticherò il tuo nome nel giro di pochi giorni. Ma ora mi sembra di dipendere da te e ho l’impressione che se non dovessi sentire da un momento all’altro la tua voce potrei impazzire. Siamo talmente vicine che potrei toccarti solo allungando una mano, ma non lo farò: non mi è permesso farlo e forse neanche lo vorrei. A un passo da te, ti guardo mentre te ne stai lì immobile, bellissima e delicata come un fiore appena sbocciato. È ciò che sei.

Piangi… Ti prego, piangi.

Quanto è passato? Un secondo, forse due, ma a me è sembrata un’eternità. Finalmente, il tuo vagito irrompe come un canto di angeli: respiri e anch’io riprendo a farlo, mentre gli occhi mi si gonfiano di lacrime e le labbra si aprono in un sorriso. Intanto, tu assapori il mondo per la prima volta. Come sarebbe bello se potessi ricordare che gusto ha avuto questo tuo primo assaggio. Lo dimenticherai… Ricorderai tante cose della tua vita, belle e brutte, ma non questa. Non ti sarà dato sapere come ti è sembrato il mondo non appena vi hai messo piede, non ricorderai se il tuo è stato un pianto di gioia o di stizza. E non lo saprò io. Io che me ne sto in piedi come una stupida, con le lacrime agli occhi senza saperne il motivo, felice dopo tanto tempo. Ha dell’inverosimile che sia proprio tu, che non esistevi fino ad un istante fa, a ridarmi di nuovo un attimo di pura gioia. Mi sento così ridicola…

«Hai mai visitato un neonato?»

Scuoto la testa, grata alla mascherina di camuffare in parte la mia debolezza.

«Se vuoi puoi farlo assieme a me.»

Ti guardo ancora, non riesco a staccare gli occhi da te, il tuo pianto è diventato all’improvviso il suono più bello che abbia mai ascoltato. Ti muovi nel lettino come se volessi mandarci via tutti, come se ce l’avessi con noi perchè abbiamo disturbato quella tua pace che durava da mesi. Hai ragione, anch’io sarei arrabbiata.

«No grazie, la visiti lei.»

Sei così piccola che non voglio toccarti. Ho paura che i guanti sterili non siano abbastanza sterili, che le mie mani non siano abbastanza delicate, che il mio occhio non sia abbastanza attento; mi sembra di poterti fare male anche solo guardandoti troppo da vicino.

«Posso vederla?»

Tua mamma ti reclama e la visita è finita. Un po’ mi dispiace, perché credo che sarei potuta rimanere a guardarti per sempre. Ti portiamo tra le sue braccia ed è lì che io ti lascio.

«Come l’ha chiamata?» mi ricordo di chiedere.

«Viola.»

Viola…

No, non credo che il tuo nome lo dimenticherò nel giro di pochi giorni.

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martedì, 15 gennaio 2008,07:04

Quella notte nell’accampamento si udivano solo i lamenti dei feriti e i pianti soffocati dei vivi. Ai piedi della collina, il terreno di battaglia somigliava a una fossa comune. L’odore di sangue era tanto intenso che potevo sentirne il sapore metallico nella gola: non ero mai stata particolarmente sensibile ad esso, non ero una di quelle che non riuscivano a sopportarne la vista. Eppure, mentre andavo a riempire i catini al fiume e lo sguardo vagava su quella distesa di dolore, mi sentii quasi mancare. Mi concessi qualche minuto, poi mi affrettai a fare ciò che dovevo: al campo c’era bisogno anche di me.

Per giorni abbiamo cercato di salvare quante più vite potevamo, contendendo alla morte i nostri soldati, alternando la gioia di una vittoria all’amarezza devastante di una sconfitta. Ancora oggi non riesco a capire perché la gioia dura un solo istante mentre l’amarezza continua a logorare l’anima finché qualche altra emozione non arriva a soppiantarla. Certo è che in quei giorni c’era ben poco di cui rallegrarsi: molto spesso anche salvare una vita rappresentava una sconfitta.

«Come vi sentite, signore?»

Cambiai la pezza bagnata sulla fronte dell’uomo, notando che la febbre non accennava a diminuire nonostante le cure e la sua forte tempra. Era il nostro generale, il nostro condottiero, il filo che teneva uniti tutti noi: senza di lui non eravamo niente. Doveva sopravvivere, a tutti i costi. Lo sguardo corse ai piedi del letto, dove le lenzuola sprofondavano nello spazio in cui avrebbero dovuto esserci le gambe. Sopravvivere… A quale prezzo…

Le sue palpebre si sollevarono a fatica e i suoi occhi sembrarono guardarmi supplichevoli. Sapevo che non era così: aveva perso la vista quando il nemico lo aveva colpito alla nuca con tanta violenza da spaccargli il cranio. Le altre ferite, così come il coma dei giorni scorsi, erano state un’inevitabile conseguenza.

Se c’era un sentimento che odiavo provare per lui era la pena: lui, il mio eroe, il mio mito.

«Ti prego…» sussurrò. Io feci finta di non aver udito. Avevamo già affrontato quell’argomento e gli avevo già detto che non avrei mai potuto farlo. «Ti prego!» La forza con cui lo disse mi costrinse a cercare in fretta una nuova risposta. Trovai la più banale.

«Presto starete meglio…» Quella frase suonò bugiarda e offensiva anche alle mie orecchie e mi sentii un verme quando lo vidi sorridere amaro.

«Non ci credi neanche tu.»

Abbassai lo sguardo, vigliaccamente lieta che lui non potesse vedermi. Assalita dalla vergogna e da un senso di inutilità che mi bloccava, rischiai di perdere le parole che invece decisero il corso della mia vita.

«Ho paura» disse, e la dignità con cui ammetteva la propria debolezza lo rese ancora più grande.

«Della morte, mio signore?»

Lui portò la mano alla spada, amica fedele di mille battaglie.

«No» rispose. «Di tremare e mancare il bersaglio… E ancora di più di non trovare il coraggio per farlo e accettare di vivere così.» I suoi occhi vuoti si fissarono nei miei ed ebbi l’impressione che mi vedesse meglio di quanto io vedessi lui. «Per questo devi farlo tu. Prima che io mi rassegni, prima che perda la speranza.»

Non capivo: come poteva esserci speranza senza vita?

Scossi la testa. «Io non posso… Salvo vite, non le tolgo!»

Non so come riuscì ad afferrarmi la mano. «Allora salva la mia. Nell’unico modo in cui può essere ancora salvata.» Esitai. «Sono un generale, un soldato, e voglio una morte da guerriero. Ti prego, non rendermi prigioniero di una vita che non voglio.»

Mi mise la spada tra le mani ed io piansi tutte le lacrime che avevo nel momento in cui affondai la lama nel suo cuore.

Prima d’allora non avevo mai pensato alla morte come liberazione… Curioso che non mi sia mai pentita del mio gesto nonostante sia stato proprio questo a condurmi qui. Conosco i soldati scelti per la mia esecuzione, sono bravi uomini e hanno il braccio fermo. Non ho tentato di difendermi, ho accettato la condanna senza replicare, come è giusto che sia: dopotutto ho ucciso il generale. E questa è ancora la nostra legge. Forse in futuro le cose cambieranno, forse un giorno si potrà scegliere come vivere e anche come morire.

Mentre raggiungo il muro che ospiterà i miei ultimi istanti, le parole del generale rimbalzano nella mia mente.

«Ho paura.»

«Della morte, signore?»

«No, di tremare e mancare il bersaglio.»

Quel giorno mi ero chiesta come poteva esserci speranza senza vita. Proprio ora che la mia vita finisce, mi ritrovo a sperare come non ho mai fatto prima ed è strano che la mia unica speranza sia che i miei giustizieri non tremino. In fondo, credo di aver trovato la risposta.

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