Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
mercoledì, 28 ottobre 2009,10:57



POLTRONCINA NR. 8



Pensavo tu dovessi arrivare all'improvviso e così è stato.

Prima scena.
Arrivo dal piano terra, dove ci sono le biglietterie. Salgo le scale con la battuta di ferro, vedo sorgere la Sala 3, dove proietteranno il film, un cartone, tra l'altro. Mi giro per caso o forse no, forse è il caso che sta lavorando per mettermi in qualche anomalia delle sue. Ti vedo a qualche passo da me, forse vai nei bagni. Il tuo culo nei jeans ondeggia rapido, energico. Sculetti. Da come una sculetta si capiscono tante cose. Ci sono donne che non sculettano. Invece il tuo sculettare viene da dentro, c'è un canale che porta direttamente al tuo centro, kundalini o che so io. Come il gusto del barricato che non vedi, ma c'è. Sei molto normale, ma non ti trovo nulla fuori posto e la tua energia impalpabile mi prende e si mette dentro e fuori. Ora devo entrare.

Seconda scena.
Prendiamo posto. Siamo solo in cinque nella fila G, io, i miei due companeros, una ragazza. Io ho il numero 7. La ragazza ha il numero 9. 8 ancora vuoto, per il momento. Prendo confidenza con la poltrona, con gli occhialini e nel frattempo dal fondo, che scende le scale, arriva qualcuno. Riconosco i tuoi jeans, le tue scarpe. Sei molto normale, ma non ti trovo nulla fuori posto ed il tuo posto è il numero 8. Non faccio neanche in tempo a guardarti in faccia che spengono le luci, ti siedi accanto a me, ci camuffiamo con gli occhialini. Ti sento vicina. Così vicina  come se mi stessi guardando dentro. Come se ci fosse una misteriosa intesa, fatta di aure che si incrociano prima ancora di un contatto con la carne. Mi stai frugando dentro, come io frugo te. Sarà vero?

Terza scena.
Il film è cominciato. Ho un orecchio al film e un altro su di te. Ho la sensazione che sia così anche per te. Quelle sensazioni che senti più vere di un assioma, più vere di ogni altra cosa. Mi pare di avere la perecezione delle tue percezioni. Non mi perdo un tuo respiro, sono fortunato, mi sei proprio a fianco. Sento le tue risate. Mi piace come ridi. Hai una risata un po' roca e come il tuo culo mi parla di qualcosa che hai dentro. Mi parla di te. MI piace la tua risata un po' roca. Graffia e scalda come mi piacerebbe facessi tu. Ti stiri un po' sulla poltroncina, spingendo fuori il petto. Vorrei accarezzarti mentre ti spingi fuori così. Vorrei che morissi delle mie cure come io vivo di  questo desiderio. Le tue cosce sono così vicine. Vorrei accarezzarti. Ho la sensazione che tu ti stia spingendo in fuori per me. Sarà la mia mente che sogna, però è molto umile in questo momento, è molto rigorosa. E' come se si attenesse ad un genere di fatti invisibili, ma molto reali.

Scena quarta.
Incroci le gambe. Appoggi la caviglia sul ginocchio. La suola della tua scarpa tocca leggermente la mia gamba. Non mi muovo, non posso. In altre occasioni l'avrei tolta. L'avrei tolta per qualsiasi altra donna, ma con te ora non posso. Per te, che non conosco, che vedo per la prima volta, che sento dentro come capita solo quando si è baciati dal destino. Forse ti sei accorta o forse no che mi stai toccando. Lasci la tua suola lì. E non credo neanche che tu sia zoccola. Forse è un caso che ti sia messa così, ma neanche tu puoi farci niente. Neanche tu vuoi muoverti. Mi sento così pieno di desiderio. Se l'erotismo è qualcosa è quello che sei tu ora.

Scena quinta.
Tutto il film così. Ascolto le tue risate, ascolto le mie, sperando che ti piacciano. Ti muovi per spostare la maglia dal bracciolo e mi sposto anch'io, sollevandomi dalla mia finta indifferenza. Tanto lo sai che non mi sono perso una sola tua mossa. Si accendono le luci. Ti alzi in piedi prima di me. Io devo restare seduto un attimo a sistemare gli occhialini. Non ti ho ancora visto in faccia. E magari neanche tu. Non me ne vado senza averti guardata. Sollevo gli occhi per guardarti. Hai i capelli mossi, nervosi, di quella bellezza che ti si agita dentro e di cui immagino mentre me ne nutro correndoti a fianco lungo la Senna o lottando a letto a chi uccide di più. E mentre ti contemplo, mentre ti bevo con la gola spalancata anche tu ti giri e abbassi gli occhi per guardarmi. Non avevi bisogno di guardarmi. Avevi tutta la sala per guardare. E' troppo innaturale il tuo girarti per guardarmi. A meno che tu non volessi guardare me. E mi guardi, senza alcun dubbio, i tuoi occhi dritti e pieni nei miei. Non hai la faccia che mi aspettavo. Non ti ho vista su nessuna copertina, ma non cambierei una notte d'orgia con un tuo miuscolo grammo. Sei una spada. Ti pianti dentro come un vessillo e il drappo sventola, pesante e odoroso, fumoso. Non posso nemmeno parlarti.

Scena sesta.
Riprendiamo la strada. Ti vedo ancora nel parcheggio, ti infili in macchina con la tua amica.

Come la giostra, ritorni.



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martedì, 26 maggio 2009,11:07


Alla mostra




E perché? Beato quel tempo in cui vedevo ancora. E passeggiavo verso il fiume, il tuo vaso, Osiride, stretto al mio petto, come mi eri vicino, era caldo il tuo vaso, tuo era il sangue versato. Beato il tempo in cui la mia follia fluiva lenta come il fiume, come il fiume bagnava la terra e con la terra si mescolava fino a non essere più che l'unico limo. Beato il tempo in cui la follia scorreva nel mondo ed era viva ed era vita. Tu m'avresti dato lei, i globi d'oro della tua divinità, quelli che riempivano le tue vene, avrebbero fermato le frecce dell'ombra, dissolte in mille scintille. E le urla delle vittime che ti cercavo, bene si sarebbero intonate al suono dei tamburi, alle percosse che laceravano il cielo, laceravano l'affannoso sole. Bene. Ed ora che sono passati millenni e millenni, e tu non mi hai risposto, tu non mi hai ascoltato, ed io sono diventato una fredda statua di freddo granito, tu sei scomparso e taci e lei con te. Tengo il tuo vaso al petto come una maledizione, come la mia catena, e sebbene riposi in una reggia, di sovrani come ogni età sembra volere, questo è il mio prezzo per il tuo tradimento, tacere per sempre il mio dolore, per sempre mostrarmi al mondo come colui che volle e fu punito.
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martedì, 07 aprile 2009,08:54



LIRICO

 


Va. Non titubare. Va. E' così che deve essere.

Tanti sono i monenti passati insieme, lo so, lievi come fiocchi, mille i palpiti per le nostre membra, o per i soffi d'autunno.

Il passato è come un drago che soffia fuoco su queste ore, ed il presente un angelo negletto.

Va, ogni momento ora sarebbe di troppo.

Ora, è questo che chiedono gli dei, che tu vada, e te lo chiedo anch'io: perchè non te ne vai?

E vattene va, tu, tua madre, i tuoi zii, i tuoi detersivi e le tue gite dall'estetista.

Te ne devi andà.

Te ne vai o no, te ne vai sì o no.

Va. Che ti possano cascare le sinapsi del ritorno.

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mercoledì, 11 marzo 2009,09:22
DOCKS


L'acqua come petrolio
L'acqua nera e oleosa
L'acqua melassa sotto il ponte
L'acqua interrotta dai pilastri di mattoni

Il Consiglio manda l'acqua
Il Consiglio manda l'acqua e sta cercando di mandare l'aria

L'acqua passa in città e non si nasconde
L'acqua è sempre negli occhi di tutti
L'acqua è compagna, l'accqua è nei racconti
L'acqua è negli occhi, l'acqua entra nell'anima

L'anima
L'anima
L'anima

E sembra così ineluttabile, il suo colore
Così ineluttabile il suo plumbeo spessore
Non ci si può bagnare nell'acqua
Forse è meglio di no
Magari non è importante





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martedì, 10 febbraio 2009,21:03



NUOVA OSSESSIONE





Behind enemy lines
All'incrocio delle linee
C'era un incrocio
La rotonda tra
Si incontravano le linee delle grandi migrazioni
Esattamente lì

Gardenia sexualis
C'era uno spazio occupato solo dalla vegetazione
Lussuriosa vegetazione
Immagino tutti i ragni
Immagino i vermi
Il brodo primordiale
Che rumore fa?
Che odore ha?

Tra i banchi della chiesa
L'incenso si spande denso e ricco
E le tonache intarsiate d'oro
E gli scheletri ambulanti dei bambini in africa
Si mescolavano curiosamente nella mia mente
Mi piaceva la nebbia
Era come l'incenso come un messaggio

Il segnale non è stato ancora decifrato
Una intelligenza superiore
Un disturbo elettromagnetico
Segna il monitor
Gracchia gracchia

E quei morti in guerra?
Come si moriva mille anni fa?
L'ospedale a gerusalemme non era altro che un lazzareto
Era solo solo da quanto non se lo ricordava più
E la morte era signora e padrona

Bateaux
Lungo il fiume
Corposo materico così metteva il colore
Le setole bevevano fino ad ingozzarsi
Un bicchiere di porto, grazie
Bevevano fino ad ubriacarsi e poi morivano sulla tela
E cosa restava?
Restava che stava meglio, quando lo faceva

Due tempi
Quattro tempi
E batteva batteva il ritmo
Come la puttana batteva
Come il falegname batteva
Come il calzolaio
Come il poppante ossesso dal suo rumore batteva
Questa manina batte

Questa cosa strana

Che è la vita

E la scrittura non poteva farsi piana
E la scrittura si versava sul pavimento fluida
Come il sangue come una pozione
Come una foce senza sbocco
Segnata dalla sincera forza di gravità
E dalle circostanze

Le grandi foglie della dracena
Il delicato croco
Il giacinto che esplode lento e inesorabile
Le noci che macchiano
Le mandorle tossiche
E sempre sempre in omnia saecula saeculorum

E così, confuso dal suono possente che lo circondava,
Speranzoso e confuso
Confuso dall'estrema varietà delle forme intorno a lui
E dalle scimmie e dai coccodrilli
Dentro di lui
Aspettava che l'altra parte,
Quella normale che lo guardava senza abbandonarlo
Lo guardava dall'esterno di quella bolla di dirompenti richiami dove s'era messo
Lo riprendesse
Lo facesse atterrare, per così dire,
Su una pianura dove la terra fosse terra e l'erba erba

Si la speranza
Sì la speranza

Dello stesso tremore
Dello stesso tremore è il mio sorriso
Dello stesso tremore che m'atterrisce
Di tanto è forte


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venerdì, 09 gennaio 2009,23:54


Still in the night





Ti odio
non sei che un maledetto sogno

e pensavo
beh non resterà nulla
le tue telefonate distratte
le nostre parole ridicole ed impotenti
che altro?

la mia anima è un canneto
e adesso che te ne vai
resti come limo
come t'attacchi
grammo dopo grammo
come insensibilmente ti depositi fino a pesare
ad ostruirmi
a riempirmi a sommergermi di te

proprio quelle piccole insensate pratiche dell'esistere

sarà solo un attimo
un attimo prima sarò vivo
e poi non ci sarà più niente
che spaventoso immenso attimo

come mi riga il tuo cristallo
passa sulla mia carne e preme e graffia
e poco più sotto tocca qualche canale d'energia
da come m'accaloro
lo sento

proprio quelle piccole insensate pratiche dell'esistere
quelle che mi infastidivano per com'erano leggere
e così quotidiane e senza ambizioni
eccole qui nascoste e invisibili una dopo l'altra come formiche
a fare il loro lavoro
ad accalcarsi sulla mia tana da castoro

bene
ma sei un po' troppo per le mie attuali limitate capacità
io che volevo quietamente assistere
io che volevo quietamente lasciare scendere la pietra nel lago
e invece il lago mormora
come se fosse il mormorio la sua voce naturale

e la vita si dimena come un pesce senza acqua
e la vita che fra un attimo non ci sarà più
e la vita che non rende ragione di nulla
neppure di te

solo che
come  ci sei
fatico a sopportarti




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martedì, 04 novembre 2008,20:56

LA ROVINA DELLA CASA DEI PAPPHER
(Liberamente, indegnamente e miseramente tratto da "La rovina della casa degli Usher" di E. A.Poe)

 





E' così strana l'eco degli odori sul mio spirito. Sono così strane le parole... sensazioni, spirito... ma che vogliono dire in realtà? Questo è un odore. Direi l'odore di una stoffa, forse un tappeto. Un tappeto di una certa età, che avrà visto trattamenti e mani, ma tanto, troppo tempo fa. Eppure è strano come mi faccia eccitare. Ecco. Immagini. Sono un bambino, ed anche un ragazzo. Di fronte ad una qualche somma prova. Sono un uomo. Impaurito ed eccitato, come se stessi per trovarmi di fronte al patibolo. Gli occhi della gente su di me, la lama, il tempo che si stacca dal resto e si fa imponente. Forse è l'odore del tappeto, della sua decrepitezza; delle sue stagioni passate, lunghe per gli uomini, ma strette alfine anche per lui.

"Ti ringrazio per l'invito. Temo di doverlo rifiutare. Sono così lontano dalla comunanza con gli uomini da non meritarne la grazia. Ma visto che hai manifestato l'intenzione, trovandoti così vicino, di venirmi a trovare, sarei lieto di poterti ospitare. Non credo di poter essere un compagno di un qualche interesse. Pure, è tale la forza del ricordo della tua gentilezza, che mi sarebbe insopportabile non poterla onorare.
Lean Pappher"

Lean era stato un ottimo compagno di scuola, per me. Un aristocratico. Persino nella scelta di frequentare una scuola normale, quale era quella che frequentavo io, invece di quelle affatto esclusive a cui lo destinava la sua posizione. Scelta tra l'altro imposta ai suoi genitori, chissà come, data la sua giovane età. In lui non si vedeva alcuno snobismo, alcuna affettazione. C'era un certo rigore, un semplice potente rigore. Io non sarei mai stato ricordato per i miei successi scolastici e neppure per qualche prepotenza. L'unica cosa che potevo mostrare era la mia modestia, fomentata, almeno così credevo allora, dalla miseria e dai sacrifici della mia famiglia. Sacrifici che parevano essere un tutt'uno con l'origine dei miei avi. Sarà per questo che Lean m'aveva preso a benvolere. Indifferente allo scherno che l'aveva via via circondato, condivideva con me solo i sorrisi che offriva al gran palco del mondo.

"Certo. Abita sulla collina. Da qualche mese ha mandato via la servitù, due sole persone, in verità, e c'è solo un fattore che gli lascia la roba fuori del cancello. E bè... strano lo è sempre stato... neppure i suoi genitori devono essere stati così contenti di lui... ma si sa... in questi casi i pettegolezzi si sprecano... io non ne voglio fare, ma pare che ora stia proprio uscendo di sentimenti. Mah... contento lui... finchè non ammazza qualcuno..."

Mi sarebbe piaciuto rivedere i miei compagni. Forse "piaciuto" è una parola grossa. M'avrebbe incuriosito, ecco. Tanti anni passati lontano, una posizione fortunatamente più solida di quella che avevo trovato per me alla mia nascita, il desiderio di risentire quell'aria di casa, di feste, di quegli affetti, di quelle vibrazioni che nessun'altro posto al mondo avrebbe potuto ricreare. Quelle di cui risuonano gli anni fatti di stupore e meraviglia, gli anni di prima che si diventi uomini. Ma per Lean era diverso. Qui c'era anche il piacere, una voglia sincera di ritrovare l'amico e l'uomo.

"Eccola. La vedi? Ma certo che la vedi, sciocco che sono. Questo ritratto le fu fatto all'età di ventotto anni. Sullo sfondo si nota il profilo di questa villa, ma non mi è dato sapere se la villa fosse solo un dettaglio del paesaggio o un particolare più significativo. Forse che lei e questa casa fossero un'unica cosa? Quasi che le fosse segnata nel destino, oltre che nellla tela? Mi resta poi di lei una incisione, in un volumetto dell'epoca. Ho ritrovato alcune sue lettere, di quand'era ancora più giovane. E poi c'è il grande ritratto nel salone, quello che mi tiene compagnia nelle serate più fredde."

M'aveva accolto con un sorriso stanco. Maturo, più che invecchiato. Sempre molto elegante nei gesti, nei movimenti pacati. Gli interni della casa si restringevano sulla poca luce che veniva dalle lampade. Intorno c'era l'ombra che pareva pronta a ghermire il tutto, lentamente, inesorabilmente. E c'era anche l'odore. Non un odore sgradevole. Piuttosto un odore pieno di nostalgia, di vita che scompariva assieme alla luce. Come quello del tappeto. O dei muri freddi, non più scaldati a dovere, appetibili prede di muffe e infiorescenze ghiotte d'umido. Il sorriso di Lean sembrava non temere il buio.

"Lo so, lo so. Non posso dirlo. Forse  il mio desiderio è tale - a volte è così intenso - che mi pare di poterla raggiungere. Così dolorosamente intenso. Non so di preciso quando è nato. Quando s'è messo nella mia carne. Era come una musica. Guardare i suoi lineamenti, leggere le sue parole... è stato quello il seme? O è stato un pretesto? Era lei che mi aspettava?"

Lean non mi sembrava pazzo. Avevo dei pazzi una immagine più furiosa, o più malvagia. Forse era triste. Sembrava fosse tanto disincantato da subire, forte più che mai, la malia di quel supremo incanto. Tra l'altro questo suo racconto, così delicato, mi faceva quasi    dimenticare che stesse parlando di un fantasma. Fatto non trascurabile. Non avevo alcun problema ad ammettere l'esistenza dei fantasmi. Non me ne sarei fatto condizionare, certo, ma perchè negarne la possibilità? Perchè negare che il peso di secoli di racconti potesse avere una sua realtà? Mi era successo di pensare che persino le fiabe avessero una carica di verità superiore ad una diagnosi medica. Forse erano solo due storie diverse. E la fiaba era, se non altro, meno arrogante.

"Sono sceso dalla corsa del mondo. Non mi ha mai attratto, in verità, nè per passione e neppure per convinzione. Non chiedo che di poter occupare il mio posto. Lo conosco il tuo sorriso. E' un sorriso buono, è quello che hai sempre avuto. Ti stai chiedendo se il mio posto non sia fuori di qui. Ma te l'ho detto, io non chiedo nulla. Lei è una scia luminosa, una lucciola: è più reale lei e quello che mi offre delle onde che il mondo crede di inseguire e che invece prendono il mondo e lo offrono alla clemenza degli dei degli abissi."

Quella sera non potei fare a meno di pensare a quei due amanti, di secoli nati separati. Ma chissà che non si fossero davvero incontrati. Immaginavo Lean seguire di notte la figura di lei che s'aggirava per le stanze della villa, avvolta da un'aura di luce bluastra, che lasciava piccole faci, gocce di vita che la morte non avrebbe mai potuto prendere. Sentii un rumore. Mi alzai nel letto di soprassalto, subito ridendo di quel mio spavento. Ma il rumore, inequivocabilmente, continuava, pareva trascinarsi nel corridoio. Mi alzai del tutto, fu più forte di me. Corsi alla porta, la apersi, girai il capo da una parte e dall'altra. Sulla mia sinistra, nell'oscurità, a circa dieci passi di distanza, s'allontanava la sagoma di Lean, lenta, tranquilla. Spostai subito l'occhio davanti a lui, e ancora più avanti... nulla, nulla fino a dove il corridoio svoltava ancora. Lì  colsi un bagliore che subito svanì... o forse era un chiarore che la finestra aveva lanciato sul muro.

Non ho più rivisto Lean. La crescente fortuna dei miei affari mi portò ancora lontano, per altri anni. Lean morì prima del mio ritorno, non si riuscì a stabilire  per quale causa. Lo trovarono seduto su una poltrona del salone, quasi si fosse lì addormentato. La bella lo guardava dal ritratto. La casa andò venduta e finì distrutta in un incendio, poco prima che qualcuno la abitasse nuovamente. Quel bagliore che mi pareva d'aver intravisto quella notte mi tornò sempre in mente, negli anni a venire. Così pure sempre tornai a chiedermi se Lean non avesse trovato, in ogni modo, una specie di... felicità, una felicità più grande, più vera, di quella che a volte ci sembra di stringere.    

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martedì, 07 ottobre 2008,01:24




LA NOTTE




Se avessi almeno una parola, una parola che sollevi la carne, dall’osso, come l’aratro stacca le zolle. Per far arrivare dentro il sole, e l’ossigeno, e dare al seme la speranza. Invece di questa crosta dura e battuta, che quasi rifiuta l’acqua, se non è più che leggera, di quest’erba che sa di deserto, quest’erba bianca e secca quasi fosse un fantasma. E questa parola la vorrei per te. Vorrei sollevare la tua carne e farla vibrare, densa e pesante come velluto. In una lunga giornata, dove i tuoi occhi posano sereni.

 

Ci vorrebbero parole, e cose, e vita. Ma a volte il mio sconforto è tanto che vorrei essere un coleottero. Sempre che sia sufficientemente stupido. Un bel coleottero con la livrea verde smeraldo, dura, lucida, le sue belle zampette nere, uguale ad almeno settecentomila altri, che si muove automaticamente tac tac tac finché non finisce la linfa. Adesso invece sono troppo. E sono solo un beduino che guarda dal crinale della duna lo scempio che i banditi fanno del villaggio. La mia tenda è nascosta e abbastanza lontana. Guardo senza farmi vedere. Annuso il vento, che non porti l’odore dei predoni verso me o il mio a loro. E pensare che vorrei regalarti l’oasi più bella.

 

La giacca blu. Quella che ho comprato una volta ed è ancora lì, a mostrarsi fra le altre quando apro l’armadio. O ad infilarsi nei pensieri, quando i pensieri si colorano delle vene amaranto dei petali. La giacca blu, quella che brilla sotto le luci. Che avrei dovuto mettere, un giorno, che era ieri e poi è diventato domani. E già, hai indovinato: non è mai stato stasera. Quella giacca da portare su un palco, anche con pochi occhi a guardare, ma pur sempre occhi a guardare. Ora dovrei buttarla, fare posto e aria a vestiti per la pioggia, per il vento. Oppure lasciarla dov’è. Tenerla pronta. Fosse soltanto, magari, per coprirti gli occhi e non farti vedere la notte, se arriva.  

  

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martedì, 02 settembre 2008,23:23


THE VAMPIRABLE ONE


La incontrai al tramonto. Era un po' pallida. Si copriva gli occhi come se quella fioca luce le desse ancora fastidio. Stavo passeggiando nei pressi di una chiesa sconsacrata, vicino ai giardini di Geckle. All'inizio m'aveva spaventato un po', data l'ora e le circostanze del nostro incontro. Tra l'altro credo che in giro ci fossimo solo noi due. Ricordo che avevo camminato senza incontrare nessuno per un bel pezzo. Anzi, ora che ci penso, con l'unico che avevo incontrato ci ero andato quasi a sbattere, un tizio che praticamente correva via. Beh, non conoscevo il posto, poco la lingua, ero ospite da uno zio in quella terra straniera. Ero stato uno stupido ad infilarmi in strade che non ero sicuro di ritrovare a ritroso dopo, ma mi era sempre piaciuto osare in questo modo. Mettere alla prova il mio senso di orientamento. Davanti a quel giardino mi sembrava di esserci già passato di giorno. Magari ce la facevo a tornare a casa. Purtroppo si faceva notte.

Si avvicinò, la ragazza. Mi parlò in quella lingua ostica, naturalmente non la capii.  La sua voce era pure molto roca. Mi fece un cenno come per dirmi che aveva sete, ma continuavo a non capirla. Mi fece un altro cenno, come se volesse parlarmi nell'orecchio, che parlare più forte non poteva. Era una splendida ragazza, devo dire. Capelli chiarissimi, occhi cerulei, forse una tossica dato il cerchio intorno agli occhi, ma vestita come se fosse uscita dalla casa più rispettabile del paese. Mi avvicinai per farla parlare. Avvicinai il mio capo al suo e, lo confesso, sentii come un brivido, un misto di eccitazione e di paura. Vidi che metteva la sua testa a lato della mia, di traverso, con un angolo strano. Ricordo questo particolare perchè per parlarmi all'orecchio avrebbe dovuto tenere la bocca un pochino più su. Da come si era messa, invece, doveva avercela più o meno all'altezza del mio collo.

E non parlava. Sentivo il suo fiato sul mio collo. Un fiato freddino. Di solito il fiato sul collo, se non è quello di un maschio, mi risulta molto gradito. Collo, orecchio e via!!! Parto. Ero solo in imbarazzo perchè
c'era stata una specie di pranzo all'italiana quel giorno da mio zio, e via con le linguine al pesto, peperoni in bagna cauda, bruschette all'aglio. Insomma, avevo una fiatella che avrebbe spento ogni ardore. Ebbè certo. Non si sa mai. Magari ci poteva uscire l'avventurazza. Secondo me le particelle dell'aglio lei le sentiva anche dalle vene sul collo. Sembrava avesse messo lì la bocca per parlarmi, chissà perchè. Si sa che l'odore dell'aglio filtra anche dai pori.

Altro che avventurazza! Mi fece un gesto che compresi benissimo. Voleva dire: "Vaffanculo". Ma vaffanculo te, stronza, che è pure tardi e non so dove andare!!! Ci separammo così, con un certo rancore. Fatti una trentina di passi, mi girai a guardarla. Ormai era lontana. Era diventata un piccolo puntino nero nella notte. Non ci crederete, ma mi sembrò addirittura che quel puntino si fosse alla fine sollevato in cielo. E sì che era così buio, e c'era pure la nebbia. Magari l'avrò confusa con un pipistrello.


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venerdì, 15 agosto 2008,17:46



BREATHING
(DEDICATO AD ANNEHECHE)






Bianco. Bianco è il lino che ti segue.

Bianco a un millimetro dalla tua pelle vera.

Più vera e più bugiarda.

Vera la tua pelle e il bianco lino che ti veste.

A milioni gli esseri col capo chino, con una prole, a milioni gli esseri che devono riposare.

A milioni i fiori, col boccale d'incanti aperto.

E tu sola, col tuo lino che ti veste,

tu sola che vai per le strade a misurarle,

a contare i giorni.

Lasci i piedi vicino al fuoco

- che si brucino -

sei di legno,

e il fumo s'alza

senza una voce.

La grotta delle pozioni

a milioni le pozioni, colorate, profumate,

ma  non c'è il mago e neanche il suo assistente.

E tu sola

mentre non vuoi credere al tuo sorriso morto nelle radici

stai con l'orecchio teso dentro la coppa del tuo petto

se suona l'eco di qualcuno

se sei capace di suonarlo.

Non c'è il mago

non hai lasciapassare

senti sotto i denti il suono delle tue parole masticate

perchè?

perchè?

Gira ancora gli occhi

gira ancora gli occhi

guarda la driade che percuote la forseta

la sabbia della tormenta qui arriva appena

c'è corteccia anche per te, c'è scura e asciutta corteccia.

Il tuo lamento cola vischioso e tacita gli uccelli,

la capretta alza il capo all'erta:

il tuo lamento spaventa anche te,

che vorresti germinare ciclamini.

E' una paura gentile

come una coroncina sulla testa

la capretta ti si mette al fianco per una carezza,

non sai neppure se farlo.



Oh, ma tu sei forte:

lascerai al toro il tempo di fare il suo lavoro,

quando sarà il suo tempo.

Non ora.



La tua parola profuma l'aria.





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