Singhiozzava. Era in uno stato pietoso.
La osservavo sconvolto, perché sapevo quale peso enorme sopportava da tempo. Si trovava in uno smarrimento paragonabile a quello in cui mi trovavo io quando ero arrivato la prima volta al manicomio criminale.
Non se la sentiva più di continuare con i colloqui. Diceva piangendo
-Non verrai mai a capo di niente, sarà tutto cronologico, vero ma anche falso. Non verrai mai a capo di niente.-
Annotavo tutto e cercavo di districare i fili della sua storia dal groviglio delle sue spiegazioni e delle sue giustificazioni. Lei se n’è accorta e mi ha insultato
-Mi costringi a parlare carogna! Ma non posso parlare; appena parlo dico la mia verità, faccio del male a quelli che amo e, al tempo stesso, giustifico le accuse degli altri, di quelli che mi danno della baldracca, della madre snaturata-
Cercavo di riattivare il dialogo con termini di incoraggiamento.
-Lasciami stare. Perché lo fai?-
-Per appoggiarmi a te, per difendere me stesso. Ho bisogno di scrivere, non esisto se non scrivo ed è questo che voglio scrivere, la tua verità, non la verità degli altri. Per difendermi, ti dico, e per difenderti-
-La mia causa non può essere difesa. Tu non capisci.
Non hai ucciso tuo marito e i tuoi figli. Non puoi capire-
-In un certo senso sì, ti posso capire. Con i miei scritti e le mie parole, ho fatto quel che hai fatto tu con il tuo coltello-
-Ah, ne ho abbastanza delle tue parole, dei tuoi scritti. Lasciami in pace, lasciami sola. Mi sono condannata alla solitudine e così devo vivere. Sono l’uxoricida, la matricida.-
L’ho accontentata e sono uscito. Ho cercato di continuare la storia da solo.
Appena Oliver ha reso l’ultimo respiro Harriet si spaventa. Immediatamente sente di essere braccata. Il suo istinto l’avverte che con quel gesto, che risolveva definitivamente una faccenda privata tra lei e suo marito, ha creato il caos.
Il suo istinto? Quale istinto? E’ il suo istinto di sopravvivenza che le ha fatto commettere l’atto, e il suo istinto l’assicura che l’ha fatto per proteggersi. Ma lo stesso istinto le dice che gli altri, soprattutto i suoi figli, non accetteranno quella morte, che essa non è accettabile. E mentre prende coscienza dell’iniquità della sua sorte, dal fondo del suo animo, sale un immenso sorprendente lamento, mai espresso.
-Ho bisogno di mio padre-
Il padre di Harriet ricompare nella memoria come un cigno bianco, dagli occhi gialli spalancati, il cui pene lanuginoso ha frugato tra le sue gambe. Lei lo ha lasciato fare, non ha lottato abbastanza, ha tenuto le cosce aperte e lui ha goduto, battendo l’aria con le sue ali spiegate, fruscianti come bandiere, maldestro. Poi è volato via, lontano da quella fornicazione mostruosa. Ha raggiunto il lago dove è tornato a navigare se ne infischia del suo coito. Ha avuto Harriet, era tutto quel che voleva. L’ha caricata del suo sperma e del suo capriccio. Era tutto quel che voleva dalla figlia.
Torno da lei la settimana seguente. Acconsente di vedermi.
Inizia a parlare e dopo pochi minuti si interrompe di colpo, come se fosse arrivata in fondo alla sua replica. Resta senza una parola, saldamente piantata sulla sedia come una attrice tragica. Sono sorpreso, ero pronto ad ascoltarla a lungo: la sua voce era cupa, potente.
Harriet .è una donna di teatro, una commediante, una sorta di diva. Si direbbe che sia sempre sulla scena ed è un piacere vederla evolversi.
Si sforza di captare la mia attenzione. Mi pianta in asso. Esce e rientra. Mette la sua sedia accanto alla mia.
-Continueremo. Altrimenti sto male-
Sempre questa sua volubilità che in certi momenti mi esaspera e in altri mi intenerisce. E’ un po’ come una bambina. Vuole parlare di suo marito. Mi dice che questo non deve entrare nello scritto, ma che devo sapere certe cose per capire il resto. Ora fa la civetta mentre cinque minuti fa era il dramma personificato. Mi vuole parlare del corpo degli uomini in generale e di quello d Oliver in particolare. Della bellezza di quel corpo, della felicità che le ispirava, del suo desiderio di toccarlo e possederlo e, mentre parla, mi prende le mani e le accarezza. Chiude gli occhi, sogna, con una espressione golosa.
Ha già dimenticato che non voleva più raccontare la sua storia ed ecco che vi si immerge di nuovo, a testa bassa, come una puledra impazzita, splendida, sconvolta.
-Sono io che ho ucciso, che ho tramato ogni cosa. Che importanza potevano più avere i figli se avevo ucciso il loro padre? Nessuna. Non erano che comparse docili. Dei cervi, un gattino, una colomba. Tu non mi hai vista mentre colpivo. Non hai visto come mi accanivo E non vedi come mi mancano ora? E’ ben altro quello che ho fatto. Non ho semplicemente ucciso mio marito e i miei figli. Ho compiuto un gesto che sfugge al mio controllo, che non capisco più. Grave, profondo, essenziale-
E’ invecchiata all’improvviso, ha millenni sulle spalle, la sua vita stessa l’ha spezzata. Si appoggia a me tirando su col naso. L’accompagno fino alla sua camera dove ritrova le sue coperte, i suoi oggetti, il suo cuscino. Vi si avviluppa dentro e si rannicchia sul letto. Guarda le piante attraverso i vetri e le sbarre, come se scrutasse i primi effetti dell’autunno: ora c’è un colore giallo nel verde delle foglie. Ma forse lei non vede niente, è ripiegata su se stessa.
Ha chiuso gli occhi. Stringe le palpebre come se facesse uno sforzo per ricordare; ma non è così. Sono lacrime che cerca di trattenere. Ha la gola stretta, farfuglia, bisbiglia e cerca la mia mano per farsi coraggio. E’ pallida; ha paura. Conosce la determinazione di chi ha la legge dalla sua parte e come applicheranno i regolamenti. E’ questo che la fa tremare, quella muraglia che si troverà di fronte, levigata come il vuoto, che le hanno innalzato davanti.
Come spiegare loro che il marito rappresentava il padre in quanto uomo e che i figli... lei pensa di averli salvati? Come pensare di far credere a questa assurda verità?
Io stesso, come mai non l’ho capito? Anch’io ho paura e non so di che colore è la mia paura. Ma la paura di Harriet è diversa dalla mia. Lei non ha speranza. Sul suo incartamento c’è una scritta a caratteri cubitali:
Fine Pena:Mai.



