Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 15 agosto 2008,17:46



BREATHING
(DEDICATO AD ANNEHECHE)






Bianco. Bianco è il lino che ti segue.

Bianco a un millimetro dalla tua pelle vera.

Più vera e più bugiarda.

Vera la tua pelle e il bianco lino che ti veste.

A milioni gli esseri col capo chino, con una prole, a milioni gli esseri che devono riposare.

A milioni i fiori, col boccale d'incanti aperto.

E tu sola, col tuo lino che ti veste,

tu sola che vai per le strade a misurarle,

a contare i giorni.

Lasci i piedi vicino al fuoco

- che si brucino -

sei di legno,

e il fumo s'alza

senza una voce.

La grotta delle pozioni

a milioni le pozioni, colorate, profumate,

ma  non c'è il mago e neanche il suo assistente.

E tu sola

mentre non vuoi credere al tuo sorriso morto nelle radici

stai con l'orecchio teso dentro la coppa del tuo petto

se suona l'eco di qualcuno

se sei capace di suonarlo.

Non c'è il mago

non hai lasciapassare

senti sotto i denti il suono delle tue parole masticate

perchè?

perchè?

Gira ancora gli occhi

gira ancora gli occhi

guarda la driade che percuote la forseta

la sabbia della tormenta qui arriva appena

c'è corteccia anche per te, c'è scura e asciutta corteccia.

Il tuo lamento cola vischioso e tacita gli uccelli,

la capretta alza il capo all'erta:

il tuo lamento spaventa anche te,

che vorresti germinare ciclamini.

E' una paura gentile

come una coroncina sulla testa

la capretta ti si mette al fianco per una carezza,

non sai neppure se farlo.



Oh, ma tu sei forte:

lascerai al toro il tempo di fare il suo lavoro,

quando sarà il suo tempo.

Non ora.



La tua parola profuma l'aria.





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martedì, 01 luglio 2008,18:37

PAROLE

Questo dovrò fare.

Istruire le mie parole e conoscerle,
allenarle:

portarle in mezzo alle persone per conoscere anche loro,
e lasciare che si addomestichino,
tra i porri e le pigne e, più all'ombra,
lasciare che striscino sul muschio,
come lumache assetate.

E tutto perchè, Mydel?

Tutto per te, Mydel;
perchè il viaggio dalle tue parti
è rischioso.

Non ci deve essere una parola che tu possa dire:
l'ho già sentita.

Non ce ne deve essere una che tu dica:
non scalda.

Tutte devono saper operare,
in terra nemica e infida,
quale la tua è.

Devono abbattere le tue barricate,
e quand'anche tu le lasciassi aperte,
devono trovare un passaggio tra i tetti,
per arrivarti addosso inaspettate

e tu indifesa, sempre.

Devono imparare a come toccare i tuoi abiti
per farli cadere
e darti il brivido della stoffa che sfrega piano la pelle
scendendo.

Devono imparare a darti la freschezza delle mie labbra
quella freschezza che accende
la superficie del tuo essere.

Impareranno a svegliare le radici della tua voglia
non quella che ti viene per strada
non quella che dura quanto odora uno spiffero

Sveglieranno quella che non sai ancora di avere
quella che ti prende
e quando si nutre
ti dimentichi di te
e senti tutto

tutto

tutto quello che è stato detto
quello che è stato fatto e che si farà
tutta la storia delle piante
dei pesci e dei segni lasciati nelle grotte
tutti i canti cantati e quelli rimasti in una gola chiusa
e i segreti e le verità
e gli armadi e gli anelli e i veleni

tutto, Mydel

sarai la goccia nel mare

porte e finestre significando nulla.

Sta attenta, Mydel:
c'è l'aria del primo mattino,
quando chi pesca e i cacciatori si mettono in viaggio.

Attenta,

Mydel.

 
 

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venerdì, 13 giugno 2008,00:05


3  writing exercises


1.
la meccanica dell'arto si compone di varie
tic tic tic
falange falangina falangetta
human beings are only skinny robots
robots robots robots
the weekend
op op op
out of range
l'atmosfera si compone di
in percentuale
il primo videoclip era la foresta amazzonica negli anni '70
il secondo era new york negli anni '70
e c'era in entrambi una luce opaca e sbiadita
si può vedere tutto in un film,
herr doktoorrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr?!?!?!?!?!



2.
eccitanti bolidi d'arancione e argento con grazia ricoperti lasciavano rumori come pece sull'asfalto
l'eco si sperdeva alle croci degli incroci, inesorabilmente
otto piani più su col cuore bruciato e le labbra secche - le mattonelle supplicavano, i muri  gridavano
c'era un uomo  che stava per morire nonostante la musica piena - lì vicino, stasera eh
ora passava Lacey col colletto di pelliccia e gli occhiali quasi nuovi e niente borsa
ora passava Lacey col ventre ancora inamidato che le parlava e non smetteva non smetteva
Lacey senza voglia di toccare la scena senza voglia di toccare niente
forse beccare un po' di sangue da un petto aperto forse fiorire sparire nell'aria



3.
eri seduta, lo ricordo bene. ricordo anche che c'era la finestra aperta e la tenda si gonfiava. eri seduta sul bordo del letto, con la testa bassa - di solito tenevi comunque lo sguardo dritto, ma quella volta no - e c'era la finestra aperta per far cambiare l'aria, come se fosse una mattina qualsiasi. io ero dall'alra parte del letto, verso la porta, che dovevo andare, dovevo andare via. quella tenda che avevamo comprato assieme ed aveva il profumo di un abbraccio, di un amuleto: adesso invece era tutto così duro; l'amuleto un sasso muto. mi ricordo come mi uscissero dalla testa tante cose, troppe, troppo in fretta. chissà se hai pianto.
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venerdì, 16 maggio 2008,21:50

Varie 1072

L'acqua del lago era densa scura come melassa
e qualche fonte in mezzo ai salici perdeva oro

il vento decise di infastidire i traghetti
e soffiava soffiava ghiaccio tutto ad un tratto

ti vedevo andare via
non ci eravamo ancora conosciuti non ancora non del tutto

e la mia faccia e i tuoi capelli frustati
niente t'avrebbe fermato



L'acqua del lago era densa scura come melassa
e qualche fonte in mezzo ai salici perdeva oro

il vento decise di infastidire i traghetti
e soffiava soffiava ghiaccio tutto ad un tratto

speravo le guance venissero via
speravo m'uscisse del sangue

come scorreva disperdendosi nel gelo nell'oro il mio sorriso
speravo m'uscisse del sangue per farti tornare


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mercoledì, 23 aprile 2008,20:40
Ultimate Papp’s Woman Cooking Method
 
Uno non si stancherebbe mai di mangiare la Donna. Ma “mangiare”, come termine, mi sembra fuori luogo. Gustare, gustare è il termine più adatto. E in quanto dilettuoso dell’argomento, mi permetto di dare il mio piccolo e modesto contributo, a fronte di più alti e meritori scritti. Il benevolo lettore comprenderà l’animo della trattazione. A gran voce si chiede un corrispondente scritto sul Maschio, di cui io però confesso l’inesperienza. Ben vengano i preziosi contributi.
Della donna, mi si perdoni la citazione, non si butta via nulla. Ma ci sono cose assolutamente da fare, se si vuole per l’appunto gustare il meglio di questo superbo rappresentante del Regno Animale.
 
La testa.
La testa è un pezzo particolare della Donna. Delle cervella c’è chi dice che sanno d’anitra, ma non sono d’accordo. Il fatto è che è un organo estremamente coriaceo e quindi abbisogna di un lungo periodo a marinare. E nonostante ciò potrebbe non bastare. In parecchi esemplari l’unica cosa da farsi è masticarlo e mandarlo giù, come fosse un nervetto, fosse pure per il solo gusto di suggerne il sapore. E state tranquilli che sarete ripagati: nulla a che fare col sapore piatto e monotono del cervello del Maschio.
In Natura la pelle della faccia della Donna assorbe una quantità indicibile di creme, lozioni, unguenti, pigmenti e cosmetici vari, il tutto per i meccanismi riproduttivi. Sarà perciò bene trattare adeguatamente la parte con bagni e risciacqui dell’acqua di  ammollo.
Se avete la fortuna di avere una testa col collo, assicuratevi di togliere le corde vocali, unica parte veramente indigesta della Donna.
 
Il cuore.
Il cuore è un organo a sorpresa. Potrebbe infatti contenere una grande quantità di tossine e quindi risultare venefico, oppure essere di una purezza sconfinata. Meglio cautelarsi, dato che esteriormente non è dato conoscere le condizioni di questo muscolo. E meglio servirsene a pranzo, quando il corpo e la mente sono più reattivi. A cena, per chi vuole rischiare, si aprono le porte o di una nottata in bianco o del paradiso.
 
Glutei & co.
Qui si entra in un territorio dove il gusto personale la fa meramente da padrone. Alcuni trovano il consumare certe parti del corpo semplicemente improponibile. Alcuni invece impazziscono proprio a ragione della rustichezza della cosa. Come per il musetto del maiale, o la lingua col bagnetto: tutte specialità che sono giudicate prelibatezze o cibi intoccabili.
Il “Ciciaron”, detto alla Cremonese, ossia il Chiacchierone, date alcune sue performance universalmente riconosciute,  va consumato come Natura crea. Così com’è va bene, comunque esso sia.
L’”Origine del mondo”, come la dipinse Courbet,  può anch’essa consumarsi come cruditè. Pure sulla griglia va benissimo, dato che il fuoco, ma che sia di tronchi ben scelti, ne esalta le caratteristiche organolettiche.
L’unica cosa da non farsi è il lesso, per evitare che i tessuti perdono quella tonicità tanto ricercata.
 
Il dorso, costine, et similia.
Queste parti vanno fatte frollare con lunghi massaggi e olii balsamici. Come il Polpo va  “arricciato”, Puglia docet, in modo da annullarne l’eccessiva tensione, così la schiena ed il ventre vanno accuratamente accarezzati per farli sciogliere e prepararli ad un magnifico incontro con l’assaggiatore.
 
Gambe e piedi.
Queste appendici vanno trattate alla stregua dei frutti di mare. Fresche e profumate, si possono prendere così, oppure con un velo di agro. Si crede che dette propaggini vadano passate sulla fiamma per evitare di incappare nella peluria, ma esperienza insegna che è la stessa Donna, quasi presaga del suo destino, che provvede ossessivamente all’eliminazione della stessa. Quindi, a meno di rare sorprese, si può andare sul sicuro.
 
 
Mammelle.
Fortunatamente la Donna offre al palato mammelle di varie dimensioni e turgore. Negli esemplari più giovani la mammella rende alla masticazione una sana consistenza che si perde via via che l’esemplare invecchia. Alcuni allevatori, per ovviare a questo inconveniente inseriscono delle protesi per dare all’organo le sembianze adatte ad ingannare l’inesperto avventore.  Ma, lasciatevelo dire: è proprio perché l’occhio vuole la sua parte che queste protesi fanno sorridere. Anche la Mammella morbida, che pare voglia riposare sul ventre, ha un fascino indiscutibile e per ciò stesso spesso costituisce la delizia di chi le si avvicina. Frollare con latte con massima cura senza dimenticare alcun centimetro di pelle. Oltre questo limite, la Mammella può essere gustata come un fico secco, e, ancora più avanti, come le Romane mosciarelle.
 
Pezzo intero.
C’è una Donna che può essere consumata intera. Stesa sulla tavola imbandita si può ricoprire a scelta delle cibarie preferite: spaghetti al pomodoro, frutta esotica, verdura (in questo caso con un filo d’olio extravergine d’oliva), purchè ci sia un minimo di sugo per accompagnare il tutto. Alcune Donne potrebbero non accompagnarsi volentieri con questi abbinamenti, meglio optare allora per panna montata, lamponi e un sano Spumante italiano.
 
La Donna brasata.
In ogni caso, qualunque pezzo vogliate della Donna, brasatela e non sbaglierete. La cottura lenta, a fuoco continuo e sostenuto, con un buon vino, promette meraviglie anche a cuochi inesperti. La fiamma rapida e vivace, invece, è un’arma a doppio taglio. Come dice la bionda Albione, un buon pranzo si giudica quattro ore dopo. La Donna brulè, a la flame, è gustosa al momento, ma evaporano presto tutti i sentori, gli afrori e gli umori e nel ricordo potrebbe dispiacere di aver sciupato così l’occasione di un pezzo unico.
 
Conclusioni.
Sappiate che quando gustate una Donna, avete davanti un piatto ricco, da stomaci forti. Se siete gastricamente deboli, vi conviene evitare, potreste avervene a pentire. Quasi sempre, infatti, la Donna, lascia effetti devastanti sul fegato del consumatore e peggiora pregressi problemi quali coliti, gastriti, ecc. 
I diabetici dovrebbero consumare preferibilmente esemplari di una certa età, che non si siano accoppiati da qualche tempo, così si evitano il problema di trovare dolcezza eccessiva nelle carni, cosa peraltro assai rara.
 
 
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martedì, 18 marzo 2008,07:36


Janvier




Camminavo fiancheggiando Notre-Dame e tu non c'eri. Non c'eri per la mezzanotte del giorno prima, non ci saresti stata in aereo, quando la hostess avrebbe mormorato le sue parolette. Non c'eri a guardare il fumo azzurro ghiaccio dell'acciaieria sul fondo della vallata a Saint-NIcolas, non c'eri a mangiare la cioccolata Galler al mercatino di Natale. E tutti questi nomi che svolazzavano, e aprivano porte nascoste nella mia testa, e richiamavano echi colorate, e tutti questi nomi carichi di alterità e suggestione, beh, tu non li avresti ascoltati insieme a me.

e io che pensavo, che mi veniva da pensare

Voglio essere la tua droga. Voglio essere la tua droga e la tua bibbia. Voglio essere la tua distruzione e la tua rinascita. Voglio essere la parte del mondo che non sei tu. Voglio essere la tua disperazione e la tua gioia. Voglio essere colui che tu possa dire: "Dobbiamo morire comunque, tanto vale farlo assieme."

Avevo questa fame di cose forti, come avessi la mente di un'adolescente, e benché sapessi di essere abbastanza nel torto, e abbastanza romantico, non mi importava purchè potessi considerare la mia vita come una cosa fatta insieme a te.

Spegnere la radio. Spegnere il navigatore. Rimanere a guardare mentre la neve fiocca e gli spazzaneve sono attivi solo curiosamente sull'altro lato dell'autostrada. Ancora di più. Rinchiudersi in una tana a svernare. Aspettare che le ferite si rapprendano, che si chiuda l'amarezza, che il guscio si secchi per far cadere il mallo e lasciare che la sepoltura compia il rito, che possa aprire la porta al vento di Marzo ed al sole di Aprile, che non c'è altro metodo. Lasciar fare. Uno spiraglio.

Alle 20.40 il 102 non girava più. La RER non era fattibile. Avevo bevuto tutto il gelido fiato che arrivava tagliando da sotto la Tour in giallo. Ero stanco. Toccava prendere il 121, sperare che lo chauffeur mi lasciasse a 400 metri dall'Hotel, anche se non c'era la fermata, e rientrare in quella stanza che mi rivoltava. Il gommoso pavimento arancione, quelle coperte - chissà cosa avevano sopportato -, il cuscino che annegava nella federa.

Ma lo so. Tu saresti entrata, cercando la mia pelle con le mani. Calda, come tu sai; con le lacrime agli occhi, come tu sei; profumando le lenzuola di bianco.

E gigli rossi nel ventre.

 

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martedì, 19 febbraio 2008,19:41
SPLATTER


Avevo deciso di fare una passeggiata, nel fresco della mattina. Chiudermi dietro la discussione della sera prima, stare ad ascoltare solo la purezza dell'aria mischiata all'odore dell'erba. E così eccomi solo. Appena fuori dall'abitato, che poi era molto piccolo, esplodeva meravigliosamente la montagna.

Lasciai subito il sentiero per perdermi nei campi. Cercavo proprio la parte meno battuta, se possibile. Era una specie di trucco che mi portavo dietro da ragazzo. Quando mi sentivo confuso, niente di meglio che l'ignoto per riaversi. Allora lo facevo buttandomi alla cieca nelle stradine sconosciute del centro storico, nella città dove studiavo. E più un vicolo mi spaventava, più mi ci buttavo dentro.

Qui era un po' diverso. Sentivo la natura amica, non matrigna. Forse indifferente, ma non cattiva. Indifferente nella sua giustizia, nel suo distribuire imparzialmente gioia e dolore. Cosa mi sarebbe potuto succedere, qui? Una vipera. Un morso di qualcosa cui non avrei potuto rispondere nulla. Una bella fregatura, certo, Una cazzata. Morire qui per voler fare due passi. In città una coltellata, qui un morso. Forse preferivo il morso. Mi sembrava più naturale, per l'appunto.

Pensieri tetri. Intorno a me una bella giornata di sole, il cielo azzurro come una lacca, le narici piacevolmente stuzzicate. Un po' di pace. Tutto il resto cominciava ad essere lontano. Bene. Era quello che volevo.

Ero arrivato ad una piccola vallata. Ero arrivato da quell'altra parte, alla mia destinazione. Avrei potuto camminare per giorni, ora, senza stancarmi, solo confuso col resto. In questa orgia di colori e ronzare di insetti e schiuma di corolle. I pensieri tacevano, era questa la mia destinazione, i pensieri tacevano e la mente s'era aperta alla meraviglia.

Improvvisamente un odore forte mi toccò il naso. Mi svegliò, praticamente. Un odore forte e caratteristico, come ogni tanto si sente in campagna, quando vicino a noi c'è una carogna. Sì, era proprio quell'odore. Non che avessi paura, solo non mi andava di vedere carne morta. Non riuscivo però a capire da dove venisse. Intorno a me solo prati - l'erba era abbastanza alta, è vero - gli alberi solo a chiudere la valle in fondo. L'odore diventava più forte.

Ero un po' preoccupato. Che mi saltasse davanti agli occhi all'improvviso una carcassa, o peggio, che me la trovassi sotto i piedi. Che schifo. Pestare i tessuti disfatti e portarmeli appresso. O caderci sopra. Roba che marcisce.

Caminavo più accorto. Mi fermai. Sentivo la tensione. Potevo solo tornare indietro, perchè andando avanti pareva andassi proprio verso la fonte del fetore. E mentre mi ero deciso a fare dietrofront le vidi.

Si vedevano le punte nude di due piedi, un paio di metri avanti a me. Il sangue salì pompando alla testa e il cuore gli andò appresso. Non era qualcuno che dormiva. No, l'odore era troppo forte.

Non sapevo che fare. C'era un cadavere davanti a me e non sapevo che fare. Male non m'avrebbe fatto, ma innanzi tutto sapevo che m'avrebbe fatto senso. Pensai che potevo almeno dare una occhiata, fare qualche passo più avanti e poi andare via. Avrei avvisato qualcuno.

Sotto ai miei occhi passarono le caviglie e poi i polpacci. Camiminavo piano, timoroso di vedere oltre. Dai polpacci partivano delle linee scure. Poteva essere sporco. Sembrava piuttosto un liquido rappreso. Certo, che era un liquido rappreso. Certo, che era sangue.

Ero quasi attratto da quella visione. Mi tappai il naso. Ero in subbuglio. Quella perrsona era morta. Volevo vedere. Sapere.

Era una donna. Giovane, sembrava. Il vestito  strappato la toccava solo per un lembo, giaceva sul prato accanto a lei in perpendicolare. Strappato in fretta e buttato dove capitava. Guardai  sopra le ginocchia. Mi sentii morire.

Dalle ginocchia partiva un taglio, uno per entrambe la gambe. Si vedeva l'osso sottostante. Qualcuno le aveva aperte, quasi volesse lasciare i femori in evidenza in mezzo alla carne. Sulla carne profanata le mosche.

Era una donna. Anche il sesso era stato aperto a metà e di lì l'apertura seguiva la linea mediana del corpo arrivando fino al collo. Potevo distinguere la gabbia toracica. Gli organi che conteneva erano stati massacrati, come se qualcuno avesse voluto mischiarli insieme, tritandoli, maciullandoli.

Non ero più io a guardare. Dovevo ancora vedere la testa, che era coperta da un ciuffo d'erba più fitto. Intravedevo solo del bianco come se sul capo ci fosse stato un fazzoletto.

Ma non era un fazzoletto. La testa era ridotta al teschio. Dal collo in su tutto era stato strappato, tirato via. il teschio era quasi perfettamente ripulito. Mi venne il vomito. Mentre mi stavo piegando per dare di stomaco distinsi chiaramente che di lato il cranio era sfondato. Si vedeva il vuoto. Da quel buco di sicuro era stato tolto il cervello ed il resto. Gli insetti ci camminavano attraverso come fosse una galleria. C'erano vermi, formiche, mosche e, strano a dirsi, dei grilli.

E proprio per questo quella donna non mi piaceva. Già. Non mi piacciono le ragazze con troppi grilli per la testa.
 
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venerdì, 02 novembre 2007,22:39



TU


 

ll percorso è questo.

Ho mille motivi per starti lontano e mille parole per dirti "no". E qualche volta penso anche di essermi stancato, che possa incontrarti come incontro la circolare, mentre sonnecchio, mentre vado al lavoro, al mattino. 

Ma per quanto stufo e stanco possa essere, per quanto capisca che le mie parole con te siano fin troppo scontate, e anche le tue con me, e insomma che tutte le apparenze possano condannarci, c'è di te che, quando tutte le parole cessano ed anche le apparenze, ti guardo come se io guardassi me.

Come se guardassi il mio diario, o una certa antica intimità che nascondermi non posso.

Suoni musica che non conosci, e la suoni di un bene. Suoni quella musica, e non sai come.

Ecco. La tua pelle appiccicata alla mia. 

  

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venerdì, 12 ottobre 2007,13:10



IPNAGOGICAMENTE



Lo sapevo.

Era meglio se andavo a dormire subito, che avevo ancora quella sunnulensa. Adesso che sono le tre potrei stare sveglio fino a dopodomani e intanto devo svegliarmi alle sei. Non lo reggo. Non oso pensarci. Fra tre ore. Avrò gli occhi che non si aprono e la testa intontita e i pensieri che bruciano e non vogliono uscire.

Devo dormire un po'. Quasi quasi provo a contare le pecore. La funzione del contare le pecore è come recitare un mantra, immagino. Ti stufi e via.

L'ho fatto qualche volta quand'ero piccolo. Contare le pecore, dico. Non mi ricordo come andava a finire, ma non mi piaceva. Però quasi quasi ci riprovo.

Una pecora, due pecore. 

Se non sbaglio dovevano saltare un recinto. Oppure potrei fare il piccole pastore sardo che le conta quando le sta rinchiudendo nell'ovile. Meglio di no. Il piccolo pastorello mi mette tristezza. Conterò delle briose pecore che saltano uno steccato con vigore e vitalità. Non troppa. Che mi devo addormentare.

Ricominciamo. Una pecora ... due pecore.

La seconda ha belato da sè. La terza no. Così non va. Tuttte o nessuna. Ho come la sensazione che non mi addormenterò facilmente con questo sistema. Ma sarò più forte io. Un piccolo belato a tutte, glielo faccio fare, certo. Chiodo contro chiodo.

Ero riuscito a disciplinarmi abbastanza.

Alla quarantatreesima bestia, la circolazione nel mio corpo aveva preso un andamento uniforme, regolare. Ero piacevolmente caldo e rilassato. Sembrava un preludio.

Era piacevole questa situazione. Hai capito l'ovino.

La cinquattottesima pecorella, me lo ricordo abbastanza bene dato quello che successe, appena saltato lo steccato tornò indietro. Mentre la vedevo venirmi incontro feci in tempo a farne saltare altre due. Ma poi fui catturato dal suo sguardo. Aveva due occhietti, come dire, innocenti, lamentosi, con una punta di languore. Cominciò a strofinare il musetto sulla mia coscia. Un musetto sfrontato. Strofina e strofina, alla fine mi diede un morsetto e poi volse il capo verso di me, ed ora era solo malizia. Non lo so. Non sono un pervertito, ma credo di essermi eccitato. Senonché la pecorella si tira su una zampetta, fino al collo, e comincia a tirarsi giù una zip che era evidentemente nascosta dal pelo. Come se si stesse sfilando una giacca, forse di pura lana vergine. E da dentro la giacca viene fuori una ragazza rosa e luminosa e calda e sorridente che vuole me.

Credo che fossi già un pochino addormentato, ma non lo giurerei. Ci sono momenti più veri nei sogni che nella veglia.

Comunque ero lì con questa ragazza che veniva levitando verso di me, e il mio sguardo le scendeva dai seni verso il ventre, a cercare il principio del pelo pubico (cercavo forse di evitarmi altre sorprese?) quando un rumore di campanaccio mi costringe a voltarmi.

Era una frate con tanto di chierica e saio e sandali e pancia. "Le mie pecore... - diceva a voce alta - le mie pecore...". Se la prima immagine era enigmatica, questa lo era ancora di più. Non riuscivo a capirlo, 'sto frate. Mi dava l'impressione di essere un gran laido, e che stesse cercando pecorelle da pascolare su questa terra. E la mia pecorella? Dov'era finita?

Non c'era più. Non c'era neanche il gregge. Era notte. L'ingresso di una caverna. Vedevo delle macchie arancioni sulle pareti, come se ci fosse un fuoco da qualche parte. 

Stavo quasi per svenire. A venti centimetri da me c'era un toro.

Per meglio dire la faccia di un toro. Era una specie di satiro. Vedevo vicinissimo il muso nero, e, attratto dal rumore, distinsi chiaramente le zampe pelose che finivano in zoccoli. Mi sembrava di sentire la ruvidezza di quell'essere.

Mentre risalivo con lo sguardo dagli zoccoli al volto, vidi lo sguardo del caprone stupito, quasi l'avessi colto in fallo per il suo aspetto. E improvvisamente il caprone diventa un certo giovane nobiluomo, con una giacca da camera, una coda lunghissima e ugualmente ampia, nera e viola, arabescata. Era seduto su uno scranno alto. Mi guardava e sorrideva. Aveva un sorriso che arrivava sempre più avanti del mio, per quanto potessi immaginare. Non era un sorriso che metteva di buon umore, però.

Anzi mi metteva abbastanza a disagio. Mi faceva sentire in imbarazzo, come fossi un bambino messo di fronte alla propria incapacità. Quasi a conferma, mi domanda: "Bene bene bene... e cosa stai facendo della tua vita?" e mi è venuto un senso di peso. Mi si sono parati davanti tutti i miei problemi del quotidiano, non quelli giganteschi, ma proprio i piccoli di ogni giorno, che sembrano ammassarsi giusto per confondermi, per sommergermi, per farmi tirare la carretta e non alzare mai lo sguardo.

Mi sono visto come se fossi legato ad una macina, nella canicola, che spingevo senza sapere perchè. Se stavo crescendo per diventare più forte o per farci guadagnare qualcuno. Avrei voluto volare. Ho cominciato a volare. Volavo in un cielo grigio e senza confini, che era ugualmente angosciante proprio perchè non ne vedevo. Mi sarebbe piaciuta almeno qualche nuvola, per sentirmi meno smarrito, meno solo.

Mi veniva in mente l'aria della colomba kantiana. Sì. Quell'aria che la colomba odia perché le frena il volo. E di cui la creatura pensa: "Se non ci fosse, volerei velocissima e leggera". E invece no. Perchè è la stessa aria che la frena a sostenerla in volo. Almeno se ho capito il senso della metafora.

Per me è come dire che non si può voler volare e non volere l'aria. E  che se uno capisce questo, tutto ha un senso. Epperò è anche vero che la verità non libera le persone. Il buon caro vecchio Paul.

Volavo ancora. il grigio era diventato più cupo. Forse era una nebbia, ora. O una nuvola. Non ricordo oltre. Forse m'ero addormentato.

Mi sono svegliato. Mi son messo a sedere nel letto. Nella mente avevo brandelli di nudo, di belati, di sensazioni crude, cupe e angoscianti. C'era un bel sole. Sembrava quasi primavera, quando il sole scalda abbastanza da farti sentire di troppo i vestiti. Quella luce mi invase delicatamente, prima che me ne accorgessi. Ero ancora nel letto, ma mi sentivo come se fossi fuori, seduto nell'erba e con la testa abbandonata all'indietro, gli occhi chiusi in faccia al sole.

Mi risuonarono dentro quelle parole. "Non giudicare Dio: amaLo". Come se mi svegliassi da un sogno. Mi sembravano così spesse, ora. Mi sembrava avessero uno spessore che non avevo mai conosciuto.

 

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venerdì, 14 settembre 2007,17:26

Trascinava stancamente i lunghi testicoli sul pavimento. Ogni tanto doveva stare attento a non pestare quello sinistro che era pure dolorante, oltre che gonfio. S'era stufato parecchio. S'alzava ora da quattro ore di video. Programmi abbastanza interessanti, in verità. I sedici minuti sulle formiche erano stati uno spettacolo. Gli era persino sembrato che una palla si fosse ritratta un pochetto. Muah. Impressione. Forse era il formato video che lo stufava. Troppo regolare. Guttemberg. L'occhio, la visione si rettangolizzzava. Mentre le gonadi, effetto non ancora legittimato da una adeguata bibliografia, si dilatavano. La curva per entrare in cucina era abbastanza fastidiosa, curvava a sinistra, per l'appunto, e con la miopia che si ritrovava e i movimenti pesanti ed i riflessi istupiditi rischiava grosso. Aprì il frigorifero. Lo sportello cominciava a strisciare e ad essere pesante da muovere. Ci sarebbe voluta una rondella, una registrazione della cerniera. Qualcosa che certe persone sanno fare. Come se avessero voglia di farla. Nella penombra - la lucetta era morta da parecchio -come avevano fatto ad inventarselo, quello sportellino, in un angolo - sbiadiva un gambo di sedano. Sulla stessa tonalità andava virando un formaggio cremoso di qualche tempo prima, di qualche tempo prima quand'era candido e suggeriva ancora una certa salute dello stomaco. Un'aria di freschezza. Arrivare alla porta-finestra non era il caso. Tanto meno aprirla. C'erano dei rumori curiosi che venivano da fuori. Ma poi perchè, curiosi? Meglio starsene al calduccio. C'era un bel calduccio in effetti. Spifferi no di certo. Almeno in questa stanza. Dalla finestra del bagno, invece,  all'altezza della base inferiore filtrava uno spiffero sempre freddo. Neppure i rotoli di carta igienica messi davanti lo fermavano. Per fortuna piegandosi un po' uno sopportava. Questa cosa gli dispiaceva. Gli sarebbe piaciuto, quando si lavava, non sentire quello spiffero. Sarebbe stato bello, dopo tanto tempo che sentiva i suoi odori e si faceva un bel bagno, non sentire quello spiffero.

Si risedette. Sbuffò.
 

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