Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 22 gennaio 2008,00:02

Il suo profondo malumore ricadeva sul mondo intero, comportandosi in modo che questo avvenisse, non faceva altro che ostinarsi ad amareggiare la vita di chi la circondava : un atto deplorevole giustificabile, se solo fosse stato di qualche utilità. Era frustrata, irritata, perplessa…furiosa. Con una rabbia arbitraria, sicuramente sproporzionata che le bruciava dentro. Nessuno era responsabile della sua tristezza, al contrario, l’aveva senz’altro seccato, braccato, costretto a gesti, espressioni che mai avrebbe mosso da solo e per di più lo accusava addirittura di non sentire come lei. Era tuttavia vero che l’adorazione che aveva per lui le aveva fatto credere d’essere in diritto di pretendere una risposta adeguata ai suoi desideri; quando aveva sentito il distacco, l’impulso di schiaffeggiarlo le aveva invaso il cuore. Indubbiamente era stata lei a lanciarsi all’abbordaggio di una nave, una nave che seguiva la sua rotta, non in pace o in felicità, ma con l’orizzonte in vista, senza essere invitata, aggredendolo a sorpresa e reclamando-esigendo- la sua dedizione.

Elly non credeva di essere in errore se pensava di aver contribuito a una certa –logica-vanità da parte sua, la voglia di prolungare la piacevole sensazione di essere ammirato; e se a questo si voleva aggiungere il fascino della differenza di età, che lo aveva lusingato  e l’incentivo della sua bella presenza, il gioco risultava d’una semplicità elementare.

 

Karl non rispose all’ennesima telefonata notturna.

Da quando si erano lasciati, il salvacondotto temporale finiva verso le tre, tre e mezza della notte, quando immancabilmente sbronza Elly piombava in una nostalgia tormentata e tempestosa e le bastava sentire la musica della sua voce salmodiante che nella notte le suonava come una sinfonia.

Era che lui non aveva più voglia di rispondere con onestà ai suoi  …”ma..” , “perché?”, non aveva più voglia di patteggiare con l’affetto, l’amicizia e i suoi tentativi di rimettere in scena, di materializzare un amore che forse non c’era mai stato.

 

E l’uomo straordinario e attraente che l’aveva spinta oltre ogni logica era divenuto barbaro, crudele, feroce e inclemente.

Le aveva lottizzato il cuore, i pensieri in modo minuzioso e strategico e ora, con una manata la scansava come fosse stata un  oggetto che non rientrava più nel suo concetto di utilità.

Con totale indifferenza applicava la formula magistrale di negarsi al telefono, con cinismo e sfacciataggine  lasciava i chilometri che li separavano, come una montagna sicura che divide i confini e lei, Elly, pur essendo molto intelligente, da sbronza amplificava quella solitudine alla quale la condannava.

 

I gesti non sono mai in perfetta concordanza con ciò che veramente si sente: Karl percepiva nell’ostinatezza di Elly uno schema che faceva cilecca, impotente e incapace di realizzare cosa la spingesse a insistere tra l’inutile e il necessario.

Provava angoscia quando iniziava a squillare il telefono e il tempo costruiva ragni mentre lui sperava che silenzio e distanza avrebbero giocato un silenzio d’assi.

 

Lei che cercava la carezza d’arpa di una sua risposta, lei che inventava nuovi baci mentre il telefono squillava a vuoto, iniziò a intraprendere il percorso ossessivo della mente.

“Non mi rispondi, ma la tua voce c’è ed è talmente grave quanto provo. Ti amo, ti amo, ti amo. Rispondimi”

E aveva altre sensazioni fisiche, anch’esse molto sorprendenti se solo pensava di non essergli indifferente e che quello era solo un momento che avrebbero recuperato. E più la preda si allontanava e più si sentiva ridicola in quella relazione disuguale. Stordita, ridicola e sola.

 

Giunse alla conclusione che forse non era conveniente turbare la pace notturna di Karl,  perché ogni volta che capita una cosa del genere è meglio parlare di persona, spiegare. Se prendi in mano il libro delle istruzioni leggi che il dialogo è la formula migliore. Elly lo fece nel modo migliore possibile: chiamò un taxi invece che lui e si fece portare alla stazione.

Prese il treno certa che non si doveva vergognare dei propri sentimenti e tenne per tutto il tempo del percorso lunghissimo un giornale tra le mani che non lesse. Un altro taxi la porto fino a Holbelgrad a proseguire quel viaggio istintivo verso il mare, laddove la città perdeva definitivamente il suo nome.

 

Suonò ritmicamente e incessantemente alla porta di Karl e la porta venne aperta da un giovane dall’aspetto del principe indiano in esilio, effetto accentuato da un pigiama bianco che gli nascondeva i piedi trasformandolo in una figura d’alabastro.

 

La colse di sorpresa la sostituzione d’immagine che si era materializzata nella mente durante il viaggio.

“Karl c’è?” riuscì a dire con un tono di voce stridulo mentre lo costringeva a uscire dall’immobilità spingendolo all’interno della casa.

 

Il giovane dall’aspetto d’un principe indiano chiuse la porta e la seguì consenziente.

“Karl è già uscito. Il giovedì mattina esce sempre prestissimo”

Smise di essere la ragazza mitomane, la pazza che nutriva un’ossessione per l’uomo con il quale era finita a letto e sedette nel divano incapace di ricordare il suo cognome e il suo passato. Era un’estranea in quella casa e sul viso il dubbio della sua stessa presenza e su quanto fosse stata giusta quell’incursione la fece tremare.

“Lei mi ricorda il titolo d’un film: La donna astratta” disse l’uomo che pareva un principe indiano.

“Che strano titolo” rispose Elly come un fagotto di umanità che trova voce.

“Karl è un signore di mezza età . Lei prova attrazione per lui, se ne innamora ma sono entrambi consapevoli di non potersi amare per via della differenza di età, di mondi, di codici”

“Finisce male?”

“Dipende dal punto di vista. Si separano e lei continua a provare un senso di inquietudine nel sapere che forse non si erano detti quello che tutti e due volevano sapere. Io vivo con Karl da dieci anni madàme”  e cullò con una punta di perfidia la frase, sgranandola con estrema sicurezza.

 

Non si stava inventando un cast; Elly vide quel film anche se non l’aveva mai visto e neppure ne aveva mai sentito parlare. Lo vide srotolare come una pellicola e il suo ruolo evidente di comparsa in un luogo di vacanza estivo, le apparve mostruosamente fastidioso.

Per una volta le piacque suscitare compassione in quello sconosciuto bello e arrogante, per una volta vide con chiarezza che stare sola senza Karl non era la cosa peggiore che stare da sola. Avrebbe voluto chiedere un atto di solidarietà, non sapeva esattamente cosa.

Si alzò con una dignità sorridente e innocua; quello che pareva un principe indiano le dette la schiena per accompagnarla alla porta e lei pensò che innamorarsi di Karl era stata la cosa più solitaria che avesse fatto in tutta la sua vita.

La rottura d’ogni linea di condotta aprì una strada senza ritorno:afferrò un fermacarte di quarzo poggiato sulla consolle e dovette girare il busto di un quarto per imprimere tutta la forza che le era salita come un rigurgito nel corpo. Ripetè la prodezza quando lui fu a terra e di nuovo si lasciò cadere in ginocchio per colpirlo ancora e ancora. Quando si fermò vide che il finto principe indiano aveva la testa piena di sangue e non si muoveva più. Gli assestò un calcio con la punta della scarpa nel fianco e quello rimase immobile, senza un lamento. Muto.

Trovò qualche secondo ancora per lavare il fermacarte di quarzo. Mise all’incontrario il cappotto schizzato di sangue, si ripulì d’ogni macchia visibile e guadagnò il vano della porta scavalcando il cadavere.

Camminò lungo il viale verso il mare mentre le sue labbra mormoravano alcuni versi che le venivano da un sedimento di vecchia memoria scolastica.

 

 

 

 

 

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martedì, 30 ottobre 2007,07:04
-         Che cosa sei?
-         Perché?
-         Che cosa sei?
-         Al massimo puoi chiedermi chi io sia, non che cosa sia.
-         Invece insisto… perché nella mia domanda c’è il senso del tuo mistero.
-         Dici?
-         Chiedersi chi siamo ci riporta indietro, al tempo dei giochi e delle caramelle, dei rossori e del “chissà”.
-         E tu non hai più voglia di giocare?
-         Certo che ne ho ma se ieri giocavamo ad essere adulti, oggi ci scaviamo dentro giorno dopo giorno, in un gioco nuovo… Tu scavi in me, io scavo in te.
-         Quante parole… mi ricordano un duetto che ha fatto epoca…
-         Si ma noi, né attori né cantanti, siamo pur sempre artisti, o esploratori se preferisci…
-         Esploratori?
-         Si… di noi. Ecco perché ti chiedo che cosa sei e tu forse, dentro di te, ti poni la stessa domanda.
-         In fondo si, anch’io di giorno in giorno esploro il mio sentirmi amata da te e mi interrogo su questa meraviglia.
-         Hei… mi stai dando ragione…
-         Si, ma non vorrei che ti ci abituassi…
-         Abituarmi io? Io che ti conosco ogni giorno e mi scopro diverso ogni istante?
-         Si, proprio tu perché non c’è nulla a cui ti devi abituare e neppure io, perché l’abitudine non deve appartenerci in alcun modo.
-         Allora… ho fatto bene a chiederti “che cosa sei?”. Se ti avessi chiesto “chi sei’” sarebbe stato scontato…
-         Ma adesso è tardi… dai… spegni la luce.
-         Senti? Fuori piove…
-         Non vorrai anche chiederti perché stia piovendo vero?
-         sssssssssss… senti… che bel rumore.
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martedì, 18 settembre 2007,16:50

la costa si allontana

La tramontana soffia spazzando l’affollato ponte di poppa. E’ solo un traghetto ma l’atmosfera è quella della partenza di una nave da crociera. Famiglie affacciate al parapetto, adulti ansiosi che trattengono bambini elettrizzati per  il solo fatto di trovarsi a bordo di quella che, per loro, è la nave più grande del mondo. “Papà, questa va anche in America?” chiede un bambino. Suo padre mi guarda e non so se si stia divertendo o mostri segni di insofferenza per questa prima domanda. La mia macchina fotografica continua a fermare immagini e momenti sotto il mio indaffarato indice. Ogni dettaglio, una scala, il radar, finiscono nella sua memoria e così tento di ingannare il tempo e il piccolo dolore della partenza che mi lacera. Ogni tanto dirigo l’obiettivo verso il porto ed è tristezza. C’è fermento sul ponte di manovra; le gomene risalgono a bordo con lentezza mentre l’acqua si fa schiumosa e in pochi istanti la banchina s’allontana e, con lei il profilo di una città che mi è diventata cara in poco tempo. Il tramonto sul mare è qualcosa di emozionante sempre, cattura lo sguardo con i riflessi dorati del cielo sull’acqua e, mentre l’aria frizzante e salmastra avvolge ogni cosa, ci si sente in pace con il mondo intero e con sé stessi.
Mi lascio cullare da un lieve rollio mentre assaporo quel momento prima di rientrare e sprofondare nella poltrona da cui posso  osservare attorno a me  gruppi di vacanzieri sulla via del ritorno. Il sonno mi viene  in aiuto affinché questo momentaneo distacco si consumi quanto più rapidamente possibile e, prima di cedere alla stanchezza, rivado con la mente a quest’isola che per me sa davvero di casa. Immagino il suo profilo allontanarsi sempre più fino a scomparire sulla linea dell’orizzonte  e sorrido nel  pensare che sono solo in attesa del mio ritorno da lei.
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martedì, 17 luglio 2007,07:51
"A mille ce n'è nel mio cuore di fiabe da narrar
venite con me nel mio mondo fatato per sognare..."
 
 
Una polverosa cantina, un oscuro sottoscala affollato di vecchie cose utili ed inutili lasciate lì per anni. Nessun motivo per far girare rumorosamente la chiave arrugginita nella toppa; nessuna voglia di respirare l’acre odore di umidità che nel tempo aveva intriso mura, scatole ormai consunte e tanto altro. Ci sono porte che vengono chiuse con apparente noncuranza ma con l’inconscia consapevolezza che non vi sarà mai più ragione per aprirle. Ma in quella tiepida notte di un tempo che non c’e’ bisogno di definire, i miei passi si volsero verso quel sottoscala. La mente brulicante di pensieri: il mio ieri, l’oggi; ansie e problemi, fallimenti e speranze perdute; sogni svaniti e tenerezza inespressa e mai ricevuta. Ma qualcosa di diverso aleggiava nell’aria. Il silenzio, rotto in lontananza dai suoni festosi di una festa paesana, sembrava volermi parlare e lo fece. Scendere le scale, andare a cercare quella vecchia chiave e dirigermi verso la porta della cantina furono gesti che compii movendomi come un sonnambulo, che solo nel sonno vive la realizzazione dei propri desideri, e vaga invano nella speranza di vederli esauditi. Eppure ero sveglio, lucido come forse mai ero stato e consapevole di ciò che stavo andando a cercare.
Uno stridulo cigolio e l’aria umida mi avvolse. Fatto scattare l’interruttore, non appena la luce fioca e giallastra mi permise di scorgere tutto quel passato accatastato, iniziai a cercare. Non ci volle molto per trovare il mio indimenticato libro di fiabe e, presolo tra le mani con la stessa cura che si ha nel maneggiare una reliquia, soffiai sulla copertina e sul dorso per cacciare la polvere prima di sedermi su un vecchio sgabello ed iniziare a sfogliarlo. Non so quanto tempo passò, ma ricordo che, mentre leggevo l’avventura di uno dei miei eroi di infanzia, una voce iniziò a parlarmi direttamente dal cuore invitandomi con decisione mista a dolcezza ad ascoltare:
“Tu sai chi sono; forse non vorresti saperlo ma è giunto il tempo in cui tu mi riconosca e, soprattutto, che riconosca a te stesso che io esisto, vivo in te e sono te…” .
“Continua…” mi scoprii a risponderle… “Sei tu ad avermi portato qui, vero?”
“Si! Sono stato io o forse dovrei dire che sei stato tu perché, anche senza rendertene conto, mi hai permesso di guidarti”
“Allora tu sei…”
“Io sono colui che tu ti neghi di essere; il tuo amor proprio, il tuo coraggio, la padronanza di te, il tuo sorriso, l’amore che hai da dare e che fino ad ora non hai avuto motivo alcuno di dare”
“Ne abbiamo avuto filo da torcere, vero?” continuai…
“Già. Ma ora siamo qui e questo significa che il momento di agire è arrivato; hai fatto il primo passo, il primo di tanti. Ti sei dato la meta e lei sa che sei già in viaggio e la raggiungerai…”
“Mi aiuterai?” chiesi
“Ormai mi hai permesso di rivivere, ti sei riconosciuto il diritto di vivere. Ci hai messo tanto tempo ma cel’hai fatta. Ora andiamo avanti, passo dopo passo, e il tuo desiderio sarà esaudito”.
Rimasi immobile per pochi istanti; poi mi alzai, guardai tutte quelle vecchie cose impolverate con l’espressione di chi le sta salutando per sempre e uscii dal sottoscala richiudendo la porta a chiave.
Tra le mani, il mio libro di favole ancora aperto alla pagina dalla quale iniziava l’avventura di Aladino e la lampada meravigliosa. Il genio, il mio genio, finalmente era tornato a parlarmi ed io, già l’indomani, sarei riuscito a fuggire dalla tetra caverna nella quale mi ero rinchiuso per correre al castello a realizzare me stesso.
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venerdì, 22 giugno 2007,08:44
La tangenziale si srotola senza fretta sotto i cavalli della mia auto; un aeroplano decolla alla mia sinistra; è il volo del mattino per Bruxelles, sempre puntuale, sempre quello da anni. Lo osservo mentre la sua sagoma regolare esplode in mille riflessi quando un raggio di sole, ancora arrossato, lo accarezza. Mi sento come se stessi salutando un vecchio amico col quale a volte ho viaggiato e che tutte le mattine osservo mentre parte per una destinazione nota. Quando scompare nel blu la mia attenzione torna alla strada, al mio percorso nel quale musica, quotidianità, gioia immensa e malinconia si intrecciano, si fondono, generando stati d’animo diversi di secondo in secondo. Guido piano, senza fretta; sono in anticipo ma non è il frutto di un errore né colpa della sveglia. Essere in anticipo significa più tempo per essere uomo, prima che i doveri del giorno mi rendano macchina; mi permette di parlare a me stesso, di dedicare pensieri affettuosi a chi, nello stesso momento, si sta chiedendo dove io sia e come mi senta. E’ un momento di comunione di anime affini che si cercano anche quando la realtà non è quella desiderata. Il suono di un clacson mi dice che forse dovrei permettere alla mia auto di liberare più energia ma chi mi ha rivolto quel gesto di insofferenza evidentemente non sa che un autovelox è a soli duecento metri, pronto ad immortalare un piccolo peccato di velocità. Conosco così bene questo tratto di strada che la prudenza e i luoghi dove questa deve essere maggiore non necessitano l’ausilio della vista per essere individuati. In fondo sono così anche nella vita o almeno mi adopero per esserlo: ci sono momenti e circostanze nelle quali non c’è, o non dovrebbe esserci, bisogno di un segnale tangibile per rendersi conto che è il momento di essere cauti. Eppure l’errore è lecito; succede che il piede si faccia d’improvviso più pesante sul pedale anche senza che l’accorto automobilista se ne avveda. Succede che la delicatezza dell’anima e la bontà delle intenzioni si lascino d’un tratto fuorviare da uno stato d’animo passeggero che, maligno, filtra lo splendore della realtà. Ancora poche centinaia di metri ed eccomi al parcheggio, il punto dal quale dovrei diventare macchina e tale rimanere per le otto ore successive. Ma non cederò, non rinuncerò ad essere io, non impedirò al batticuore di togliermi il fiato anche solo per un istante. Voglio essere così, ancora capace di commuovermi per il rosso di un alba o per la poesia di un volo che inizia.
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martedì, 08 maggio 2007,07:59

Appena fuori dal paese, là dove il torrente volge il suo corso verso Sud, la strada ferrata prende a correre parallela al nastro d’asfalto che conduce in città. E’ trascorso tanto tempo dall’ultima volta che ho stretto il volante tra le mani ma è la prima in cui il mio sguardo si divide tra la necessaria attenzione per la strada ed il passare rapido del treno alla mia destra. Siedo su di un comodo sedile in pelle, trainato dai tanti cavalli di una vettura di potenza sproporzionata rispetto alla modestia del tragitto che mi attende ed alla condotta che un saggio automobilista deve tenere. Ma non è la velocità né la forza del cuore meccanico del mezzo ad occupare la mia mente. Per la prima volta viaggio guardando il treno dall’esterno ed è come se stessi guardando me stesso, il mio mondo, quella quotidianità che sento appartenermi più di questo giorno alla guida di un’auto che è sproporzionata anche per il suo valore. Mi piace, la guido, mi diverto, ma non riesco a goderne pienamente. Il mio posto è là, su uno di quei lerci sedili, tra le lamiere rese gelide dal freddo del primo mattino e torride dal sole del giorno inoltrato. Lì, proprio in questo momento, Claudia, Alessandro e tutta la mia sfera di conoscenze pendolari stanno chiacchierando o sonnecchiando in attesa che l’ultima frenata annunci l’arrivo in città. Li immagino chiacchierare, al punto da avere l’impressione di poterli sentire, e mi chiedo se tra loro aleggi un po’ di nostalgia per il mio partecipare allegramente alle loro battute scherzose, talora cantando una vecchia e dimenticata canzone. Intanto la radio mi racconta il mio destino attraverso la voce di qualcuno che ha letto le stelle per me. Marte in opposizione mi suggerisce prudenza e istintivamente mi preoccupo che la mia guida sia accorta; poi lo sguardo torna al treno. La sua corsa curva leggermente verso sinistra ed io idealmente lo seguo con la complicità della strada che a sua volta cambia direzione quasi per non perdere di vista la linea infinita delle rotaie. Ascolto un vecchio brano di Dionne Warwick e freno un velo di commozione pronto a calarmi sugli occhi. Scorrono le note, e il testo mi invita a sorridere, a risplendere nella fiducia di poter contare sulla presenza dei miei amici in ogni circostanza; perché è quello il loro ruolo ed è lo stesso che ho io nelle loro vite. Loro sul treno, io automobilista per un giorno o due, prima di ricordarmi che i biglietti necessari per essere ancora loro compagno di viaggio costano molto meno del carburante che brucia, chilometro dopo chilometro, nel motore. Stiamo viaggiando verso la stessa meta, vite parallele come i binari e questa strada lungo la quale sto guidando. Vivremo la stessa vita di ieri e di domani, tra lavoro, casa, gioia, ansia e talora dolore. Solo il mezzo oggi ci allontana ma questo non basta a recidere l’affetto che abbiamo tessuto in sei anni che sembrano volati via piuttosto che trascorsi giorno dopo giorno. Sono all’ultima curva prima che le nostre strade prendano un corso diverso. Saluto il mio treno, saluto me stesso, quello che ero, che sono e che continuerò ad essere, viaggiando sulle rotaie o in automobile, qui o altrove, chi lo sa.

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martedì, 10 aprile 2007,09:28

river Dee

Erano anni che non venivo qui, a sedermi su questo sasso nell’ansa del torrente che scende lungo la valle del Curone. L’ultima volta ero poco più che adolescente e mio padre era ancora il mio compagno di camminata, sebbene il passo ormai appesantito e il doversi aiutare col bastone avessero reso il suo incedere lento, inevitabilmente inadeguato a lunghe passeggiate.
Venticinque anni dopo rieccomi qui, sono in compagnia, ma alle due gambe stanche del mio vecchio si sono sostituite le quattro zampette bianche del mio cane che guarda con sospetto lo scorrere placido dell’acqua. Il mio amico non parla ma ascolta sebbene il canto degli uccelli e il rumore discreto del torrente siano per lui continui motivi di distrazione, interesse e, a volte, di paura. Parlo da solo, come se fossi matto, come se sul sasso accanto a me ci fosse ancora mio padre, lì pronto a prendermi in giro ogni volta che un sasso piatto non rimbalza sull’acqua come avrei voluto. Parlo con lui, come se quella natura apparentemente vergine, a pochi passi dall’abitato, ne ospitasse lo spirito, la vitalità, quel fare arguto con cui aveva guidato i miei passi fino alle porte dell’età adulta. Mi commuovo nel raccontargli dei miei figli che ormai hanno la stessa età cheavevo io quando eravamo stati lì, lui ed io insieme, tanto tempo prima; mi arrabbio perché è andato via così presto rispetto al mio bisogno di poter contare ancora sulla sua presenza. Poi gli chiedo scusa, non solo per quello sfogo improvviso ma anche per tutto ciò che gli ho detto e gli ho fatto nel corso degli anni. In fondo aveva ragione lui: quel matrimonio dal quale mi ero lasciato lusingare e fagocitare altro non era stato se non una fuga sbagliata, l’evasione irrazionale da quella galera che sentivo rinchiudermi nella vita con lui e con mia madre, il rifugiarmi in un’altra prigione dalla quale sarebbe stato ben più arduo evadere. I suoi occhi si sono chiusi in una torrida serata d’agosto, mentre la città, svuotata dalle ferie, era anche priva di cuori amici che potessero venire a salutarlo. Poche ore prima avevo saputo che a distanza di nove mesi sarebbe nato il primo dei suoi nipoti con quegli occhioni scuri che avrebbero ricordato tanto i suoi.
Aveva ragione: avrei amato quel figlio e anche il mio secondogenito, entrambi avrebbero potuto contare sul mio amore di padre ma non sul mio ruolo di genitore presente. Io avrei scontato il mio errore, ma loro ne avrebbero pagato il prezzo due volte. Il sole inizia a calare. Vorrei parlargli ancora ma la strada del ritorno, pur non lunghissima, richiederà un po’ di tempo e il profumo della cena già accarezza la mia immaginazione. Tornerò qui domenica prossima…ho ancora tanto da dirgli mentre il mio cane mi guarda stranito e volta il capo.
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venerdì, 16 marzo 2007,08:47
Erano anni che non vedevo un alba così. Nubi arrossate a disegnare fiamme nel cielo terso, creste taglienti che sembrano disegnate a matita dalla mano esperta di un pittore, profumo d’erba tagliata che si insinua nei polmoni rievocando tempi perduti. Ma cos’è cambiato?
Il cielo era cielo anche ieri, le Prealpi sono lì fin dalla notte dei tempi, il blu della volta che mi sormonta è lo stesso dalla creazione in poi.
E questa finestra dalla quale oggi contemplo questo miracolo è la stessa dalla quale mi affaccio oramai da anni.
Mi appoggio al davanzale e respiro. Una brezza leggera accarezza le primule portandomene il profumo, il cane del vicino di casa già scorrazza in giardino e ogni tanto guarda su come se volesse dirmi “Giochiamo?”.
Anche questa è una novità, ho voglia di giocare anch’io. Mi sento un po’ bambino ma sono consapevole di non esserlo. Gli anni sono quelli che dagli “enta” stanno mutando in “anta” e mi sento a metà del cammino, alla fine del primo tempo di un film già visto e che oramai mi annoia, quello nel quale ho recitato un copione scritto da altri, come se il destino, da sempre, mi abbia assegnato il ruolo di comprimario e mai di protagonista.
Ma stamattina no, stamattina mi accorgo di essere nell’intervallo ed allora respiro.
Non è come ieri, non è come è sempre stato. Il blu è sempre quello, il rossore che annuncia la luce del giorno è quello a me noto da una vita intera, i monti così nitidi da potersi quasi sfiorare sono sempre lì sullo sfondo, quinte di un palcoscenico sul quale ho sempre recitato, muovendomi come un automa o, peggio, come un burattino di cui altri tenevano i fili. Qualcosa è cambiato e sono io. Gli occhi che scrutano oltre il davanzale sono quelli di un un uomo libero, di un anima creativa e romantica che sta riconquistando la propria dignità ed il diritto di esprimersi. Si, l’intervallo è prossimo al termine, sta per cominciare il secondo tempo, la seconda parte del film e, questa volta, finalmente è il mio.
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venerdì, 02 febbraio 2007,16:12
“Ti penso…”, due parole, tre puntini di sospensione, un click e il mio sms sarà da te; da te che non te lo aspetti, o forse si? Da te che non lo vorresti o che al contrario lo desideri più di ogni altra cosa al mondo; da te, che con poche righe quasi asettiche stai cercando di mandarmi lontano quando forse il tuo cuore vorrebbe che io fossi più vicino.
Ok, ho inviato; aspetto, fisso il display che trema insieme alla mano che impugna il telefono e lo sente bollente come ferro arroventato.
Silenzio, nulla, assoluta immobilità. Lo so, stai leggendo; vedo i tuoi occhi scuri percorrere e ripercorrere le mie due parole seguite da quei tre puntini oltre i quali tu non sai se aggiungere un “sei pazzo” o se fantasticare cosa avrei potuto scrivere a seguire.
Anche la tua mano trema, anche il tuo cuore sta scoppiando, lo so. Stai cercando di dissimulare, di rimuovere, di dire a te stessa “Irene no, non farlo!”, ma non sei convinta…no!
Il nostro dialogo è iniziato per caso, ricordi? Quella mattina sul treno il sedile accanto al mio era l’unico disponibile. Mi avevi guardato studiandomi con cura, cercando di capire se quel passeggero alle prese col suo computer potesse essere un chiacchierone molesto, un noioso taciturno o chissà chi. E non potevi immaginare che la tua vaporosa chioma corvina avesse colpito il mio sguardo fin dal tuo apparire in fondo al corridoio di quel vagone affollato.
Una parola, una sola, un formale “Mi scusi..” quando la tua borsa ha urtato il mio braccio e poi, senza sapere perché, poco più di trenta minuti a parlare di tutto e di niente, tra inaspettate risate e sguardi dritti negli occhi. E poi, nei giorni a seguire, poche parole al telefono nell’imbarazzo del “chissà questo cosa vuole?” e del “come vorrei che questa telefonata non finisse mai”. Ed ancora, quel passettino in avanti…”posso scriverti?” e il tuo “si” giunto dopo un’attesa che mi è parsa infinita.
Ora eccomi qui, ad aspettare uno squillo, la vibrazione del mio telefono che non potrà mai eguagliare il mio vibrare dentro. Ma anche se non risponderai, anche se ancora una volta respingerai il desiderio di sentirmi, anche se vorrai ancora placare quel brivido che ti scorre a fior di pelle, io saprò che mi starai pensando fosse anche soltanto per chiederti in un sospiro rivelatore “Perché???”.
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venerdì, 29 dicembre 2006,11:28
Chi sei?
Si, chi sei tu che così dolcemente mi accarezzi i pensieri?
Chi sei tu che d’improvviso hai riacceso il moto del cuore da così tanto tempo inerte?
Chi sei tu che come un temporale d’estate sei giunta a ridare vita ai sensi sopiti?
Sei apparsa da un inatteso sogno estivo materializzandoti nel vuoto che mi avvolgeva.
Ti ho vista arrivare nel tuo vestitino bianco che la brezza di quella sera di Luglio stropicciava infingardo.
 
Non ti dirò che sei la più bella del mondo, non ti dirò che nessuna prima di te è mai giunta a farmi vibrare, non ti stordirò con quella retorica del corteggiamento che suonerebbe improbabile e mendace alla tua mente acuta.
Ma l’apice di emozione al quale mi hai condotto in quella sera profumata dalle zagare è stato per me la scoperta di un mondo nuovo nel quale oggi camminiamo insieme.
E da allora quell’apice è rimasto solo il primo di tanti, il primo tra tutti quelli al quale giungo ogni giorno al solo pensarti, al solo guardarti mentre pensierosa giochi con una ciocca ribelle della tua chioma.
 
Io qui, non più spettatore, non più muto e immobile, riempio con te la scena, faccio risuonare sulle tavole del palcoscenico i miei passi insieme ai tuoi, mi lascio accarezzare e possedere dalla luce che non i riflettori ma tu, proprio tu, emani.
 
Tempesta di cuore, terremoto dei sensi, ecco chi sei.
 
Il respiro si fa irregolare, la pelle inizia a vibrare in attesa delle tue labbra, in attesa della nostra danza, desiderando che il tuo respiro diventi musica.
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