Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
giovedì, 05 novembre 2009,23:41

Le immagini si susseguono in un’interminabile sequenza come in una pellicola senza fine. Alberi, prati, strade, case e lì in fondo il mare, la spiaggia, lei. I pensieri non seguono la velocità con cui mi sposto, sono fissi, immobili. Legati a quei granelli di sabbia sulla sua pelle, al sapore salato che aveva, al profumo che ne esaltava la freschezza. Giochi di bimbi adulti, di adolescenti maturi, sono stati i nostri continui contatti, per un’ennesima conferma che non fosse un sogno, che esistessimo veramente. In quella verità fantastica ci sguazzavamo, agitavamo le mani, le braccia, per spiccare il volo, andare lontano io e lei soli; per scappare verso quel mondo che ci siamo costruiti in pochi giorni, per preservarlo e preservarci dal tempo che scorreva sul calendario delle vacanze e ne assottigliava lo spessore. Quante volte le ho chiesto come sarebbe stato, come avremmo affrontato il futuro, dopo la fine dei giorni. Ma erano attimi rubati al presente che non valeva la pena consumare per fare stupide ipotesi e menzognere promesse. La sua mano pronta sulla mia bocca la faceva tacere, e le sue parole pronunciate sottovoce, riaccendevano l’allegria, spazzando via quei principi di nostalgia la cui esistenza era assurda. – Vivere ora, vivere adesso, per il futuro c’è tempo –  questo ripeteva continuamente e affogava la montante malinconia con un bacio. Era il suo modo di vivere e per due settimane è stato anche il mio. Mi aveva stregato. Ero inspiegabilmente coinvolto in un susseguirsi di azioni, che in altri momenti non avrei mai fatto, e che hanno messo in evidenza un aspetto della mia personalità sconosciuto. Mai avrei pensato di provare un piacere così intenso, così assurdo, da togliere il fiato. Chiuso com’ero nella mia vita borghese, dove assicurarmi il futuro, anche quello sentimentale, era una necessità, sfuggivo a quest’altro mondo fatto di precarietà e di un sottile piacere totalmente appagante. Era il sapore della trasgressione che per la prima volta mi riempiva la bocca. Aveva un gusto esotico l’abbandono ai sensi. Instancabilmente continuava a provocarmi, a fare scempio di quell’amore che cercavo di costruire, per sancirlo a un livello superiore, dove la carne non era una sua componente, ma solo lo strumento del piacere.


– Sei geloso? – mi aveva chiesto. Sapeva benissimo che lo ero. Lo sono sempre stato. Impazzivo al solo pensiero che potesse toccare un altro, desiderarlo. Allora perché quella domanda? Mi chiesi prima di risponderle – lo sono –
Aveva sorriso e si è alzata, con sicurezza percorse i pochi metri che ci dividevano dal bancone del bar e disse qualcosa nell’orecchio del barman. Gli fece una carezza lanciandogli un bacio in aria. Poi tornò a sedere. Guardavo lei e guardavo il barman, alternavo lo sguardo aggrottando le sopraciglia. Il cuore cominciò a battermi forte, sembrava volesse uscirmi dal petto. Non dissi niente, ascoltai le sue parole – ti amo, stasera esco con lui, se vuoi puoi venire anche tu –. Restai basito, incredulo,  per quel suo gesto tanto strano. Avrei dovuto mandarla a farsi fottere, ma non lo feci perché qualcosa successe: inspiegabilmente mi ero eccitato all’idea di uscire in tre. L’aveva capito e l’aveva voluto constatare, allora sorrise e mi disse – stronzo – si alzò – ti aspetto in camera –
Facemmo l’amore in un modo straordinario, l’eccitazione resisteva al tempo. Le sue parole alimentavano fantasie insensate, impossibili e sentivo l’orgasmo nascere dentro la testa, battere nelle vene del cervello, una due tre volte, dopo scorreva lungo il corpo facendolo fremere. Impazzivo.

Dopo restammo stesi sul letto a guardare il soffitto e a fumare una sigaretta, mentre i nostri corpi dissipavano il calore nella brezza che penetrava dalla finestra socchiusa.
– Dicevi sul serio prima? – le chiesi buttando fuori il fumo – certo! – rispose…


Così i giorni passarono, mentre le nostre vite s’intrecciavano sempre più con giochi al limite della decenza. Era impossibile fermarsi un attimo a razionalizzare per cercare di capire, eravamo sempre in continuo fermento. Appena finivamo di far l’amore, si alzava dal letto proponendomi subito qualcosa, non la definiva mai completamente, la lasciava coperta con un velo di mistero per scoprirla solo quando l’avrebbe realizzata. Aveva una fantasia senza fondo, e da tutto traeva spunto affinché il nostro piacere fosse più intenso. I particolari insignificanti di qualsiasi cosa erano quelli che preferiva, diceva che erano più stimolanti, dimostrandomelo fino alla fine.


Eravamo in stazione, ormai il tempo era finito. Ci tenevamo stretti, fusi nell’abbraccio come se dovesse durare in eterno. Incuranti delle persone in attesa sulla banchina, stavamo a modo nostro, consumando l’ultimo orgasmo. Davanti a tutti.
– Ti faccio venire per l’ultima volta – mi aveva sussurrato nell’orecchio. E si stingeva sempre più e dava dei piccoli colpi col bacino. Colpi impercettibili perché li sapeva sapientemente inserire nella danza dei nostri corpi. A pochi metri c’era il capostazione che ci osservava e ogni tanto muoveva il capo con dissenso. Quando decise di intervenire per invitarci ad assumere un contegno decoroso, stava per arrivare il treno e comunque tutto era già compiuto.
Era stato un distacco semplice, era così che lei voleva. Appena arrivò il convoglio, mi invitò a salirci. Dal finestrino l’ultimo tocco, nessuna parola, solo un bacio soffiato nella mia direzione mentre si allontanava, ancor prima che il treno partisse. La vidi fermarsi con il capostazione, scambiare qualche parola; e nel momento in cui fischiò e agitò la paletta per la partenza, stringergli il sesso con una mano e poi scappare via. Si voltò per l’ultima volta prima di entrare nel sottopassaggio e la sentii gridare, è stato bello, agitando in aria le mani.

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giovedì, 08 ottobre 2009,23:25

Le sue parole mi avevano lasciato di stucco. Incredulo, stringevo la sua mano e lo guardavo fisso. A tanti presenti nella stanza, sfuggì quello che disse, presi com’erano a parlare di qualsiasi cosa che non fosse la sua salute. Non era una stanza grandissima, ma tanto da contenere una decina di persone in tutta tranquillità. Al capezzale di un moribondo, l’unico interesse dovrebbe essere il morente stesso. Invece in molti, erano lì, ad occupare spazio parlando di chissà quale importante argomento. Ero confuso e addolorato, sentivo che lo stavo per perdere e dopo le poche parole dette, il poco tempo rimasto pesava come un macigno.

Ero partigiano, tu lo sai bene, tante volte ti ho raccontato le vicende successe nei boschi delle alpi Orobiche, quando facevo parte della brigata Pietro Micca con il nome di Muto. Nel Aprile del ’44, ero tenente, responsabile di venti uomini: il plotone Lupo. Da circa tre mesi erano entrate a far parte del mio gruppo quattro donne, scappate ad un rastrellamento nazista nelle campagne bergamasche. Ci raccontarono cosa era successo alle donne che non riuscirono a fuggire. Furono selvaggiamente violentate e chiunque s’intrometteva, era falciato da una raffica di mitra. Così capitò a Serafino Brambillasca, un vecchio che viveva con la moglie e la figlia in una fattoria vicino Brembate. Nel ’41 il vecchio aveva subito la perdita dell’unico figlio maschio, caduto in una battaglia durante la grande campagna di Russia. Aveva il cuore pieno di odio, di rancore, nei confronti di chiunque indossasse una divisa, dalla morte del figlio non si era più ripreso. Quando vide i soldati tedeschi trascinare fuori casa la figlia, non ci pensò due volte, prese un forcone e corse in suo soccorso, ma fece solo pochi passi, le pallottole lo fermarono. L’amaro di queste storie avevano infervorato gli animi di noi combattenti, che non vedevamo l’ora di regolare i conti con quegli aguzzini dei tedeschi. Riesci a capire, figlio mio, come potevamo tollerare ancora una simile violenza? Dovevamo assolutamente fare qualcosa per mettere fine alla prepotenza nazista e fascista. Dopo le prime rappresaglie, svoltesi sotto forma di attentati, di crucchi ne uccidemmo tanti, tra cui anche qualche graduato. Puoi immaginare cosa successe dopo, si scatenò l’inferno, i tedeschi insieme alle milizie di Salò cominciarono a rastrellare, passo a passo i nostri monti. Tante postazioni saltarono, tanti combattenti e simpatizzanti dei partigiani furono fucilati. La brigata Pietro Micca perse una decina di uomini e fu costretta a risalire i monti per scampare alla furia tedesca. Quei dieci li conoscevo bene, padri di famiglia, grandi eroi. In seguito, quando le acque si calmarono un po’, si seppe che l’agguato tedesco riuscì perché nel primo sbarramento, chi era di sentinella s’appisolò, permettendo ai crucchi di avanzare indisturbati. Fu proprio lui, Evaristo Sperati, a confessare al suo comandante di essersi addormentato quella notte, scrivendo così la sua condanna a morte. Il gran consiglio dei combattenti si riunì il 25 Giugno del ’44 e sentenziò la sua morte per fucilazione. Il giorno dopo fu pubblicato la nuova disciplina partigiana: una serie di consegne tra le quali spiccava quella relativa al comportamento da tenere in caso di sorveglianza delle postazioni e la relativa pena. In caso di inadempienza era prevista la morte, la fucilazione immediata sul posto. Una disposizione dura ma necessaria, condivisa da tutti. Mariella Solfiti era il nome di una delle quattro donne che dalla fine di Gennaio del ’44 erano entrate a far parte delle nostre schiere. Ella aveva capelli corti di colore castani, gli occhi erano leggermente a mandorla, quasi sempre chiusi a fessura, come se scrutassero continuamente le cose, le persone. Il suo viso tondo la rendeva simile ad un’orientale, non era bellissima ma la sua simpatia la rendeva desiderabile. Dopo qualche tempo fece amicizia con Luca Bolzoni, un valido combattente. Luca era con noi dalla costituzione della repubblica di Salò, scappato per evitare l’arruolamento forzato. Uomo di grande coraggio e molte volte durante le missioni, ha avuto modo di distinguersi per questa sua qualità. Aveva venticinque anni e non aveva mai avuto una relazione seria con nessuna ragazza, Mariella fu la prima a stimolare i suoi sentimenti. Gli parlai a quattrocchi, quando cominciai a notare la loro amicizia e gli chiesi se ci fosse un coinvolgimento sentimentale, insomma se stessero insieme. Egli mi rispose di no, che conosceva bene le regole e che in ogni caso me l’avrebbe detto subito se il loro rapporto dovesse cambiare. La disciplina non ammetteva che all’interno dello stesso gruppo ci fossero persone coinvolte in rapporti intimi, perché tale distrazione avrebbe potuto compromettere la sicurezza degli altri.

Ascoltai queste parole con molta attenzione, sapevo che era l’ultimo racconto che mi faceva, quello più importante, quello che l’ha tenuto in scacco tutta la vita.

Mariella e Luca montarono di guardia alle ore 23.00 del 10 Agosto del ’44. Nella buca scavata per ospitare la sentinella si stava stretti, ben nascosti agli occhi di chi volesse risalire il monte. La postazione di guardia era ben mimetizzata, coperta dalla vegetazione e dall’ombra degli alberi, la visuale della zona da controllare era ottima. Quella sera la luna aiutava noi militi della libertà, il suo tenue bagliore illuminava la strada e i prati ai margini del bosco. Era proibito parlare durante il turno di guardia. Nella penombra il viso di Mariella appariva più bello del solito, avrebbe voluto accarezzarlo, avrebbe voluto dirle che sentiva qualcosa per lei. Qualcosa che non aveva mai provato prima, che da giorni gli dava turbamento, irrequietezza. Aveva notato che il suo cuore cambiava ritmo quando la vedeva, e il vuoto allo stomaco che provava quando ascoltava la sua voce lo faceva sudare. Ma non era quello il momento giusto, erano di guardia, non potevano distrarsi, e poi se si fosse saputo, li avrebbero costretti alla separazione. In quel piccolo spazio il calore dei corpi restava intrappolato e rendeva l’atmosfera carica di odori stimolanti. I due si guardarono e non riuscirono a sottrarsi alla tentazione di baciarsi. Luca appoggiò la mano sul suo viso, sentiva il calore delle sue gote, accese in un profondo rossore, accarezzò le sue guance e si avvicinò alle sue lebbre. La baciò. Un bacio penetrante, che toccò il loro animo, che li rese sordi a qualsiasi rumore, a qualsiasi cosa. La voce possente e ferma del tenente Muto interruppe quel idillio catapultandoli nella dura realtà, c’era la guerra e loro aveva trasgredito a delle precise consegne, c’era la pena di morte per quello, Luca lo sapeva e lo sapeva anche Mariella. Insieme supplicarono il tenente Muto per risparmiare almeno uno di loro, ognuno si attribuiva la responsabilità dell’accaduto cercando di salvare l’altro. Muto fu irremovibile: il fatto era grave, d’una gravità assoluta. Hanno messo al repentaglio la postazione, la vita di tanta gente, loro compagni. “Muto ti scongiuro, salva lei, l’ho provocata io. Lei non centra. Siamo soli, nessuno saprà mai niente e tu avrai comunque dato esempio di correttezza. Lascia che sia io a pagare per tutti e due” supplicò Luca. Niente da fare, gli ordini sono ordini, non sono ammesse debolezze. Muto aveva preso le loro armi e aveva ordinato ad altri di sostituirli; poi si avviarono verso il comando per il rapporto. “Muto in nome della nostra vecchia amicizia, salvala” disse Luca inginocchiandosi davanti al tenente. Muto sordo alle suppliche, lo intimò, arma in mano, di proseguire e di stare zitto. I due furono fucilati il giorno dopo alle ore 10.00. I loro corpi sepolti nei boschi. Fu rispettata la loro ultima volontà: morte e sepolture unisone.

Sentivo la stretta della sua mano diventare sempre più forte, sino al punto della fucilazione, poi s’indebolì. Aveva gli occhi lucidi e guardava il soffitto. Finalmente era riuscito a condividere con qualcuno il peso di quella decisione. La responsabilità del rapporto fatto sulla trasgressione alla norma che ha condannato alla morte quei ragazzi. Ma come poteva sentirsi responsabile, lui aveva eseguito il suo dovere, aveva salvato la postazione del plotone Lupo da un possibile attacco dei tedeschi; denunciando quei due, aveva salvato tante vite. Glielo dissi.

Lo so, era l’unica cosa da fare, l’unica giusta, lo credevo veramente. Quando mi fu ordinato di fucilare Mariella e Luca, ho avuto un attimo di esitazione, non volevo essere io a dare quel ordine. Durante quella notte ho riflettuto molto sull’accaduto, sulle suppliche di Luca e di Mariella. In fondo non era successo niente e dopo lo spavento che si erano presi, sicuramente non avrebbero più fatto cazzate del genere. Avrei potuto chiudere un occhio, facendo pesare sui due la responsabilità delle vite degli altri, avrebbero rigato dritto. Non lo feci e mi pentii. Ho dovuto dare quel ordine, guardarli, mentre i loro occhi si fissavano, è stata un’esperienza che mi ha segnato tutta la vita. Ho continuato a vedere quella immagine per il resto dei miei giorni, il loro sorriso, quando hanno affrontato la morte insieme, i loro corpi riversi per terra caduti l’uno sull’altra. Il fumo bianco della polvere da sparo e il suo odore acre, testimoni dell’avvenuta esecuzione, sono stati i compagni della mia vita. Quando dissi “si” a tua madre sull’altare, sentivo Mariella che mi supplicava, sentivo quanto poco valeva l’essere stato fedele al regolamento, alla disciplina. Ero stato il carnefice del loro amore. Non mi sembrava giusto che io potessi godere dell’amore, quando l’avevo negato ad altri. E ora, a due passi dalla morte, sono qui a liberarmi di questo peso, a confidare a te e a qualcun altro, ciò che mi sono tenuto dentro fino ad ora. Ho trovato il coraggio di chiedere perdono a Luca e a Mariella, posso lasciare questo mondo in pace. Mi disse.

La sua mano allentò la stretta e restò immobile nella mia. Gli occhi si chiusero, lasciando uscire l’ultima lacrima, morì così il tenente Muto, comandante del plotone Lupo della brigata Pietro Micca, mio padre.

Avevo seguito le indicazioni che mi aveva dato. Sinceramente non avrei mai pensato di riuscire a espletare la sua ultima volontà, era passato così tanto tempo. I posti, col tempo mutano, l’uomo in tanti anni ha apportato tanti cambiamenti: i paesi, le strade si sono moltiplicate e ingrandite a dismisura. Eppure quest’angolo di mondo sembra non aver subito alcuna trasformazione. Negli ultimi istanti della sua vita, mio padre mi descrisse dettagliatamente ogni cosa, ogni particolare che potesse essermi d’aiuto nel ritrovare il luogo dove giacciono i resti di Luca e Mariella. Il masso su cui incise le loro iniziali e la data mi diede la certezza di essere nel posto giusto. Deposi un mazzo di fiori, rispettando appieno le sue ultime volontà e dissi qualche parola suggeritimi dal cuore, per sgravare la sua colpa che ora pesava su di me; chiesi perdono anch’io.

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giovedì, 10 settembre 2009,23:13

Giaceva sul letto, aveva la testa appoggiata sul pugno destro, il gomito le affondava nel cuscino per il peso. I suoi occhi chiudevano lo sguardo su di me. Io ero seduto a cavalcioni su una sedia e poggiavo le braccia sulla spalliera. Ogni tanto le tiravo su e annegavo la testa tra mani, tenendomi sui gomiti. La guardavo mentre mi fissava, cercavo un fondamento d’intesa che mi desse il coraggio di parlarle. Mi piaceva guardarla così. Allora pensai a quanto sarebbe stato bello fare l’amore. Amarla era un mio grande desiderio. Ascoltai le sue parole, ma avrei voluto chiuderle la bocca e mordere le sue labbra. Azzittirla col morso più dolce e farle provare quanto ardore ho dentro.
Markò sedeva dall’altra parte del letto, giocava a carte con Mirko. Spesso si voltava, ascoltava le nostre parole e muoveva il capo con dissenso. Avrei dovuto avere più coraggio, confermare con fermezza ciò che provavo, dare evidenzia dei miei sentimenti, forse così Markò non si sarebbe mosso.
Il lenzuolo era stato sollevato e aveva lasciato scoperto il suo corpo. Indossava una T-shirt, tutta accartocciata sui seni, non aveva l’intimo. Markò le sollevò una gamba e si incuneò.

Mi guardava con sfida, definendo il limite delle mie azioni. Annalisa gemeva e io non capivo. Nessuna parola, nessuna carezza, solo un lungo gemito animalesco, il suo orgasmo. Assistetti all’amplesso senza muovere un muscolo, pietrificato e incredulo.

 “A te” disse Markò, invitando Mirko.

Mirko era assente e senza sollevare lo sguardo dal gioco di carte rispose “Adesso non mi va”.

“Vuoi anche tu?” mi chiese Annalisa.

“ Io ti amo “ le risposi.

Prese il lenzuolo e si coprì. Mise le mani dietro la testa e fissò il soffitto.

“Tu mi ami? Ma sai cos’è l’amore?” ribattè.

“Penso di sì” le risposi con titubanza.

“L’amore è qualcosa di fuggitivo, un frutto colto e mangiato che lascia in bocca un sapore dolceamaro” disse.       

Ci fu un silenzio che stordiva, le sue parole erano disarmanti. Poi, allungò la mano verso Markò e accarezzò il suo corpo.

“Lui mi ama. A modo suo mi ama. E io amo lui, e amo anche Mirko – disse, poi voltandosi bruscamente verso di me continuò – tu dici di amarmi, ma a cosa pensavi prima che Markò si concedesse? Non desideravi prendermi?”

“Lo desideravo, ma perché sono innamorato di te” precisai.

Markò e Mirko si voltarono a guardarmi come se avessi detto una sciocchezza.

“Sei innamorato! – ripeté Annalisa – e vuoi fare l’amore con me, ma tu non sai che io sono di tutti e di nessuno. L’unico amore che conosco è quello fatto di pochi attimi. Quelle intense emozioni che provo nell’essere posseduta da un uomo, nel sentirlo dentro, nel averlo in mio potere per il piacere che lui trae dal mio corpo”

“Ed è per questo che ti fai sbattere da entrambi?” dissi sconvolto.

Markò fece un cenno con la mano, come per dire “ma che vuoi?” e mi fissò aggrottando la fronte. Annalisa gli disse di non badare alle mie parole, poi gli si avvicinò e gli diede un bacio. Mi alzai, volevo andare via, avevo capito che Annalisa non sarebbe mai stata mia. Ma lei si staccò da Markò e si avvicinò. Mi bloccò la testa e mi baciò. Fu un bacio intenso dato con molta passione. Rimasi immobile ad assaporare passivamente le sue labbra.

“Non hai detto di amarmi?” chiese, notando la mia distanza.

“L’ho detto” risposi con tono triste.

 Lei accennò un sorriso e mi spinse verso il letto. C’eravamo seduti e mi teneva le mani.

“Devi imparare a dividermi con gli altri” sentenziò.

“Chi?...Loro?” dissi indicando Markò e Mirko con un cenno del capo.

“Loro, e tutti quelli che attraverseranno la mia strada e vorranno condividerla” rispose decisa.

Aspettavano la mia risposta, la mia decisione. Dovevo rinunciare ad Annalisa, o averne solo un pezzetto. Il nostro rapporto sarebbe stato fatto di pochi attimi consumati in un letto, dove avrei potuto sussurrarle in un orecchio, che era la cosa che più desiderassi al mondo. Tutti quegli attimi raccolti lentamente nel cestino del tempo, sarebbero stati, la mia vita. Lei era diventata il centro della mia esistenza da subito. Il punto che si scorge a malapena all’infinito, e fa parte della stessa retta sulla quale scorre la propria vita. Forse fu così anche per Markò e per Mirko, seppure il loro modo d’amare era diverso dal mio, ma non meno intenso e importante. Noi tre chiudevamo il cerchio dell’amore, occupando ognuno il proprio settore senza mai sconfinare. Passione, perversione e indifferenza, i tre vertici degli angoli che formavano il cerchio su cui girava l’amore di Annalisa.

Furono mesi intensi quelli che seguirono. Conobbi un modo diverso d’amare, fatto di condivisioni ed esperienze comuni. Imparai a dosare i miei sentimenti, a scavarne il contenuto, per tirare fuori la loro vera essenza e, la confrontai con quella degli altri. Allora compresi, con mio grande stupore, che eravamo simili, avevamo la stessa radice: la felicità.

Nessun altro attraversò la corta strada di Annalisa, all’improvviso s’interruppe lasciandoci soli. 

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giovedì, 11 giugno 2009,23:05

Sfoglio i resti di un sogno interrotto dal suono della sveglia. Sono pezzetti confusi che cerco di rimettere insieme e dargli un senso.

Il sole, il cielo azzurro, una fila di alberi ai lati di una strada, una panca e un tavolo spersi nella campagna. Verde, tanto verde tutt’attorno. L’odore della terra e dei fiori era spruzzato nell’aria da una brezza tiepida.
Ascoltavo le tue parole in silenzio, ascoltavo te e stavo bene. La tua storia la conoscevo già, ma per la prima volta la raccontavi con serenità, per la prima volta non piangevi. Anzi, un sorriso si era fissato sul tuo viso, gli occhi ridevano e i capelli, mossi dall’aria, cingevano la tua immagine. Non ti avevo mai vista così. Il suono della tua voce riempiva l’atmosfera, ne ero ebbro. Parlavi, parlavi, non mostravi la minima intenzione di smettere. Io, ai margini del tuo discorso, ascoltavo in silenzio e ti osservavo.
Una carezza. Il tuo silenzio. La tua mano sulla mia. Tu hai sorriso e hai chinato di lato la testa. Ci guardavamo come se fosse la prima volta. Il tempo aveva smesso di correre, lo tenevamo stretto a noi, confinato in quegli attimi eterni.
Un rumore. Un rombo proveniva dall’altra parte della strada. Un puntino apparve lontano in mezzo ad una nuvola di polvere. Un’automobile si fermò e una portiera si aprì. L’autista era una gigantesca sveglia che con la sua voce trillante t’invitò a salire. Rimasi da solo, confuso e amareggiato per la dipartita.

Ancora inebriato dal tuo ricordo, guardo il soffitto nella penombra della stanza, con un’unica importante domanda da fare a colei che adesso ha ripreso a ronfare al mio fianco: “Perché punti la sveglia sempre mezz’ora prima, e soprattutto, perché la punti se no ti devi alzare?”

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giovedì, 14 maggio 2009,23:30

In silenzio ascoltavo il suo corpo tagliare l’aria, era un sibilo che bucava il cuore, penetrava nell’anima. Rimasi incanto dalla grazia con cui si muoveva, e quel suo apparire all’improvviso mi travolse. Immobile in un fermo immagine interminabile, la guardavo passare. Lentamente la moviola della vita, fotogramma dopo fotogramma, la dipinse nell’aria, la spostò nello spazio, lasciando una scia di colori che si univano formando un arcobaleno di una bellezza assoluta. Percorse i pochi metri dalla porta alla sedia, dove si sedette, annullando le leggi della fisica e il mio equilibrio chimico.

Il gabinetto medico a quell’ora era quasi vuoto. La donna entrò e si sedette. Accavallò le gambe. Dalla piccola fessura della minuta gonna intravidi la corolla dell’autoreggente. Mi guardò e sorrise e mi chiese – è in orario il dottore? –. Imbambolato e un po’ imbarazzato risposi balbettando – sì…sì…fo fo forse no no non so…s sono a ap appena ar ar arrivato? – divenni rosso, mi vergognavo, forse lei mi credette uno stupido o forse comprese appieno il motivo del mio farfugliare.
Cominciammo a parlarci. A dire il vero parlò quasi sempre lei, io ogni tanto annuivo e spezzavo il suo discorso con brevi interventi. Mi specchiavo nei suoi occhi, le sue pupille erano un mare in tempesta, mi agitavano dentro e continuavo a salivare e a deglutire. La sua voce era una potente calamita, mi aveva acchiappato e non mi mollava più. Conficcò un chiodo nel mio cuore e vi si era appesa. Scalava le sue pareti cercando l’ingresso, non sapeva di essere già dentro, di fluire insieme al sangue, dalle vene ai capillari, dai punti più periferici fino a quelli più interni. Mi batteva nel cervello, pulsava con esso. Spazzò via tutti i pensieri, il mio passato era una terra sconosciuta, il mio presente aveva il suo volto, il suo odore, il mio futuro erano fogli colmi del suo nome. Il prato che vedevo, era quello dove avrei voluto portarla, dove avrei voluto fondere i nostri corpi per sancire il nostro destino.
Qualcuno mi chiamò, era l’infermiera: era il mio turno. Entrai nello studio a farmi curare la piccola caria. Benedissi quella minuscola macchiolina nera sul mio molare. Quindici minuti e fui di nuovo dentro i suoi fari. Poi toccò a lei e mentre si alzava, mi disse – aspettami –. Mi legai alla sedia, contai i secondi che passarono, come se stessi spostando dei macigni da un punto ad un altro. Mi pesò quell’attesa, fu interminabile. Infine ricomparve sull’uscio dello studio, era più bella di prima, scosse la testa per assestare i capelli appiattiti e un po’ scompigliati per la posa che aveva dovuto assumere durante la cura. – Grazie dottore…alla prossima – disse e allungò la mano verso di me – andiamo? –. Strinsi le sue dita tra le mie e uscimmo.

Il parco era il luogo ideale per confermare un rapporto, approfondirlo. Gli odori, i colori, i rumori erano una cornice favolosa per la nostra neonata storia. Seduti su di una panchina, lei parlava e io ascoltavo. Le sillabe unite per formare le parole erano pezzetti di poesia, armoniosamente muovevano l’aria in mille vibrazioni dal sapore celestiale. Ingoiavo quei lemmi e costruivo dentro la sua vita, per accorciare le distanze, accelerare i tempi: non volevo sprecare un solo attimo, tutto d’allora doveva avere la sua immagine. Più in là dei bambini giocavano con la palla, si rincorrevano, facevano capriole sull’erba, poco distanti le loro mamme, qualche papà. E già immaginavo una bambina con i capelli lunghi come i suoi, le sue stesse labbra, i suoi stessi occhi, la stessa profondità. In quella profondità mi ero perso e come un adolescente fantasticavo sul nostro futuro, sulla mia vita nata un’ora fa nel gabinetto medico del mio dentista, quando entrò lei. Può l’amore essere così aggressivo, così rapace? Un incontro casuale con una persona sconosciuta, può stravolgere la vita? Evidentemente sì, stava succedendo, aveva svuotato la mia esistenza, l’aveva rovesciata come se fosse un secchio, e ora goccia dopo goccia la riempiva di sé. Smise di parlare, mi guardava come se si aspettasse qualcosa, un’azione che tardava ad arrivare. Ero troppo imbambolato per pensare a qualcosa di diverso che non fosse la profonda emozione che provavo. Mi bloccò la testa con le mani e avvicinò piano le sue labbra alle mie. Non reagii, rimasi immobile, mentre sentivo scariche di adrenalina scuotere dall’interno il mio corpo. – Non ti piaccio? – mi chiese un po’ stupita per la mia freddezza. Avrei voluto spiegarle cosa provavo in quel momento, quale cambiamento stava apportando alla mia vita, ma ogni parola, ogni frase sembrava poca cosa. La strinsi forte e la baciai. Ne sentivo il sapore e m’inebriavo. Da impacciato che ero presi a ravanare sotto i suoi indumenti, aveva i sei duri, il reggiseno come avevo intuito, era un indumento che non usava. Quando cercai di andare oltre me lo impedì, afferrandomi il braccio. – No, qui no, ci sono i bambini – disse. – Scusami mi sono lasciato andare, ma vorrei spiegarti… – le dissi dispiaciuto. – Non voglio spiegazioni, voglio i fatti, e qui non è possibile. Verresti a casa mia? – mi chiese. Rimasi smarrito da quelle sue parole pronunciate con durezza, perché non ne compresi il significato. Lasciammo la panchina con il nostro primo ricordo, quello che si scolpisce dentro l’anima, che non si dimentica mai: il primo bacio.

Non abitava molto distante dal parco, con una passeggiata di venti minuti raggiungemmo casa sua. Era un appartamento molto elegante pieno di confort e comodità di ogni genere. Mi offrì da bere e non bastò un bicchierino per calmare il demone che mi si accese dentro, quando la vidi entrare in salotto con una vestaglia trasparente che lasciava intravedere il suo stupendo corpo. Si sedette vicino, cominciò ad accarezzarmi e dolcemente mi spogliò. Facemmo la doccia insieme continuando a sfiorarci senza alcuna forzatura, ad ogni contatto il cuore accelerava, fino a sentirlo in gola. Era un gioco fatato dove imparavamo a conoscerci. Io e lei terra da esplorare, e ognuno era il pioniere dell’altro. Senza alcuna fretta tastavamo i nostri corpi assaporandone il gusto. La tenevo stretta con le spalle appoggiate al mio petto e la baciavo sul collo e le davo dei piccoli morsi. Lei spingeva il suo bacino contro il mio ansimando. Cominciò così, un amplesso che provò fortemente la mia tenuta. Se non fosse stato per lei, sarei stato travolto dalla forte emozione e avrei fatto sicuramente cilecca, tradendo ogni aspettativa. Dopo aver fatto l’amore rimanemmo un po’ stesi sul letto, l’uno accanto all’altra. Nessuno parlava. Nell’aria solo il rumore fortemente attutito delle auto che passavano giù in strada. Nella testa avevo tanta confusione e non cercai di venirne a capo: era troppo bello quello che mi stava capitando. Squillò il telefono e ruppe la magica atmosfera. – Sì va bene – disse al telefono – quando hai detto?... Stasera?...Sì sì posso, al solito posto…va bene –. Tornò in camera e si fermò a guardarmi in piedi davanti al letto. Dolcemente le dissi – E’ stato fantastico, stupendo, favoloso, magnifico, splendido – e aggiunsi – penso di amar… – ma m’interruppe dicendo – sarà stato tutte queste cose, ma mi devi duecento euro… ed è un prezzo di favore…solo perché…solo perché per un attimo ho pensato che tu potessi essere quello giusto –.

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lunedì, 20 aprile 2009,23:08

Giunto a questo punto non mi resta che una sola cosa da fare. Dare una svolta alla mia vita, prendere l’ultima decisione, la più risolutiva. Ma di fronte a questa immensità, mi chiedo se sia giusto farlo. Sono arrivato in questo luogo con un unico scopo, l’ho sentito fortemente, e adesso, mi manca il coraggio. Guardo il mare. La sua forza è straordinaria, instancabile; continua col suo moto perpetuo da sempre, senza lamentarsi, accettandosi senza chiedersi nulla. Io sono un punto di fronte all’immenso e mi sento sempre più un fallito. Ecco che rimonta lo sconforto, e stavolta, sono nel posto giusto. Nessuno osa mettere piede in questi luoghi nei mesi freddi. Solo chi cerca un po’ di solitudine, o come me, un luogo dove farla finita.

Da tempo era nell’aria, poi passarono i giorni e non ci pensai più, come se fosse stato tutto uno scherzo, quattro chiacchiere dette al bar tra amici, o le solite voci di corridoio, puntualmente smentite dai fatti. Quando mi ha consegnato la lettera e liquidato con una stretta di mano, ho sentito il cuore fermarsi. Quella soffice sensazione di leggerezza che si ha prima di svenire, di accedere all’inconscio. E dopo che finalmente riuscii a raggiungere la mia postazione di lavoro, e mi sedetti, cominciai a sudare freddo, mi si bagnarono persino zone del corpo che non ricordavo di avere. E aspettai. Aspettai che il tal collega, nascosto in qualche angolo, ne uscisse fuori, e ridendo mi rivelasse la buona riuscita dello scherzo. Ma nessuno si vide, e, il tal collega passò davanti al mio ufficio, anche lui con una busta in mano e sbiancato peggio di me. Allora capii ch’era tutto vero, realizzai in pochi attimi il mio completo fallimento nel mondo del lavoro, e cominciai a sentire addosso l’odore marcio della precarietà. Tutto sfuocò, i contorni svanirono e il mio futuro diventò un’enorme macchia bianca. Non ho mai pensato che mi potesse accadere. A me no! Impossibile!

Osservo le onde infrangersi a riva, sparire nella sabbia, una dopo l’altra, assorbite da essa. Possa assorbire anche me dopo l’impatto, da svanire nel nulla, senza lasciare alcuna traccia. Sarebbe la cosa migliore. Un uomo senza lavoro, non ha dignità.

Quel giorno tornai a casa un po’ più tardi del solito. Dovevo trovare il coraggio di dirlo a mia moglie, a mio figlio. Non era una cosa facile, contai molto sulla loro comprensione, sulla loro solidarietà. E così è stato, mi diedero il coraggio di ricominciare. Ma lo spazio, per uno della mia età, era finito. Il mondo del lavoro, con le sue fabbriche, i suoi uffici, mi considerava vecchio, senza alcuna possibilità di riciclo. Vecchio a quarant’anni! E la mia esperienza ventennale aveva valore nullo. Incalzato da parenti e amici, insistetti. Bussai a porte prontamente serrate, consumai scarpe in chilometri di delusione, strizzai le speranze fino all’ultima goccia, fino a quando lo sconforto e l’amarezza prevalsero persino sul grande coraggio che mia moglie e mio figlio mi diedero. Non volevo essere un mantenuto, non volevo essere un fallito. Lei non me l’ha fatto mai pesare, sempre pronta a non farmi mancare niente, ed erano proprio queste sue premure a tenere aperta la ferita. A volte la medicina giusta è lasciare andare le cose come sempre hanno fatto, per dare una parvenza di continuità tra un’esperienza e l’altra della vita. Il modo giusto di accettare la realtà senza enfatizzarla o sminuirla: lasciare scorrere la vita in quel canale che le costruiamo negli anni, i cui margini sono le certezze delle nostre esperienze.
Dopo aver trascorso un anno nullafacente, mi resi conto di aver raggiunto un punto tanto lontano da quella che era la mia normalità, e ne ebbi paura. Smisi di uscire, mi rifugiai nelle poche e uniche certezze che avevo nelle quattro mura domestiche. A nulla servirono le parole di mia moglie, il sorriso confortante e insistente di mio figlio, ormai avevo deciso.

La brezza fredda proveniente dal mare, mi fa tremare. I gabbiani in alto, sospesi nell’aria sembra che aspettino l’inizio dell’esibizione, qualcuno volteggia facendo tante capriole. Apro le braccia e per dare un po’ di sensazione spettacolare comincio il conto a ritroso. Scandisco i numeri gridandoli nel vuoto. I gabbiani muovono le ali, sembra un applauso, un incitamento. TRE…DUE…UNO…VIAAAA. Una mano mi afferra e blocca il mio lancio. Qualcuno mi butta a terra e mi sale sul ventre a cavalcioni, mi colpisce il viso con raffiche continue di schiaffoni. La faccia mi fa male, brucia. A fatica blocco il mio aggressore e lo guardo in faccia. Piange. – Perché? – mi chiede. E’ mia moglie, non so come abbia fatto a raggiungermi, a capire che sarei venuto qui, su questa rupe. Non ho il coraggio di guardarla, lascio la presa e giro lo sguardo verso il mare. Ora piango anch’io. Lei si lascia andare e appoggia la testa sul mio petto. – E’ così difficile per te, per voi uomini, accettare una nuova condizione di vita? – chiede, ma non l’ascolto. Istintivamente le tocco i capelli, sono morbidi, li accarezzo. Toccarli mi provoca sensazioni primitive, di molto tempo fa. – Ricordi i due cigni, quelli che avevano fatto il nido ai margini dello stagno… – dice stringendosi al petto – ricordi, siamo rimasti a lungo a osservarli, a curiosare nella loro vita, e ne siamo stati affascinati. Ricordi cosa facevano? –. Quell’immagine mi tornò in mente, richiamata dalle sue parole, da quel suo modo dolce di pronunciarle. La coppia di cigni covava un uovo. Il maschio e la femmina si alternavano nel tenerlo a caldo, e lo facevano entrambi con la stessa cura e lo stesso amore. Ci sorpresero, e ne parlammo per tanto tempo; confrontammo la loro vita con la nostra, con le consuetudini umane. – Ricordi, la lunga chiacchierata di quel giorno – era proprio quello che stavo pensando – e soprattutto cosa ci siamo detti alla fine della giornata, dopo aver fatto l’amore: qualsiasi cosa succeda ci aiuteremo l’un l’altro. E’ gia successo qualcosa e tu rifiuti il mio aiuto – Non rifiuto il tuo aiuto – dissi scostandola e sedendomi – e che così mi sento un fallito, ne abbiamo già parlato tante volte. Non riesco ad accettare questa nuova condizione di vita. Io voglio lavorare –. Lei si alzò mi fissò, il suo viso mostrava i lineamenti della rabbia – tu sei il solito maschilista – disse puntandomi contro e agitandolo il dito indice – se fosse successo a me di perdere il lavoro e di rimanere a casa, non avresti fatto una piega, perché sarebbe stato una cosa nella norma, perfino giusta. Vero? Se alla fine del mese sono solo io a portare lo stipendio, ti senti un fallito, un mantenuto. Invece io nelle tue stesse condizioni mi sarei dovuta sentire gratificata, realizzata. Ti sembra giusto? –. In tanti anni non l’avevo mai vista così adirata, e con me poi! Non rispondo subito, non trovo argomenti per controbatterla. Lei dice il vero. Non saprei come definire quello che provo, un sentimento contorto, un misto di rabbia e gratitudine. Mentre rifletto, lei lascia cadere le braccia e delusa si volta a guardare il mare, forse in quell’infinito cerca le risposte che io non riesco a darle. Mi alzo e faccio lo stesso. Perché sono così? Perché noi uomini dobbiamo soddisfare il bisogno di essere superiori alle donne? E’ possibile costruire un rapporto come quello dei due cigni, dove l’unico interesse è il bene comune, il trionfo dell’amore senza alcuna condizione? Chiuso nel mio egoismo basale, non riesco a trovare alcuna risposta sensata a queste domande. Fare il casalingo, non era e non è una mia aspirazione. Ma sono stato sfortunato e questa donna con mio figlio, sono l’unica certezza che mi rimane. Mi rifugio tra le sue braccia e la stringo forte.

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