E se mi chiamassi Alice?
Ho strane visioni.
Mi rivedo bambina.
I capelli rossi, ricci e ribelli,come fragole sugli alberi. Un’anima spenta e distaccata, talvolta così silenziosa da sembrare in coma. Non avevo amici con cui giocare e gli insegnanti hanno sempre avuto difficoltà a entrare in contatto con me,nonostante questo il mio rendimento scolastico non ne ha mai risentito. Dimostravo di essere capace di apprendere,ma mi risultava piu’ facile entrare in rapporto con i libri che con le persone. E così realmente fu. Ero costretta a cercare brandelli di immaginazione sulle parole scritte da qualcuno che non avrei mai conosciuto. Tra quelle pagine bianche,in cui le parole si ricamavano d’inchiostro,compresi che ogni libro era una porta su cui si affacciavano altri mondi. Il Piccolo principe entrò dalla mia finestra parlandomi della sua rosa. La porta del giardino segreto si schiuse. Piansi insieme al piccolo Lord Credic e suo nonno. Navigai con Huck Finn sul fiume,lo aiutai con la pagaia a non cadere dalla canoa. Zanna Bianca scivolò dal soffitto trainando una slitta di legno e fiocchi di neve caddero sul mio letto.
Poi sentì parlare d’amore. Compresi il senso del sacrificio. Fui sollevata quando Lancilotto rifiutò il sacro Graal per poter gustare l’amore proibito di Ginevra e avrei voluto che anche Tristano e Isotta potesse avere il loro liete fine. Capi’ il geme folle della pazzia e la voglia di vendetta leggendo Dracula di Bram Stoker e la voglia di creare in comunione con la passione per l’arte,crescendo al fianco dell’orfano Pip di Dickens e sperai che lui potesse smettere al piu’ presto di essere turbato dal fascino di Estella.
L’aspetto più strano,che riuscì anche a sorprendermi,fu che la regina di cuori,mia madre,dopo una partita a Crekett mi incoraggiò a inseguire il bianconiglio. Di tanto in tanto,quando leggevo rannicchiata sulla poltrona della sala,allungava una mano facendomi una piccola carezza sulla testa,come la si fa a un cane che dorme disteso sul pavimento senza dare fastidio.
Ho sempre coltivato con grande cura i sogni che si materializzavano davanti ai miei occhi. Anche ora.
Gli atteggiamenti distaccati che mi caratterizzavano generavano preoccupazioni circa l’eventuale possibilità di un mio deterioramento nella vita adulta.
Le sagome di cartone del teatrino dei peccatori,che mi circondavano statiche senza mai piegarsi al vento, puntavano il dito.
Giudicavano. Blateravano. Ipotizzavano.
Analizzavano le mie composizioni letterarie,con occhio indagatore osservavano i miei designi. Ma nessuno capì.
Ero affamata di contatti umani. Ma nessuno capì.



