Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 20 febbraio 2009,08:29

Alzò per un breve attimo lo sguardo dal quotidiano che stava leggendo, giusto il tempo per vederla mentre si sedeva in uno dei posti della fila di sedili accanto alla sua. Non era cambiata molto, almeno a giudicare dall’occhiata fugace che aveva potuto darle, e, sebbene non l’avesse guardata granché in viso poteva giurare di aver visto una smorfia di imbarazzo piegare la sua bocca. Il treno si stava riempiendo del brusio dei pendolari e dell’odore di caffè preso al volo al bar della stazione. Riportò gli occhi sulle notizie del giornale ma la mente si rifiutò di seguirla nella lettura e iniziò un percorso tutto suo, trascinandola a qualche anno prima, a quella telefonata di una calda sera d’agosto. Un conversazione iniziata come tante altre, fatta di profonde confidenze e di leggeri pensieri: i figli, il lavoro, la mancanza di tempo per sé stessa e l’occasione per vedersi di lì a poco con le rispettive famiglie. Nell’afa tediosa della stanza, mentre dalla finestra aperta entrava il canto di un grillo ed un refolo di aria senza forze, qualcosa si era spezzato, per un equivoco, una frase mal detta o male interpretata. O entrambe. Le parole erano venute fuori come orde di barbari e avevano cinto d’assedio un’amicizia che durava da più di vent’anni. Il treno si mosse e diede uno scossone ai suoi pensieri, mentre con la fronte aggrottata cercava di ricordare cosa si erano dette e perché mai quella conversazione avesse alla fine determinato uno sfacelo simile. Il quotidiano era ormai completamente abbandonato a sé stesso, ridotto ad alibi che le consentiva di non essere disturbata, un muro tra lei e gli altri. Ne avevano avute tante di discussioni, più di una volta avevano litigato di brutto, insieme però avevano affrontato sempre il recupero della loro amicizia in nome del bene che si erano sempre voluto. In quella occasione non era stato così, c’era stata evidentemente una volontà diversa, sottintesa, non detta o era stata solo una questione di orgoglio? In tutti e due i casi comunque lei ne aveva sofferto, ed aveva sentito la sua mancanza a lungo benché non fosse mai più riuscita a comporre il suo numero di telefono e, tutte le volte in cui lo aveva rintracciato nella rubrica, era rimasta ad osservarlo perplessa fino a quando non decise di cancellarlo. Sapeva cosa aveva scatenato la sua rabbia ed il pensiero di questo l’aveva tormentata per giorni: le aveva dato torto sul suo vittimismo quando aveva problemi col marito. Ma un’amica può essere solo colei che ti dice sempre sì? Che si fa da ammortizzatore passivo per le confidenze, le lamentele, per gli sfoghi fatti non per cercare un confronto sincero ma per trovare accondiscendenza? In cuor suo sapeva di non aver sbagliato a darle torto, ma a distanza di tempo e sotto il dondolio a cui la sottoponeva il treno, che cullava il suo stato d’animo, pensò che forse aveva mancato nel modo in cui glielo aveva fatto notare. Da lì in poi il silenzio, anzi, ricordava un sms letto dopocena in cui la sua amica aveva infierito sulla schiettezza offensiva e insensibile, a suo dire, di cui era stata oggetto.
Negli anni a seguire si erano incontrate più volte, ma in circostanze in cui era stato possibile mantenere una certa distanza non solo fisica ma soprattutto tra loro e ciò che erano state, una distanza tra loro ed una storia d’amicizia che era stata unica. Ricordò le lettere, conservate in uno scatolo in soffitta, frutto di una fitta corrispondenza dopo che lei, per alcuni anni, si era trasferita in un’altra città: pagine e pagine piene della sua disordinata scrittura, tanto che non di rado aveva dovuto sforzarsi per comprendere una frase.
Il treno effettuò la prima fermata e, con la coda dell’occhio, la vide alzarsi e dirigersi verso l’uscita: estranea tra gli estranei. La seguì guardando fuori dal finestrino ed ebbe l’impressione che il suo passo fosse incerto, rallentato, ma il treno riprese subito la sua corsa e lei non ebbe il tempo di vederla mentre si voltava e le riservava un sorriso.

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martedì, 20 gennaio 2009,07:13

Alzò la testa per guardarlo meglio negli occhi, gli mise le mani attorno alla nuca e lo attirò a sé lasciando che le sue braccia l’avvolgessero per farla aderire completamente al suo corpo. Lo baciò mentre sentiva le mani di lui scivolarle addosso lungo la schiena, le sentì fermarsi sui fianchi, allentare un attimo la presa e recuperarla di nuovo dentro la propria stretta. Le baciò gli occhi chiusi, la linea del viso e più giù il collo, spostando con un dito le ciocche dei capelli che ricadevano sulle spalle per farsi strada e conquistare ogni singolo lembo di pelle fino alla curva generosa dei seni racchiusi nella camicia. Poi fu il tempo che non trascorse e la notte che si immolò per loro. Il fiato che rubò il fiato, le mani strette le une dentro le altre, ad ogni bacio respirarsi l’anima e combaciare perfettamente muovendosi sulle onde magnifiche di un mare gentile e possente, naufraghi alla continua ricerca di ogni anfratto di sé in cui rifugiare il proprio desiderio…
Si svegliò di soprassalto. Il cuore in tumulto, il respiro affannoso. Si guardò attorno: la stanza era silenziosa, immersa in una penombra quieta ed ogni cosa era al suo posto. Si mise a sedere sul bordo del letto, guardò il cellulare spento sul comodino di fronte a sé mentre cercava di darsi una spiegazione. Non poteva essere, non poteva esser stato vero: ma sentiva addosso il suo profumo e intensa era la sensazione di averla toccata. Guardò la sveglia, le lancette luminose segnavano le due precise. Si passò una mano tra i capelli, addolorato ed incredulo, il cuore intanto aveva ripreso il suo battito normale e il respiro si era fatto regolare. Un sogno, un sogno tanto forte da confondersi con la realtà. Rise di sé, nervosamente. La luna filtrava dalla finestra un chiarore perfetto, lui posò lo sguardo sul pavimento dove qualcosa aveva catturato la sua attenzione. Allungò una mano per prenderlo e chiuderlo in un pugno, come un piccolo segreto da proteggere; il cuore di nuovo sussultò, aprì l’insolito scrigno e vide con meraviglia un bottoncino rosso.
Forse un rumore. Aprì gli occhi. Il cuore stretto in una morsa, il suo sguardo smarrito cercò di riconoscere il luogo in cui si trovava. Saltò fuori dal letto e si trovò a piedi nudi al centro della sua stanza, una fitta allo stomaco la fece vacillare. Non era possibile, come sarebbe potuto accadere qualcosa di simile? Aveva sognato, certo. Ma si sentiva piena di lui, ne era invasa completamente e aveva sentito di trovarsi altrove, non lì, non lì. Lentamente si portò verso la scrivania, passò una mano tremante sul telefono, accarezzò la tastiera del computer sorridendo e lasciando che piccoli rivoli di lacrime bagnassero quel sorriso. Si voltò verso la finestra, spostò la tenda e si appoggiò alla parete osservando la luna, il suo chiarore perfetto. Spostò una ciocca di capelli caduta sugli occhi lucidi, l’orologio della torre suonò le due precise. Inutile ragionare ed applicare la logica a cose che non ne possono avere. Inutile indagare. Inutile profanare quello spazio di sé in cui Amore solo vive libero, ignorando regole e le certezze di una strada già definita e compiuta. Come un addio. Guardò ancora un po’ la luna, alle sue spalle, sulla sua piccola poltrona un perfido raggio illuminava una camicia rossa, mancante di un bottoncino.

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martedì, 23 dicembre 2008,05:57

“Prima che la bruci. Prima che l’odore acre del suo rapido divampare si diffonda attorno a me.
Prima di.
Ci sono uomini che arrivano nella nostra vita con l’ intento di toglierci qualcosa e molti di loro hanno costanza a tal punto da perseverare nel tempo.
Alcuni si limitano a toglierci il sonno per un batticuore che li riguarda, per l’emozione che ci hanno regalato con un gesto o poche parole. Sono gli stessi che ci strappano la capacità di discernimento quando il cuore, che viene coinvolto, accampa i suoi diritti con una intensità tale da spaventare la ragione, a cui resta una flebile voce che non riesce a farsi ascoltare. E lì, in quella consapevolezza di privazione riusciamo ad esser felici ripagando noi stesse anche dei dolori futuri.
Capita che questo intento sia scellerato.
Capita che ci tolgono i vestiti pensando che guardare un seno, una spalla, un ventre, sia aver visto tutto. Sia conoscere. Come se la nostra anima potesse essere definita dalla forma del nostro corpo, come se l’ essere donna abitasse solo entro i confini di due fianchi morbidi.
Così fu lui…”
Smise di leggere per guardare l’orologio appeso alla parete: mancavano un po’ di minuti alla mezzanotte ed il suo pezzo per la rivista procedeva bene, anche se rischiava di doverlo tagliare per renderlo più scorrevole.
Intanto la bozza del libro giaceva inerme accanto al computer sulla scrivania e lei evitava accuratamente di posarvi gli occhi sopra per non sentire l’urgenza di ciò che doveva ancora correggere, per rendere migliore il romanzo di uno scrittore da quattro soldi fin troppo osannato, secondo lei, da critica e lettori.
Fece una smorfia di disappunto. Era in ritardo col lavoro, il suo maledetto e amato lavoro che non le consentiva di rilassarsi neanche a Natale. Ma in fondo era meglio così, era meglio pensare alla consegna da fare subito dopo la festa, meglio stare da sola davanti al caminetto quantunque le ricordasse vigilie migliori e più affollate di quella. Prese un ciocco di legno e lo buttò tra la brace dove scatenò una miriade di minuscole scintille impazzite e crepitanti. “Notte lunga – si disse – tanto vale stare bene al caldo.”
Riprese a leggere l’articolo non stupendosi più di tanto per il carattere soggettivo che gli stava dando, del resto sapeva bene di cosa stava parlando, anche se per i più sarebbe stato un brillante esercizio di scrittura, un bell’immedesimarsi in un’altra storia dei numerosi cuori infranti di donne che gremivano la sua rubrica. L’idea di trarre dei brevi racconti dalle loro lettere le era sembrata subito un’idea bellissima e ci si era buttata a capofitto. Lei, che rifuggiva da tempo ormai da ciò che definiva orpello sentimentalista dell’anima, si era catapultata suo malgrado in un mondo ricco di emozioni di ogni sorta, un mondo fatto di addii e ritorni, di tradimenti e perdoni. Molte donne le erano sembrate davvero esagerate e tante erano le lettere scartate per eccesso di mellifluità o di disperante e disperata ricerca della felicità. Poche quelle che l’avevano davvero toccata, tra tutte quella che aveva scelto per farne il breve racconto di quel mese. In quelle parole si era ritrovata e mille volte le aveva rilette cercando di scorgere qualcosa che non le appartenesse, ma non le era rimasto che ammettere che, per uno strano scherzo del destino, si era riconosciuta nell’esperienza di un’anonima lettrice della sua rubrica.
Uomini. Lo aveva detto e ridetto a sé stessa un amaro giorno di un dicembre avanzato, mentre camminava tra suoni e profumi natalizi: “mai più un dolore così.” Di quel momento aveva ricordi nitidi: un’orchidea viola sul tavolo di un caffè in penombra, un libro di poesie da regalare e una specie di speranza che si confondeva con il chiaroscuro del locale. Poche parole ed un senso di impotenza incredibile di fronte a lui, alle sue ragioni,con lo sfacelo del suo cuore che animò dolorosamente le labbra mentre, alzandosi di scatto, gli augurò buon natale. Mai più un dolore così.
Terminò il racconto e per la prima volta dopo tanto tempo si sentì pervasa da una quiete che stentava a riconoscere e che la avvolse completamente in una sensazione nuova. Di quelle che neanche un magico fiocco di neve sa regalare.

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martedì, 28 ottobre 2008,06:50

Così sono rimasta sola da quando Ulisse mi lasciò partendo da quest’isola eterna.
Ho lacrime saline come il mare che mi culla sotto la luna nelle calde notti dopo che il sole
ha arroventato la sabbia dorata. Sì, sono qui io Calypso da queste rive nude, da quest’aria salmastra che accarezza la mia pelle e brucia il mio cuore… Sognavo stanotte le sue mani forti prendere i miei fianchi mentre distesi lasciavamo che le onde del mare spumeggiassero sui nostri corpi, i miei seni turgidi baciati dalla sua bocca e senza fiato le mie labbra dischiuse anelavano ad un bacio. Oh, Eros, ti sei abbattuto su di me e mi hai abbandonato dopo aver lasciato che io desiderassi così tanto quest’uomo ed arrivassi ad amarlo, Eros crudele. Ricordo il suo arrivo. La notte avevo avuto un presagio, nuvole nere e dense avevano celato il cielo e la luna e le stelle ai miei occhi quando, destata da forti rumori ero accorsa fuori con le mie ancelle. Eolo soffiava tra gli alberi e dal mare conduceva a me profumi mai sentiti inebrianti e dolci. Speziate onde attraversavano la mia anima ed i capelli sciolti danzavano per l’aria selvaggia e fresca. Quando tutto finì rimasi a scrutare l’orizzonte in attesa di qualcosa, sapevo che sarebbe accaduto sapevo che da quella notte qualcosa sarebbe cambiato, qualcosa, qualcuno, forse io, io. All’alba vidi un uomo sfinito abbracciare la sabbia: era lui il mio naufrago. E di lui compresi il respiro e compresi il lamento ed il pianto e capii di esser perduta ormai, perduta… Da quel mattino rimase senza chiedere nulla che non fosse il mio tempo per ascoltarlo, facendomi dono della sua presenza nella mia dimora dai profumi di cedro; rimase e mi amò come solo gli uomini sanno fare ed il mio cuore impazzito non conobbe sosta e non pensò che lo avrei visto molte volte seduto di fronte al mare: il suo sguardo malinconico avvolgere il cielo o l’iride immersa nell’acqua cristallina. Amavo osservare quest’uomo e mi riempivo di lui, della sua voce che fendeva l’aria e arrivava come musica a far vibrare il mio essere. Guardavo le sue sembianze umane, le vene solcare la sua carne e le sue mani rude che sapevano accarezzare come mai avevo sentito. Gli sorridevo e molte Aurore ci trovarono vicini dopo lunghe notti d’amore. Di giorno al mio telaio tessevo con la mia spola d’oro trame rarefatte mentre lui ritornava a sedersi di fronte al mare. La ragione avvertiva il mio cuore: "è solo un uomo Dea, cosa vuoi da lui?" Tremavo al pensiero di sapere il perché della sua malinconia; sfuggiva il mio animo ai dubbi, felice di risvegliarsi tra le sue braccia. Quando il primo tenue raggio dell’astro splendente si posava sui miei occhi, li socchiudevo desiderando che questo si avverasse per molto tempo ancora, ancora. Lentamente assaporavo la meraviglia del suo corpo che combaciava col mio e con una mano solcavo la sua schiena ed a quel dolce richiamo rispondeva il suo respiro per farsi largo tra i miei capelli. Raccontava la sua natura di uomo con ogni bacio e mi amava: questo solo importava, null’altro. Avevo imparato a conoscere di ogni piccolo segno sul suo viso una grande storia. E quando da lontano lo osservavo dirigersi verso il luogo della sua solitudine, sapevo che si allontanava da me anche con la mente. Ma ogni volta ritornava, ritornava… "E’ solo un uomo - rispondevo alla ragione con il cuore in tumulto – ma io voglio i suoi ritorni.”


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venerdì, 18 luglio 2008,06:22

Zu’ Luigi viveva in una casa in pietra, al primo ed unico piano a cui si accedeva attraverso una breve ma ripida e buia scala. Portava pantaloni di velluto che fosse inverno o estate e, a guardarlo, non si sarebbe potuta dargli un’età precisa e forse neanche lui ne aveva memoria. Da quando non usciva più di casa erano passati anni e trascorreva il suo tempo seduto alla finestra, a guardare passare la vita degli altri, ché della sua non c’era più bisogno di occuparsene. La visuale del suo mondo era ristretta, tutta confinata dentro quell’unico rettangolo di luce che dava sulla strada. Era solito fumare una pipa, consunta come i suoi pantaloni, che caricava di tabacco con le dita tremanti e i polpastrelli ingialliti dal vizio. Aveva una figlia che si incaricava di procurargli i pasti giornalieri e di tenere pulita quella piccola dimora arredata con ben poche suppellettili. Nessuno poteva sapere cosa passasse per la mente a zu’ Luigi giacché la sua quotidianità si era vestita, negli anni, di una solitudine fatta su misura per lui e lui ci stava perfino comodo dentro e ci si muoveva a suo agio. I vicini del resto erano troppo immersi nel loro tran, tran per soffermarsi più di un minuto sotto a quella finestra, sostavano giusto il tempo di chiedergli “Comu jemmu oji zu’ Luì?”. Ma a lui stava bene così, gli stava bene che le uniche visite che riceveva erano quelle estive dei bambini che andavano a recuperare il pallone che, con un calcio un po’ più potente e azzardato, aveva fatto irruzione in casa sua. La finestra aperta in quelle occasioni impediva che ci fossero vetri da mandare in frantumi e la posizione defilata in cui sedeva, lo risparmiava dall’ essere colpito in pieno viso. I bambini salivano la rampa di scale ed entravano come fresche folate di vento, con le facce arrossate dal gioco e col respiro affannoso salutavano il vecchio scusandosi dell’incidente. Zu’ Luigi li lasciava fare e si abbeverava a quella fonte di fanciullezza che improvvisa zampillava nella sua stanza e lo ristorava come un temporale fa con la terra arida. La sua vita era stata semplice, segnata da un lavoro umile e duro nelle solfatare fin da quando era alto appena quanto lo erano quei piccoli spensierati che con le loro risate argentine animavano in quel momento la scala mentre andavano via. Un lavoro così ti toglie la voglia di ridere e pensi solo a racimolare quel tanto che basta a sfamare la famiglia, mica a fare “sfrazzi” (sprechi). Un velo di tristezza passò negli occhi di zu’ Luigi mentre rammentava quel che era stato e si meravigliò che dalla sua mente annebbiata, con cui doveva fare i conti già da tempo, venissero fuori dei ricordi nitidi e improvvisi come lampi nel cielo buio. Intanto le voci dei bambini si rincorrevano nella via, le loro grida vivaci riecheggiavano nel quartiere e lo accompagnavano verso il calare della sera, quando, poco dopo aver consumato la sua frugale cena, si sarebbe messo a letto e avrebbe chiuso gli occhi sulla giornata e sulla sua vecchiaia. Zu’ Luigi fece un grosso sospiro e dedicò a sé stesso un sorriso, guardò la sua pipa e tirò su una lenta boccata  assaporando con essa il gusto della sua vita.

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venerdì, 13 luglio 2007,06:30
Deve fare un gran freddo là fuori, oltre il vetro, al di là di questa finestra che mi separa da un mondo che, ora, voglio tenere distante. Non vedo nulla di quello che sta fuori, se non un pallido riflesso di me, che si appanna al ritmo del mio respiro.
Penso.
Lo so, pensare a volte fa male, come schiantarsi contro un muro.
O come vedere il proprio sogno ridursi in mille pezzi, così, in un soffio.
Come mi sento? In questo momento, male. Ho voglia di piangere. Posso?
Voglio sentire una mia lacrima che scende giù per la guancia e arriva fino al limite delle labbra per poi rimanere appesa lì, indecisa se cadere o aspettare. E voglio sentire quella successiva che segue la strada percorsa dalla precedente e spingerla giù oltre il gran salto.
Mi sento fatta di sospiri e brividi.
Mi sento come quella nebbia che ogni tanto si alza al mattino presto, sopra i campi fuori dalla caotica realtà cittadina. Una nebbia che non si sa mai se sta per sparire o per diventare più fitta.
Forse svanire sarebbe la soluzione migliore... anche se, in effetti, la nebbia se ne va con l’arrivo del sole, giusto? ...questo credo voglia dire qualcosa, ma non ho voglia di cercarne il senso, non adesso.
Non lo so, non so più niente.
Vorrei essere solo quel pallido riflesso di me sul vetro.
Un riflesso che non sente, non vede, non pensa e non sogna.
Eppure sono qui, con la testa appoggiata alla finestra, a giocare col fiato e i miei sogni, a guardarmi trasparente, a vedermi del colore del cielo, con le nuvole al posto degli occhi, il volo di una rondine sulle labbra e gocce di pioggia al posto delle lacrime, o forse è tutto il contrario, ma non importa.
Lascio che lacrime, sogni e respiro mi scaldino ancora un po'.  
Deve fare un gran freddo là fuori, oltre il vetro.
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martedì, 26 giugno 2007,07:18
Come un vampiro scivolo nella notte, incurante del vento pungente che si accanisce sul mio volto. E’ finita. E malgrado il dolore terribile che mi prende a botte come fossi in un incontro di boxe, mi sento anche più leggero.
Non ce la facevo più e nello stesso tempo ne ero assuefatto. Drogato. Drogato di quell’amore così intenso e passionale e ispirato, che se capita una sola volta nella vita puoi dirti fortunato. Lei era ...tutto ciò che desideravo, il mio sogno realizzato. Peccato che fosse il momento sbagliato per entrambi. Quante notti abbiamo trascorso insieme con la paura di incontrare qualche amica di mia moglie o collega di suo marito. E quante volte invece sfrontati e ribelli ci siamo abbracciati in mezzo alla folla, col sole negli occhi e nel cuore, baciandoci come se l’unico nostro scopo al mondo fosse quello. Assaporando ogni istante, giocando con le nostre lingue e le labbra. Dio quanti ricordi. Mi appoggio al parapetto di questo ponte e cerco di riprendere fiato. Ogni angolo di questa dannata città sembra essere lì apposta per torturarmi. Ecco laggiù per esempio. C’era musica quella notte, un suonatore che sull’altro ponte più turistico anche a quell’ora stava rallegrando i passanti, e le note arrivavano fino a noi, trasportate dal vento. Io ti ho preso la mano e ti ho invitato a ballare, soli, sotto la luce debole di quel lampione: tu mi ha sorriso, quel sorriso che mi faceva finire in paradiso quando era rivolto a me. E così quella manciata di secondi si è trasformata in un ricordo eterno. Ancora mi sembra di rivederci mentre ci muoviamo seguendo la musica, mentre ci guardiamo ogni centimetro del viso, mentre le nostre labbra si uniscono in un bacio che nella nostra mente non avrà mai fine. Per far si che le parole ti amo riuscissero ad esprimere davvero tutto la mia passione, le mie emozioni e i miei sentimenti per te, avrei dovuto ripetertele all’inifinito.
Alzo gli occhi al cielo e le lacrime rimangono lì in bilico per un attimo. Non ti vedrò mai più. Non ci sarà nessuna come te amor mio. Ormai sarò costretto a vivere senza cuore, perchè tu me l’hai rubato. Non so come saranno i giorni che mi aspettano. Dovrò fingere con mia moglie e i miei figli di essere un marito e un padre soddisfatto? Sono un vigliacco lo so, sono un dannato vigliacco. Loro meritano di più. Dio, ho sempre odiato questa frase. E ora ecco che la dico persino a me stesso. Ma nessuno può capire! Nessuno! Sono una pianta a cui hanno tagliato le radici. Sono una farfalla con un’ala strappata. Sono una foglia su un albero, in attesa del mio momento di cadere e morire. E si che mille volte ho giurato e spergiurato che non sarei mai diventato schiavo d’amore. E ora guardatemi! Ho perso l’anima, la dignità, il cuore. Tutto.
Ho ripreso a camminare e senza accorgermene sono tornato sotto casa tua. Le finestre al primo piano sono chiuse e buie. Ma accanto al portone d’entrata c’è una piccola scatola quadrata con un biglietto. Il mio nome, la tua calligrafia. Quando la apro, sento il sangue scorrere più in fretta e questa volta lascio che le lacrime scendano libere, accompagnate dai singhiozzi di un pianto in cui, in nessun altro momento della vita, avrei avuto il coraggio di abbandonarmi. Le mie mani tremano mentre lo tiro fuori dalla scatola e lo stringo forte: un cuore rosso morbido e vellutato, con un biglietto appuntato sopra: “ti restituisco ciò che ti appartiene. Non perderlo più, e lascia che ogni battito ti porti sempre più lontano”  
Scappo via, corro nella notte, lontano, stringendo il cuore nella mano, ascoltando quel battito cui da troppo tempo avevo smesso di prestare attenzione.
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martedì, 29 maggio 2007,06:16
Penombra.
Muri.
Corridoi.
Un grigio silenzio avvolge i sensi.
Se ti trovi in un sogno? Sì, una specie... Entra pure, ma non fare rumore.
C’è qualcuno qui, qualcuno che forse conosci o forse no, non è importante, non per ora.
Guarda, là oltre quella porta. Nel buio della stanza, è solo un’ombra, seduta sul bordo del letto.
Le parole si sono perse nella sua mente e ora solo un’eco fantasma si muove dentro di essa. I suoi occhi stanno fissando il pavimento ma non vedono, non riescono a vedere i frammenti dello specchio che sparsi ovunque riflettono la sua immagine distorta e spezzata. Non vedono le macchie di sangue che, come in quadro astratto, creano strane forme dai contorni morbidi e sinuosi.
Nella sua testa non ci sono più parole, non ci sono più voci, quelle voci che urlavano e laceravano ogni cellula del suo essere, e che ad ogni grido le spalancavano le porte dell’inferno.
Sospese a mezz’aria, ferme, piume candide, come se fossero punti di un disegno visibile solo da molto lontano.
I tuoi occhi si stanno abituando al buio? Allora guarda bene sul letto. Il lenzuolo, una volta bianco, ha perso la sua purezza. Sfumature d’ombra nell’oscurità. Tra le pieghe, le riesci a vedere? ali, dello stesso colore dell’anima di un bambino, imbrattate da sangue ancora fresco. Le ferite sulla sua schiena nuda sono due larghe strisce verticali parallele da cui fuoriescono due monconi laceri e insanguinati. Sai quanta forza, quanta disperazione e quanta follia ci vogliono per fare questo?
No, non è un angelo. E’ solo un’anima, un’anima qualunque. Sai, tutti noi abbiamo le ali. Le ali dentro. Le percepiamo in momenti molto particolari, per esempio quando siamo innamorati, o quando siamo così felici che ci sembra di volare... ecco, ti svelo un segreto: non è solo una sensazione, la nostra anima vola davvero. Può portarci talmente in alto che il paradiso lo vedremmo solo guardando verso il basso. La maggiorparte di noi raramente dispiega le ali se non per brevi istanti, per poi tornare alla vita normale. Ma ci sono persone che percepiscono molto di più, persone che vivono costantemente al confine tra follia e normalità, che vanno oltre, capaci di guardarsi dentro, fin nel profondo di sè, fino a vedere le proprie ali. E a volte scoprire di poter volare, scoprire che la felicità non dipende dal caso ma da sè stessi, può paradossalmente distruggere ogni certezza su cui è basata la nostra piccola vita, come una folata di vento che spazza via il nostro bel castello di carte.
Ed è questo che ora stai guardando, l’attimo della scoperta. Talmente breve che sembra essere tutto immobile nel tempo e nello spazio. Ciò che credeva di sapere è stato frantumato in un solo istante, e ora non può altro che accettare e ricostruire. O lasciarsi morire. E’ una sua scelta.
Ma nulla è davvero definitivo, questo devi capire. Le ali ricresceranno, nonostante tutto, e le ferite si rimargineranno. Forse quando osserverà la propria immagine allo specchio, la vedrà in qualche modo diversa, forse chi guarderà attentamente nei suoi occhi capirà che qualcosa è cambiato, che la sua anima è stata in un posto dove pochi riescono ad arrivare. Forse avrà più paura di prima. Forse ogni passo che farà, sarà semplicemente uno in meno che deve fare.
Non rimarrà sempre così, come la vedi ora. Perchè niente rimane fermo per troppo tempo. Fuori di qui, il suo corpo sta aspettando che questa goccia d’eternità si decida a cadere, per poter ricominciare, capire, vivere o morire. E’ un momento delicato, nel quale il già esile confine tra sanità e follia si assottiglia diventando quasi impalpabile. Se è abbastanza forte, tornerà ad essere una persona, diversa da com’era, anche se di tutto questo non le rimarrà che una sensazione evanescente, come di un sogno fatto in un’altra vita. E lo stesso vale per te. Sei in un posto, in un momento che non ti appartiene, e non sarebbe giusto, capisci, che ricordassi tutto questo, perchè forse un giorno potresti essere tu quell’anima seduta su quel letto.
Ora via, esci da questo luogo, da questo sogno. Torna alla tua vita e che di questo ti resti solo una vaga impressione di già vissuto, un dejà-vu che ti sfiorerà la mente quando incontrerai una persona che già si è trovata di fronte alle sue ali dentro.
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venerdì, 27 aprile 2007,07:27
Adoro le bancarelle di libri vecchi. Libri che sanno ancora di polvere e soffitta, pagine che portano hanno ancora le impronte di chi le ha sfogliate, impaziente di arrivare alla fine, assaporando parola dopo parola.
Io credo che i libri conservino parte dell’anima di chi li ha letti, parte delle emozioni di chi ha passato ore insieme a loro. Forse è per questo che mi affascinano. E a proposito di libri usati ed emozioni tra le righe, voglio raccontarvi cosa mi è successo qualche tempo fa. 
Mentre rovistavo nella solita bancarella, ho visto un libro, abbastanza vecchio da avere le pagine ingiallite e la copertina sbiadita. Non so perchè mi ha attirato più degli altri e senza nemmeno leggerne il titolo, l’ho preso. Non ho resistito e ho cominciato a sfogliarlo. Immediatamente tra le dita ho sentito una pagina più spessa delle altre, e aprendo con cautela ho notato che, inserita in quel punto, c’era una lettera scritta a mano, in bella calligrafia, di quella che si insegnava tempo fa. Con delicatezza la stacco dalla pagina cui era ormai quasi incollata e ho cominicato a leggere.
<<
Scusa. Non posso parlare ad alta voce. Posso solo scrivere e le mie parole saranno solo un sussurro, leggere quanto la carezza dell’inchiostro sulla carta.
Riuscirai mai a sentirmi? Comunque sia, devo farlo. Figlia mia, ho deciso di scriverti qualcosa di me, del mio mondo, della mia anima.
E di farti le mie scuse. Perchè io e te non ci conosceremo mai. Tu non esisti.
Sei solo nei miei pensieri. Ma questo non vuol dire che tu non possa essere anche qui da qualche parte ad ascoltare, guardare, leggere.
E’ così difficile essere. Faccio fatica a restare in equilibrio in questo mondo che ogni giorno diventa sempre più simile all’inferno. Vedi, è come camminare su una strada sottile quanto un filo di ragnatela: basta sbagliare di poco le misure e ti ritrovi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ho paura di me stessa. Immersa nel bianco abbacinante di questa stanza, i miei unici compagni sono pensieri neri e deformi. Faccio fatica a essere normale. A vivere una vita comune.  
Sai, quando mi sto per addormentare, mi domando se domani sarò ancora io o sarò un’altra me, magari proprio quella che non riesce a resistere ai mostri e ai fantasmi che ho dentro. E allora cosa potrei fare? se mani invisibili mi trascinassero giù in un pozzo senza fondo e io non riuscissi a fermarle? Cosa potrei fare se un giorno non fossi più capace di resistere? Se mi stancassi di essere forte? Io lo so che potrebbe capitare e non voglio...
Ascolta: la senti, ora? La mia anima. La quiete di uno specchio d’acqua, immobile, piatto.
Ma non è sempre così. Ci sono momenti in cui ricordi, paure, pensieri appuntiti come aghi mi trafiggono e allora fuggo, ma non arrivo mai da nessuna parte, come in un labirinto. Ecco, mi viene in mente una storia, una storia che ho sentito molto tempo fa. Una storia accaduta forse qui, forse in un altro mondo, lontano nel tempo e nello spazio. Parlava di una città-labirinto dove uomini e donne vivevano tutta la loro vita. Non gli era proibito lasciare il labirinto, solo che uscirne non era cosa da poco. Infatti le leggi cui sottostavano gli abitanti erano paradossali quanto immutabili, tra le quali la più importante diceva: Solo chi lascia il Labirinto può essere felice, ma soltanto chi è felice può uscirne (*). E le persone veramente felici sono molto rare, bambina mia.
E’ con questo paradosso che mi trovo a fare i conti ogni singolo giorno della mia vita.
Ho già scelto il tuo nome, lo sai? Un nome bellissimo, che ha il suono del cielo infinito e il profumo di un sogno. Ma perdonami, ti prego. Non posso permettermi di renderti ancora più reale di quanto già non stia facendo. Perchè tu saresti la mia fine. Io non posso.
Non so se tu, in un improbabile futuro, farai parte davvero della mia vita, o se resterai solo una mia fantasia.
Quello che so è che finchè potrò decidere, io non ti cercherò.
Quello che so è che ti amerò, anche se rimarrai un’ombra nel buio, fiato nella nebbia, unico pensiero sano in una mente folle.
...E ora, cosa ne farò di questa lettera? Potrei stracciarla o forse bruciarla. O magari la dimenticherò in un cassetto o tra le pagine di un libro. E un giorno la tirerò fuori e la farò leggere proprio a te, così, se lo vorrai, potrai aggiungere alla fine quelle parole che per ora posso solo sognare:
Ti perdono, mamma.
>>

Con ancora la lettera tra le mani e l'eco delle parole appena lette nella testa, ho preso il cellulare e senza perder tempo dietro a stupidi ragionamenti che troppo spesso frenano le mie emozioni, ho scritto quelle semplici, e per me, tanto complicate parole che dico sempre troppo poco:
Ti voglio bene.
 
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lunedì, 02 aprile 2007,10:12
Era un angelo.
Se mi fossi concentrata, lo so, avrei visto le sue ali sfiorare la mia pelle e arrivare fino al cielo.
Per un attimo, aprendo gli occhi, ho pensato di non essere più chi ero, anzi di non essere più niente, se non una figura dipinta, un riflesso negli occhi di chi sta ammirando il suo quadro preferito.
Il bianco è dappertutto: bianche sono le pareti della stanza, così come le lenzuola che riposano scomposte dopo un’intera notte di follia, e i miei lunghi capelli sono così biondi da sembrare bianchi. Bianca ovviamente è la sua anima che, anche mentre dorme pare risplendere di una luce dorata, riuscendo ad illuminare ogni cosa, persino la mia anima. Fuori, solo l’azzurro del mare e il blu del cielo.
Mi siedo sul bordo del letto.
Respiro. Devo andarmene. L’alba non è lontana: lui tra poco si sveglierà e la mia ombra spinge per uscire. Finalmente. Se penso a quanti anni di addestramento mi ci sono voluti per arrivare qui, quante prove, quanti errori, altri avrebbero ceduto o avrebbero visto la loro vita scivolare via nel frattempo, ma lo scorrere del tempo non è più un problema da molto per me, e per lui non lo è mai stato. Adesso però devo muovermi in fretta. Ancora non mi sembra vero di esserci riuscita: era tutto perfetto. Il momento dell’incontro, il suo cuore, sapevo esattamente dove e quando colpire. Nonostante tutto mi domando come non sia riuscito a intuire l’inganno. Insomma stiamo parlando della mia anima: il suo suono per quanto possa camuffarlo, avrà sempre una nota cupa e ripetuta all’infinito... e lui, lui è l’Arcangelo Michele, il più grande fra tutti, il Primo Angelo generato insieme al Portatore di Luce, mio padre. E stanotte ha fatto l’amore con me.
Come è possibile che non si sia accorto di nulla?
Basta, devo smetterla con questi pensieri, si sta svegliando: la sua luce comincia a irritarmi la pelle e tra un pò inizierà la tremenda sensazione di bruciore.
Ora ho quello che mi serviva, lo sento dentro di me, la mia missione è compiuta.
E’ il momento di andare, eppure  ... Mi avvicino a lui, sfiorando il suo viso col mio... e se gli lasciassi scoprire la verità? se aspettassi il suo risveglio, cosa leggerei nei suoi occhi? Voglio che sappia chi sono! Voglio che veda la mia vera anima! Apri gli occhi, splendido angelo e guarda la futura madre di tuo figlio! Un suo respiro, profondo come se fosse stato il primo della vita, mi coglie di sorpresa togliendomi il fiato. Ora la sua anima è sveglia e una luce abbacinante investe ogni angolo della stanza. Soffro. Devo liberarmi di questo corpo e tornare nella mia forma originale. Come un serpente che cambia pelle così lascio scivolare fuori la mia vera essenza.
E in pochi attimi Paradiso e Inferno si ritrovano sullo stesso piano, luce e tenebre, l’una dentro l’altra, l’una attorno all’altra, l'una contro l'altra: i miei capelli ardono come lingue di fuoco, i suoi sono oro fuso, la mia anima emana note lunghe e nere, la sua ha il brillante suono di mille arpe.
Completamente avvolta nella mia oscurità, mi sento più sicura ma un brivido scuote ogni mia fibra quando vedo i suoi occhi fissi sui miei. E la sua voce, che attraversa il muro di luce e d’ ombra, s’infrange come un’onda gigantesca su di me: “Bethel
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