Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 15 settembre 2009,07:22

Abbottonarsi la camicia stava diventando sempre più difficile, le dita magre e affusolate non riuscivano a coordinarsi per fare una cosa così semplice come infilare un bottone in un'asola, senza che il tremore alle mani fosse loro di impedimento. Dallo specchio il suo sguardo spazientito fu attirato dalla ragazza delle pulizie che la salutò prima di andarsene,notò il gesto di volerla aiutare a togliersi dall’impaccio dell’abbottonatura. Ma si era ritratta quasi subito tornando sui suoi passi, pensando probabilmente che quella vecchia così scorbutica non avrebbe accettato. Non appena la ragazza si chiuse la porta della stanza alle sue spalle lasciò perdere la camicia e aprì le finestre, detestava quell’odore del detergente con cui in quel posto venivano puliti i pavimenti, le ricordava il disinfettante tipico degli ospedali. Trattavano la vecchiaia come una malattia infettiva, magari a furia di sterilizzare gli ambienti non l’avrebbero presa loro.

Intanto però l’aria fresca del dopo temporale stava facendo il suo effetto, se non altro quel posto aveva dalla sua un bel parco pieno di verde, con un viale di magnolie e un laghetto poco lontano dove poter passeggiare in santa pace. “Quel posto”, non riusciva a considerarlo proprio la casa degli ultimi anni della sua vita, ed era stata lei a dire al suo unico figlio di non voler essere di peso né a lui né alla sua famiglia. Aveva scelto lei la struttura, aveva telefonato e parlato con il direttore, aveva litigato con lui per la retta troppo costosa, attirandosi il rimprovero divertito del figlio: “Mamma – le aveva detto – non sei al mercato dove contratti il prezzo del pesce!”. Lei aveva borbottato che in tutta la sua vita non era stata mai spendacciona e che non avrebbe iniziato ad esserlo proprio alla fine. Brutta bestia la solitudine, diceva qualcuno. Oh, ma a lei non pesava di certo, l’aveva sempre vista come una grande opportunità di libertà personale. Ma il medico aveva riempito di preoccupazioni inutili la testa di suo figlio a proposito di certi sintomi che accusava di tanto in tanto, come il tremore alle mani o come… beh, una volta - o saranno state due? - era capitato che non era riuscita a trovare la via per ritornare a casa dalla biblioteca, eppure quella strada l’aveva fatta centinaia di volte. Usciti dall’ambulatorio quel povero ragazzo aveva cercato di convincerla in tutti i modi ad andare a vivere a casa sua, sua moglie ne sarebbe stata contenta ed anche i bambini. Ma lei era stata irremovibile.
Si guardava attorno, la prima volta che aveva messo piede in quella stanza si era sentita disorientata, poi capì che si trattava del senso di estraneità assoluta che le dava tutto quello che stava vivendo. Aveva cercato di ignorarlo circondandosi degli oggetti personali a cui teneva di più, i suoi libri, le foto più care; ricordi che non avrebbe mai reso tediosi con l’edulcorata nostalgia del “bel tempo che fu”, ma ai quali avrebbe dato un incarico molto impegnativo: ricordarle chi era lei. Nei momenti, sempre più frequenti, in cui ritornava dal vuoto in cui improvvisamente era caduta, sentiva la necessità di toccare un libro, aprirlo e sfogliarne la pagine: si sentiva subito meglio quando leggendo qualche frase ricordava la storia a cui apparteneva. Non era del tutto incosciente, sapeva cosa le stava accadendo, ma voleva ritardare il momento in cui questo sarebbe accaduto. Impresa ardua, considerando il fatto che non usciva da quella stanza da giorni, al che si voltò e guardò con disprezzo l’elegante bastone da passeggio che suo figlio le aveva portato il giorno precedente: “Bel regalo fai a tua madre per il suo compleanno! Non lo userò mai, riportalo indietro e pensa a qualcosa che non mi accusi che il mio corpo sta cadendo a pezzi!”. Lui le aveva ricordato pazientemente che avevano deciso insieme quell’acquisto, ma aveva evitato con cura di fare altrettanto con la data del compleanno avvenuto un mese prima. Guardò l’orologio, mancava poco alle sei del pomeriggio, chissà se era arrivato! L’aveva sfidata ridendo: “Mamma domani ti aspetto alle sei al laghetto, sii puntuale…” l’aveva abbracciata e baciata in fronte lasciandole addosso il suo profumo ed era uscito dalla stanza prima che lei avesse il tempo di tirargli dietro il bastone. L’osservò di nuovo, l’idea di uscire da quella sorta di prigione le piaceva moltissimo, ma il pensiero di doverlo fare con quell’arnese ridicolo le contorceva le viscere. Lo prese in mano e provò ad appoggiarvisi:" Ridicola, e inutilmente snob... ah! Non l'avrai vinta..." Aprì la porta e andò dal figlio attraversando il viale di magnolie; l'aria profumava di umide cortecce e terra bagnata. Lui era seduto su una piccola panchina rivolta verso il lago, lei riusciva ancora a camminare con passo leggero. Gli mise una mano sulla spalla, lui la strinse con la sua e le sorrise dicendole come faceva da bambino: "Mamma vieni, siediti...non hai finito di raccontarmi la storia di ieri."

by Adelaide_Spallino | commenti (12) | commenti (12)(popup)
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lunedì, 03 settembre 2007,19:08
La me-di-ieri
Sfoglio un vecchio libro del liceo. Riconosco la scrittura infantile, la mano tremante della me-di-ieri:
 
 
Una piccola nube
 
al tramonto
 
si scioglie nel cielo,
 
sfaldata dal vento.
 
Nel mio ricordo
 
è tutta frastagliata
 
nelle briciole
 
di un sogno lontano,
 
di amore
 
 
La mia poesia pseudo-ungarettiana (lo dimostra la pagina del manuale in cui l’avevo annotata, sotto quei soldati che cadono ormai da un tempo eterno, come le foglie in autunno). La mia poesia “d’amore”, scritta nell’età in cui l’AMORE si confonde facilmente con l’eccitazione, il colpo di fulmine, l’amicizia, la “cotta”. Scritta dopo la prima telefonata del ragazzino che “mi piaceva”, ricevuta sul terrazzo di casa, con quella nuvola sopra la testa. Una cosa però me la riconosco, nella tenera ingenuità di allora. Avevo capito che l’amore ti fa sembrare tutto importante. Persino un istante, persino una nuvola.
 
by Lallylake | commenti (2) | commenti (2)(popup)
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domenica, 01 luglio 2007,16:44
Accorgiti dei papaveri,
in un campo di grano.
Accorgiti dei colori del tramonto,
che svaniscono piano piano.
Accorgiti del cielo stellato,
paesaggio solitario e dolce.
Accorgiti che fai parte di un mondo,
che sei tu stesso creatura.
Ricordati della tua naturalezza 
e sentiti ancora felice perchè tu
fai parte di un mondo.
Vivi come un falco che vede il mondo dall'alto
e sa cogliere tutto il paesaggio.
Ricordati, non sei essere
staccato dalla natura.
Ma sei uomo! E come esso devi vivere.
Non attaccarti a cose materiali,
sentiti libero, poichè esse ti tengono,
come un prigioniero triste.
Vivi come un'allodola
che si accontenta di poco.
Senti il profumo dell'erba,
bagnata di rugiada.
Cammina piano,
non lanciarti nel successo e nella ricchezza,
poichè il vero eroe non è il potente,
ma colui che protegge questo mondo
e lo innaffia d'amore: come un fiore delicato.
 
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venerdì, 01 giugno 2007,10:21
Amo addormentarmi
con il tuo profumo imprigionato nei capelli,
quando piombo nel sonno così come sono,  
troppo stanca per togliermi il mascara dalle ciglia,
troppo stanca per lavarmi i denti,
troppo stanca per piegare i vestiti sulla sedia.
Non mi viene a trovare nessun pensiero,
solo il sapore dei tuoi baci nella bocca
e un sonno da bambina incosciente
capace di farmi credere
che la vita è tutta lì,
che non c’è domani,
che non c’è oggi,
che non c’è dolore,
che non c’è libro,
che non c’è sapere,
che non c’è problema.
Mi accortoccio nel letto
stravolta e scomposta.
Dormo da impudica,
dormo da innocente.
Dormo.
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venerdì, 04 maggio 2007,16:30
A CASA DI MARZIA
 
La casa di Marzia era una vera casa. Una villetta bellissima, con il parquet in ogni stanza, un pianoforte a coda e una parete di cristallo scorrevole che, a piacimento, proteggeva il salotto. C’erano due camerette, colorate e accoglienti, per lei e i suoi due fratelli più piccoli. Una si trovava al primo piano e si raggiungeva passando per un corridoio solcato da un lungo tappeto persiano. L’altra, la mia preferita, era uno splendido locale mansardato. Ogni camera aveva un bagno incluso, il suo era rosa. Ovviamente c’erano almeno altre tre stanze e una taverna spaziosa. Intorno alla casa si potevano ammirare altre villette sparse in una campagna  dai colori tenui, che pareva colorata ad acquarello. Il giardino era ben curato: un praticello all’inglese e un piccolo orto, coltivato da suo nonno e rallegrato dalla presenza del gatto Oliver, un ex-trovatello chiamato così in onore del più celebre Oliver Twist. Suo padre medico si rintanava in uno studio elegante; quando usciva di lì, io, lei e i suoi fratelli ci arrampicavamo furtivamente sulla poltrona di pelle girevole e ci spingevamo a vicenda. Capitava che dopo la scuola Marzia mi invitasse da lei a dormire, senza chiedere il permesso a nessuno, cosa che mi riempiva di stupore. Io al suo posto avrei dovuto telefonare, assicurarmi che la casa non fosse in disordine, o che non fosse successo qualcosa. Ma da Marzia il disordine non esisteva e non esistevano nemmeno i contrattempi. Ci riceveva sua madre, una mora di bell’aspetto, professoressa di lettere, dall’aria viziata ma gentile. Voleva che la chiamassi Cristina e le dessi del tu. Non so cosa esattamente facesse, a parte la scuola: Ghinga, la signora delle pulizie, ogni mattina tirava a lucido la casa e preparava il pranzo; una donnina  diligente e servizievole  riconsegnava i vestiti stirati; ogni tanto veniva la baby sitter che si occupava della sorellina di sei anni. Solo una volta vidi la signora Cristina sparecchiare la tavola… Di certo era presidentessa di un sacco di associazioni, oltre che coordinatrice culturale della biblioteca del piccolo paese.
Stare da Marzia significava immergersi in un’irreale oasi di pace. Facevamo le versioni di greco e di latino a tempi record (lei era la prima della classe), bevevamo il the con i biscotti al cioccolato e uscivamo a giocare con i vicini... Naturalmente ci raccontavamo anche i rispettivi segreti sentimentali nella sua stanza, mentre ci imbrattavamo le unghie di smalto e ci coprivamo le palpebre di ombretto color pastello. Anche se ero un maschiaccio che si morsicava le unghie, prendevo volentieri parte al gioco.
La nostra amicizia durò esattamente un anno di liceo classico, il primo. Io venni promossa con qualche debito formativo e iniziai a sentirmi a disagio a scuola, per motivi che sarebbe lungo spiegare. L’anno seguente, dopo l’estate, tornai in classe affranta e dimagrita, con i capelli cortissimi. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, la mattina davanti all’edificio scolastico mi costringevo ad entrare. Mi misi nell’ultimo banco, non riuscivo a parlare con nessuno. Pochi giorni dopo Marzia mi consegnò una lettera. Mi spiegava che essere mia amica non le era più possibile, che ci avrebbe perso. Non ero all’altezza.
L’avevo quasi rimossa e mi è tornata alla mente proprio oggi, che sono una persona diversa e oserei dire felice, la radice profonda della mia insicurezza.      
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venerdì, 06 aprile 2007,11:10
Mi ha telefonato Matilde. Ha le “sue cose” e mi ha detto che il ciclo le sballa l’umore, la fa sentire malinconica. Matilde si sbaglia, ma non l’ho corretta. Non si corregge una studentessa di chimica modello, una ragazza allegra e concreta, che vive tra le formule e le ama più delle parole. Io, invece, le parole le peso e di matematica non ci ho mai capito un granchè.
Matilde forse non lo sa, ma la “malinconia” è un sentimento troppo importante per associarlo alla vile natura delle mestruazioni e, soprattutto, la malinconia non è mai imprecisa.
Prendete la mia, ad esempio. La mia ha un nome, un cognome, un indirizzo e persino un numero di telefono. Una volta dietro a quel numero c’era una voce che attendevo con trepidazione ed euforia, poi un bel giorno il numero è diventato un foglietto giallognolo, accartocciato in un cassetto del comodino perché potesse rimanere per sempre e, insieme, non potesse “rimanere” mai più. Lo so, è sciocco. Ma mi  faceva male perdere quel numero del tutto e mi faceva male vederlo scorrere sotto gli occhi ogni volta che cercavo una persona nella rubrica del cellulare. Così ho pensato che il foglietto fosse la via di mezzo tra due mali, la sofferenza equamente distribuita. E anche questo, lo ammetto, è piuttosto sciocco. Del resto, ci sono momenti in cui si appella  alla stupidità per guarire.
Già, perché oggi sono venuta qui al parco, sulla “nostra” panchina, e tu sei la malattia da cui devo guarire. Con un po’ di ottimismo, direi che ho raggiunto la fase della convalescenza: ieri sera sono uscita con Claudio e l’ho baciato con un sottile ma percettibile trasporto. Matilde dice che certi amori possono nascere giorno dopo giorno e forse in questo ha ragione. In fondo gli altri ragazzi con me partono sempre svantaggiati, perchè tu sei stato un uragano improvviso.
Io ero troppo bambina e tu eri troppo grande. A dire il vero eri anche troppo fidanzato ma mi avevi baciata comunque, in quel giardino sul lago, al matrimonio di un’amica comune. Poi eri partito con il tuo violino e l’orchestra del maestro M. a Tokyo, due giorni dopo. Appena in tempo per turbare i miei sogni di adolescente, per farmi sentire un’eroina in attesa del suo principe musicista chiamato alle armi in una paese ostile, popolato da nemici in smoking e occhi a mandorla. Mi preparavo già al finale tragico, scrivevo il tuo nome sul banco di scuola come tutte le ragazzine innamorate, accompagnando la mano con vani sospiri. Invece dopo un mese di turneè mi hai chiamato. Eri tornato, volevi vedermi. Il resto lo sappiamo. Sappiamo che all’inizio tutti quei “troppo” ci riempivano di entusiasmo, erano stimolanti, eccitanti: troppi anni di differenza, troppo lungo quell’anno di liceo che dovevo ancora finire ma troppo bello aspettare che finisse, troppo vergine io, durante il nostro primo rapporto, in cui mi hai guidato con amore e pazienza. Poi quei “troppo” ci hanno diviso, come muri invalicabili: troppo lunge le tue turneè, troppo azzardato che vivessimo insieme a Milano quando mi sono iscritta all’Università, troppo diversi i nostri stili di vita e, di nuovo, troppi anni di differenza.
Mi sono ammalata di te e del troppo che eri.
Il foglietto con il numero ora sta bruciando, acceso dalla fiammella del mio accendino. Le sue ceneri si disperdono sulla nostra panchina. Cadono sul prato, sul legno, sui sassi, sulle margherite. Cadono su oggi, sei aprile, giorno del nostro “anniversario”. Sono sulle ceneri. Sono l’araba fenice. Rinasce dalla ceneri l’araba fenice. Lo sanno tutti.
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martedì, 20 marzo 2007,06:44
Mi scuso se replico un racconto presente sul mio blog, ma penso sia la cosa forse migliore che ho scritto e mi piaceva iniziare da questo. Lo dedico ad Anne che mi ha invitata qui dentro. Scusate anche se è un po' lunghetto, prometto che in futuro scriverò cose più brevi. Lallylake
Visita inattesa
Fratello mio. Mi sei venuto a trovare oggi dopo tanti anni di silenzio, dopo tanti anni in cui sei stato il mio silenzio. Quando decidesti di andartene, i parenti e i buoni amici di famiglia si sforzarono di preoccuparsi per me che non ti nominavo mai, che cercavo “di rimuoverti”, come disse quello psicanalista alla mamma.
Non ti hanno mai capito, non ci hanno mai capito.
Come potevo “rimuoverti” io che ti amavo? Erano loro a volerti dimenticare, gli stessi che venivano a cena da noi e che con maliziosa ipocrisia imbarazzavano la mamma chiedendole se “un così bel ragazzo” avesse “la fidanzata” e forse era anche papà che, dopo la tua assenza, parlava di te con un ritrovato orgoglio ma, mentre eri fra noi, di te si vergognava.
Nel mio silenzio ti ho custodito per sempre, ho protetto il nostro legame, ho rispettato la tua volontà di renderti finalmente invisibile. Senza le tue risposte nemmeno le mie parole avevano senso e, del resto, non avrei mai potuto parlare di te, ma con te.
Eppure si sa, gli altri si aspettano sempre che reciti una parte, anche nel dolore. Avrei dovuto rimpiangere apertamente il fratello bello e gentile, il ragazzo intelligente e sensibile che a scuola era sempre il primo, il promettente flautista che aveva appena conseguito il diploma al Conservatorio… Invece io non ti amavo a frammenti, ma totalmente, e di quei ricordi ufficiali che si potevano raccontare agli altri senza suscitare scandalo non sapevo che farmene, non erano nostri.
Il mio silenzio è stato un silenzio d’amore. Solo a te spettava il compito di abbatterlo come hai fatto oggi, proprio durante quel lavoro che amo e che tu mi hai incoraggiato a fare contro la volontà di nostro padre. Aveva perso le speranze con te che ti eri nascosto nella tua musica e non gli rimanevo che io per portare avanti lo studio medico. Ricordo ancora le tue parole quando mi strappasti dalle mani il modulo d’iscrizione alla Facoltà di Medicina: “Nella vita si hanno così poche occasioni di essere se stessi che non puoi rinunciare a diventare ciò che desideri almeno nel lavoro.”
 Soltanto qualche mese dopo avrei capito che le tue parole avevano per te un senso ben più profondo. La sera in cui mi parlasti di Fabiano, ufficialmente il tuo amico del Conservatorio, ufficiosamente l’uomo che amavi, eravamo su una panchina di fronte al lago e io non mi stupii di nulla ma continuai ad affondare il cucchiaino di plastica fuxia nella granita al lampone. Lo sapevo. Lo avevo sempre saputo anche se forse, semplicemente, non ci avevo mai pensato.
Ma, per fortuna, non fui così ipocrita da dirti che saresti stato mio fratello esattamente come prima: da quel momento avrei condiviso con te la sofferenza che presto o tardi altri ci avrebbero causato, le reazioni imprevedibili dei nostri genitori, ma anche la delicatezza di quel tuo amore segreto che molti continuano a chiamare colpa e che io, paradossalmente, ti invidiavo.
Sarei stata più di una sorella. Forse per questo non ricordo soltanto le lacrime della mamma, il silenzio gelido di nostro padre, i mormorii dei vicini, ma anche i pomeriggi musicali che mi regalavi con Fabiano, le nostre gite in montagna, la gioiosa libertà che provavi nel poter essere finalmente te stesso con me.
Il problema non era tuo, non era nostro, ma si fa presto a dire che degli altri ce ne si può infischiare. Del resto non erano tempi per quelli come te e forse, nonostante i progressi sociali di oggi, non ci sarà mai un tempo per quelli come te.
 Così le voci cattive si diffusero e cominciarono a farti del male. Ti evitavano, ti isolavano. Finirono le proposte di lavoro, i concerti da solista e finì anche la storia con Fabiano al quale avevano fatto del male maggiore, inculcandogli l’idea che era malato e che smettendo di vederti avrebbe potuto guarire.
Per la mamma invece tu non eri un figlio malato ma solo un figlio sfortunato che avrebbe dovuto soffrire più degli altri. Ma, quando lei morì, ti accusarono persino di questo, mentre tu te ne eri già andato da anni. Non l’aveva uccisa l’indifferenza di nostro padre che la trascurava, tutto preso dal suo lavoro, non la scomparsa di un figlio che amava, ma il dispiacere che fosse stato un figlio così. Al suo funerale il prete parlava dell’amore di Dio e a me venivano in mente quei versi di De Andrè che ti piacevano tanto: “Non dire falsa testimonianza e aiutali ad uccidere un uomo, lo sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono”. Nessuno di loro ti aveva mai perdonato di essere te stesso e in fondo, per quella verità “scandalosa”, loro ti avevano ucciso.
 Quando vidi la mamma scomparire sottoterra nella bara, compatita da uno stuolo di parenti, avvertii una puntura fastidiosa nel petto che non conoscevo ancora e che più tardi avrei chiamato il mio unico senso di colpa. Avrei potuto salvarti e, forse, avrei potuto salvare anche lei. Sarebbe bastato convincere papà a prestarti del denaro, a permetterti di lasciare quel piccolo mondo antico. Eri un bravo musicista e in una città più grande e più moderna, in cui i pregiudizi della gente non fossero così radicati, avresti avuto fortuna…
Invece scegliesti di andartene da solo, a modo tuo ed io, che allora ero ancora una ragazzina, non riuscii a fermarti.
 Passarono gli anni e ti portai con me ogni giorno, nel mio silenzio. Mi gettai a capofitto nello studio e, ancora una volta, i parenti dissero la loro, che lo facevo “per dimenticare”. Io invece studiavo perché la Facoltà di Lettere mi piaceva, perché senza di te non avrei mai avuto il coraggio di iscrivermi, perché non ti dimenticavo e soprattutto non dimenticavo ciò che ti avevano fatto e volevo andarmene.
Incominciai a fare l’insegnante a Milano e conobbi Guido, l’unico uomo che ho amato dopo di te, ma tutto questo lo sai già perché sei venuto a trovarmi, all’indirizzo giusto. D’altra parte non ho mai dubitato del tuo invidiabile senso di orientamento e ricordo ancora la naturalezza con cui quell’estate sapesti guidarci in una Madrid sconosciuta e caotica, senza cartina, come se ci avessi abitato da sempre. Dicevi che sentivi le città, che le intuivi. Sei sempre stato sensibile agli ambienti e questo, sicuramente, ha aggiunto dolore al tuo dolore.
Non ho mai dubitato neppure che prima o poi ti saresti fatto vivo: amavi fare sorprese, come quella volta che mi trascinasti in montagna il giorno del mio compleanno e, dopo un pranzo al rifugio, giunse al tavolo un’enorme torta al cioccolato con candeline. Intonammo canti da osteria e bevemmo fiumi di vino insieme ai vecchi alpini, per poi rincasare piacevolmente brilli, ciondolando sul sentiero fra mille risate.
 Così non mi sono meravigliata questa mattina, quando sei tornato a farmi visita negli occhi disperati di Lorenzo, un ragazzo taciturno e studioso.
Tutto è iniziato nel bel mezzo di Seneca che deprecava contro i mores del suo tempo e ammoniva sulla brevità di una vita che spesso si spreca inconsapevolmente. Prima la richiesta di andare in bagno, insolita da parte sua, poi l’altrettanto insolito indugio nel tornare. Per fortuna ho capito in tempo che era un invito, rivolto a me.
L’ho trovato arrampicato sul davanzale della finestra, in piedi. L’ho chiamato per nome e si è girato. Nei suoi occhi ho visto i tuoi.
Ci siamo ritrovati, non ci siamo mai lasciati.
Questa mattina sei venuto a riprendere il dialogo interrotto tanti anni fa, a parlarmi di nuovo, a porre fine al mio silenzio. Il suo dolore è diventato il tuo pianto, la sua confessione era la stessa che mi facesti tu quella sera della granita sul lago, con poche varianti. Tra le varianti una grande città sostituiva il piccolo paese.
Avrei potuto dirgli che il suicidio in fondo non era quello che voleva, che la mentalità oggi è diversa, che tante persone lo amavano e tante avrebbero continuato a farlo anche dopo. Invece mi sono seduta per terra, accanto alla finestra da cui minacciava di buttarsi e, stringendo fra le mani il vecchio libro di Seneca che era stato anche tuo, gli parlai di te. Piansi, come non avevo fatto nemmeno al tuo funerale. Piansi perchè eri tornato di nuovo, perchè sapevo che non mi avevi lasciata davvero, anche se ci dissero che eri accidentalmente caduto su un sentiero di montagna mentre tutti capirono che ti eri buttato giù.
 Lorenzo è sceso dalla finestra con indecisione, a tappe. Si è seduto sul davanzale nel corso del racconto, ha guardato la sua “Prof.” accasciata in un angolo del bagno dei ragazzi, senza occhiali e con una voce tremante tanto diversa da quella con cui normalmente spiega. L’ha sentita con stupore raccontare una sofferenza che non era quella del Leopardi ma la sua, la tua, la nostra. Infine è scivolato sul pavimento con un salto leggero e l’ha aiutata ad alzarsi.
Ci siamo abbracciati. Finalmente sono riuscita a salvarti, a riportarti in classe, a casa.
Sai, ora che cammino per strada mi accorgo che è primavera, che il Parco delle Basiliche è pieno di pratoline fiorite e che non sentirò mai più quella fastidiosa puntura nel petto che si chiama senso di colpa.
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