Zu’ Luigi viveva in una casa in pietra, al primo ed unico piano a cui si accedeva attraverso una breve ma ripida e buia scala. Portava pantaloni di velluto che fosse inverno o estate e, a guardarlo, non si sarebbe potuta dargli un’età precisa e forse neanche lui ne aveva memoria. Da quando non usciva più di casa erano passati anni e trascorreva il suo tempo seduto alla finestra, a guardare passare la vita degli altri, ché della sua non c’era più bisogno di occuparsene. La visuale del suo mondo era ristretta, tutta confinata dentro quell’unico rettangolo di luce che dava sulla strada. Era solito fumare una pipa, consunta come i suoi pantaloni, che caricava di tabacco con le dita tremanti e i polpastrelli ingialliti dal vizio. Aveva una figlia che si incaricava di procurargli i pasti giornalieri e di tenere pulita quella piccola dimora arredata con ben poche suppellettili. Nessuno poteva sapere cosa passasse per la mente a zu’ Luigi giacché la sua quotidianità si era vestita, negli anni, di una solitudine fatta su misura per lui e lui ci stava perfino comodo dentro e ci si muoveva a suo agio. I vicini del resto erano troppo immersi nel loro tran, tran per soffermarsi più di un minuto sotto a quella finestra, sostavano giusto il tempo di chiedergli “Comu jemmu oji zu’ Luì?”. Ma a lui stava bene così, gli stava bene che le uniche visite che riceveva erano quelle estive dei bambini che andavano a recuperare il pallone che, con un calcio un po’ più potente e azzardato, aveva fatto irruzione in casa sua. La finestra aperta in quelle occasioni impediva che ci fossero vetri da mandare in frantumi e la posizione defilata in cui sedeva, lo risparmiava dall’ essere colpito in pieno viso. I bambini salivano la rampa di scale ed entravano come fresche folate di vento, con le facce arrossate dal gioco e col respiro affannoso salutavano il vecchio scusandosi dell’incidente. Zu’ Luigi li lasciava fare e si abbeverava a quella fonte di fanciullezza che improvvisa zampillava nella sua stanza e lo ristorava come un temporale fa con la terra arida. La sua vita era stata semplice, segnata da un lavoro umile e duro nelle solfatare fin da quando era alto appena quanto lo erano quei piccoli spensierati che con le loro risate argentine animavano in quel momento la scala mentre andavano via. Un lavoro così ti toglie la voglia di ridere e pensi solo a racimolare quel tanto che basta a sfamare la famiglia, mica a fare “sfrazzi” (sprechi). Un velo di tristezza passò negli occhi di zu’ Luigi mentre rammentava quel che era stato e si meravigliò che dalla sua mente annebbiata, con cui doveva fare i conti già da tempo, venissero fuori dei ricordi nitidi e improvvisi come lampi nel cielo buio. Intanto le voci dei bambini si rincorrevano nella via, le loro grida vivaci riecheggiavano nel quartiere e lo accompagnavano verso il calare della sera, quando, poco dopo aver consumato la sua frugale cena, si sarebbe messo a letto e avrebbe chiuso gli occhi sulla giornata e sulla sua vecchiaia. Zu’ Luigi fece un grosso sospiro e dedicò a sé stesso un sorriso, guardò la sua pipa e tirò su una lenta boccata assaporando con essa il gusto della sua vita.



