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venerdì, 20 giugno 2008,17:42

Il signor V. decise che quella mattina il caffè era troppo bollente e che il buongiorno della barista non era stato sufficientemente cordiale. Il sole, nonostante i vetri opachi, era troppo luminoso e il giornale troppo grosso da sfogliare seduti al tavolino del bar.

Quel bambino con le dita appiccicose di cornetto era eccessivamente colorato nel suo cappottino sgargiante e ostacolava il fornitore di panini troppo frettoloso di consegnare le scatole.

Il signor V. si guardò le scarpe e pensò che erano troppo piene di piedi.

Tre quarti d’ora prima, il signor V. si era svegliato anticipando di un minuto la radio che poi aveva iniziato a parlare da sola delle previsioni del tempo come ogni mattina e toccandosi la faccia, l’aveva trovata più ispida del solito.

Si era poi alzato infilando i piedi pelosi nelle ciabatte di pelle perfettamente allineate sul tappetino persiano e si era dunque diretto verso la finestra per rendersi conto che le persiane erano un sistema troppo antiquato e le sue in particolare, troppo vecchie e scrostate per essere definite decorose.

Il signor V. trascorse un quarto d’ora davanti allo specchio per poi decidere che non doveva guardarsi: era troppo grigio e storto. Così, prima era uscito dalla vestaglia bordeaux a pied de poule e poi dalla porta per mettere qualcosa nello stomaco.

Aveva comprato il solito giornale e si era seduto al solito tavolino, per un sano caffè.

“Ha sentito che la Maria si sposa, signora Cesira? Seconde nozze eh…a sessantotto anni si ricomincia da capo.”

La barista orgogliosa,  iniziava la giornata così, lucidando di chiacchiere il bancone, mentre la signora Cesira l’ascoltava con la crema pasticcera sospesa agli angoli della bocca.

Anche il signor V. ascoltò e mentre ascoltava guardò il pavimento a quadri. Ritenne che sicuramente sarebbe stato meglio a mattonelle ondulate e dunque lo trovò orribile.

“Signor V., lei ci va al matrimonio della Maria?” gli disse la Cesira roteando lentamente sullo sgabello.

“No.”

“No? Pensavo di si, ma non la conosce da tanti anni?”

“No.”

“Eppure mi sembrava. Non sembrava così anche a lei, cara? E non conosce anche lo sposo, come si chiama…quel brav’uomo…Salvatore?”

“No.”

Il signor V. pensò che la signora Cesira era un enorme e stucchevole croissant alla crema pasticcera ricurvo sullo sgabello.

“Ma certo che li conosce il nostro signor V.”, disse la barista lucidando energicamente una mensola. “Solo che questa mattina…è un po’ così!” ed esplose in un sorriso mostrando una fila di denti altrettanto lucidi.

“Mi dia altri tre cornetti alla crema per i miei nipotini, cara. Sono i miei piccoli tesori, quei due.”

Al signor V. vennero in mente i nipoti grassocci della signora Cesira, con i loro anelli di ciccia ai polsi.

“Arrivederci cara, Arrivederci signor V.”

“Arrivederci.”

Il signor V. si alzò e pagò il caffè lasciando gli spicci sul tavolo. Uscì e si rese conto che non aveva nulla di particolare da fare e la cosa lo irritò ancora di più, così si diresse verso le panchine della piazzetta dispiegata attorno al monumento ai caduti sentendosi con fastidio l’inchiostro del giornale sulle dita. Intorno a lui iniziarono ad arrivare signorine orientali con neonati occidentali nel passeggino, ed alcuni suoi più o meno coetanei che si scioglievano lentamente le ossa al sole.

Il signor V. pensò che quella piazzetta era troppo uguale a tante altre, esattamente come quella mattina. Si avvicinò alla ringhiera per guardare meglio il panorama e il freddo del metallo sulle gambe gli passò attraverso i pantaloni, dandogli una sensazione spiacevole. Posò lo sguardo sulla cascina in fondo, a pochi passi dal ponte di legno.

Rivide mentalmente Maria ventenne che passava il ponticello avanzando in un vestitino di cotone a fiorellini, scollato sul davanti, con i seni che facevano su e giù ad ogni passo e la braccia alzate nel tentativo di tirarsi su i capelli neri per sentire meno caldo.

“Ciao Maria” le aveva detto allora con la voce strozzata.

“Ciao Alberto. Che fai qua? Hai staccato prima oggi?” Si copriva gli occhi con una mano per ripararsi dal sole del primo tramonto.

“Si, sono corso qui per vederti, perché so che passi qua a quest’ora e volevo vedere quanto sei bella quando cammini così con questo sole”, aveva pensato.

“Si.” Aveva risposto.

“Alberto, lo sai, mi sposo.”

“Ah”. Un semplice sussurro unscì dalle sue labbra, mentre gli sembrava che la terra sotto la staccionata sulla quale era appollaiato lo risucchiasse e che nello sprofondamento fosse aiutato da un masso che gli premeva sulla testa e sulle spalle.

“Giovanni è un brav’uomo, anche mamma è contenta…”

 

 

“Mi scusa signore, sai dire che ora è?”

Il signor V. si voltò scocciato verso quella voce straniera. “Le dieci meno un quarto”.

“Grazie. Ah,senti tu forse non sai, sai dove posso trovare banca?”

“Certo che lo so, mi conoscono tutti qua, ho lavorato quarantacinque anni in banca, se tu non fossi giovane e di chissà che posto, lo sapresti da sola che la banca qua non la conosce nessuno meglio di me”, fu un lampo, ma pensò tutto questo mentre le rispondeva con un poco cortese e stizzito “Laggiù”.

Il signor V. pensò che non poteva far niente di meglio che passeggiare. Del resto non aveva grandi alternative e ritenne opportuno dar retta alla barista che decantava le virtù del moto ad ogni età. Camminando se la prese con le aiuole troppo ricche, con i marciapiedi stretti, con gli automobilisti indisciplinati, con i cartelli pubblicitari che erano troppo idioti e con il callo del piede sinistro che ricominciava a fargli male. Rallentò passando di fronte alla merceria di Maria, facendo finta di non vedere. Ma arrivato all’angolo, se la trovò di fronte.

“Alberto, ciao!”

“Ciao Maria, ti trovo bene”.

Lei si passò una mano inanellata e con la pelle sottile fra i capelli corti illuminati dal riflessante argento. Gli sorrise, quasi timida.

“Sicuramente l’avrai saputo, qua chiacchierano tutti…”

“Si, congratulazioni. Salvatore è davvero un brav’uomo. Vi auguro di essere felici”.

“Ti ringrazio. Sai, all’inizio mi sembrava un po’ assurdo risposarmi a quest’età. Certo poi…ne parlo a te che non ti sei mai sposato”.

Il signor V. fece un mezzo sorriso che non sembrava tanto tale. “”Si, io non sono un esperto in materia. Comunque tu sei anche più giovane di me, quindi…”

Maria si girò e vide  che di fronte al suo negozio stava parcheggiando un furgoncino blu.

“Alberto scusami,ti devo lasciare che ho i fornitori. Comunque ti aspetto al matrimonio, eh? Ciao caro”.

“Ciao, buon lavoro”.

Il signor V. la guardò allontanarsi nel soprabito color prugna, un po’ appesantita, ma sempre bella. Si mise il giornale sotto al braccio e girò l’angolo.

 Iniziò a pensare che ancora un volta aveva dimenticato di dire a Svetlana, la donna delle pulizie, di non spostargli il sapone da barba dalla mensola a destra e di non togliere il plaid dal divano per rimetterlo nell’armadio. Si ricordò che l’ultima volta, mentre cantava a squarciagola canzoni russe passando l’aspirapolvere, Svetlana aveva risucchiato per distrazione il suo calzino grigio fumo, andato irrimediabilmente perduto.

Accelerò il passo per arrivare prima a casa; aveva un’andatura nervosa, stizzita, in più il callo gli faceva sempre più male. Si, Svetlana si sarebbe certamente anche dimenticata di passare lo straccio nello stanzino e avrebbe fatto cadere le molliche della tovaglia sul balconcino della signora di sotto. Stavolta non gliel’avrebbe fatta passare liscia. Anche perché quella era un pessima giornata, se ne era accorto subito lui che aveva un sesto senso per queste cose.

Ed erano solo le dieci del mattino.

by ombrellina | commenti (22) | commenti (22)(popup)
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