“Nonno, nonno, raccontami una storia!” urlò Lucia correndogli incontro e buttandogli le braccia al collo. Era appena stato nel bosco, e portava con sé il profumo del muschio e dei funghi.
“Lo sai che non posso rifiutarti nulla, vero? Lascia che saluti la nonna e che appoggi la cesta, e intanto prendi il tuo libro” disse il nonno “possiamo metterci all’ombra del ciliegio, e mangiare quei lamponi che ho appena raccolto. Va bene?”
Lucia lo seguì dentro casa per prendere il suo libro, lo osservò mentre salutava la nonna e le mostrava il contenuto della cesta: c’erano dei porcini e un mazzolino di ciclamini, poi i frutti di bosco, per Lucia. La nonna dopo qualche minuto tornò alle sue faccende in cucina, e così lui ebbe tutto il tempo di dedicarsi alla nipotina. Sebbene ci avesse provato, uscendo di casa per raggiungere il giardino, Lucia non riuscì a nascondere la delusione nei suoi occhi di bambina, e il nonno capì subito che c’era qualcosa che non andava: “Dai, dimmi che c’è, monella!”
Il tono era scherzoso e i suoi occhi sorridevano.
“Nonno” disse lei solennemente “non vorrei che mi leggessi qualcosa da un libro, vorrei che mi raccontassi di quando eri giovane e… della guerra.”
La sua voce era diventata seria, così come il suo viso; Lucia rimase impettita, torcendosi le mani dietro alla schiena in attesa di una risposta: già allora sapeva che era un argomento che andava trattato con i guanti, ma voleva capire e sentire dalla voce del nonno quel che era veramente accaduto. Quella voce, infatti, riusciva sempre a spiegarle tutto e sapeva che era quella giusta da cui sentire quella storia.
Lo sguardo del nonno volò al bosco che avevano di fronte casa: l’estate era calda, ma in montagna si respirava un’aria frizzantina e c’era un vento leggero, che scostava le fronde e li cullava dolcemente.
Lucia rimase in silenzio per non distoglierlo dai suoi pensieri o disturbarlo, e si sedette sul prato, ancora umido della rugiada del mattino, accanto alla sedia su cui si era accomodato lui. Aspettava.
Passò qualche interminabile minuto, quindi lui si accese silenziosamente una sigaretta senza filtro, che emanava un fortissimo odore di tabacco e di tempi andati, mentre la bambina continuava a fissarlo adorante. Poi il vecchio appoggiò il libro sul tavolino di legno che aveva davanti e incominciò a raccontare.
“Era l’agosto del ’43. Stavo tornando in Grecia, dove ero stanziato, dopo una licenza: ero stato bene a casa. Al paese, nonostante la guerra, le cose non andavano poi così male e tua nonna, che allora era la mia fidanzata, era stata premurosa e piena di attenzioni. Avevamo già deciso di sposarci, sai. Allora le cose si facevano in un'altra maniera…”
Un breve sorriso comparve sul suo volto: la nonna di Lucia, quando veniva evocata nei discorsi o nei pensieri del nonno, aveva il potere di rasserenarlo e renderlo ancor più dolce di quanto non fosse, con la sua sola e semplice presenza.
“Ero contento, ma triste allo stesso tempo…” proseguì, aspirando lunghe boccate dalla sua Nazionale. “Andare alla guerra. Allora credevamo fosse giusto, ma poi, quando vedi certe cose e senti certe storie, tutto cambia.”
Lucia lo fissava con gli occhi sgranati e trattenendo il fiato. Lui guardava le montagne, perso in ricordi che forse avrebbe voluto cancellare, che rimanevano sopiti per la maggior parte del tempo, ma che la nipote aveva risvegliato con le sue richieste, e che oramai lo avevano investito con la forza di una tempesta.
I suoi occhi grigi erano velati di tristezza quando si voltò per guardarla.
Lucia non era abituata a vederlo in quel modo: il cuore le batteva forte e con un filo di voce trovò il coraggio di dire: “Nonno, se non vuoi non importa… magari puoi ancora leggermi quel libro…”
Allora lui si voltò verso di lei e le sorrise: “Ci sono stati giorni in cui avrei voluto cancellare tutto questo dalla mia mente, ma ora voglio raccontare, perché so che è la cosa giusta da fare. Capisci che cosa voglio dire?”
Annuì. Lucia era una bambina sveglia, e capiva esattamente quello che voleva dirle il nonno.
Si appoggiò al tronco del ciliegio e non distolse lo sguardo da lui, che si era girato di nuovo verso le montagne imponenti e le vallate verdeggianti che si estendevano a perdita d’occhio davanti a loro.
“Viaggiavamo verso Cefalonia in una tradotta, io e altri centoottanta italiani. Dovevamo raggiungere il nostro reparto, così che altri potessero andare a casa, almeno per un po’.
Il viaggio era lento e noioso: faceva caldissimo e passavamo il tempo fumando sigarette e giocando a briscola. Poi, in una notte senza luna né stelle, ai primi di settembre, quando eravamo in viaggio già da una decina di giorni, la tradotta venne fermata. Dei fari illuminavano il nostro convoglio: eravamo nella stazione di Salonicco e due file di soldati tedeschi avevano circondato il treno. Sulle macchine si scorgevano le sagome dei mitraglieri pronti ad entrare in azione. Non sapevamo cosa stesse accadendo né il perché, ma dopo meno di un’ora la nostra tradotta era stata completamente disarmata e viaggiava già verso nord.”
Il sole sbucò tra gli alberi, finalmente, portando un po’ di luce nei pensieri cupi di Lucia. Il nonno invece sembrava più sereno, quasi tranquillo, nonostante i ricordi pesanti come macigni.
“Non avevamo paura sai, perché inizialmente credevamo di tornare in Italia; ma dopo Belgrado capimmo che la nostra destinazione era la Germania. Viaggiammo giorno e notte, in un vagone in cui ci avevano stipati come animali… potevamo mangiare e bere una volta al giorno, se andava bene. Quando finalmente potemmo scendere dal treno, e respirare un po’ di aria fresca, vedevamo il mondo da dietro un reticolato.”
Si interruppe brevemente per accendersi un’altra sigaretta e versarsi del rosso in un bicchiere da osteria. Lucia si era accoccolata contro il grosso tronco dell’albero a cui era appoggiata, quasi che il contatto con la natura potesse infonderle coraggio, ed acquietare la sua inquietudine.
“Dopo la doccia e la disinfezione, venimmo assegnati alle baracche: dormivamo in due su tavolacci di legno, e dividevamo a metà il cibo, l’acqua e le preoccupazioni. E soprattutto, lavoravamo.”
Il pensiero del nonno, un uomo profondamente buono e giusto, chiuso in una prigione, colpì Lucia con la forza di uno schiaffo in pieno viso, violento ed improvviso.
Lucia deglutì e cercò di ricacciare indietro le lacrime. Quindi il nonno aggiunse: “E sai qual’era la cosa peggiore? Le storie che arrivavano dagli altri campi: fu lì che ci rendemmo conto di quello che stavano facendo davvero i nazisti, della pura follia che ci circondava. E quando lo capimmo davvero, arrivò la paura.”
La bambina distolse lo sguardo perché ero sul punto di piangere, e stette in silenzio, incapace di dire una parola; il nonno, vedendola in quello stato, si chinò verso di lei e le sorrise, poi asciugò con le sue mani ruvide le lacrime che prontamente erano sgorgate dai suoi occhi.
“Fu così che iniziarono i miei venti mesi di prigionia in un campo di lavoro tedesco, ma forse, tesoro, è meglio se di questo parliamo un'altra volta…” terminò lui, dolcemente.



