Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 22 aprile 2008,07:29


Terminal d’amour.



Eravamo io e lei e il mondo che ci correva dietro con indifferenza. Eravamo solo io con lei, la somma perfetta delle parti e non volevamo nient’altro. Alla stazione la gente era una doccia d’acqua che non bagna e scorreva con frenesia su ogni posto libero del suolo; professori, suore e stranieri, vagabondi, vecchie e puttane. La bellezza della varietà, di questa sporca esistenza, il sole, l’estate, le gonne corte: niente al pari della grandezza di lei che s’ergeva imponente al mio fianco, davanti agli occhi e dietro. Avevamo passato la notte insieme e fu così stupefacente quello che provammo che giurai che un giorno l’avrei raccontato. Fu la notte, la prima in cui smisi di stringere il cuscino e di temere l’uomo nero che dimorava sotto il mio letto e non aspettava altro che le mie paure per divorare la mia anima. La gioia d’averla esplodeva in me e l’estasi ancora mi lasciava fluttuare sopra il suo corpo di mela e lungo i binari di quell’idillio finale, fino al termine più malinconico che si possa vivere.



Terminal d’amour. Non è l’amore che se ne va via. Il treno sarebbe arrivato e l’avrebbe portata via, come una botta di spugna sulla tavola del pranzo che ho mangiato con voluttà senza potermi saziare. Il dolore così concreto afferrava le nostre valigie rendendole più pesanti mentre urlava dai binari gelidi del temuto addio. Lo stridio violento dei freni destò entrambi dalle fantasie estatiche della notte appena trascorsa. Arrivò ruggendo quel maledetto treno senza portare un solo minuto di ritardo, senza indugiare portò con sé tutti i malanni della mia anima. Il cuore si spaccò sulla banchina e ne regalai metà a lei senza che se ne accorgesse. I suoi occhi di cielo s’erano gonfiati di pena mentre con la bocca tremante provava a dire parole che non uscivano. Sospiri d’amore e d’inumana sofferenza. Ti amo alla follia. Portava tra i capelli e tra le gambe la bellezza di luoghi lontani e io, dopo aver visto lei, non sarei potuto morire mai più. L’attesa fu breve quanto mai. Doveva partire. L’avrei accompagnata fin sopra il vagone, dentro la sua cuccetta e, una volta partita, tra le lacrime, sarei tornato a casa a contemplare i giardini negletti della mia solitudine. Sarei rimasto lì per giorni a versarmi nel bicchiere whiskey e cicuta. Sarei rimasto segregato per giorni e giorni nella mia stanza, steso su quel letto che ci ha abbracciati insieme a respirare l’odore di lei lasciato lì a darmi compagnia. fin quando non sarebbe finito tutto. Ti amo nel ricordo. Cosa avrei fatto poi? Sarebbe giusto morire e dimenticare? Sarebbe più giusto così.



Il treno arrestò la sua corsa proprio davanti a noi che ancora ci tenevamo per mano come ci fosse tra le nostre dita la possibilità di parlare senza aprire bocca. Le porte s’aprirono con uno scatto netto e irrevocabile; guardai dentro per vedere se ci fosse dignità in quel posto ora che doveva accogliere una regina, ma nessun dove se non il mio fianco poteva sembrarmi adatto a lei. L’amavo con ogni poro e ogni nervo, con la mente e con ogni dolore soffrivo quell’addio. Per me lei è salvezza, ancora, nave e scialuppa. E’ acqua piovana, fuoco dell’anima, nuvola e sole, perpetua redenzione della mia follia. Era qualsiasi forma di bellezza si possa immaginare e tutto ciò che sfugge all’immaginazione. Il momento in cui lei stava andando via era molto più di quanto una banalissima penna come questa può descrivere. Era la fine della mia vita.



Salì sul treno con passo tremante e io la seguii attirato dall’odore che la sua pelle emanava, inebriando l’aria intorno e spalancando le tendine per salutare il sole. Tutto sorrideva a lei e lei a tutti dava gioia. Una tristezza antica si faceva lentamente strada dal fondo vitreo dei suoi occhi e una smorfia di sincero dolore comparve sulla sua bocca frustando la mia anima; le nostre anime così disgraziate che, dopo tanto cercarsi s’erano potute trovare solo per un attimo, su quel letto sudante, vascello impazzito in balia di una mera fisicità che svuota il corpo mentre riempie l’anima di colore. La baciai ancora come si bacia la luna, assaporando il dolce miele della sua bocca e la strinsi così forte che potemmo udire i nostri cuori strofinarsi. Non potevamo essere ancora niente, dopo che c’eravamo amati così tanto, dopo che eravamo stati un uno e soltanto uno. Anima e corpo mischiati assieme sull’uscio dell’eterno perché. Chiusi la porta del vagone dove stavo per lasciarla e andai ad aiutare dio a inondare il mondo di lacrime. Era finita. Davvero.



 

Le lasciai due righe nella tasca della giacca.



Lo sguardo cobalto

della serenità.

Trovo in te

una pace infinita.

Questo l’amore

e l’amore non perde mai.

Passeranno i giorni

come uccelli bui,

incalzati dai ricordi

più cari.

Passerà il dolore

ma al tuo posto

non ci sarà più nessuno.

T’ho infilato il cuore

nella tasca della giacca

perché vorrei

lo tenessi tu

che io sono già stanco

di sentirlo sanguinare.

Agli addii

non ci si abitua mai

e ugualmente

non possiamo soffrire

di sapere

che senza noi

non siamo in

nessun luogo.



Dimmi come finisce. Se c’è ancora speranza di potersi avvicinare. L’amore deve vincere. L’amore lo sento e m’arde dentro e mi innamora ancora.

Sei la vita, per tutta la vita vorrei tu fossi la mia vita. Ti amo.



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giovedì, 06 marzo 2008,22:56
Per quel ricordo paziente
che ogni tanto ci fa sussultare
mentre ci tiene per le palle.

Eravamo io e te e l'automobile. Ci muovevamo piano, portando il motore ai giri più bassi, scandendo ogni fetta d'asfalto con il suono di Alton Ellis. Dicevi sempre che quella musica, in fondo, ti piaceva, specialmente se te la facevo ascoltare io, se c'ero io a ispirartela. Lo dicevi con una faccia che non so proprio come descriverla. Eravamo nella mia macchina, nel mio bel bidone di ferro battuto, pieno di difetti e di ricordi ed era un'occasione unica che ti trovassi dalle mie parti. Eri arrivata un paio di giorni prima con l'aereo poi, con il treno, fin da me. Nella mia triste abbandonata snervante città. Non pensavo l'avresti mai fatto e l'avevi appena fatto. Eri lì seduta accanto a me, sul sedile largo e morbido, avevi abbassato lo schienale leggermente all'indietro e ogni tanto mi lanciavi qualche occhiata. Guidavo e ti lanciavo qualche occhiata anch'io, più di qualcuna, e così distratto scavallavo dal battistrada o vedevo una curva all'ultimo momento. Andavamo per la campagna dopo una serata a casa di alcuni miei amici che tu non conoscevi ma che avevi subito saputo apprezzare; ti erano sempre piaciute le persone fuori dal comune perché anche tu lo eri, anche se ogni tanto provavi a farti i problemi della gente comune. Passavamo su quelle strade come lo farebbero due angeli, senza interferire, senza consumare, silenziosamente. Guardavamo fuori dal finestrino gli alberi che passavo velocemente e si perdevano nell'oscurità della notte e nella velocità. Era così emozionante la tua presenza che, tutt'a un tratto, non riuscivo a stare zitto; ogni cosa che vedevamo te la dovevo raccontare: "quella è casa di un mio amico" o "qui è dove ho conosciuto Cosetta" oppure "da lì t'ho spedito la prima lettera". Avevo raggiunto la possibilità di riportare a te ogni pensiero, riuscendo a rendere convincente ogni induzione. Tu ridevi, ogni tanto, e mi toccavi il braccio; non parlavi molto no, preferivi ascoltarmi. T'era costato tanto venire fin da me, avevi preso un bel rischio a scappare da quello lì, eppure l'avevi fatto. Sapevi che non sarei stato nella pelle vedendoti arrivare. Ora, seduta accanto a me non avevi più paura di essere lasciata sola, né il giorno del tuo compleanno, né in nessun altro momento. Avevi sempre creduto nel mio amore e in fondo lo sapevi anche tu che non eravamo fatti per stare lontani. Eravamo una cosa sola, lo eravamo da una vita tutt'altro che mondana. Lo eravamo per nascita. Io e te, tutto il resto era niente. Non contava niente.
Quella sera i miei amici avevano scherzato con te dicendoti che mentre eri lontana facevo esplodere i loro timpani urlando il tuo nome al cielo. Ubriaco, come un cane, urlavo. Mi avevi sentito tutte quelle volte, ne avevo la conferma. Poi, rispondendo ai ragazzi, avevi detto: "L'avevo sentito ululare." Grande.. Mentre tornavamo a casa eravamo così estasiati all'idea che avremmo passato la notte insieme, a dormire avvinghiati come una volta, a cercare per noi un materasso da cui non si possa cadere. Eri così candida che per un attimo t'avevo scambiata con la luna. Per un attimo avevo voluto rubarti e conservarti in un posto dove nessuno avrebbe potuto farti del male. Eravamo stati proprio due grandi sentimentali in passato, e quella sera lo eravamo più che mai. Ti meravigliavi per ogni cosa che ti facevo vedere ma non sembrava volessi essere affabile, sembrava che davvero ti meravigliassi, che non fossi stata mai così piena di gioia a basso costo. Parlavamo di noi, del tempo passato, dei progetti per il più prossimo domani. Ti dicevo che ti avrei portata al mare e guardavo i tuoi occhi che tagliavano la tela del buio come due smeraldi. Quanto avevo aspettato e quanto avevo perduto senza te, tutto quel tempo senza di te. Avevo voglia di stringerti fino a far fondere le nostre pelli. Nessuno ti avrebbe più portata via. Quella città, la mia città, a quel punto sembrava meravigliosa anche a me, sembrava davvero un bel posto dove crescere, dove avrei continuato a vivere con te e avrei potuto trovare un perché all'esistenza. Lo squallore era diventata poesia; questo era il tuo potere, il tuo dono. La poesia eri tu e ti snodavi sulle cose quotidiane, sulle volgari vicissitudini dei nostri anni per trasformarne i colori e la musica.
Sei la musica.
Eravamo quasi giunti a casa mia. Giravo l'ultima curva con decisone e salivo la piccola stradina per il garage. Mi avevi fatto mettere la chiave dietro la porta perché avevi paura che arrivasse qualcuno in casa, forse qualcuno che voleva portarti via. Che sciocca che eri: non sapevi che ormai eri al sicuro. Ci eravamo messi seduti sul letto, tu avevi messo su D'yer Mak'er dei Led Zeppelin e io avevo rollato uno spinello. Avevamo aperto una bottiglia di vino e parlato tutta la notte, fino a svenire. Non avevamo fatto l'amore perché eravamo già pieni di noi, eravamo così uniti. Così irrimediabilmente attaccati.
Mi svegliai il giorno dopo
e non c'eri.
Mi alzai il giorno dopo e
bestemmiai un calendario
di santi e di padroni.
Quello che chiamano
un lucido sogno.
Avrei dovuto capirlo.
Perché una volta tanto,
tutto era andato
come volevo.
Cazzo.
Tolsi la chiave dietro la porta
e questa cosa non mi
fece sospettare niente.
Uscii in strada
e iniziai a ululare al cielo.

Chissà se sarebbe servito a qualcosa..

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venerdì, 08 febbraio 2008,09:20

Ti ritrovi ogni giorno nella stessa pelle.


Ogni notte, vicino al sonno, chiedersi se è stato fatto un solo sforzo per cambiare e poi rispondersi con la solita dura realtà. Non si cambia mai, in fondo. Credendo di avere una certa predilezione, una certa intuizione speciale, un bravura rara, uno stile imparagonabile ad altro. Sfogliare queste pagine virtuali e accorgersi che di speranza ne esiste ancora tanta, per chi sa tenere bene la penna in equilibrio e conosce e sa cogliere. Infine, sa dove trovare un punto d’appoggio. Per chi non sa cosa sia il blocco dello scrittore.




Un amico ormai lontano ti dice che chiunque decidesse di non pubblicarti sarebbe soltanto un pazzo, perché a leggere le tue storie si sta davvero bene, ci si sente parte di un mondo incantato, dove le nuvole scorrono rapide e il chiarore della fiducia fa sembrare le immondizie giacigli immacolati. Ti dice che basta credere e provarci. E che non puoi tirarti indietro. Sarebbe grave.




Questo il nostro artista di merda.




-Dicci un po’, artista, cosa hai pubblicato fin’ora?


-Beh, in realtà niente.


-E come fai a definirti uno scrittore comunque?


-So fare solo questo. A parte leggere, s’intende.


-E così vorresti farmi credere che sai scrivere. Bene. Che cosa scrivi: storie, romanzi, poesie, annunci immobiliari?


-Signore, ho una storia insensata da terminare, una raccolta di pensieri sparsi su mille fogli, un diario di massime, mille idee senza padrone.


Mi ritengo uno che usa molto la propria immaginazione.


-Quindi, lei vorrebbe che Noi l’aiutassimo a realizzare questi suoi progetti? Diciamo, un aiuto economico per farla emergere nel circuito dei letterati?


-No, signore, io le volevo soltanto chiedere se poteva offrirmi qualcosa da bere, nient’altro.


-Ma che razza di uomo siete!? Volete o no lavorare per diventare qualcuno? O preferite morire ubriaco, con una barba decennale, sotto uno dei binari della stazione centrale?


-Signore, in tutta onestà, ho lavorato una vita intera per diventare qualcuno, per essere almeno qualcuno, e ho finito per non essere nemmeno qualcosa.






Ti ritrovi ogni giorno, nella stessa pelle, raggrinzita e grigia. Tra le mura appena riverniciate e già piene di bozzi, in mezzo alle coperte macchiate di sperma secco, con l’odore del fallimento addosso. Allora ti stanchi davvero di essere il tragico te stesso, ti stanchi di fare le cose facili e ricevere complimenti poco sinceri, smetti di andare in giro a portare rogna, a raccontare storie patetiche e inutili, storie che farebbero vomitare anche me. Oppresso dal senso d’insoddisfazione e sbalordito dall’inutilità che ti porti dietro, ti rechi fino alla scelta cruciale. O sei o non sei. O metti la carta sul fuoco o metti il fuoco sulla carta. O cogli o non cogli. Niente di più facile, i problemi verranno con il tempo.






-Deve decidere, Sig.Hank. O dentro o fuori. Noi le possiamo offrire quel piccolo finanziamento e lei sarà lo scrittore che vuole. Come piccolo onere dovrà soltanto prestare il suo nome a un'altra persona. Sa, l’aspetto è molto, oggigiorno, e temo che lei non abbia proprio la faccia adatta per entrare nella buona società. Lei scrive e tutti guadagniamo; Hank è la penna, Henry è la faccia. Ok?


-Mi scusi, signore, avrebbe la compiacenza di offrire un cicchetto a questo povere ubriacone?


-Sig. Hank, il suo comportamento è disdicevole. Sembra una bestia più che un uomo. Le assicuro che non lavorerà mai per nessun giornale sulla faccia della terra. Lei è un povero stronzo fallito.


-Lo so bene, signore. Sono solo un artista di merda e so già sotto quale albero scavare la mia fossa. Sono capace soltanto d’ essere chi sono, in ogni momento e so dire cose di me, così imbarazzanti e grottesche che nessun altro potrebbe fare. Non so di buone intenzioni e di stucchevole sorriso, non so parlare di cazzate intellettuali, né raccontare storie d’amori e passioni elegiache e di morti gloriose. Non sono un granché, lo so, ma questo so dirlo. Quanti di voi sanno dirlo di sé, senza risparmiare niente?




Quanti voi sanno d’essere mediocri?


E quanti, come me, sanno d’essere immortali?




La sacralità delle pagine, il tenue sospiro che passa tra le parole e le fa diventare vive. Le dita che si muovono lentamente nel mattino marzolino. Gli occhi che si aprono appena, tagliati dalla luce del nuovo cielo. L’odore pungente dell’alcol del giorno prima, di quello prima ancora e di tutta una vita di avvilente perdizione.Scrivendo per non perdersi ulteriormente. Parole senza musica, senso senza verso, sesso mistica poesia mondana allegoria di una vita che scorre come un tappeto impolverato giù da una scalinata. E nessuno gli ha detto che dovrebbe salire. Questo estenuante ripetersi negli errori e non capire mai d’essere nel giusto. I negri che cantano a cappella, le immagini che s’inseguono dietro l’obbiettivo, il basso che fa tremare il pavimento e io sopra a galleggiare come se l’esistenza fosse fatta solo di questo. Per chi si aspettava una storia è tradita l’attesa, per chi voleva versi non ha trovato niente di somigliante.




Quanto vale tutto quanto?




C’è poco da dire ancora, amici del bar, anzi, lasciamo che questo piccolo spazio espressivo si commenti da solo. O 0 o 1.




Allora Hank proseguì per il suo cammino. Avrebbe trovato qualcuno che potesse offrirgli da bere, da saziare la gola avida e urlante. Spesso rimaniamo solo io e lui, in questa stanza verde, e mandiamo tutto al cazzo. E’ così divertente che non saprei dire.






Questa è arrivata da uno dei miei scrittori preferiti:





Oggi non vorrei vedere neanche il sole, vorrei alzarmi da questo letto e non trovare più nessuno. Uscire per le strade deserte e camminare per chilometri.. per chiudermi in una stanza vuota a scrivere una lunga lettera che lascerò lì, sul tavolo, proprio sotto la penna. Vorrei tornare a casa.. e con le mani sporche d’inchiostro.. suonare LadyV come non mai.. in un nuovo modo.. con una nuova strabiliante energia. E come sarei contento, in quel momento, che ad ascoltarmi lì non ci sia nessuno! Quando tutti saranno tornati, io sarò già via.. già lontano, già disperso nella luce ancora fredda e umida.. di un sole che avrei preferito non dover vedere, una lettera. Sopra il tavolo. Sotto la penna.


(A.A.)








 

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