Il suo profondo malumore ricadeva sul mondo intero, comportandosi in modo che questo avvenisse, non faceva altro che ostinarsi ad amareggiare la vita di chi la circondava : un atto deplorevole giustificabile, se solo fosse stato di qualche utilità. Era frustrata, irritata, perplessa…furiosa. Con una rabbia arbitraria, sicuramente sproporzionata che le bruciava dentro. Nessuno era responsabile della sua tristezza, al contrario, l’aveva senz’altro seccato, braccato, costretto a gesti, espressioni che mai avrebbe mosso da solo e per di più lo accusava addirittura di non sentire come lei. Era tuttavia vero che l’adorazione che aveva per lui le aveva fatto credere d’essere in diritto di pretendere una risposta adeguata ai suoi desideri; quando aveva sentito il distacco, l’impulso di schiaffeggiarlo le aveva invaso il cuore. Indubbiamente era stata lei a lanciarsi all’abbordaggio di una nave, una nave che seguiva la sua rotta, non in pace o in felicità, ma con l’orizzonte in vista, senza essere invitata, aggredendolo a sorpresa e reclamando-esigendo- la sua dedizione.
Elly non credeva di essere in errore se pensava di aver contribuito a una certa –logica-vanità da parte sua, la voglia di prolungare la piacevole sensazione di essere ammirato; e se a questo si voleva aggiungere il fascino della differenza di età, che lo aveva lusingato e l’incentivo della sua bella presenza, il gioco risultava d’una semplicità elementare.
Karl non rispose all’ennesima telefonata notturna.
Da quando si erano lasciati, il salvacondotto temporale finiva verso le tre, tre e mezza della notte, quando immancabilmente sbronza Elly piombava in una nostalgia tormentata e tempestosa e le bastava sentire la musica della sua voce salmodiante che nella notte le suonava come una sinfonia.
Era che lui non aveva più voglia di rispondere con onestà ai suoi …”ma..” , “perché?”, non aveva più voglia di patteggiare con l’affetto, l’amicizia e i suoi tentativi di rimettere in scena, di materializzare un amore che forse non c’era mai stato.
E l’uomo straordinario e attraente che l’aveva spinta oltre ogni logica era divenuto barbaro, crudele, feroce e inclemente.
Le aveva lottizzato il cuore, i pensieri in modo minuzioso e strategico e ora, con una manata la scansava come fosse stata un oggetto che non rientrava più nel suo concetto di utilità.
Con totale indifferenza applicava la formula magistrale di negarsi al telefono, con cinismo e sfacciataggine lasciava i chilometri che li separavano, come una montagna sicura che divide i confini e lei, Elly, pur essendo molto intelligente, da sbronza amplificava quella solitudine alla quale la condannava.
I gesti non sono mai in perfetta concordanza con ciò che veramente si sente: Karl percepiva nell’ostinatezza di Elly uno schema che faceva cilecca, impotente e incapace di realizzare cosa la spingesse a insistere tra l’inutile e il necessario.
Provava angoscia quando iniziava a squillare il telefono e il tempo costruiva ragni mentre lui sperava che silenzio e distanza avrebbero giocato un silenzio d’assi.
Lei che cercava la carezza d’arpa di una sua risposta, lei che inventava nuovi baci mentre il telefono squillava a vuoto, iniziò a intraprendere il percorso ossessivo della mente.
“Non mi rispondi, ma la tua voce c’è ed è talmente grave quanto provo. Ti amo, ti amo, ti amo. Rispondimi”
E aveva altre sensazioni fisiche, anch’esse molto sorprendenti se solo pensava di non essergli indifferente e che quello era solo un momento che avrebbero recuperato. E più la preda si allontanava e più si sentiva ridicola in quella relazione disuguale. Stordita, ridicola e sola.
Giunse alla conclusione che forse non era conveniente turbare la pace notturna di Karl, perché ogni volta che capita una cosa del genere è meglio parlare di persona, spiegare. Se prendi in mano il libro delle istruzioni leggi che il dialogo è la formula migliore. Elly lo fece nel modo migliore possibile: chiamò un taxi invece che lui e si fece portare alla stazione.
Prese il treno certa che non si doveva vergognare dei propri sentimenti e tenne per tutto il tempo del percorso lunghissimo un giornale tra le mani che non lesse. Un altro taxi la porto fino a Holbelgrad a proseguire quel viaggio istintivo verso il mare, laddove la città perdeva definitivamente il suo nome.
Suonò ritmicamente e incessantemente alla porta di Karl e la porta venne aperta da un giovane dall’aspetto del principe indiano in esilio, effetto accentuato da un pigiama bianco che gli nascondeva i piedi trasformandolo in una figura d’alabastro.
La colse di sorpresa la sostituzione d’immagine che si era materializzata nella mente durante il viaggio.
“Karl c’è?” riuscì a dire con un tono di voce stridulo mentre lo costringeva a uscire dall’immobilità spingendolo all’interno della casa.
Il giovane dall’aspetto d’un principe indiano chiuse la porta e la seguì consenziente.
“Karl è già uscito. Il giovedì mattina esce sempre prestissimo”
Smise di essere la ragazza mitomane, la pazza che nutriva un’ossessione per l’uomo con il quale era finita a letto e sedette nel divano incapace di ricordare il suo cognome e il suo passato. Era un’estranea in quella casa e sul viso il dubbio della sua stessa presenza e su quanto fosse stata giusta quell’incursione la fece tremare.
“Lei mi ricorda il titolo d’un film: La donna astratta” disse l’uomo che pareva un principe indiano.
“Che strano titolo” rispose Elly come un fagotto di umanità che trova voce.
“Karl è un signore di mezza età . Lei prova attrazione per lui, se ne innamora ma sono entrambi consapevoli di non potersi amare per via della differenza di età, di mondi, di codici”
“Finisce male?”
“Dipende dal punto di vista. Si separano e lei continua a provare un senso di inquietudine nel sapere che forse non si erano detti quello che tutti e due volevano sapere. Io vivo con Karl da dieci anni madàme” e cullò con una punta di perfidia la frase, sgranandola con estrema sicurezza.
Non si stava inventando un cast; Elly vide quel film anche se non l’aveva mai visto e neppure ne aveva mai sentito parlare. Lo vide srotolare come una pellicola e il suo ruolo evidente di comparsa in un luogo di vacanza estivo, le apparve mostruosamente fastidioso.
Per una volta le piacque suscitare compassione in quello sconosciuto bello e arrogante, per una volta vide con chiarezza che stare sola senza Karl non era la cosa peggiore che stare da sola. Avrebbe voluto chiedere un atto di solidarietà, non sapeva esattamente cosa.
Si alzò con una dignità sorridente e innocua; quello che pareva un principe indiano le dette la schiena per accompagnarla alla porta e lei pensò che innamorarsi di Karl era stata la cosa più solitaria che avesse fatto in tutta la sua vita.
La rottura d’ogni linea di condotta aprì una strada senza ritorno:afferrò un fermacarte di quarzo poggiato sulla consolle e dovette girare il busto di un quarto per imprimere tutta la forza che le era salita come un rigurgito nel corpo. Ripetè la prodezza quando lui fu a terra e di nuovo si lasciò cadere in ginocchio per colpirlo ancora e ancora. Quando si fermò vide che il finto principe indiano aveva la testa piena di sangue e non si muoveva più. Gli assestò un calcio con la punta della scarpa nel fianco e quello rimase immobile, senza un lamento. Muto.
Trovò qualche secondo ancora per lavare il fermacarte di quarzo. Mise all’incontrario il cappotto schizzato di sangue, si ripulì d’ogni macchia visibile e guadagnò il vano della porta scavalcando il cadavere.
Camminò lungo il viale verso il mare mentre le sue labbra mormoravano alcuni versi che le venivano da un sedimento di vecchia memoria scolastica.





