Mi scuso se replico un racconto presente sul mio blog, ma penso sia la cosa forse migliore che ho scritto e mi piaceva iniziare da questo. Lo dedico ad Anne che mi ha invitata qui dentro. Scusate anche se è un po' lunghetto, prometto che in futuro scriverò cose più brevi. Lallylake
Visita inattesa
Fratello mio. Mi sei venuto a trovare oggi dopo tanti anni di silenzio, dopo tanti anni in cui sei stato il mio silenzio. Quando decidesti di andartene, i parenti e i buoni amici di famiglia si sforzarono di preoccuparsi per me che non ti nominavo mai, che cercavo “di rimuoverti”, come disse quello psicanalista alla mamma.
Non ti hanno mai capito, non ci hanno mai capito.
Come potevo “rimuoverti” io che ti amavo? Erano loro a volerti dimenticare, gli stessi che venivano a cena da noi e che con maliziosa ipocrisia imbarazzavano la mamma chiedendole se “un così bel ragazzo” avesse “la fidanzata” e forse era anche papà che, dopo la tua assenza, parlava di te con un ritrovato orgoglio ma, mentre eri fra noi, di te si vergognava.
Nel mio silenzio ti ho custodito per sempre, ho protetto il nostro legame, ho rispettato la tua volontà di renderti finalmente invisibile. Senza le tue risposte nemmeno le mie parole avevano senso e, del resto, non avrei mai potuto parlare di te, ma con te.
Eppure si sa, gli altri si aspettano sempre che reciti una parte, anche nel dolore. Avrei dovuto rimpiangere apertamente il fratello bello e gentile, il ragazzo intelligente e sensibile che a scuola era sempre il primo, il promettente flautista che aveva appena conseguito il diploma al Conservatorio… Invece io non ti amavo a frammenti, ma totalmente, e di quei ricordi ufficiali che si potevano raccontare agli altri senza suscitare scandalo non sapevo che farmene, non erano nostri.
Il mio silenzio è stato un silenzio d’amore. Solo a te spettava il compito di abbatterlo come hai fatto oggi, proprio durante quel lavoro che amo e che tu mi hai incoraggiato a fare contro la volontà di nostro padre. Aveva perso le speranze con te che ti eri nascosto nella tua musica e non gli rimanevo che io per portare avanti lo studio medico. Ricordo ancora le tue parole quando mi strappasti dalle mani il modulo d’iscrizione alla Facoltà di Medicina: “Nella vita si hanno così poche occasioni di essere se stessi che non puoi rinunciare a diventare ciò che desideri almeno nel lavoro.”
Soltanto qualche mese dopo avrei capito che le tue parole avevano per te un senso ben più profondo. La sera in cui mi parlasti di Fabiano, ufficialmente il tuo amico del Conservatorio, ufficiosamente l’uomo che amavi, eravamo su una panchina di fronte al lago e io non mi stupii di nulla ma continuai ad affondare il cucchiaino di plastica fuxia nella granita al lampone. Lo sapevo. Lo avevo sempre saputo anche se forse, semplicemente, non ci avevo mai pensato.
Ma, per fortuna, non fui così ipocrita da dirti che saresti stato mio fratello esattamente come prima: da quel momento avrei condiviso con te la sofferenza che presto o tardi altri ci avrebbero causato, le reazioni imprevedibili dei nostri genitori, ma anche la delicatezza di quel tuo amore segreto che molti continuano a chiamare colpa e che io, paradossalmente, ti invidiavo.
Sarei stata più di una sorella. Forse per questo non ricordo soltanto le lacrime della mamma, il silenzio gelido di nostro padre, i mormorii dei vicini, ma anche i pomeriggi musicali che mi regalavi con Fabiano, le nostre gite in montagna, la gioiosa libertà che provavi nel poter essere finalmente te stesso con me.
Il problema non era tuo, non era nostro, ma si fa presto a dire che degli altri ce ne si può infischiare. Del resto non erano tempi per quelli come te e forse, nonostante i progressi sociali di oggi, non ci sarà mai un tempo per quelli come te.
Così le voci cattive si diffusero e cominciarono a farti del male. Ti evitavano, ti isolavano. Finirono le proposte di lavoro, i concerti da solista e finì anche la storia con Fabiano al quale avevano fatto del male maggiore, inculcandogli l’idea che era malato e che smettendo di vederti avrebbe potuto guarire.
Per la mamma invece tu non eri un figlio malato ma solo un figlio sfortunato che avrebbe dovuto soffrire più degli altri. Ma, quando lei morì, ti accusarono persino di questo, mentre tu te ne eri già andato da anni. Non l’aveva uccisa l’indifferenza di nostro padre che la trascurava, tutto preso dal suo lavoro, non la scomparsa di un figlio che amava, ma il dispiacere che fosse stato un figlio così. Al suo funerale il prete parlava dell’amore di Dio e a me venivano in mente quei versi di De Andrè che ti piacevano tanto: “Non dire falsa testimonianza e aiutali ad uccidere un uomo, lo sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono”. Nessuno di loro ti aveva mai perdonato di essere te stesso e in fondo, per quella verità “scandalosa”, loro ti avevano ucciso.
Quando vidi la mamma scomparire sottoterra nella bara, compatita da uno stuolo di parenti, avvertii una puntura fastidiosa nel petto che non conoscevo ancora e che più tardi avrei chiamato il mio unico senso di colpa. Avrei potuto salvarti e, forse, avrei potuto salvare anche lei. Sarebbe bastato convincere papà a prestarti del denaro, a permetterti di lasciare quel piccolo mondo antico. Eri un bravo musicista e in una città più grande e più moderna, in cui i pregiudizi della gente non fossero così radicati, avresti avuto fortuna…
Invece scegliesti di andartene da solo, a modo tuo ed io, che allora ero ancora una ragazzina, non riuscii a fermarti.
Passarono gli anni e ti portai con me ogni giorno, nel mio silenzio. Mi gettai a capofitto nello studio e, ancora una volta, i parenti dissero la loro, che lo facevo “per dimenticare”. Io invece studiavo perché la Facoltà di Lettere mi piaceva, perché senza di te non avrei mai avuto il coraggio di iscrivermi, perché non ti dimenticavo e soprattutto non dimenticavo ciò che ti avevano fatto e volevo andarmene.
Incominciai a fare l’insegnante a Milano e conobbi Guido, l’unico uomo che ho amato dopo di te, ma tutto questo lo sai già perché sei venuto a trovarmi, all’indirizzo giusto. D’altra parte non ho mai dubitato del tuo invidiabile senso di orientamento e ricordo ancora la naturalezza con cui quell’estate sapesti guidarci in una Madrid sconosciuta e caotica, senza cartina, come se ci avessi abitato da sempre. Dicevi che sentivi le città, che le intuivi. Sei sempre stato sensibile agli ambienti e questo, sicuramente, ha aggiunto dolore al tuo dolore.
Non ho mai dubitato neppure che prima o poi ti saresti fatto vivo: amavi fare sorprese, come quella volta che mi trascinasti in montagna il giorno del mio compleanno e, dopo un pranzo al rifugio, giunse al tavolo un’enorme torta al cioccolato con candeline. Intonammo canti da osteria e bevemmo fiumi di vino insieme ai vecchi alpini, per poi rincasare piacevolmente brilli, ciondolando sul sentiero fra mille risate.
Così non mi sono meravigliata questa mattina, quando sei tornato a farmi visita negli occhi disperati di Lorenzo, un ragazzo taciturno e studioso.
Tutto è iniziato nel bel mezzo di Seneca che deprecava contro i mores del suo tempo e ammoniva sulla brevità di una vita che spesso si spreca inconsapevolmente. Prima la richiesta di andare in bagno, insolita da parte sua, poi l’altrettanto insolito indugio nel tornare. Per fortuna ho capito in tempo che era un invito, rivolto a me.
L’ho trovato arrampicato sul davanzale della finestra, in piedi. L’ho chiamato per nome e si è girato. Nei suoi occhi ho visto i tuoi.
Ci siamo ritrovati, non ci siamo mai lasciati.
Questa mattina sei venuto a riprendere il dialogo interrotto tanti anni fa, a parlarmi di nuovo, a porre fine al mio silenzio. Il suo dolore è diventato il tuo pianto, la sua confessione era la stessa che mi facesti tu quella sera della granita sul lago, con poche varianti. Tra le varianti una grande città sostituiva il piccolo paese.
Avrei potuto dirgli che il suicidio in fondo non era quello che voleva, che la mentalità oggi è diversa, che tante persone lo amavano e tante avrebbero continuato a farlo anche dopo. Invece mi sono seduta per terra, accanto alla finestra da cui minacciava di buttarsi e, stringendo fra le mani il vecchio libro di Seneca che era stato anche tuo, gli parlai di te. Piansi, come non avevo fatto nemmeno al tuo funerale. Piansi perchè eri tornato di nuovo, perchè sapevo che non mi avevi lasciata davvero, anche se ci dissero che eri accidentalmente caduto su un sentiero di montagna mentre tutti capirono che ti eri buttato giù.
Lorenzo è sceso dalla finestra con indecisione, a tappe. Si è seduto sul davanzale nel corso del racconto, ha guardato la sua “Prof.” accasciata in un angolo del bagno dei ragazzi, senza occhiali e con una voce tremante tanto diversa da quella con cui normalmente spiega. L’ha sentita con stupore raccontare una sofferenza che non era quella del Leopardi ma la sua, la tua, la nostra. Infine è scivolato sul pavimento con un salto leggero e l’ha aiutata ad alzarsi.
Ci siamo abbracciati. Finalmente sono riuscita a salvarti, a riportarti in classe, a casa.
Sai, ora che cammino per strada mi accorgo che è primavera, che il Parco delle Basiliche è pieno di pratoline fiorite e che non sentirò mai più quella fastidiosa puntura nel petto che si chiama senso di colpa.