Alzò per un breve attimo lo sguardo dal quotidiano che stava leggendo, giusto il tempo per vederla mentre si sedeva in uno dei posti della fila di sedili accanto alla sua. Non era cambiata molto, almeno a giudicare dall’occhiata fugace che aveva potuto darle, e, sebbene non l’avesse guardata granché in viso poteva giurare di aver visto una smorfia di imbarazzo piegare la sua bocca. Il treno si stava riempiendo del brusio dei pendolari e dell’odore di caffè preso al volo al bar della stazione. Riportò gli occhi sulle notizie del giornale ma la mente si rifiutò di seguirla nella lettura e iniziò un percorso tutto suo, trascinandola a qualche anno prima, a quella telefonata di una calda sera d’agosto. Un conversazione iniziata come tante altre, fatta di profonde confidenze e di leggeri pensieri: i figli, il lavoro, la mancanza di tempo per sé stessa e l’occasione per vedersi di lì a poco con le rispettive famiglie. Nell’afa tediosa della stanza, mentre dalla finestra aperta entrava il canto di un grillo ed un refolo di aria senza forze, qualcosa si era spezzato, per un equivoco, una frase mal detta o male interpretata. O entrambe. Le parole erano venute fuori come orde di barbari e avevano cinto d’assedio un’amicizia che durava da più di vent’anni. Il treno si mosse e diede uno scossone ai suoi pensieri, mentre con la fronte aggrottata cercava di ricordare cosa si erano dette e perché mai quella conversazione avesse alla fine determinato uno sfacelo simile. Il quotidiano era ormai completamente abbandonato a sé stesso, ridotto ad alibi che le consentiva di non essere disturbata, un muro tra lei e gli altri. Ne avevano avute tante di discussioni, più di una volta avevano litigato di brutto, insieme però avevano affrontato sempre il recupero della loro amicizia in nome del bene che si erano sempre voluto. In quella occasione non era stato così, c’era stata evidentemente una volontà diversa, sottintesa, non detta o era stata solo una questione di orgoglio? In tutti e due i casi comunque lei ne aveva sofferto, ed aveva sentito la sua mancanza a lungo benché non fosse mai più riuscita a comporre il suo numero di telefono e, tutte le volte in cui lo aveva rintracciato nella rubrica, era rimasta ad osservarlo perplessa fino a quando non decise di cancellarlo. Sapeva cosa aveva scatenato la sua rabbia ed il pensiero di questo l’aveva tormentata per giorni: le aveva dato torto sul suo vittimismo quando aveva problemi col marito. Ma un’amica può essere solo colei che ti dice sempre sì? Che si fa da ammortizzatore passivo per le confidenze, le lamentele, per gli sfoghi fatti non per cercare un confronto sincero ma per trovare accondiscendenza? In cuor suo sapeva di non aver sbagliato a darle torto, ma a distanza di tempo e sotto il dondolio a cui la sottoponeva il treno, che cullava il suo stato d’animo, pensò che forse aveva mancato nel modo in cui glielo aveva fatto notare. Da lì in poi il silenzio, anzi, ricordava un sms letto dopocena in cui la sua amica aveva infierito sulla schiettezza offensiva e insensibile, a suo dire, di cui era stata oggetto.
Negli anni a seguire si erano incontrate più volte, ma in circostanze in cui era stato possibile mantenere una certa distanza non solo fisica ma soprattutto tra loro e ciò che erano state, una distanza tra loro ed una storia d’amicizia che era stata unica. Ricordò le lettere, conservate in uno scatolo in soffitta, frutto di una fitta corrispondenza dopo che lei, per alcuni anni, si era trasferita in un’altra città: pagine e pagine piene della sua disordinata scrittura, tanto che non di rado aveva dovuto sforzarsi per comprendere una frase.
Il treno effettuò la prima fermata e, con la coda dell’occhio, la vide alzarsi e dirigersi verso l’uscita: estranea tra gli estranei. La seguì guardando fuori dal finestrino ed ebbe l’impressione che il suo passo fosse incerto, rallentato, ma il treno riprese subito la sua corsa e lei non ebbe il tempo di vederla mentre si voltava e le riservava un sorriso.



