e in particolare alla cara anne
lascio splinder
nina
La mamma lo chiamava dalla stanza a fianco.
Fuori pioveva e la pioggia batteva sulle persiane. Si mise il cuscino sopra la testa. Non voleva sentire né la voce della mamma né l’altro richiamo, quello dell’ acqua. Voleva stare solo, voleva stare a letto. Voleva morire.
Non sarebbe andato a scuola per nessuno motivo al mondo, quel giorno. Il prof di storia lo avrebbe sicuramente interrogato, e lui non aveva studiato niente da un sacco e poi le pagine si erano accumulate e adesso era un casino recuperare.
Avrebbe detto che si sentiva male, il mal di pancia funzionava sempre, o almeno aveva funzionato fino all’altra volta, quando non era andato a scuola perché Fabio lo aveva detto chiaramente, che lo avrebbe menato.
Che stronzo Fabio. Col cavolo che gli passo ancora i compiti di matematica, col cavolo.
Allungò una mano sul pavimento e spinse sotto il letto il giornaletto che stava guardando, se lo vede mamma capace di fare un casino bestia.
Quella rivista gliela aveva passata Chicco, che le fregava al fratello. Cavolo ci sono su delle foto di gnocche spaventose. Grandi tette e grandi….tutto grande, insomma, tutto grande. Però a lui piacevano di più le foto delle donne con i peli sul pube. Al pensiero un’erezione improvvisa lo prese tra le gambe e, girandosi su un lato, cominciò a masturbarsi piano, con un occhio alla porta per controllare che la madre non entrasse. Era diventato in gamba a farlo senza farsi beccare, aveva anche imparato a non sporcare, usando i fazzolettini di carta che usava per il raffreddore, tanto con l’allergia in ballo di fazzoletti ne usava a migliaia. Mentre la mano andava su e giù, provò a pensare alle foto del giornale, a quella con la donna piegata in avanti e con la figa che si vedeva da dietro. Venne subito e assaporò il calore che lo pervase, come una febbre. Le gambe gli si irrigidirono nell’attimo stesso in cui il fiotto caldo gli sgorgò tra le mani, i piedi puntati contro il lenzuolo, in fondo. Sentì il piacere prenderlo fin tra le natiche.
Così andava meglio, ora poteva pensare al resto della giornata. Sua madre intanto urlava che era tardissimo. Che palle.
Provò a preparare la voce fioca che ha uno che sta male, sperando di essere credibile. Che figata se fosse riuscito a stare in casa. Avrebbe girucchiato, mangiato qualcosa davanti alla tele. Avrebbe mandato qualche messaggino a Stefania.
Sì. Impossibile andare a scuola. Non se ne parlava nemmeno.
Si alzò attento a camminare adagio, un po’ sghembo nel caso sua madre fosse entrata. Andò in bagno a gettare il fazzolettino e a fare pipì.
In corridoio incontrò la madre:
“Che hai Andrea?”
“Niente mamma, cioè ho mal di pancia, un casino di mal di pancia”
“Mi sembri stare benissimo, francamente. Spicciati che sennò perdi l’autobus. La colazione è sul tavolo. Io vado ad accompagnare Luisa a scuola. Giustificazioni per oggi non te ne faccio. Ciao”, e uscì.
Cazzo, ma le madri di una volta pronte alla commozione dove le avevano messe.
Storia. Al solo pensarci si sentiva mancare.
Le cause della prima guerra mondiale….
Felice Casati, seduto come sempre vicino al finestrino, aspettava che il treno partisse. Era stato piacevole rivedere Bruno, ma ora voleva rientrare in fretta, voleva rimettere mano al suo romanzo. Gli erano venute in mente alcune buone soluzioni per far ripartire l’intreccio, che sembrava avere perso di slancio.
Certo che Bruno era proprio fortunato a vivere in un posto così bello! Sul mare e in quel bellissimo tratto di costa. Sicuramente anche lui avrebbe tratto giovamento dall’abitare in luoghi simili, e giovamento avrebbe avuto anche la sua ispirazione. Vuoi mettere alzarti la mattina e respirare l’odore del mare, poter anche solo immaginare il movimento dell’acqua, sapendola così vicina?
Scosse la testa pensando al grigio quartiere dove abitava, al percorso che faceva quotidianamente per andare al lavoro. Come fanno a nascere dentro di te storie e personaggi, se hai consuetudine solo con traffico e orizzonti di edifici e antenne?
Uno sguardo all’altro passeggero, seduto di fronte a lui, gli fece capire che quello non era tipo da perdersi in chiacchiere; meglio così, poteva prendere in mano il suo libro e immergersi nei propri pensieri.
Si alzò, prese la sua borsa e dalla tasca estrasse il blocco di A4, che aveva religiosamente rinforzato con una copertina trasparente, così da non sciuparlo. Sorridendo lo aprì.
Gli procurava un piacere intenso anche solo toccare quei fogli, dove lo aspettava una storia interessante, che stava creando lui stesso, portandola là dove voleva; benché ultimamente avesse avuto la sensazione che la storia si dipanasse un po’ da sé, che certi passaggi si imponessero da soli, che certi personaggi acquisissero una sorta di autonomia…
Conosceva a memoria ogni pagina di quello scritto. Perciò fu con sicurezza che lo aprì nel punto in cui aveva lasciato Elena, la protagonista, seduta sulla poltrona a rileggere le lettere del suo vecchio amore.
Elena nasceva dalle sue righe come donna dai tratti gentili, i biondi e lunghi capelli portati sempre raccolti. Una donna equilibrata e serena, che pian piano vede sgretolarsi tra le mani le certezze sulle quali aveva costruito la propria vita. E tutto per colpa di una lettera ritrovata per caso. Da qui doveva riprendere la scrittura.
Aprì con cura il fascicolo.
Fu in un crescendo di sorpresa e orrore che, al posto del suo New Times, trovò uno spazio bianco, sopra il quale campeggiava solitaria l’indicazione della pagina: 156.
Scorrendo le pagine indietro scoprì che vi erano qua e là ampi spazi bianchi e, leggendo, si accorse che era praticamente sparita dal testo ogni riga nella quale aveva narrato di Elena; era sparita ogni traccia dei pensieri che aveva creato per lei, dei gesti che le aveva cucito addosso; dei leggeri abiti a fiori dei quali gli era piaciuto vestirla.
Tutto sparito.
Alzò lo sguardo smarrito e, tra la piccola folla che si accalcava lungo i binari della stazione, qualcosa attrasse la sua attenzione. Qualcuno, per l’esattezza. Una figura vestita di rosso. Una donna vestita di rosso.
Felice Casati era un uomo abitudinario, che non agiva mai per impulso; era un uomo accorto e prudente. Quel giorno se ne dimenticò. Scese improvvisamente dal treno che stava per ripartire e che era anche l’ultimo diretto della giornata.
Appena fu sul marciapiede cercò con lo sguardo quella figura che lo aveva indotto a scendere e la seguì verso l’uscita, incespicando nelle valigie e nei borsoni appoggiati a terra.
Devo essere impazzito, pensò, percependo in modo netto l’irragionevolezza del proprio comportamento, devo essere impazzito. Scendere dal treno per inseguire una sconosciuta! Eppure… eppure… non poteva impedirsi di farlo.
Si trovò fuori dalla stazione; la sottile figura attraversò veloce la strada e poi si fermò davanti a un negozio, forse di fiori.
Felice le arrivò alle spalle e le parole uscirono da sole dalla sua bocca:
“Mi scusi”, sussurrò, sfiorandole una spalla.
Elena si voltò e lo guardò con uno strano sorriso.
“Ah, sei tu”.
Senza respiro, con una specie di spavento dentro i pensieri, Felice si trovò a guardare in volto Elena, la sua Elena. Ma non proprio lei…era…era diversa. Ma non poteva non riconoscerla. Aveva disegnato lui quelle labbra; aveva creato lui l’arco perfetto di quelle sopracciglia; aveva accarezzato nel suo pensiero una a una le dita di quelle mani, come fossero piccoli uccelli, prima di concedere loro la grazia del volo.
Eppure…eppure… lo sguardo…era diverso. No, lui non avrebbe mai pensato a quello sguardo per la sua Elena: uno sguardo stanco e beffardo.
E il vestito rosso: sì, lo aveva voluto così, descrivendone con cura la morbidezza e la tonalità cremisi, ma su quella donna l’effetto era totalmente differente: lo portava aperto sul davanti, scollato, tanto che le si vedeva il solco tra i seni, che si indovinavano grandi e pesanti.
I capelli, poi, non erano raccolti, ma sciolti sulle spalle, spettinati, privi di grazia.
“Non mi riconosci? Sono Elena, non lo vedi?”, aveva una voce bassa, leggermente roca e rideva di lui in modo sgradevole.
“Ma come hai fatto…ma come è possibile?”, si trovò a balbettare.
“Vuoi dire come è possibile che io esista, qui, fuori dal tuo libro?
Perché non dovrebbe essere possibile? E comunque è accaduto, e ti posso assicurare che non è accaduto solo a me. Se solo voi sapeste guardarvi intorno.
Siamo in tante, sai, noi creature di parole, a muoverci tra la vostra gente. Siamo in tante. Siamo fuggitive. Senza meta, ma senza nessuna intenzione di tornare indietro. I tanti fogli persi, cancellati, spariti, in modo apparentemente casuale, da cartellette, agende; le pagine smarrite nei computer. Sono le nostre fughe!
Ci create. Ci insegnate a desiderare. Ci date ricordi che non ci appartengono, ma che ci fanno provare lo struggimento e la nostalgia. Come potete pensare che vogliamo poi restare imprigionati per sempre, eterne crisalidi? Qualcuno non resiste a questa prospettiva.
Mi hai creata così perfetta, così paziente, così incolore, così rassicurante. E io, invece, stando seduta in quella casa a pensare, ad aspettare che tu tornassi a scrivere, ho continuato a sperare che smettessi di guardare te stesso e che vedessi finalmente me.
Tu scrivi, ma io devo poter vivere, oltre le tue parole.
Mi davi forma, ma avevi smesso di darmi vita. Sarei rimasta un personaggio, sarei rimasta incompiuta, se fossi rimasta dentro il tuo libro. E poi…oggi ho sentito il rumore del mare mentre venivi in stazione. E ho pensato che il mare non lo avevo mai visto. Tu, proprio tu che lo ami tanto, mi hai messo intorno solo tanti muri.
E allora il mare sto andando a vedermelo da sola.
Io nel tuo libro non ci torno, Felice. Io voglio imparare a ballare, voglio provare a ubriacarmi, voglio stracciare tutte quelle lettere d’amore con le quali mi incatenavi a un passato che avevi costruito tu. Io l’amore lo voglio toccare e vedere come è fatto. Voglio un bacio vero, anche solo uno. Voglio addentare un melograno, sporcarmi questi bei vestiti a fiori con il suo succo. E poi voglio affondare i miei piedi nella sabbia.
Poi sarò libera di andarmene.
Non posso invecchiare. Non posso avere figli. La mia natura di personaggio mi inchioda comunque a ciò che hai deciso per me.
Perciò, quando mi sentirò sazia di questi piccolo bocconi di vita e di profumi, mi incamminerò verso il mare e tornerò ad essere quello che unicamente sono: una increspatura sulla superficie del tuo pensiero.

nina
IL REGALO DI NATALE
Pensa Nina, piccola donna inquieta, se si potesse scegliere la vita come si sceglie un abito. Come si sceglie un regalo da far a se stessa.
Vieni con me, seguimi, dammi la mano.
Offerte.
Articoli di lusso.
Un susseguirsi di visioni.
Una vita da monaca. Le mani giunte nella preghiera. Certezze da prendere e tenere fra le dita, sgranandole come chicchi di melograno. Preghiere e cieli e ruvide lane sulla pelle.
Un’altra vetrina.
Una vita da niente. Da perdere d’un sol colpo, giocando ai dadi sotto una stazione della metropolitana, tra i treni che passano e le voci che si inseguono. Da perdere giocando con uno sconosciuto. Barando per il gusto di fregare l’altro dalle mani in tasca, lo sguardo vigile di chi vuol vincere la partita.
Oppure, oppure, una vita mansueta, all’ombra dei grandi alberi del giardino, fra tende di lavanda e odore di sapone. Una vita di amore fedele e pago degli sguardi dritti e franchi. Il rito degli inviti e dell’ospitalità generosa. Il vino a tavola. Il gioco dei bimbi. Ricordi che rotolano da cuore a labbra, prendendo le forme di un appagamento quieto.
Continua a camminare, su queste strade umide di luci e pulite dal vento. Cerca, Nina, cerca ancora.
Ecco.
Qui.
Che non stringa, però, perché mi danno fastidio i lacci e le cinture.
Vorrei una vita leggermente svasata sui fianchi. Di un morbido tessuto, che accarezzi i miei pensieri ad ogni passo.
Una vita non troppo di moda, che io possa indossare per anni ancora, senza dovermi sentire ridicola.
Come dice? Quella vita là, quella così luccicante? Oh, no. Nulla di così vistoso! Non credo di saperla portare con la sufficiente disinvoltura. Piuttosto, quella appoggiata vicino. Sì, quella. La posso provare?
(Guardati Nina, guardati in quello specchio lontano, ché solo la distanza ti darà giusta prospettiva)
E poi gli accessori.
Devono essere adatti. Me ne servono pochi.
Ecco, vorrei, vorrei, per accompagnare questa vita, vorrei un’infanzia felice. Di zucchero e balocchi. Di giochi giocati. Di sogni avverati. Di sogni sospesi su funi d’argento. Di ponti sospesi e pensieri.
E ancora vorrei, da indossare quando il freddo è più intenso, un nuovo abbraccio di mia madre. O meglio, lo stesso abbraccio di sempre, che ho perso, e non per distrazione, mi creda, ché mai avrei potuto dimenticarlo. Me l’ha rubato il destino; me l’ha portato via d’un colpo, qualche primavera fa. E da allora, vede, il freddo lo sento fin dentro le ossa, penetra e non se ne va.
La gente si sfiora a passo svelto, mente va verso casa.
Tu, Nina, dondolando sui fianchi ti allontani, sazia del sogno e di questo piccolo giocare con le parole che non costa nulla, solo l’emozione e il brivido crudele di spogliarsi ancora una volta davanti a sguardi vestiti.
Tanto, un foglio di carta puoi sempre gettarlo nel fuoco del camino, e illuminare con questa fiamma lo sguardo di tua figlia, dopo che le avrai raccontato la favola della sera.
Buon Natale.
Auguri di cuore a tutti.
Nina