Terminal d’amour.
Eravamo io e lei e il mondo che ci correva dietro con indifferenza. Eravamo solo io con lei, la somma perfetta delle parti e non volevamo nient’altro. Alla stazione la gente era una doccia d’acqua che non bagna e scorreva con frenesia su ogni posto libero del suolo; professori, suore e stranieri, vagabondi, vecchie e puttane. La bellezza della varietà, di questa sporca esistenza, il sole, l’estate, le gonne corte: niente al pari della grandezza di lei che s’ergeva imponente al mio fianco, davanti agli occhi e dietro. Avevamo passato la notte insieme e fu così stupefacente quello che provammo che giurai che un giorno l’avrei raccontato. Fu la notte, la prima in cui smisi di stringere il cuscino e di temere l’uomo nero che dimorava sotto il mio letto e non aspettava altro che le mie paure per divorare la mia anima. La gioia d’averla esplodeva in me e l’estasi ancora mi lasciava fluttuare sopra il suo corpo di mela e lungo i binari di quell’idillio finale, fino al termine più malinconico che si possa vivere.
Terminal d’amour. Non è l’amore che se ne va via. Il treno sarebbe arrivato e l’avrebbe portata via, come una botta di spugna sulla tavola del pranzo che ho mangiato con voluttà senza potermi saziare. Il dolore così concreto afferrava le nostre valigie rendendole più pesanti mentre urlava dai binari gelidi del temuto addio. Lo stridio violento dei freni destò entrambi dalle fantasie estatiche della notte appena trascorsa. Arrivò ruggendo quel maledetto treno senza portare un solo minuto di ritardo, senza indugiare portò con sé tutti i malanni della mia anima. Il cuore si spaccò sulla banchina e ne regalai metà a lei senza che se ne accorgesse. I suoi occhi di cielo s’erano gonfiati di pena mentre con la bocca tremante provava a dire parole che non uscivano. Sospiri d’amore e d’inumana sofferenza. Ti amo alla follia. Portava tra i capelli e tra le gambe la bellezza di luoghi lontani e io, dopo aver visto lei, non sarei potuto morire mai più. L’attesa fu breve quanto mai. Doveva partire. L’avrei accompagnata fin sopra il vagone, dentro la sua cuccetta e, una volta partita, tra le lacrime, sarei tornato a casa a contemplare i giardini negletti della mia solitudine. Sarei rimasto lì per giorni a versarmi nel bicchiere whiskey e cicuta. Sarei rimasto segregato per giorni e giorni nella mia stanza, steso su quel letto che ci ha abbracciati insieme a respirare l’odore di lei lasciato lì a darmi compagnia. fin quando non sarebbe finito tutto. Ti amo nel ricordo. Cosa avrei fatto poi? Sarebbe giusto morire e dimenticare? Sarebbe più giusto così.
Il treno arrestò la sua corsa proprio davanti a noi che ancora ci tenevamo per mano come ci fosse tra le nostre dita la possibilità di parlare senza aprire bocca. Le porte s’aprirono con uno scatto netto e irrevocabile; guardai dentro per vedere se ci fosse dignità in quel posto ora che doveva accogliere una regina, ma nessun dove se non il mio fianco poteva sembrarmi adatto a lei. L’amavo con ogni poro e ogni nervo, con la mente e con ogni dolore soffrivo quell’addio. Per me lei è salvezza, ancora, nave e scialuppa. E’ acqua piovana, fuoco dell’anima, nuvola e sole, perpetua redenzione della mia follia. Era qualsiasi forma di bellezza si possa immaginare e tutto ciò che sfugge all’immaginazione. Il momento in cui lei stava andando via era molto più di quanto una banalissima penna come questa può descrivere. Era la fine della mia vita.
Salì sul treno con passo tremante e io la seguii attirato dall’odore che la sua pelle emanava, inebriando l’aria intorno e spalancando le tendine per salutare il sole. Tutto sorrideva a lei e lei a tutti dava gioia. Una tristezza antica si faceva lentamente strada dal fondo vitreo dei suoi occhi e una smorfia di sincero dolore comparve sulla sua bocca frustando la mia anima; le nostre anime così disgraziate che, dopo tanto cercarsi s’erano potute trovare solo per un attimo, su quel letto sudante, vascello impazzito in balia di una mera fisicità che svuota il corpo mentre riempie l’anima di colore. La baciai ancora come si bacia la luna, assaporando il dolce miele della sua bocca e la strinsi così forte che potemmo udire i nostri cuori strofinarsi. Non potevamo essere ancora niente, dopo che c’eravamo amati così tanto, dopo che eravamo stati un uno e soltanto uno. Anima e corpo mischiati assieme sull’uscio dell’eterno perché. Chiusi la porta del vagone dove stavo per lasciarla e andai ad aiutare dio a inondare il mondo di lacrime. Era finita. Davvero.
Le lasciai due righe nella tasca della giacca.
Lo sguardo cobalto
della serenità.
Trovo in te
una pace infinita.
Questo l’amore
e l’amore non perde mai.
Passeranno i giorni
come uccelli bui,
incalzati dai ricordi
più cari.
Passerà il dolore
ma al tuo posto
non ci sarà più nessuno.
T’ho infilato il cuore
nella tasca della giacca
perché vorrei
lo tenessi tu
che io sono già stanco
di sentirlo sanguinare.
Agli addii
non ci si abitua mai
e ugualmente
non possiamo soffrire
di sapere
che senza noi
non siamo in
nessun luogo.
Dimmi come finisce. Se c’è ancora speranza di potersi avvicinare. L’amore deve vincere. L’amore lo sento e m’arde dentro e mi innamora ancora.
Sei la vita, per tutta la vita vorrei tu fossi la mia vita. Ti amo.



