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giovedì, 24 aprile 2008,23:20
SPOSA VEDOVA SUO DONATORE CUORE, POI SI UCCIDE COME LUI
WASHINGTON - Un uomo che dodici anni fa aveva subito un trapianto di cuore - e che poco più tardi aveva sposato la vedova del suo donatore - si è tolto la vita nello stesso modo della persona da cui aveva ricevuto l'organo.
E' accaduto a Vidalia, nel sud-ovest della Georgia. Sonny Graham, di 69 anni, si è ucciso nel giardino di casa con un colpo di pistola alla gola, proprio come aveva fatto Terry Cottle, il 33enne che gli donò il cuore nel 1996. In seguito al trapianto che gli ha permesso di sopravvivere, Graham aveva iniziato a scrivere una serie di lettere alla famiglia del suo donatore, arrivando a conoscere personalmente la moglie di Cottle - Cheryl - allora 28/enne. Tra i due è nata una relazione così intensa che nel 2004 - dopo che lui è andato in pensione - si sono sposati e sono andati a vivere a Vidalia. Qui l'uomo, per motivi che non stati accertati, ha deciso di togliersi la vita nello stesso modo in cui fece dodici anni prima il suo donatore. Rendendo vedova per la seconda volta la stessa donna.



 
Eulalia, dritta come un fuso, osserva le attività frenetiche che si svolgono in sala operatoria.
Il chirurgo ha appena terminato il lavoro: un cuore umano, che sembra pulsare in modo innaturale, viene rinchiuso in un contenitore blu.

Non c’e’ tempo da perdere: tra pochi minuti, nella stanza in fondo al corridoio, un cardiopatico in fin di vita ricevera’ il dono inaspettato della seconda opportunita’.
Tornera’ a sorridere, parlare, camminare, fare le scale.

Andra’ a lavorare di nuovo, tornera’ a  seguire gli spettacoli al cineforum, mangera’ le patatine fritte e il venerdi’ sera frequentera’ un corso di ballo: imparera’ a ballare il tango, come aveva sempre sognato, e finalmente, nel secondo quadrimestre di lezione, incontrera’ la donna dei propri sogni.
Dopo una vita di attese, amori sbagliati, rinunce, rimpianti e liti furibonde, che lo avevano portato all’ infarto piu’ di una volta, capira’ di aver trovato il vero amore, che avra’ il viso dolce e triste di una quarantenne: un volto segnato profondamente dalla vita e dal tempo, ma non ancora appassito.

L’amera’, come nessuno ha mai amato prima, non dormira’ di notte per mesi interi, consumato dai dubbi e dal timore, fino al giorno in cui trovera’ il coraggio di dichiararsi e impazzira’ dalla gioia, scoprendo di essere ricambiato.
Ci sara’ un matrimonio, in un bel giorno di primavera;  le campane suoneranno a festa e gli stessi parenti che avevano pianto piu’ di una volta al suo capezzale, sorrideranno e lo abbracceranno, lanciando riso e benedizioni.

Passeranno gli anni, uno dopo l’altro, in pace ed armonia in una bella casa lungo la riva del fiume, e i ricordi delle stanze d’ospedale, dei giorni della paura e della speranza, della solitudine e del dolore, si faranno, giorno dopo giorno, sempre piu’ sfuocati.

Un bel giorno d’estate, lui camminera’ fino  all’argine, scendera’ fino al limitare dell’acqua, guardera’ i pesci, che tutto sanno e nulla dicono, e all’improvviso comprendera’ ogni cosa.


Tornera’ a casa con passo leggero, attraversera’ la grande sala arredata in legno d’acero e mettera’ nuova legna nel camino, perche’ il fuoco non si spenga.
Andra’ in cantina, per mettere a posto le vecchie fotografie del matrimonio ed estrarra’ dalla scatola di legno le piu’ belle, per guardarle l’ennesima volta. Vedra’ se’ stesso, con dodici anni in meno sulle spalle, e ammirera’ la bellezza della moglie, cosi’ solare, nonostante la doppia vedovanza che ne aveva funestato la vita, prima del loro incontro.

Sorridera’, rimettera’ a posto le foto e da un’altra scatola, di latta rossa, prendera’ una pistola e se la puntera’ alla gola.
Un colpo soffocato risuonera’ tra la polvere e i vecchi elettrodomestici sparsi per la cantina: lui morira’, ma il suo cuore sara’ salvo, pronto per un uovo ospite.

Tutto questo accadra’ senz’ altro: e’ una promessa segreta, un impegno da mantenere ad ogni costo.

Eulalia, inorridita, cerca di afferrare la scatola blu dalle mani del paramedico, che si e’ gia’ avviato in direzione dell’ altra sala operatoria, ma qualcuno la trattiene.

Mentre Eulalia cerca di divincolarsi, il cuore assassino viaggia verso la nuova vittima, cantando, sottovoce, una canzone d’amore.
 
 
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giovedì, 24 gennaio 2008,21:09
Eulalia apre la finestra. Un soffio d’aria gelida sussurra la notizia: un anno e’ morto, un nuovo anno ha preso il suo posto.
Il vento del Nord, foriero di pioggia, grandine e neve, annuncia, con voce stentorea, il tempo a venire: come antipasto, tre mesi freddi, tra gente che muore ammazzata senza motivo e malattie incurabili che esplodono improvvise, uomini pavidi coi sacchi di sabbia alle finestre e kamikaze in azione in pieno giorno.

A seguire, i giorni della fame e della sete, delle piaghe infette e del disfacimento dei corpi, giorni di lacrime nelle stanze, disperatamente bianche, dove le medicine vengono iniettate a forza:  al suono dei serpenti a sonagli, i pazzi e gli assassini balleranno con gli occhi sbarrati e i pensieri in fuga.
Per finire, nel delirio collettivo che seguira’, gli uomini disperati si caveranno gli occhi da soli, e la strada delle stelle sara’ coperta da un drappo nero.
 
 
Eulalia si veste, esce e cammina per le strade, per capire. Vuole parlare con i passanti, per chiedere loro cosa stia accadendo, ma non incontra nessuno: un silenzio innaturale attutisce il suono dei suoi stessi passi sul suolo gia’ ghiacciato, eppure non ancora bianco.
E’ buio, senza le stelle in cielo. La luna e’ fuggita gia’ da qualche giorno, ed Eulalia teme che il sole, ormai stremato, la segua lontano dalla propria orbita.
 
Eulalia guarda nelle case e intuisce cio’ che si trova dietro le tende avvizzite delle poche finestre illuminate: anziani soli, infreddoliti davanti a un fuoco che non si lascera’ riattizzare, bambini laceri con lo stomaco e l’anima ugualmente vuoti e gente senza nome, ne’ voglia di pensare a un domani.
 
Gli animali se ne sono andati da tempo; solo qualche insetto si attarda tra gli avanzi di infausti banchetti ormai decomposti, rovistando tra i rifiuti, in gara con i senzatetto affamati.
 
La colomba bianca, chiusa in gabbia, guarda mestamente il ramoscello d’ulivo. Una mano tremante si e’ avvicinata e ha aperto lo sportello, forse per pena, forse per distrazione. La creatura alata si alza di slancio e punta verso il cielo.
Sa che la lotta sara’ impari: dovra’ evitare i fucili dei bracconieri e le fionde dei teppisti, eppure non ha lasciato ancora ogni speranza, perciò non tutto e’ perduto.
 
Eulalia, dalle bianche piume, vola, sempre piu’ in alto, fino a quando la citta’ diventa un punto grigio inghiottito dalla tempesta.
Le strade sono fili neri, e le piazze paiono lacrime d’asfalto; da lontano, tutto puo’ sembrare poetico: basta volerlo.
Eulalia si sfila una remigante, la intinge in una nuvola, e inizia a vergare con eleganza versi e rime bianche su un cielo sorprendentemente blu.
Chissa’ : forse domani andra’ meglio.
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venerdì, 16 novembre 2007,15:36
Un freddo terribile.
Eulalia ripensa alle tante volte in cui ha sentito freddo.
 
   
Eulalia, da bambina, andava spesso dalla nonna: uno dei pochi luoghi felici della sua infanzia.
Eulalia entrava sorridente nel portone; superato l’ingresso, correva nel grande cortile, fino ad arrivare al giardino pieno di fiori, gatti e cose strane: sassi aguzzi, qualche lumaca nei giorni di pioggia, e una buffa casetta in muratura. Sbirciando dalla finestrella, poteva vedere un piccolo affresco, un ritratto di Madonna con il bambino, probabilmente opera di un pittore dilettante, che non poteva dirsi un capolavoro.
A Eulalia, pero’, piaceva molto guardarlo alla sera, quando si accendevano le luci e intorno al dipinto illuminato da una vecchia lampadina appesa per miracolo a un filo, brillavano i ceri votivi e le candele mezze consunte: a lei sembrava una piccola casa fatata.
Eulalia amava salire per le scale, che odoravano di chiuso e di mistero.
Da piccola, si era dovuta aggrappare alla ringhiera per superare gli scalini (anche quelli bassi), ma col passare degli anni, era riuscita perfino a salirli a due a due.
Le porte degli appartamenti erano le stesse, da sempre: targhette di ferro, con incisi nomi che erano li’ da generazioni, inchiodate a portali poco piu’ che immaginari di legno e vetro, dietro ai quali si celavano volti sconosciuti.
Ogni tanto, una voce sgusciava sotto la porta e arrivava fino alle orecchie di Eulalia. Talvolta, qualche nota di una canzone trasmessa alla radio, si infilava tra gli stipiti e correva su per le scale, per rallegrare l'ambiente poco illuminato.
Eulalia, pero’, non si curava di tutto questo: per lei, passati i ventiquattro gradini, il momento migliore iniziava appena suonava il campanello e, subito dopo, si spalancava la porta.
La nonna era buona, come dovrebbero essere e tutte le nonne. Abbracciava Eulalia, poi correva in cucina a finire di preparare il pranzo.
A tavola, Eulalia era sempre contenta: c’erano i suoi piatti preferiti, la televisione accesa e nessuno che la rimproverasse in continuazione.
Dopo pranzo, la nonna chiacchierava con la mamma e il papa’ di Eulalia: cose inutili, cose da grandi.
A quel punto, Eulalia era autorizzata ad entrare nell’altra stanza; si arrampicava sul grande letto e iniziava a leggere un fumetto.
Eulalia non riusciva a capire un fatto molto strano: a casa sua, non c’era mai posto a sufficienza per tenere i suoi fumetti, e infatti la sua collezione, quando uno meno se lo aspettava, se ne andava chissa' dove.
La casa della nonna era piu’ piccola, ma un posto per i fumetti di Eulalia si trovava sempre: in un angolo di un armadio, in una scatola di metallo sotto il letto, oppure tra i piedini della cassettiera. Questo Eulalia proprio non riusciva a spiegarselo, pero’ era felice di quella piccola magia, che le permetteva di leggere le cose che  preferiva.
 
La stanza da letto della nonna era poco riscaldata.
Eulalia aveva freddo, molto freddo.
Per scaldarsi, andava a infilarsi sotto il copriletto di raso a fiori rosa antico, continuando a battere i denti.Quasi sempre, finiva con l’addormentarsi, per poi risvegliarsi tra i brividi. Allora si alzava, scendeva dal letto e cominciava a esplorare la stanza.
Dalla nonna, i mobili erano sempre gli stessi, ma ogni volta, Eulalia trovava qualcosa di nuovo: un gomitolo di lana di un colore diverso, oppure una rivista della settimana prima.
La nonna teneva vecchie spille, scialli di lana, calze, uncinetti, nastri e bottoni spaiati, ed Eulalia, ogni volta, inventava un gioco nuovo e una storia originale. Per esempio, se il Re dei bottoni voleva imprigionare un piccolo bottone di madreperla, reo di aver corteggiato la principessa Bottondoro, erano davvero guai per tutti.
Eulalia frugava sistematicamente tra i cassetti e non mancava di infilarsi negli armadi per esplorare ogni centimetro; purtroppo, proprio sul piu’ bello, arrivava sempre qualcuno. Eulalia correva a rimettere tutto a posto, prima che si aprisse la porta : a volte ci riusciva, altre no, e allora veniva rimproverata per la troppa curiosita'.
Per fortuna, le sue scorribande non sembravano dispiacere alla nonna,  e questo era cio’ che piu’ importava.
La casa della nonna era un posto in cui era bello avere freddo.
 
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venerdì, 26 ottobre 2007,09:35

Accanto al marciapiede, un' auto sta accostando. Dal finestrino s'intravede la sagoma del conducente.
Eulalia, che cammina per la strada, incrocia per un istante il suo sguardo; ha occhi porcini, incastonati in un viso aguzzo: una sottile barba a punta color setter irlandese ne sottolinea l'espressione ambigua.

L'uomo apre la portiera per uscire; appena posa il piede a terra, Eulalia nota con stupore che al posto delle scarpe indossa due zoccoli neri. Lo sconosciuto ha lunghe orecchie a punta, ride da solo ed alza il volto spiritato verso le nuvole.
Dopo di lui scende dalla vettura una donna dalla pelle diafana, non molto slanciata, vestita di foglie e tralci di vite. Tiene per mano una ragazza che le somiglia: forse una sorella, che esce ridendo dall' abitacolo. Subito dopo, altre figure sbucano dalle portiere; qualcuna e' vestita di rovi, altre sono coperte di pelli, grappoli d'uva e castagne.

Eulalia e' a pochi passi dal gruppo, ma nessuno fa cenno di notarla.
L'uomo, agitando la coda, estrae un piccolo flauto ed intona una melodia semplice, ma gradevole.
Intanto, dall'auto parcheggiata continuano a scendere persone in vesti stravaganti: donne in abiti succinti e ragazzi dai capelli ricci coperti da strisce di camoscio.
Sciolte le trecce ramate, una ragazza si cosparge le chiome di una mistura profumata, mentre una compagna s' appresta ad accenderle d' un fuoco destinato ad ardere tutta la notte.

Si balla al suono dei sistri, mentre dall'auto escono ceste di frutta, giovinetti imberbi e uomini tarchiati seminudi dalle strane gambe animalesche. Alcuni recano con se' dei capri neri, che scuotono la testa nervosi.

L'uomo che era al volante ride d'un riso sguaiato, ed e' a lui che due ragazze dai capelli cinabro offrono i seni strabordanti e la frutta matura. Lui prende tutto, con ingordigia, affondando un
pugnale nel cuore di una mela, che si spacca a meta', liberando semi neri e profumo.
La morde, per bramosia piu' che per fame, ma e' gia' pronto a volgere la lunga lama affilata verso la gola del capro piu' vicino.


Eulalia inizia a sentirsi a disagio; qualcuno, forse intenzionalmente, l'ha urtata, facendola finire contro il muro.
Ragazze inghirlandate di foglie d'edera e serpenti danzano e ridono, col capo rovesciato all'indietro, al ritmo ossessivo dei tamburi di budello; sul fuoco acceso in mezzo alla strada vengono gettate pigne e rami che grondano resina.


Il delirio contagia i presenti, ebbri di vino e lascivia. Nuove creature escono dal bagagliaio per unirsi alla festa lubrica, e sul selciato, gia'  coperto di foglie, si consumano con violenza i primi amplessi. Al ritmo del ditirambo gli invasati ballano e gridano, in preda a un'esaltazione che presto raggiungera' l'apogeo: e' l'ora della caccia rituale.

Occhi maligni guardano Eulalia, come si guarda una splendida preda selvatica da cacciare a mani nude e sbranare sul posto: fatta a brandelli, ancora calda e pulsante di sangue e terrore, Eulalia appare un nutrimento prezioso da ingoiare a fauci spalancate.

Eulalia, pero', ritiene di non dover pagare di persona il prezzo della festa.
Corre a perdifiato, col cuore in gola e mille stiletti alle spalle.
Eulalia ha gambe di cerbiatto e scatto da lepre: finalmente trova rifugio in un tempio, forse di Apollo.
La tragedia non le si addice, almeno per oggi.

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venerdì, 21 settembre 2007,13:59
 
“Sorridi!”
“Un altro sorriso, guarda da questa parte!”
“Ferma cosi’, ecco, ora girati, no, non muoverti, ferma, ferma…”
Quante volte aveva sentito ripetere le stesse frasi. Fino alla nausea, una nausea che a volte si provocava da sola per rigettare il cibo che non era riuscita a trattenersi dal mangiare, il che, per fortuna, capitava di rado.
Uno studio fotografico, otto fari che le sparavano addosso luci e calore artificiale.
Occhi indiscreti, attraverso lenti polarizzate, scrutavano ogni suo movimento.
E intorno a lei, truccatori, parrucchieri, consulenti d’immagine, tutti pronti a dire o fare qualcosa, in una spasmodica ricerca di perfezione formale.
 
Prima dell’uscita della collezione autunno-inverno il set era sempre un delirio e lei, paziente, si sottoponeva ad ogni tortura necessaria per apparire in forma smagliante.
Settimane piene di insalate, impacchi di camomilla, pillole anoressizzanti e ginnastica, tanta ginnastica annaffiata da acqua naturale e qualche lacrima, ogni tanto, quando il mascara colava impietosamente nell’occhio.
Ogni tanto faceva capolino la paura di non farcela, di non riuscire a mascherare una ruga incipiente, che le avrebbe fatto perdere il lavoro.

Non c’e’ posto per il tempo che passa: largo alle piu’ giovani, che non hanno curve da nascondere e si accontentano di compensi piu’ bassi.
Ma questa e’ una giornata speciale. Niente piu’ ansia, niente piu’ paura: lei e' ancora giovane, per fortuna, e si sente molto tranquilla, mentre una luce diretta le illumina il viso, che finira' in copertina.
E’ sempre curiosa di vedere il risultato del lavoro del fotografo, ma raramente le concedono di vedere le immagini, prima del fotoritocco e della pubblicazione.
Forse questa volta  faranno un’ eccezione.
Piu’ tardi chiedera’ il permesso di rimirare la propria immagine in anteprima.
 
“Sposta la lampada, illuminala bene.”
Sente le voci dei professionisti attorno a lei, come provenire da un posto molto lontano.
Due lampi, forse tre, e il fotografo si ritrae.
“Fatto. Con questa e’ tutto pronto per l’editoriale di domani.”

“Posso? Devo chiudere” La voce dell’infermiere e’ rauca e non riesce a celare malumore ed impazienza.
“E’ proprio vero che nemmeno i personaggi famosi hanno mai pace” pensa l’uomo, coprendo col lenzuolo il viso della top model.
Un istante dopo, le luci si spengono e la porta della morgue viene chiusa a chiave.
 
L’infermiere torna a casa, dove una moglie stanca e spettinata gli fa un cenno di saluto.
“Tutto bene? “ gli chiede, piu’ per abitudine che per reale interesse, mentre lui toglie il soprabito intriso di pioggia.
“Il solito. Si impasticcano e poi si vanno a schiantare da qualche parte. Oggi e’ arrivata una di quelle modelle famose, domani sara’ sui giornali. Come? No, sai, sono un po’ tutte uguali, e poi non ricordo come si chiama.“
 
Eulalia, travestita da impermeabile, ha visto e sentito tutto.
Ora e’ appesa in anticamera, a lasciar sgocciolare lacrime per una persona di cui neppure lei, chissa’ perche’, riesce ricordare il nome.
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