Una mattina come tante altre, i coniugi Civitelli condividevano a metà il momento del risveglio.
“Tesoro, cos’è questa puzza? Non abbiamo buttato l’immondizia ieri sera?” disse Carlo annodandosi la cravatta mentre dava le spalle all’ ammasso di coperte che doveva essere la moglie.
“Non lo so…” rispose lei ad occhi ancora chiusi e con la bocca impastata di sonno. “Vedi se sta in cucina…fammi dormire, è presto…”
“Oggi sono in riunione fino alle sei. Poi passo da mia madre, iera sera mi ha detto che vuole che vada ad assaggiare il polpettone. Ci vediamo stasera amore!”
“Mmm…si si, ciao…ti chiamo dopo…” lo salutò senza scoprirsi, ancora addormentata, con l’immagine della suocera grassa e onnipresente che svaniva lentamente.
Tre ore più tardi, un piacevole tepore dorato inondava la stanza. Maria Civitelli allungò la mano verso la sveglia sul comodino e improvvisamente inorridì.
Cosa era successo alla sua mano? Sembrava frutta marcia. Credette di sognare ancora, sgranò con fatica gli occhi mentre le pupille si restringevano per la luce.
Niente da fare. La mano era veramente ricoperta di macchie marroni.
Con gesto energico uscì dal letto rovesciando il piumone e due piedi verdognoli poggiarono sulla moquette. Non appena li vide, Maria iniziò a batterli velocemente sul pavimento gridando “Oddio oddio oddio!!!”
Fu col movimento che le narici percepirono un terribile tanfo di spazzatura. Si lasciò scivolare addosso la camicia di seta e corse nuda al bagno. Aveva il terrore di guardarsi allo specchio. Lo specchio può essere il migliore amico o il peggior nemico delle donne. Quella mattina il suo le rivelò con tutta la crudeltà possibile che il busto fino al collo era tutto un lanugginoso strato di muffa.
La povera Maria scoppiò in un pianto disperato e affondò le mani nei capelli, parecchi dei quali le rimasero fra le dita.
Sembrava una singhiozzante pera macchiata e ammuffita.
Le sue mani tremanti si impadronirono del telefono. Aveva bisogno di Carlo e la macchina era dal meccanico. Quello scassone di automobile durante l’anno era più in officina che parcheggiata nel garage. Fu costretta a lasciare un piagnucoloso e incomprensibile messaggio sulla segreteria del marito irraggiungibile “Carlo…mi sto decomponendo…vado dal dottore…” e poi a uscire, opportunamente schermata da un gigantesco foulard, occhiali neri, guanti e cappotto lungo fino ai piedi. Una volta in strada, si diresse verso la fermata dell’autobus. Le sembrava che la superficie della parte malata – parte malata? Che aveva poi? Fino alla sera prima si sentiva solo molto stanca ed ora era marcescente- si estendesse pian piano.
Con il foulard in testa e gli occhialoni, era una diva di Hollywood avariata in attesa del 148.
Quando salì sull’autobus, fu accolta da facce palesemente disgustate. Si sedette ad un angolo in fondo, con il viso rivolto verso il finestrino e chiuse gli occhi, ripetendosi che era tutto un sogno.
Alla quinta fermata una mano le sfiorò il braccio.
“Signora, biglietto prego”.
Maria Civitelli scoppiò a piangere.
“Non ce l’ho…” disse all’uomo evidentemente perplesso, asciugandosi coi guanti lacrime giallastre.
“Ce l’ha un documento?” chiese il controllore in un misto di nausea e compassione.
Lei frugò nervosamente nella borsa e singhiozzando gli porse la carta d’identità.
“Ah…non ci siamo proprio…” disse lui subito dopo aver dato un’occhiata. “Deve seguirmi” le comunicò con sollievo generale dei passeggeri.
Quando scese dall’autobus, per la disperazione, Maria diede una violenta gomitata allo stomaco del controllore e tentò di scappare, ma cadde inciampando nella cinta del cappotto e venne arrestata.
Al commissariato furono estremamente gentili. La disgraziatissima Maria Civitelli emanava un tanfo sempre più forte, quindi il suo caso venne esaminato prima degli altri, senza che nessuno se ne lamentasse.
Il commissario Scartozzi, colpito da una forte rinite allergica, sembrava soffrire meno la presenza dell’arrestata. “Allora, mi ascolti bene” le disse, squadrandola, “ il qui presente signor Mario Monetti dice di essere stato aggredito da lei nel tentativo di non pagare la multa. Come mai si è comportata in questo modo signora…”
“…Civitelli…Maria Civitelli” completò lei ormai catatonica. “Io vorrei mio marito…io sto male…”
Il commissario notò la pessima cera dell’accusata. “Ehm, Carducci, abbiamo un documento della signora per favore? Vediamo se possiamo risolvere velocemente la situazione”.
Il giovane Carducci si avvicinò all’orecchio del commissario e gli sussurrò qualcosa.
Scartozzi si illuminò, poi rise.
“Ah! Signora Civitelli! Ma che combina! Carducci, passami la carta d’identità. Ecco signora, mi dica, che giorno è oggi?”
Maria sollevò la testa e guardò con aria smarrita la faccia rotonda di quell’uomo attraverso le lenti scure .
“Ve…ventotto febbraio duemilasedici, perché?”
“Guardi qui” le porse il documento “ cosa c’è scritto? Scadenza?”
“Sette agosto duemilaquindici…aah…” le parole le morirono in bocca e deglutì a fatica la poca saliva rimasta.
“Lei è scaduta signora! Capisce? Sono ben sei mesi! E’ SCA-DU-TA! E poi si meravigliava di stare male. Ufficialmente lei non esiste più da agosto.”
Maria iniziò di nuovo a piangere. “Ma io…ma io…”
Il controllore Monetti intervenne.
“Nelle nuove carte d’identità c’è scritto che in caso di mancato rinnovo si avvia un processo di decomposizione, è scritto in piccolo, ma c’è scritto. Mia moglie aveva un alluce grigio quando siamo andati a rinnovare la carta. Ma non pensavo si potesse arrivare così…”
Il commissario Scartozzi guardò l’orologio e sentì lo stomaco brontolare.
“Non si preoccupi, una volta rinnovata tornerà come nuova. Insomma, signor Monetti che vogliamo fare con questa denuncia?” si rivolse al controllore con un tono che invitava a soprassedere per andare prima a pranzo.
“Beh, veramente… data la situazione…signora lasciamo stare, anzi l’accompagno in circoscrizione” disse Monetti in un improvviso impeto di generosità e masochismo.
Maria sollevò commossa il mento tremante ormai coperto di muffa. “Grazie…” sibilò.
I due si allontanarono dopo aver salutato il commissario. Quando la porta a vetri si chiuse, Scartozzi si stiracchiò mentre Carducci apriva tutte le finestre dell’ufficio per arieggiare.
Il giovane poliziotto era pensieroso.
“Carducci, che hai, andiamo a pranzo!”
“ No, niente commissario. Mi chiedevo soltanto…ma ci pensa lei?



