Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
sabato, 26 luglio 2008,20:12
Macchina della verità

La nascita di una parola arriva da uno stagno lontano dove i ragni d’acqua giocano a rincorrersi. È una distesa placida tra il liquido denso di umori nascosti e il solido adagiarsi di materiale inerte. Si sviluppa un segnale che sale come una bolla d’aria in superficie, corre tra mille ostacoli e arriva a destinazione. Rimane incastonato in un vicolo cieco e la sua pressione attiva un infinità di muscoli che si flettono e si stringono. Il procedimento è ormai inarrestabile e presto l’aria viene pompata dai polmoni che danno propulsione alla parola stessa. L’aria passa da un telaio dove infiniti fili tesi vibrano creando un iridescenza armonica. Lingua denti e labbra arrotolano il suono, lo bloccano lo plasmano, lo vestono prima che esca. Naturalmente in ogni uomo tutto questo avviene in maniera sempre diversa, per le sue abitudini, le sue nevrosi e forse ancora qualcosa di molto remoto che nessuno sa spiegare. Poi ci sono parole che non nascono mai rimangono imprigionate nel limbo e col tempo si sgretolano e cadono sul fondo di ognuno di noi. Quando la parola è stata data ad accoglierla ce ne sono altre che si intrecciano e formano un tessuto verbale complesso. L’inflessione cambia il senso, anche con le stesse lettere la parola può esprimere qualcos’altro. La macchina della verità raggiunge la sorgente della parola e da un verdetto. Spesso si trovano macchine della verità mentitrici o di giudizio imparziale, solo questo articolato procedimento è in grado, con estrema precisione, di dare un verdetto sicuro.
Se la verità è un sinonimo di chiarezza è opportuno che il test abbia luogo di giorno, l’ambiente deve essere invaso da luce diretta e ben areato. È consigliabile non essersi lavati nelle ultime ore antecedenti, non aver mangiato crostacei e non aver detto le seguenti parole: reticenza, sillo, merluzzo, idrocefalo. Queste parole possono creare delle alterazioni nel processo di elaborazione del calcolo e un relativo mal funzionamento della macchina. Per comodità e rispetto della riservatezza chiameremo il sottoposto A31Z452Y, che viene immerso nudo in una gelatina trasparente. Alla testa gli vengono applicati elettrodi e i polsi saldamente legati ai braccioli della poltrona per avere sotto controllo pressione e battiti del cuore. Le cimici sono ovunque e passeggiano indisturbate sul flaccido corpo bianco di A31Z452Y, sono in collegamento con un computer che immagazzina e ridistribuisce i dati nei settori preposti.
Prima domanda: ha mai mangiato un pomodoro?
Seconda domanda: il suo ultimo sogno era a colori?
Terza domanda: si lava prima i denti o la faccia?
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sabato, 12 luglio 2008,10:22
Sono seduto, calmo, senza incombenze alle porte. Prendo il coltello che ho preparato sul tavolo e con assoluta indifferenza, come si taglia il pane, affondo la lama nel collo. Solo dopo alcuni minuti riesco a staccare completamente il capo dal resto del corpo che appoggio sul tavolo. Adesso sono finalmente in grado di analizzare come funziona la mia mente. Se normalmente si pensa che la macchina umana sia perfetta non è affatto vero e se si dà un occhiata alla propria testa ci si accorge che quello che si è assimilato viene riposto in disordine un po’ come fanno i maschi di casa che nascondono la polvere sotto i tappeti. Una scrivania colma di oggetti, ricordi non ancora incasellati che vagano nel limbo. Tutto viene accumulato e ciò che poco fa era in testa adesso si trova in coda. Tutti i nostri sensi hanno delle vie attraverso le quali passano informazioni che diventano ricordi. Quando viene chiamato alla mente un ricordo la ricerca avviene in tutte le “case dei sensi”. Ricordi chiamano ricordi, sono allacciati in un'unica collana e vengono arricchiti di dettagli col tempo. Ma il tempo è nemico della mente perché tutto quello che è stato depositato, stratificato in alcune recondite parti di noi, a un certo punto si disintegra, oppure sembra che scompaia ma in realtà rimarrà sempre dove è e nessuno potrà mai raggiungerlo. Dei vicoli ciechi che ti obbligano a tornare indietro. In una sola parola: dimenticare.
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lunedì, 02 giugno 2008,23:03
Quale posto migliore della pianura per coltivare?
Dove i fiumi lasciano il loro ricordo, a perdita d’occhio si estendono milioni di piante che finiranno in pentola. Ognuna uguale all’altra crescono per essere tagliate. Sono state piantate alla giusta distanza per non darsi fastidio e come pompe idrauliche succhiano nutrimento dalla terra mentre il sole gli dona calore e luce preziosa. Da tempi immemorabili gli uomini danno per togliere, prima con le mani poi con spaventose macchine dai bracci lunghissimi che falciano, raccolgono e imballano. Quel che resta è la nostra terra sfibrata ed esausta, pompata di veleni per farla rinvenire squassata dalle lame di mille vomeri che la rimescolano. Ma nel mezzo di quest’inferno verde dove tutto par essere prevedibile e controllato c’è qualcuno che ha sparso semi alla rinfusa con un gesto antico. Tornato a casa ha aspettato davanti al camino, ha disegnato ponti e ha costruito case nella sua testa, ha giocato a carte con il tempo ed ha sempre vinto anche se i capelli hanno mutato il loro colore. Poi una mattina d’estate è uscito di casa e con grande meraviglia si è accorto che le piante erano diventate alberi, migliaia di alberi infiniti dalle fronde odorose che davano protezione e nutrimento dalla coccinella al capriolo. Gli bastava allungare la mano per raccogliere frutti e tutti gli uomini intorno che lo davano per pazzo iniziarono a capire che pazzo non era affatto.
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lunedì, 28 aprile 2008,09:15
Il milite noto
Seconda e ultima parte

Fu una notte d’inverno molto fredda a tradirmi e forse anche quelle buste di Cordiale che mi ero procurato, forse quell’odore di polvere appiccicato all’unto del tempo. Fatto sta che una notte ero di guardia, entrai in camerata e mi addormentai sul mio letto abbracciato al fucile. Solo un attimo dicevo tra me e me, la mattina mi resi conto che quell’attimo era durato ore, davanti a me l’ufficiale di guardia scriveva nervosamente il rapporto. Questa è la fine pensai, non esistono punizioni per una cosa così grave, di solito si finisce in carcere militare. Ma fui graziato per miracolo, forse un generale in pensione aveva telefonato, ero libero, e mi misero a pulire le strade con l’idrante.
Pensavo ai mesi scorsi con quella bella casacca con i bottoni d’oro a servire da bere al circolo ufficiali, quella si che era vita! Ma non durò a lungo nemmeno quello perché una notte che avevo finito presto chiamai tutti gli amici per festeggiare, che cosa bene non lo sapeva nessuno, ci ubriacammo tutti fino a ridursi in uno stato ignobile, e anche lì ci scoprirono la mattina accasciati sui tavoli gonfi di veleno. Naturalmente ero diventato cameriere del circolo ufficiali perché ero stato trasferito dall’incarico di ufficio che mi era stato assegnato all’arrivo in caserma. Mi ricordo bene quell’ufficio con quel verde polveroso sulle pareti e i mobili di venature chiare, striate, spesso mi ritrovavo a contarle quelle lunghe linee tortuose, ma c’era sempre qualcosa che non tornava. Il Capitano C., che ben presto divenne Maggiore era nella stanza accanto, era uno spavaldo grassone che si divertiva a fare degli scherzi che capiva solo lui. C’era una piccola finestra a scomparsa che ogni tanto apriva per chiamare qualcuno e non dimenticherò mai quel ghigno con quei baffetti sale e pepe incorniciato dallo squallore di quella stanza. Era un continuo ticchettio della macchina da scrivere, quella era la musica giusta per il Maggiore, appena finiva apriva la finestrella scorrevole e guardava. Eravamo arrivati al punto di scrivere a caso interi fogli di “t”, di “e” tanto che sembravano dei fazzoletti ricamati, piuttosto che vedere la sua faccia. C’era anche il Maresciallo ma lui non diceva mai niente la sua più grande preoccupazione era dar da mangiare ai gatti. Alto e allampanato, con una divisa vecchia e corta era quello che in caso di guerra contava di più di un generale. Ero stato scelto per andare a prendere la posta al quartier generale e a me non mi pareva vero di poter uscire e andare in giro per la città. Ma un giorno per strada incontrai un mio vecchio compagno di Liceo che nel frattempo faceva il vigile, passammo l’intera mattinata a chiacchierare e siccome era già diventato tardi andammo al parco a stravaccarci sull’erba, fu in quella occasione che al mio ritorno a notte fonda mi trovarono in stato confusionale con i vestiti stracciati accuratamente prima e senza la borsa della posta che avevo buttato nel naviglio. Dopo numerosi giorni di consegna mi misero al centralino ma mi mandarono via subito perché mi dimenticai di chiudere la comunicazione mentre facevo il verso alla moglie del generale. Prima di essere assegnato a questa caserma ero al C.A.R., Centro Addestramento Reclute, anche in una grande caserma come quella che ospitava tantissimi soldati freschi di leva mi feci subito riconoscere. Una mattina ci portarono al poligono a sparare, gli autisti del camion ci sciagattavano come carne da macello, io caddi e spaccai il fucile. Quando fummo arrivati chiesi subito le cuffie perché il mio udito è debole, ma nessuno mi diede retta. Fu così che dovettero chiamare una ambulanza e farmi portare in ospedale. Solo dopo alcuni giorni mi dissero di avere una otite purulenta media con timpano perforato. Dopo una settimana ero in giro per l’ospedale a far battaglie con le castagne matte. Capitò proprio che una raffica di castagne fini sulla macchina di un graduato che scese inferocito e chiese, di che reparto sei? Psichiatria dissi molto calmo. Mi cercò per tutto l’ospedale e mi ritrovò rimandandomi subito in caserma senza giorni di licenza. Un giorno d’estate torrido e afoso si marciava sotto il sole nel cortile, sentivo urlare “passo” e quell’infinità di anfibi lucidati a specchio provocavano un suono sordo un po’ sinistro, io ero costantemente fuori tempo e scomposto, quando poi mi urlarono di presentarmi io m’impappinai tra compagnia e plotone. Fu un inizio difficile io ero appena arrivato in Italia, e il cibo del rancio mi creava problemi d’intestino tanto da restare in bagno per mezza giornata. Fui subito adocchiato come lavativo e accuratamente citato dai superiori come esempio da non seguire mai!
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martedì, 01 aprile 2008,06:07
Il milite noto



Era passato più di un anno, perché il vestiario se non si rende si paga in giorni, giorni di agonia a trattare male il tempo. Ormai avevo passato tutti i reparti, tutte le mansioni e l’ultima che mi restava era innaffiare una piccola aiuola dello spaccio truppa, che lavoro ingrato! Proprio li vicino c’era un ufficio dove un maresciallo grasso ti prendeva le misure, forse per la bara diceva qualche credulone, forse per le grandi parate in caso di vittoria o semplicemente uno squisito appunto di burocrazia. Prima di essere cacciato dallo spaccio truppa per aver schizzato schiuma di latte un ufficiale in visita aiutavo due fratelli gemelli sardi, per loro era una grande conquista essere nel continente anche se avevano molte difficoltà a far tornare i conti la sera. Erano spaesati come due pulcini abbandonati e viaggiavano in coppia come le scarpe, non parlavano bene l’italiano e rimasi di stucco quando seppi che con la paga di mille lire al giorno riuscivano anche a mandare qualcosa a casa. Il sergente maggiore diceva sempre che fumava per poter bere e beveva per poter fumare e io mi immaginavo quelle machine instabili di Tiguely che una volta azionate si autodistruggevano, era grigio verde come la sua divisa con i capelli unti incollati alla fronte e le dita color della terra, aveva l’accento di chi viene da molto lontano, forse ultimo di tanti figli aveva scelto volente o nolente la carriera da sottoufficiale. Joe Pistone al contrario dei fratelli sardi aveva girato il mondo, veniva dalla grande mela ma anche lui come loro parlava a stento l’italiano. Era tornato dopo tanti anni per vedere per l’ultima volta sua nonna e i carabinieri l’avevano pizzicato forse per un caso e l’avevano subito spedito al corpo a fare il suo dovere per la patria. Con Joe andavo molto d’accordo, del resto avevamo molte cose in comune e spesso ci prendevamo a botte per gioco, si iniziava ridendo e man mano che i colpi diventavano sempre più forti le facce si gonfiavano di rabbia. Lui, massiccio e muscoloso ma lento e pesante, io agile e magro e sempre attento alla mossa successiva scaricavamo entrambi il nostro mal di vivere a torso nudo accerchiati da capannelli di soldati verdi a riposo che incitavano l’uno e l’altro facendoci sentire come due poveri galli da combattimento. Un giorno andammo insieme a farci un giro nelle cucine, mi ricordo che era pomeriggio inoltrato e i cuochi erano già sul piede di guerra con pentoloni così grandi che ci poteva stare una persona seduta dentro. Entrammo nella cella frigorifera per far razzia di birre e prosciutto ma la porta si richiuse alle nostre spalle. All’inizio non demmo peso al fatto di essere rimasti chiusi dentro e iniziammo a bere birra fino ad ubriacarci, poi il freddo iniziava a farsi sentire nelle ossa e come due stupidi saltellavamo tra i quarti di bue appesi ai ganci. Ci aprì il giorno dopo il maggiore con due guardie che gli facevano da coda, ci vide accasciati per terra incoscienti ricoperti del nostro vomito ormai rappreso. Che spettacolo! Ci costò venti giorni di consegna e turni di guardia raddoppiati.
Nei mesi antecedenti fui assegnato a un reparto chiamato “Terzo Grado”, si trattava di un immenso capannone dove venivano riparati e revisionati i mezzi corazzati. Allora era il tempo della guerra in Libano e l’Italia era presente con la sua insignificante forza di pace, io, essendo grafico ero stato assegnato alla verniciatura, dipingevo di bianco carri armati verdi. Ero molto contento di questo lavoro, anche se era molto pesante, in quanto pensavo ci fosse un idea poetica in quello che facevo. Fui presto cacciato anche da li perché ogni tanto mi addentravo dentro le gazzelle dei carabinieri sfasciate per guardare sotto i sedili dove spesso trovavo pezzi di fumo abbandonati da chi era stato pizzicato e come loro fui pizzicato anche io mentre mi fumavo un gran cannone.


(continua)
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lunedì, 24 dicembre 2007,09:58
In quella notte infinita dove le stelle impolveravano il cielo e la cometa indicava il cammino, non è poi così vero che tutti sarebbero stati più buoni. In un antro malsano dove l’acqua putrida stagnava nel lavandino con i piatti da lavare di un mese, dove appena il giorno prima il curatore fallimentare aveva portato via quel poco che rimaneva, dormiva un bambino appena nato. Sua madre corrosa dall’astinenza sospirava esausta maledicendo il suo uomo che quando aveva capito che non c’era più trippa per gatti se l’era data a gambe. Era rimasto solo un lembo del manifesto attaccato alla parete della gloriosa pellicola musicale Jesus Christ superstar, poco da dire su quella montagna di bottiglie vuote di vodka e birra abbandonate in un angolo. Suonò il campanello e la donna improvvisamente impallidì, poi con grande resistenza si alzò e andò ad aprire. Davanti a se si trovò tre strani individui sembravano scappati da un circo o da una rappresentazione teatrale, avevano dei costumi sfarzosi e le loro facce avevano una strana espressione solenne. La donna proruppe con una risata spasmodica, che nella convulsione si tramutò in un attacco di tosse nervosa.
Siamo giunti a dare omaggio al messia dissero con grande enfasi, mentre la donna già pensava come ripulirli ben bene. Agli occhi di si tanta magnificenza prese una sigaretta e li guardò con divertita curiosità, del resto anche la televisione gli avevano portato via e vedere quei tre alberi di natale usciti da un filmone storico non gli pareva vero. Poi i forestieri si avvicinarono al bambino ed ebbero un conato di vomito vedendolo impiastrato di croste di muco rappreso e con un gran silenzio di spirito lasciarono i doni e se ne andarono da dove erano venuti. Appena usciti di casa videro una capanna illuminata c’era un bue e un asinello e nella mangiatoia c’era un altro bambino pulito e profumato, nemmeno profumato da quanto era pulito. Una processione di poveracci venivano a vedere incuriositi come quando succede per un incidente, chi in bicicletta chi a piedi trascinando trolley giganteschi. I re magi si guardarono preoccupati tra di loro e in un lampo rientrarono in casa della donna riprendendosi oro incenso e mirra.
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mercoledì, 12 settembre 2007,12:56

Su un promontorio scosceso, dominato da quel selvaggio disordine cercavamo i gradini di pietra di un antica mulattiera. Le nuvole gettavano ombra ad intervalli brevi lasciando un fresco respiro tra i rumori del prato. Era una casa modesta nascosta nel verde, tra palme e tombe romane incustodite, ma la sua posizione fiera abbracciava un orizzonte movimentato di montagne che dolcemente si immergono nell’acqua. Avevamo tutti quella piacevole sensazione di stare in un posto protetto, nascosto da tutto e rivolto verso il sole. Quell’odore di muffa e il salnitro fiorito sulle pareti mi faceva pensare a un momento armoniosamente violato, era facile trovare il proprio angolo, e ognuno di noi sembrava averlo catturato istintivamente. Tutto quello che succedeva sembrava racchiuso come da una parentesi magica e io mi sentivo piacevolmente a mio agio rispetto a una condizione così insolita. Loro erano in una predisposizione speciale, di quelle situazioni dove ti lasci andare piacevolmente invischiato in quella dolcezza così spontanea. Mi sentivo circondato di attenzioni, quei gesti squisitamente femminili, quel modo di manifestare il proprio carattere così diverso tra di loro mi faceva sentire beato. Sdraiati al sole accarezzavo i corpi nudi senza chiedermi di chi fossero, e aggrovigliati nel desiderio come rami di edera attorno a un tronco d’albero ci lasciavamo trasportare da questo senso di pace. Condividere i rituali che spesso si compiono senza nemmeno rendersene conto acquistava un valore diverso nel farli insieme, un divertente modo di ritrovarsi nella quotidianità. Pensavo che forse un impulso di gelosia avrebbe smontato quel delicato equilibrio, ma a loro andava bene così continuando a giocare amalgamandosi in quel comune senso di trasgressione.
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sabato, 18 agosto 2007,10:50
Lo davano tutti per morto, e infatti il funerale e la sepoltura avevano avuto luogo regolarmente, ma gli amici se lo ritrovarono al bar che si beveva un grappino. Era divertente vedere come la gente reagiva a una cosa che non poteva concepire, alcuni erano inorriditi e spaventati, altri insensibili e noncuranti, continuavano le loro cose come se niente fosse. Lui però era li tranquillo e testardo anche dopo la morte. Le persone che gli volevano bene cercarono di parlargli e di dirgli di tornare al cimitero, che non stava bene fare così, ma lui niente continuava a fare da morto quello che faceva da vivo. In casa non gli permisero di entrare ma lui se ne stava in veranda sulla sedia a dondolo a guardare il tramonto. Passavano i giorni e siccome come tutte le cose anche noi siamo prodotti in scadenza, l’odore della morte aleggiava densa intorno a lui, ma non sembrava preoccuparsi per questo, anzi tutto questo sembrava divertirlo, anche la voce era cambiata e i pochi denti che gli erano rimasti cadevano come foglie secche per terra. Dopo una settimana il parroco venne a trovarlo con i becchini pronti a prelevarlo, ma lui trascinando il suo corpo come un rottame iniziò a picchiare con tutte le forze che aveva il prete e il suo seguito ma non si rese nemmeno conto che a ogni colpo che dava perdeva un pezzo. Si sciolse al sole più tardi come un moccolo di una candela e se lo riprese la terra che per tutta la vita aveva lavorato.
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venerdì, 10 agosto 2007,08:17
In quella notte infinita dove le stelle impolveravano il cielo e la cometa indicava il cammino, non è poi così vero che tutti sarebbero stati più buoni. In un antro malsano dove l’acqua putrida stagnava nel lavandino con i piatti da lavare di un mese, dove appena il giorno prima il curatore fallimentare aveva portato via quel poco che rimaneva, dormiva un bambino appena nato. Sua madre corrosa dall’astinenza sospirava esausta maledicendo il suo uomo che quando aveva capito che non c’era più trippa per gatti se l’era data a gambe. Era rimasto solo un lembo del manifesto attaccato alla parete della gloriosa pellicola musicale Jesus Christ superstar, poco da dire su quella montagna di bottiglie vuote di vodka e birra abbandonate in un angolo. Suonò il campanello e la donna improvvisamente impallidì, poi con grande resistenza si alzò e andò ad aprire. Davanti a se si trovò tre strani individui sembravano scappati da un circo o da una rappresentazione teatrale, avevano dei costumi sfarzosi e le loro facce avevano una strana espressione solenne. La donna proruppe con una risata spasmodica, che nella convulsione si tramutò in un attacco di tosse nervosa.
Siamo giunti a dare omaggio al messia dissero con grande enfasi, mentre la donna già pensava come ripulirli ben bene. Agli occhi di si tanta magnificenza prese una sigaretta e li guardò con divertita curiosità, del resto anche la televisione gli avevano portato via e vedere quei tre alberi di natale usciti da un filmone storico non gli pareva vero. Poi i forestieri si avvicinarono al bambino ed ebbero un conato di vomito vedendolo impiastrato di croste di muco rappreso e con un gran silenzio di spirito lasciarono i doni e se ne andarono da dove erano venuti. Appena usciti di casa videro una capanna illuminata c’era un bue e un asinello e nella mangiatoia c’era un altro bambino pulito e profumato, nemmeno profumato da quanto era pulito. Una processione di poveracci venivano a vedere incuriositi come quando succede per un incidente, chi in bicicletta chi a piedi trascinando trolley giganteschi. I re magi si guardarono preoccupati tra di loro e in un lampo rientrarono in casa della donna riprendendosi oro incenso e mirra.
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martedì, 10 luglio 2007,13:31
Non si è mai capito perché i cani son sempre soli, a me pare invece il contrario. Si nasce soli soffocati da un singhiozzo di pianto nell’apprendere quanto è doloroso respirare, si muore soli nella paura di esserlo. Nella vita ho sempre cercato di fuggire dalla solitudine, a volte chiedendo a volte dando, sono stato compagno di sassi trovati in riva al mare, di carte da gioco scompagnate, di sguardi altrove, e di quella vaga sensazione di smarrimento dove ti chiedi dove sei e se ci sei. Ma come sempre avviene prima o poi si devono sempre fare i conti con noi stessi, gli amici, gli amanti, è gente che nel tragitto della vita scende sempre a una fermata diversa della tua. Allora è li che affiora la paura di guardarsi dentro, di parlarsi, di accettarsi, e piuttosto di cedere a se stessi si scandaglia l’agenda per capire se è rimasta una vaga possibilità per pensare ad altro anche a ciò che non ti è mai interessato. A Berlino rimasi incantato da un giovane che parlava di fronte a una seggiola vuota, forse sapeva che quella tazza di te davanti a lui sarebbe sempre rimasta piena, forse sapeva che la sua discussione era dentro se stesso e non c’era nessuno ad ascoltarlo. Quante volte seguivo il flusso della folla all’uscita dagli uffici annullandomi, perché talvolta più numerosi si è e più ci si sente soli. Nella solitudine l’io si amplifica e si finisce sempre immancabilmente per piangersi addosso. Non siamo fatti per essere soli, si dice comunemente ma a volte è necessario rimanerci, per riflettere se stessi, per prepararsi un piatto di pasta o la colazione per il giorno dopo.
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