Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere...
Volete condividere le nostre emozioni?
sabato, 02 maggio 2009,09:39
Dove mi porta questo tango?
In fondo a quel vuoto, dove lo sguardo fissa il veloce scorrere delle cose. Passo dopo passo mi accompagna con enfasi e non mi preoccupo se le mie scarpe fanno rumore. Mi richiama se sono indietro, mi incoraggia e mi fa capire che se ce l’ha fatta lui posso farcela anche io. La meta è il punto d’inizio, mi divertirebbe sapere il parere di un velocista a riguardo. “Vai” mi dicevano dal fondo del circo, ormai annoiati di aspettarmi. Spesso ci si tappa il naso, si fa un bel respiro, si cade, si muore e si nasce di nuovo in un altro corpo restando li nascosto per una vita intera. Ho sempre avuto paura di camminare sul filo ma inesorabilmente sono caduto nell’ambiguità di non essere considerato. Ma per ballare bisogna essere sempre in due e se ho saputo dare è stato perché è stato ma mai niente per avere. È un suono che sale con l’umidità fra tubi sparsi di un vicolo sul retro del bar, a quell’ora ti puoi rispecchiare nelle pozzanghere da quanto tutto è calmo. Forse un armonica a bocca o uno spaventapasseri che scaccia la noia è lo strumento che vorrei suonare. Suonerei su un treno passando da un vagone all’altro come il profumo del pane in cambio di qualche moneta, s’intende.
domenica, 29 marzo 2009,22:00
Alle otto in punto
Alle otto in punto nella sala relè della stazione di Varenna, il capostazione guardava il suo fischietto, contemporaneamente, una manciata di minuti più tardi Daniele scoccava la sua prima freccia col suo nuovo arco. Sul treno per Milano una bambina dorme in braccio al papà e si è svegliata proprio mentre il viaggiatore seduto accanto aveva finito di leggere un articolo sui titoli tossici. Sul sagrato del Duomo un piccione sfiora la testa di un giapponese, sale in alto e scompare dietro a un palazzo. Lorenza, la panettiera del paese dall’altra sponda del lago a quell’ora era impegnata in un lungo sbadiglio nel suo letto, visto che era Domenica se ne stava rannicchiata sotto le coperte aspettando che scattasse la sveglia. Il diretto per Tirano passa dalla stazione senza fermarsi, corre col suo rumore per scomparire dentro un tubo di roccia. Proprio alle otto in punto una quantità indescrivibile di uccelli che si erano posati sull’unico albero nella via presero il volo, così, tutti insieme, senza una spiegazione. A cinquanta metri dal giapponese ancora un po’ infastidito dall’incidente del piccione c’è un bar con i tavolini fuori. C’è un giovane seduto che si accende una sigaretta con un dispositivo situato all’interno del suo orologio. Si gode quel debole sole che filtra dal cielo lattiginoso mentre all’interno della chiesa un bambino impegnato a cantare starnutisce. Molto più lontano, dall’altra parte del mondo Lucrin si starà fumando una sigaretta al mentolo o starà pensando di fare un altro giro di ballo, mettere i soldi nel cappello e andare a casa.
domenica, 01 febbraio 2009,10:02
La porta è sempre aperta per noi. Si arriva la sera, stanchi da lavoro, ci si siede e si ascolta. Si scorgono facce consuete e certe che non hai mai visto prima. Le sedie sono in cerchio. Per parlare si alza la mano e per molti anni non l’ho mai fatto. Alcuni buttano fuori il rospo, altri vuotano il sacco, il passato, il presente e il futuro, il callo che mi fa male, l’ignoto, la luce. Camminiamo stando seduti, inciampando nelle difficoltà, quanto piccoli siamo, quanto è grande la nostra forza. Non è come stare in paradiso perché siamo uomini, carichi delle nostre, paure, incertezze, antipatie e dove andiamo insozziamo tutto con la nostra spazzatura. Si ascolta chi Dio l’ha trovato e chi lo sta ancora cercando, lo si descrive come uno di noi o semplicemente come un tramonto sul mare. Chi tiene in mano il filo del discorso conta i soldi, li mette in una busta ci scrive quanti sono e la butta in una cassetta che è nascosta da una tenda a fili marroni. Il pensiero del giorno, il sano egoismo, le ventiquattrore, la preghiera della serenità sono i nostri paletti su un sentiero tortuoso che va in contro alla luce.
mercoledì, 17 dicembre 2008,11:22
Un giorno, tanto tempo fa, un principe si ammalò e stette così male che pensò che quella volta fosse proprio arrivata la sua ora. Fu così che dal letto di dolore si fece portare dal vescovo il quale vedendolo così malconcio e deperito si spaventò. Allora il principe con flebile voce disse: “se guarirò andrò in pellegrinaggio fino a Gerusalemme a piedi”, così giurò davanti a Dio. Trascorsero i giorni e il principe miracolosamente guarì, e dopo una lunga convalescenza si trovò di fronte all’impegno promesso. Ma il principe era un uomo molto pigro e al solo pensiero della fatica che avrebbe fatto lo tormentava. Dopo aver chiesto consiglio, dopo averci pensato e ripensato, decise di tornare dal vescovo nella speranza di convertire il voto e di pagare in denari la sua pigrizia. Ma il vescovo fu inamovibile alle sue suppliche, lo incitò a partire subito e a dare l’esempio ai suoi sudditi. Così il principe che proprio non ne voleva sapere di andare a piedi fino a Gerusalemme, decise di percorrere lo stesso viaggio all’interno del suo magnifico palazzo. Fece disporre dalla schiavitù tutto il necessario per il viaggio: vestiti pesanti e leggeri, lanterne, tende da campo, animali da soma e tutto quello che sarebbe servito per un vero pellegrinaggio. Decise che ogni stanza rappresentava uno stato da attraversare, calcolando le avversità del percorso e addirittura le imboscate dei briganti preventivamente assoldati, passo dopo passo camminando in lungo e in largo dalla biblioteca al salone da ballo, dalla stanza da letto alle cucine, passarono gli anni.
Ma un bel giorno una donna bellissima arrivò da molto lontano e si innamorò così perdutamente del principe che riuscì a entrare nel palazzo di nascosto e a vederlo mentre viaggiava nelle sue stanze.
Si dice che quando i loro sguardi si incontrarono per un giorno ritornò la primavera e tutti i popoli in guerra riposero le armi. Si trovarono quindi ad affrontare il mare, allora il principe fece inondare le cantine, e a bordo di una grande tinozza passarono altri lunghi mesi a navigare. Poi fu la volta del deserto, e il principe fece liberare una stanza da tutti i mobili e suppellettili e ordinò di riempirla di candele sempre accese, così da ricordare il calore e la luce del sole. Ma mentre il principe era tutto affaccendato ad adempiere al proprio impegno, alcuni cortigiani malvagi tramarono un losco piano per ucciderlo. Le imboscate e gli attacchi dei briganti si intensificarono fino a mettere in serio pericolo di morte l’ignaro sovrano ormai vecchio e stanco. Anche i contabili ormai avevano perso il conto dei passi, e il suo vagabondare per il palazzo era diventato l’unica ragione di vita. Ma un giorno arrivarono nell’ultima stanza, quella adibita ai ricevimenti, in fondo a un lunghissimo tavolo preziosamente intarsiato si vedeva la porta principale, quella che dava verso l’esterno, allora il principe scoppiando a piangere la aprì e un raggio di sole luminosissimo invase la stanza e tutti corsero per le strade di Gerusalemme. Il principe visse ancora a lungo fino a che un giorno si ammalò e stette così male che morì.
mercoledì, 12 novembre 2008,09:18
Ero in ritardo e dovevo attraversare l’intera città, mi fermai davanti a una vetrina di un concessionario e decisi di comprare una macchina. Non ero tanto interessato al modello quanto al colore, che doveva essere acceso e allegro. Mi resi subito conto dell’entità dell’investimento e visto le mie scarse risorse decisi di comprarne metà. Uscii dal negozio soddisfatto e mi ritrovai a tu per tu con il mio nuovo acquisto. Il vero problema era che non avevo mai guidato una qualsiasi vettura a motore, così armato di buona volontà iniziai a spingere la macchina sulla strada. Il mezzo era pesante e si spostava con estrema lentezza in mezzo al traffico inferocito dell’ora di punta. Molti suonavano all’impazzata altri urlavano dai loro abitacoli improperi, ma io non mi perdevo d’animo, sapevo che mi mancavano pochi metri e poi avrei trovato la discesa, avrei aperto la portiera posteriore e mi sarei comodamente seduto proprio come quando si prende un taxi. Quando mi ritrovai tra un sedile e l’altro vidi davanti a me due signore di una certa età che chiaccheravano allegramente su i loro eccitanti acquisti, subito pensai ai proprietari dell’altra metà dell’auto e senza tanti preamboli mi presentai. Mi guardarono con diffidenza e mi chiesero cosa ci facevo io nella loro macchina, così tirai fuori i documenti che certificavano la proprietà della parte posteriore dell’autovettura. Naturalmente le nostre mete erano opposte ma mi adattai alle loro esigenze e pensai che comunque in un modo o nell’altro prima o poi sarei comunque arrivato a destinazione.
martedì, 09 settembre 2008,20:14
Sinfonia del nuovo mondo
Da un pianoforte a coda nero insiste una nota, è sempre la stessa martellante, prepotente, incalzante, sento il rumore dell’acqua che scende fermata da mille ostacoli, un fluire morbido, perpetuo. Si sovrappone lo sferragliamento di un treno in prossimità di uno scambio, è un suono irregolare che si aggiunge a quella nota che da il ritmo. In lontananza un vecchio motivo di una canzonetta anni cinquanta si ripete come in un disco incantato e ripete ossessivamente il motivo all’infinito. Ascolto la plastica ruvida strisciare contro pareti stampate a nido d’ape mentre uno sbuffo di vapore annuncia la sorda sirena di una catena di montaggio. Ha un movimento questa musica, un ritmo imprevedibile, forse casuale. Le voci di un frammento di un discorso si moltiplicano su se stesse e una nenia di un vecchio indiano d’America scorre insieme a tutto il resto. Un fragore di cristalli rotti, una macchina colossale che imprime il tempo, un’onda del mare che si abbatte su uno scoglio e poi quell’attimo di silenzio, così pieno, così forte. In lontananza sento cumuli di suoni cibernetici, la suoneria di un cellulare e un motivo che si perde su se stesso, arrotolandosi, inciampando tra le note. Il colpo secco della puntina di un giradischi ha trovato un solco che diventa un tema, un disturbo, un’interferenza sotto il battito di un telegrafo lontano che lancia un disperato messaggio di aiuto. Il lamento di un flessibile, il tonfo sordo di un uomo che cade dall’alto, il frammento di mille suoni luminosi si incastrano con un urlo ripetuto. Lo strazio di un lamento di un animale misterioso, ferraglia che stride, una risata.
sabato, 26 luglio 2008,20:12
Macchina della verità
La nascita di una parola arriva da uno stagno lontano dove i ragni d’acqua giocano a rincorrersi. È una distesa placida tra il liquido denso di umori nascosti e il solido adagiarsi di materiale inerte. Si sviluppa un segnale che sale come una bolla d’aria in superficie, corre tra mille ostacoli e arriva a destinazione. Rimane incastonato in un vicolo cieco e la sua pressione attiva un infinità di muscoli che si flettono e si stringono. Il procedimento è ormai inarrestabile e presto l’aria viene pompata dai polmoni che danno propulsione alla parola stessa. L’aria passa da un telaio dove infiniti fili tesi vibrano creando un iridescenza armonica. Lingua denti e labbra arrotolano il suono, lo bloccano lo plasmano, lo vestono prima che esca. Naturalmente in ogni uomo tutto questo avviene in maniera sempre diversa, per le sue abitudini, le sue nevrosi e forse ancora qualcosa di molto remoto che nessuno sa spiegare. Poi ci sono parole che non nascono mai rimangono imprigionate nel limbo e col tempo si sgretolano e cadono sul fondo di ognuno di noi. Quando la parola è stata data ad accoglierla ce ne sono altre che si intrecciano e formano un tessuto verbale complesso. L’inflessione cambia il senso, anche con le stesse lettere la parola può esprimere qualcos’altro. La macchina della verità raggiunge la sorgente della parola e da un verdetto. Spesso si trovano macchine della verità mentitrici o di giudizio imparziale, solo questo articolato procedimento è in grado, con estrema precisione, di dare un verdetto sicuro.
Se la verità è un sinonimo di chiarezza è opportuno che il test abbia luogo di giorno, l’ambiente deve essere invaso da luce diretta e ben areato. È consigliabile non essersi lavati nelle ultime ore antecedenti, non aver mangiato crostacei e non aver detto le seguenti parole: reticenza, sillo, merluzzo, idrocefalo. Queste parole possono creare delle alterazioni nel processo di elaborazione del calcolo e un relativo mal funzionamento della macchina. Per comodità e rispetto della riservatezza chiameremo il sottoposto A31Z452Y, che viene immerso nudo in una gelatina trasparente. Alla testa gli vengono applicati elettrodi e i polsi saldamente legati ai braccioli della poltrona per avere sotto controllo pressione e battiti del cuore. Le cimici sono ovunque e passeggiano indisturbate sul flaccido corpo bianco di A31Z452Y, sono in collegamento con un computer che immagazzina e ridistribuisce i dati nei settori preposti.
Prima domanda: ha mai mangiato un pomodoro?
Seconda domanda: il suo ultimo sogno era a colori?
Terza domanda: si lava prima i denti o la faccia?
sabato, 12 luglio 2008,10:22
Sono seduto, calmo, senza incombenze alle porte. Prendo il coltello che ho preparato sul tavolo e con assoluta indifferenza, come si taglia il pane, affondo la lama nel collo. Solo dopo alcuni minuti riesco a staccare completamente il capo dal resto del corpo che appoggio sul tavolo. Adesso sono finalmente in grado di analizzare come funziona la mia mente. Se normalmente si pensa che la macchina umana sia perfetta non è affatto vero e se si dà un occhiata alla propria testa ci si accorge che quello che si è assimilato viene riposto in disordine un po’ come fanno i maschi di casa che nascondono la polvere sotto i tappeti. Una scrivania colma di oggetti, ricordi non ancora incasellati che vagano nel limbo. Tutto viene accumulato e ciò che poco fa era in testa adesso si trova in coda. Tutti i nostri sensi hanno delle vie attraverso le quali passano informazioni che diventano ricordi. Quando viene chiamato alla mente un ricordo la ricerca avviene in tutte le “case dei sensi”. Ricordi chiamano ricordi, sono allacciati in un'unica collana e vengono arricchiti di dettagli col tempo. Ma il tempo è nemico della mente perché tutto quello che è stato depositato, stratificato in alcune recondite parti di noi, a un certo punto si disintegra, oppure sembra che scompaia ma in realtà rimarrà sempre dove è e nessuno potrà mai raggiungerlo. Dei vicoli ciechi che ti obbligano a tornare indietro. In una sola parola: dimenticare.
lunedì, 02 giugno 2008,23:03
Quale posto migliore della pianura per coltivare?
Dove i fiumi lasciano il loro ricordo, a perdita d’occhio si estendono milioni di piante che finiranno in pentola. Ognuna uguale all’altra crescono per essere tagliate. Sono state piantate alla giusta distanza per non darsi fastidio e come pompe idrauliche succhiano nutrimento dalla terra mentre il sole gli dona calore e luce preziosa. Da tempi immemorabili gli uomini danno per togliere, prima con le mani poi con spaventose macchine dai bracci lunghissimi che falciano, raccolgono e imballano. Quel che resta è la nostra terra sfibrata ed esausta, pompata di veleni per farla rinvenire squassata dalle lame di mille vomeri che la rimescolano. Ma nel mezzo di quest’inferno verde dove tutto par essere prevedibile e controllato c’è qualcuno che ha sparso semi alla rinfusa con un gesto antico. Tornato a casa ha aspettato davanti al camino, ha disegnato ponti e ha costruito case nella sua testa, ha giocato a carte con il tempo ed ha sempre vinto anche se i capelli hanno mutato il loro colore. Poi una mattina d’estate è uscito di casa e con grande meraviglia si è accorto che le piante erano diventate alberi, migliaia di alberi infiniti dalle fronde odorose che davano protezione e nutrimento dalla coccinella al capriolo. Gli bastava allungare la mano per raccogliere frutti e tutti gli uomini intorno che lo davano per pazzo iniziarono a capire che pazzo non era affatto.
lunedì, 28 aprile 2008,09:15
Il milite noto
Seconda e ultima parte
Fu una notte d’inverno molto fredda a tradirmi e forse anche quelle buste di Cordiale che mi ero procurato, forse quell’odore di polvere appiccicato all’unto del tempo. Fatto sta che una notte ero di guardia, entrai in camerata e mi addormentai sul mio letto abbracciato al fucile. Solo un attimo dicevo tra me e me, la mattina mi resi conto che quell’attimo era durato ore, davanti a me l’ufficiale di guardia scriveva nervosamente il rapporto. Questa è la fine pensai, non esistono punizioni per una cosa così grave, di solito si finisce in carcere militare. Ma fui graziato per miracolo, forse un generale in pensione aveva telefonato, ero libero, e mi misero a pulire le strade con l’idrante.
Pensavo ai mesi scorsi con quella bella casacca con i bottoni d’oro a servire da bere al circolo ufficiali, quella si che era vita! Ma non durò a lungo nemmeno quello perché una notte che avevo finito presto chiamai tutti gli amici per festeggiare, che cosa bene non lo sapeva nessuno, ci ubriacammo tutti fino a ridursi in uno stato ignobile, e anche lì ci scoprirono la mattina accasciati sui tavoli gonfi di veleno. Naturalmente ero diventato cameriere del circolo ufficiali perché ero stato trasferito dall’incarico di ufficio che mi era stato assegnato all’arrivo in caserma. Mi ricordo bene quell’ufficio con quel verde polveroso sulle pareti e i mobili di venature chiare, striate, spesso mi ritrovavo a contarle quelle lunghe linee tortuose, ma c’era sempre qualcosa che non tornava. Il Capitano C., che ben presto divenne Maggiore era nella stanza accanto, era uno spavaldo grassone che si divertiva a fare degli scherzi che capiva solo lui. C’era una piccola finestra a scomparsa che ogni tanto apriva per chiamare qualcuno e non dimenticherò mai quel ghigno con quei baffetti sale e pepe incorniciato dallo squallore di quella stanza. Era un continuo ticchettio della macchina da scrivere, quella era la musica giusta per il Maggiore, appena finiva apriva la finestrella scorrevole e guardava. Eravamo arrivati al punto di scrivere a caso interi fogli di “t”, di “e” tanto che sembravano dei fazzoletti ricamati, piuttosto che vedere la sua faccia. C’era anche il Maresciallo ma lui non diceva mai niente la sua più grande preoccupazione era dar da mangiare ai gatti. Alto e allampanato, con una divisa vecchia e corta era quello che in caso di guerra contava di più di un generale. Ero stato scelto per andare a prendere la posta al quartier generale e a me non mi pareva vero di poter uscire e andare in giro per la città. Ma un giorno per strada incontrai un mio vecchio compagno di Liceo che nel frattempo faceva il vigile, passammo l’intera mattinata a chiacchierare e siccome era già diventato tardi andammo al parco a stravaccarci sull’erba, fu in quella occasione che al mio ritorno a notte fonda mi trovarono in stato confusionale con i vestiti stracciati accuratamente prima e senza la borsa della posta che avevo buttato nel naviglio. Dopo numerosi giorni di consegna mi misero al centralino ma mi mandarono via subito perché mi dimenticai di chiudere la comunicazione mentre facevo il verso alla moglie del generale. Prima di essere assegnato a questa caserma ero al C.A.R., Centro Addestramento Reclute, anche in una grande caserma come quella che ospitava tantissimi soldati freschi di leva mi feci subito riconoscere. Una mattina ci portarono al poligono a sparare, gli autisti del camion ci sciagattavano come carne da macello, io caddi e spaccai il fucile. Quando fummo arrivati chiesi subito le cuffie perché il mio udito è debole, ma nessuno mi diede retta. Fu così che dovettero chiamare una ambulanza e farmi portare in ospedale. Solo dopo alcuni giorni mi dissero di avere una otite purulenta media con timpano perforato. Dopo una settimana ero in giro per l’ospedale a far battaglie con le castagne matte. Capitò proprio che una raffica di castagne fini sulla macchina di un graduato che scese inferocito e chiese, di che reparto sei? Psichiatria dissi molto calmo. Mi cercò per tutto l’ospedale e mi ritrovò rimandandomi subito in caserma senza giorni di licenza. Un giorno d’estate torrido e afoso si marciava sotto il sole nel cortile, sentivo urlare “passo” e quell’infinità di anfibi lucidati a specchio provocavano un suono sordo un po’ sinistro, io ero costantemente fuori tempo e scomposto, quando poi mi urlarono di presentarmi io m’impappinai tra compagnia e plotone. Fu un inizio difficile io ero appena arrivato in Italia, e il cibo del rancio mi creava problemi d’intestino tanto da restare in bagno per mezza giornata. Fui subito adocchiato come lavativo e accuratamente citato dai superiori come esempio da non seguire mai!