Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 18 luglio 2008,06:22

Zu’ Luigi viveva in una casa in pietra, al primo ed unico piano a cui si accedeva attraverso una breve ma ripida e buia scala. Portava pantaloni di velluto che fosse inverno o estate e, a guardarlo, non si sarebbe potuta dargli un’età precisa e forse neanche lui ne aveva memoria. Da quando non usciva più di casa erano passati anni e trascorreva il suo tempo seduto alla finestra, a guardare passare la vita degli altri, ché della sua non c’era più bisogno di occuparsene. La visuale del suo mondo era ristretta, tutta confinata dentro quell’unico rettangolo di luce che dava sulla strada. Era solito fumare una pipa, consunta come i suoi pantaloni, che caricava di tabacco con le dita tremanti e i polpastrelli ingialliti dal vizio. Aveva una figlia che si incaricava di procurargli i pasti giornalieri e di tenere pulita quella piccola dimora arredata con ben poche suppellettili. Nessuno poteva sapere cosa passasse per la mente a zu’ Luigi giacché la sua quotidianità si era vestita, negli anni, di una solitudine fatta su misura per lui e lui ci stava perfino comodo dentro e ci si muoveva a suo agio. I vicini del resto erano troppo immersi nel loro tran, tran per soffermarsi più di un minuto sotto a quella finestra, sostavano giusto il tempo di chiedergli “Comu jemmu oji zu’ Luì?”. Ma a lui stava bene così, gli stava bene che le uniche visite che riceveva erano quelle estive dei bambini che andavano a recuperare il pallone che, con un calcio un po’ più potente e azzardato, aveva fatto irruzione in casa sua. La finestra aperta in quelle occasioni impediva che ci fossero vetri da mandare in frantumi e la posizione defilata in cui sedeva, lo risparmiava dall’ essere colpito in pieno viso. I bambini salivano la rampa di scale ed entravano come fresche folate di vento, con le facce arrossate dal gioco e col respiro affannoso salutavano il vecchio scusandosi dell’incidente. Zu’ Luigi li lasciava fare e si abbeverava a quella fonte di fanciullezza che improvvisa zampillava nella sua stanza e lo ristorava come un temporale fa con la terra arida. La sua vita era stata semplice, segnata da un lavoro umile e duro nelle solfatare fin da quando era alto appena quanto lo erano quei piccoli spensierati che con le loro risate argentine animavano in quel momento la scala mentre andavano via. Un lavoro così ti toglie la voglia di ridere e pensi solo a racimolare quel tanto che basta a sfamare la famiglia, mica a fare “sfrazzi” (sprechi). Un velo di tristezza passò negli occhi di zu’ Luigi mentre rammentava quel che era stato e si meravigliò che dalla sua mente annebbiata, con cui doveva fare i conti già da tempo, venissero fuori dei ricordi nitidi e improvvisi come lampi nel cielo buio. Intanto le voci dei bambini si rincorrevano nella via, le loro grida vivaci riecheggiavano nel quartiere e lo accompagnavano verso il calare della sera, quando, poco dopo aver consumato la sua frugale cena, si sarebbe messo a letto e avrebbe chiuso gli occhi sulla giornata e sulla sua vecchiaia. Zu’ Luigi fece un grosso sospiro e dedicò a sé stesso un sorriso, guardò la sua pipa e tirò su una lenta boccata  assaporando con essa il gusto della sua vita.

by Adelaide_Spallino | commenti (10) | commenti (10)(popup)
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venerdì, 13 luglio 2007,06:30
Deve fare un gran freddo là fuori, oltre il vetro, al di là di questa finestra che mi separa da un mondo che, ora, voglio tenere distante. Non vedo nulla di quello che sta fuori, se non un pallido riflesso di me, che si appanna al ritmo del mio respiro.
Penso.
Lo so, pensare a volte fa male, come schiantarsi contro un muro.
O come vedere il proprio sogno ridursi in mille pezzi, così, in un soffio.
Come mi sento? In questo momento, male. Ho voglia di piangere. Posso?
Voglio sentire una mia lacrima che scende giù per la guancia e arriva fino al limite delle labbra per poi rimanere appesa lì, indecisa se cadere o aspettare. E voglio sentire quella successiva che segue la strada percorsa dalla precedente e spingerla giù oltre il gran salto.
Mi sento fatta di sospiri e brividi.
Mi sento come quella nebbia che ogni tanto si alza al mattino presto, sopra i campi fuori dalla caotica realtà cittadina. Una nebbia che non si sa mai se sta per sparire o per diventare più fitta.
Forse svanire sarebbe la soluzione migliore... anche se, in effetti, la nebbia se ne va con l’arrivo del sole, giusto? ...questo credo voglia dire qualcosa, ma non ho voglia di cercarne il senso, non adesso.
Non lo so, non so più niente.
Vorrei essere solo quel pallido riflesso di me sul vetro.
Un riflesso che non sente, non vede, non pensa e non sogna.
Eppure sono qui, con la testa appoggiata alla finestra, a giocare col fiato e i miei sogni, a guardarmi trasparente, a vedermi del colore del cielo, con le nuvole al posto degli occhi, il volo di una rondine sulle labbra e gocce di pioggia al posto delle lacrime, o forse è tutto il contrario, ma non importa.
Lascio che lacrime, sogni e respiro mi scaldino ancora un po'.  
Deve fare un gran freddo là fuori, oltre il vetro.
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martedì, 26 giugno 2007,07:18
Come un vampiro scivolo nella notte, incurante del vento pungente che si accanisce sul mio volto. E’ finita. E malgrado il dolore terribile che mi prende a botte come fossi in un incontro di boxe, mi sento anche più leggero.
Non ce la facevo più e nello stesso tempo ne ero assuefatto. Drogato. Drogato di quell’amore così intenso e passionale e ispirato, che se capita una sola volta nella vita puoi dirti fortunato. Lei era ...tutto ciò che desideravo, il mio sogno realizzato. Peccato che fosse il momento sbagliato per entrambi. Quante notti abbiamo trascorso insieme con la paura di incontrare qualche amica di mia moglie o collega di suo marito. E quante volte invece sfrontati e ribelli ci siamo abbracciati in mezzo alla folla, col sole negli occhi e nel cuore, baciandoci come se l’unico nostro scopo al mondo fosse quello. Assaporando ogni istante, giocando con le nostre lingue e le labbra. Dio quanti ricordi. Mi appoggio al parapetto di questo ponte e cerco di riprendere fiato. Ogni angolo di questa dannata città sembra essere lì apposta per torturarmi. Ecco laggiù per esempio. C’era musica quella notte, un suonatore che sull’altro ponte più turistico anche a quell’ora stava rallegrando i passanti, e le note arrivavano fino a noi, trasportate dal vento. Io ti ho preso la mano e ti ho invitato a ballare, soli, sotto la luce debole di quel lampione: tu mi ha sorriso, quel sorriso che mi faceva finire in paradiso quando era rivolto a me. E così quella manciata di secondi si è trasformata in un ricordo eterno. Ancora mi sembra di rivederci mentre ci muoviamo seguendo la musica, mentre ci guardiamo ogni centimetro del viso, mentre le nostre labbra si uniscono in un bacio che nella nostra mente non avrà mai fine. Per far si che le parole ti amo riuscissero ad esprimere davvero tutto la mia passione, le mie emozioni e i miei sentimenti per te, avrei dovuto ripetertele all’inifinito.
Alzo gli occhi al cielo e le lacrime rimangono lì in bilico per un attimo. Non ti vedrò mai più. Non ci sarà nessuna come te amor mio. Ormai sarò costretto a vivere senza cuore, perchè tu me l’hai rubato. Non so come saranno i giorni che mi aspettano. Dovrò fingere con mia moglie e i miei figli di essere un marito e un padre soddisfatto? Sono un vigliacco lo so, sono un dannato vigliacco. Loro meritano di più. Dio, ho sempre odiato questa frase. E ora ecco che la dico persino a me stesso. Ma nessuno può capire! Nessuno! Sono una pianta a cui hanno tagliato le radici. Sono una farfalla con un’ala strappata. Sono una foglia su un albero, in attesa del mio momento di cadere e morire. E si che mille volte ho giurato e spergiurato che non sarei mai diventato schiavo d’amore. E ora guardatemi! Ho perso l’anima, la dignità, il cuore. Tutto.
Ho ripreso a camminare e senza accorgermene sono tornato sotto casa tua. Le finestre al primo piano sono chiuse e buie. Ma accanto al portone d’entrata c’è una piccola scatola quadrata con un biglietto. Il mio nome, la tua calligrafia. Quando la apro, sento il sangue scorrere più in fretta e questa volta lascio che le lacrime scendano libere, accompagnate dai singhiozzi di un pianto in cui, in nessun altro momento della vita, avrei avuto il coraggio di abbandonarmi. Le mie mani tremano mentre lo tiro fuori dalla scatola e lo stringo forte: un cuore rosso morbido e vellutato, con un biglietto appuntato sopra: “ti restituisco ciò che ti appartiene. Non perderlo più, e lascia che ogni battito ti porti sempre più lontano”  
Scappo via, corro nella notte, lontano, stringendo il cuore nella mano, ascoltando quel battito cui da troppo tempo avevo smesso di prestare attenzione.
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martedì, 29 maggio 2007,06:16
Penombra.
Muri.
Corridoi.
Un grigio silenzio avvolge i sensi.
Se ti trovi in un sogno? Sì, una specie... Entra pure, ma non fare rumore.
C’è qualcuno qui, qualcuno che forse conosci o forse no, non è importante, non per ora.
Guarda, là oltre quella porta. Nel buio della stanza, è solo un’ombra, seduta sul bordo del letto.
Le parole si sono perse nella sua mente e ora solo un’eco fantasma si muove dentro di essa. I suoi occhi stanno fissando il pavimento ma non vedono, non riescono a vedere i frammenti dello specchio che sparsi ovunque riflettono la sua immagine distorta e spezzata. Non vedono le macchie di sangue che, come in quadro astratto, creano strane forme dai contorni morbidi e sinuosi.
Nella sua testa non ci sono più parole, non ci sono più voci, quelle voci che urlavano e laceravano ogni cellula del suo essere, e che ad ogni grido le spalancavano le porte dell’inferno.
Sospese a mezz’aria, ferme, piume candide, come se fossero punti di un disegno visibile solo da molto lontano.
I tuoi occhi si stanno abituando al buio? Allora guarda bene sul letto. Il lenzuolo, una volta bianco, ha perso la sua purezza. Sfumature d’ombra nell’oscurità. Tra le pieghe, le riesci a vedere? ali, dello stesso colore dell’anima di un bambino, imbrattate da sangue ancora fresco. Le ferite sulla sua schiena nuda sono due larghe strisce verticali parallele da cui fuoriescono due monconi laceri e insanguinati. Sai quanta forza, quanta disperazione e quanta follia ci vogliono per fare questo?
No, non è un angelo. E’ solo un’anima, un’anima qualunque. Sai, tutti noi abbiamo le ali. Le ali dentro. Le percepiamo in momenti molto particolari, per esempio quando siamo innamorati, o quando siamo così felici che ci sembra di volare... ecco, ti svelo un segreto: non è solo una sensazione, la nostra anima vola davvero. Può portarci talmente in alto che il paradiso lo vedremmo solo guardando verso il basso. La maggiorparte di noi raramente dispiega le ali se non per brevi istanti, per poi tornare alla vita normale. Ma ci sono persone che percepiscono molto di più, persone che vivono costantemente al confine tra follia e normalità, che vanno oltre, capaci di guardarsi dentro, fin nel profondo di sè, fino a vedere le proprie ali. E a volte scoprire di poter volare, scoprire che la felicità non dipende dal caso ma da sè stessi, può paradossalmente distruggere ogni certezza su cui è basata la nostra piccola vita, come una folata di vento che spazza via il nostro bel castello di carte.
Ed è questo che ora stai guardando, l’attimo della scoperta. Talmente breve che sembra essere tutto immobile nel tempo e nello spazio. Ciò che credeva di sapere è stato frantumato in un solo istante, e ora non può altro che accettare e ricostruire. O lasciarsi morire. E’ una sua scelta.
Ma nulla è davvero definitivo, questo devi capire. Le ali ricresceranno, nonostante tutto, e le ferite si rimargineranno. Forse quando osserverà la propria immagine allo specchio, la vedrà in qualche modo diversa, forse chi guarderà attentamente nei suoi occhi capirà che qualcosa è cambiato, che la sua anima è stata in un posto dove pochi riescono ad arrivare. Forse avrà più paura di prima. Forse ogni passo che farà, sarà semplicemente uno in meno che deve fare.
Non rimarrà sempre così, come la vedi ora. Perchè niente rimane fermo per troppo tempo. Fuori di qui, il suo corpo sta aspettando che questa goccia d’eternità si decida a cadere, per poter ricominciare, capire, vivere o morire. E’ un momento delicato, nel quale il già esile confine tra sanità e follia si assottiglia diventando quasi impalpabile. Se è abbastanza forte, tornerà ad essere una persona, diversa da com’era, anche se di tutto questo non le rimarrà che una sensazione evanescente, come di un sogno fatto in un’altra vita. E lo stesso vale per te. Sei in un posto, in un momento che non ti appartiene, e non sarebbe giusto, capisci, che ricordassi tutto questo, perchè forse un giorno potresti essere tu quell’anima seduta su quel letto.
Ora via, esci da questo luogo, da questo sogno. Torna alla tua vita e che di questo ti resti solo una vaga impressione di già vissuto, un dejà-vu che ti sfiorerà la mente quando incontrerai una persona che già si è trovata di fronte alle sue ali dentro.
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venerdì, 27 aprile 2007,07:27
Adoro le bancarelle di libri vecchi. Libri che sanno ancora di polvere e soffitta, pagine che portano hanno ancora le impronte di chi le ha sfogliate, impaziente di arrivare alla fine, assaporando parola dopo parola.
Io credo che i libri conservino parte dell’anima di chi li ha letti, parte delle emozioni di chi ha passato ore insieme a loro. Forse è per questo che mi affascinano. E a proposito di libri usati ed emozioni tra le righe, voglio raccontarvi cosa mi è successo qualche tempo fa. 
Mentre rovistavo nella solita bancarella, ho visto un libro, abbastanza vecchio da avere le pagine ingiallite e la copertina sbiadita. Non so perchè mi ha attirato più degli altri e senza nemmeno leggerne il titolo, l’ho preso. Non ho resistito e ho cominciato a sfogliarlo. Immediatamente tra le dita ho sentito una pagina più spessa delle altre, e aprendo con cautela ho notato che, inserita in quel punto, c’era una lettera scritta a mano, in bella calligrafia, di quella che si insegnava tempo fa. Con delicatezza la stacco dalla pagina cui era ormai quasi incollata e ho cominicato a leggere.
<<
Scusa. Non posso parlare ad alta voce. Posso solo scrivere e le mie parole saranno solo un sussurro, leggere quanto la carezza dell’inchiostro sulla carta.
Riuscirai mai a sentirmi? Comunque sia, devo farlo. Figlia mia, ho deciso di scriverti qualcosa di me, del mio mondo, della mia anima.
E di farti le mie scuse. Perchè io e te non ci conosceremo mai. Tu non esisti.
Sei solo nei miei pensieri. Ma questo non vuol dire che tu non possa essere anche qui da qualche parte ad ascoltare, guardare, leggere.
E’ così difficile essere. Faccio fatica a restare in equilibrio in questo mondo che ogni giorno diventa sempre più simile all’inferno. Vedi, è come camminare su una strada sottile quanto un filo di ragnatela: basta sbagliare di poco le misure e ti ritrovi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ho paura di me stessa. Immersa nel bianco abbacinante di questa stanza, i miei unici compagni sono pensieri neri e deformi. Faccio fatica a essere normale. A vivere una vita comune.  
Sai, quando mi sto per addormentare, mi domando se domani sarò ancora io o sarò un’altra me, magari proprio quella che non riesce a resistere ai mostri e ai fantasmi che ho dentro. E allora cosa potrei fare? se mani invisibili mi trascinassero giù in un pozzo senza fondo e io non riuscissi a fermarle? Cosa potrei fare se un giorno non fossi più capace di resistere? Se mi stancassi di essere forte? Io lo so che potrebbe capitare e non voglio...
Ascolta: la senti, ora? La mia anima. La quiete di uno specchio d’acqua, immobile, piatto.
Ma non è sempre così. Ci sono momenti in cui ricordi, paure, pensieri appuntiti come aghi mi trafiggono e allora fuggo, ma non arrivo mai da nessuna parte, come in un labirinto. Ecco, mi viene in mente una storia, una storia che ho sentito molto tempo fa. Una storia accaduta forse qui, forse in un altro mondo, lontano nel tempo e nello spazio. Parlava di una città-labirinto dove uomini e donne vivevano tutta la loro vita. Non gli era proibito lasciare il labirinto, solo che uscirne non era cosa da poco. Infatti le leggi cui sottostavano gli abitanti erano paradossali quanto immutabili, tra le quali la più importante diceva: Solo chi lascia il Labirinto può essere felice, ma soltanto chi è felice può uscirne (*). E le persone veramente felici sono molto rare, bambina mia.
E’ con questo paradosso che mi trovo a fare i conti ogni singolo giorno della mia vita.
Ho già scelto il tuo nome, lo sai? Un nome bellissimo, che ha il suono del cielo infinito e il profumo di un sogno. Ma perdonami, ti prego. Non posso permettermi di renderti ancora più reale di quanto già non stia facendo. Perchè tu saresti la mia fine. Io non posso.
Non so se tu, in un improbabile futuro, farai parte davvero della mia vita, o se resterai solo una mia fantasia.
Quello che so è che finchè potrò decidere, io non ti cercherò.
Quello che so è che ti amerò, anche se rimarrai un’ombra nel buio, fiato nella nebbia, unico pensiero sano in una mente folle.
...E ora, cosa ne farò di questa lettera? Potrei stracciarla o forse bruciarla. O magari la dimenticherò in un cassetto o tra le pagine di un libro. E un giorno la tirerò fuori e la farò leggere proprio a te, così, se lo vorrai, potrai aggiungere alla fine quelle parole che per ora posso solo sognare:
Ti perdono, mamma.
>>

Con ancora la lettera tra le mani e l'eco delle parole appena lette nella testa, ho preso il cellulare e senza perder tempo dietro a stupidi ragionamenti che troppo spesso frenano le mie emozioni, ho scritto quelle semplici, e per me, tanto complicate parole che dico sempre troppo poco:
Ti voglio bene.
 
Invia a: mamma

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lunedì, 02 aprile 2007,10:12
Era un angelo.
Se mi fossi concentrata, lo so, avrei visto le sue ali sfiorare la mia pelle e arrivare fino al cielo.
Per un attimo, aprendo gli occhi, ho pensato di non essere più chi ero, anzi di non essere più niente, se non una figura dipinta, un riflesso negli occhi di chi sta ammirando il suo quadro preferito.
Il bianco è dappertutto: bianche sono le pareti della stanza, così come le lenzuola che riposano scomposte dopo un’intera notte di follia, e i miei lunghi capelli sono così biondi da sembrare bianchi. Bianca ovviamente è la sua anima che, anche mentre dorme pare risplendere di una luce dorata, riuscendo ad illuminare ogni cosa, persino la mia anima. Fuori, solo l’azzurro del mare e il blu del cielo.
Mi siedo sul bordo del letto.
Respiro. Devo andarmene. L’alba non è lontana: lui tra poco si sveglierà e la mia ombra spinge per uscire. Finalmente. Se penso a quanti anni di addestramento mi ci sono voluti per arrivare qui, quante prove, quanti errori, altri avrebbero ceduto o avrebbero visto la loro vita scivolare via nel frattempo, ma lo scorrere del tempo non è più un problema da molto per me, e per lui non lo è mai stato. Adesso però devo muovermi in fretta. Ancora non mi sembra vero di esserci riuscita: era tutto perfetto. Il momento dell’incontro, il suo cuore, sapevo esattamente dove e quando colpire. Nonostante tutto mi domando come non sia riuscito a intuire l’inganno. Insomma stiamo parlando della mia anima: il suo suono per quanto possa camuffarlo, avrà sempre una nota cupa e ripetuta all’infinito... e lui, lui è l’Arcangelo Michele, il più grande fra tutti, il Primo Angelo generato insieme al Portatore di Luce, mio padre. E stanotte ha fatto l’amore con me.
Come è possibile che non si sia accorto di nulla?
Basta, devo smetterla con questi pensieri, si sta svegliando: la sua luce comincia a irritarmi la pelle e tra un pò inizierà la tremenda sensazione di bruciore.
Ora ho quello che mi serviva, lo sento dentro di me, la mia missione è compiuta.
E’ il momento di andare, eppure  ... Mi avvicino a lui, sfiorando il suo viso col mio... e se gli lasciassi scoprire la verità? se aspettassi il suo risveglio, cosa leggerei nei suoi occhi? Voglio che sappia chi sono! Voglio che veda la mia vera anima! Apri gli occhi, splendido angelo e guarda la futura madre di tuo figlio! Un suo respiro, profondo come se fosse stato il primo della vita, mi coglie di sorpresa togliendomi il fiato. Ora la sua anima è sveglia e una luce abbacinante investe ogni angolo della stanza. Soffro. Devo liberarmi di questo corpo e tornare nella mia forma originale. Come un serpente che cambia pelle così lascio scivolare fuori la mia vera essenza.
E in pochi attimi Paradiso e Inferno si ritrovano sullo stesso piano, luce e tenebre, l’una dentro l’altra, l’una attorno all’altra, l'una contro l'altra: i miei capelli ardono come lingue di fuoco, i suoi sono oro fuso, la mia anima emana note lunghe e nere, la sua ha il brillante suono di mille arpe.
Completamente avvolta nella mia oscurità, mi sento più sicura ma un brivido scuote ogni mia fibra quando vedo i suoi occhi fissi sui miei. E la sua voce, che attraversa il muro di luce e d’ ombra, s’infrange come un’onda gigantesca su di me: “Bethel
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