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venerdì, 16 ottobre 2009,12:46

“Nonno, nonno, raccontami una storia!” urlò Lucia correndogli incontro e buttandogli le braccia al collo. Era appena stato nel bosco, e portava con sé il profumo del muschio e dei funghi.

“Lo sai che non posso rifiutarti nulla, vero? Lascia che saluti la nonna e che appoggi la cesta, e intanto prendi il tuo libro” disse il nonno “possiamo metterci all’ombra del ciliegio, e mangiare quei lamponi che ho appena raccolto. Va bene?”

Lucia lo seguì dentro casa per prendere il suo libro, lo osservò mentre salutava la nonna e le mostrava il contenuto della cesta: c’erano dei porcini e un mazzolino di ciclamini, poi i frutti di bosco, per Lucia. La nonna dopo qualche minuto tornò alle sue faccende in cucina, e così lui ebbe tutto il tempo di dedicarsi alla nipotina. Sebbene ci avesse provato, uscendo di casa per raggiungere il giardino, Lucia non riuscì a nascondere la delusione nei suoi occhi di bambina, e il nonno capì subito che c’era qualcosa che non andava: “Dai, dimmi che c’è, monella!”

Il tono era scherzoso e i suoi occhi sorridevano.

“Nonno” disse lei solennemente “non vorrei che mi leggessi qualcosa da un libro, vorrei che mi raccontassi di quando eri giovane e… della guerra.”

La sua voce era diventata seria, così come il suo viso; Lucia rimase impettita, torcendosi le mani dietro alla schiena in attesa di una risposta: già allora sapeva che era un argomento che andava trattato con i guanti, ma voleva capire e sentire dalla voce del nonno quel che era veramente accaduto. Quella voce, infatti, riusciva sempre a spiegarle tutto e sapeva che era quella giusta da cui sentire quella storia.

Lo sguardo del nonno volò al bosco che avevano di fronte casa: l’estate era calda, ma in montagna si respirava un’aria frizzantina e c’era un vento leggero, che scostava le fronde e li cullava dolcemente.

Lucia rimase in silenzio per non distoglierlo dai suoi pensieri o disturbarlo, e si sedette sul prato, ancora umido della rugiada del mattino, accanto alla sedia su cui si era accomodato lui. Aspettava.

Passò qualche interminabile minuto, quindi lui si accese silenziosamente una sigaretta senza filtro, che emanava un fortissimo odore di tabacco e di tempi andati, mentre la bambina continuava a fissarlo adorante. Poi il vecchio appoggiò il libro sul tavolino di legno che aveva davanti e incominciò a raccontare.

“Era l’agosto del ’43. Stavo tornando in Grecia, dove ero stanziato, dopo una licenza: ero stato bene a casa. Al paese, nonostante la guerra, le cose non andavano poi così male e tua nonna, che allora era la mia fidanzata, era stata premurosa e piena di attenzioni. Avevamo già deciso di sposarci, sai. Allora le cose si facevano in un'altra maniera…”

Un breve sorriso comparve sul suo volto: la nonna di Lucia, quando veniva evocata nei discorsi o nei pensieri del nonno, aveva il potere di rasserenarlo e renderlo ancor più dolce di quanto non fosse, con la sua sola e semplice presenza.

“Ero contento, ma triste allo stesso tempo…” proseguì, aspirando lunghe boccate dalla sua Nazionale. “Andare alla guerra. Allora credevamo fosse giusto, ma poi, quando vedi certe cose e senti certe storie, tutto cambia.”

Lucia lo fissava con gli occhi sgranati e trattenendo il fiato. Lui guardava le montagne, perso in ricordi che forse avrebbe voluto cancellare, che rimanevano sopiti per la maggior parte del tempo, ma che la nipote aveva risvegliato con le sue richieste, e che oramai lo avevano investito con la forza di una tempesta.

I suoi occhi grigi erano velati di tristezza quando si voltò per guardarla.

Lucia non era abituata a vederlo in quel modo: il cuore le batteva forte e con un filo di voce trovò il coraggio di dire: “Nonno, se non vuoi non importa… magari puoi ancora leggermi quel libro…”

Allora lui si voltò verso di lei e le sorrise: “Ci sono stati giorni in cui avrei voluto cancellare tutto questo dalla mia mente, ma ora voglio raccontare, perché so che è la cosa giusta da fare. Capisci che cosa voglio dire?”

Annuì. Lucia era una bambina sveglia, e capiva esattamente quello che voleva dirle il nonno.

Si appoggiò al tronco del ciliegio e non distolse lo sguardo da lui, che si era girato di nuovo verso le montagne imponenti e le vallate verdeggianti che si estendevano a perdita d’occhio davanti a loro.

“Viaggiavamo verso Cefalonia in una tradotta, io e altri centoottanta italiani. Dovevamo raggiungere il nostro reparto, così che altri potessero andare a casa, almeno per un po’.

Il viaggio era lento e noioso: faceva caldissimo e passavamo il tempo fumando sigarette e giocando a briscola. Poi, in una notte senza luna né stelle, ai primi di settembre, quando eravamo in viaggio già da una decina di giorni, la tradotta venne fermata. Dei fari illuminavano il nostro convoglio: eravamo nella stazione di Salonicco e due file di soldati tedeschi avevano circondato il treno. Sulle macchine si scorgevano le sagome dei mitraglieri pronti ad entrare in azione.  Non sapevamo cosa stesse accadendo né il perché, ma dopo meno di un’ora la nostra tradotta era stata completamente disarmata e viaggiava già verso nord.”

Il sole sbucò tra gli alberi, finalmente, portando un po’ di luce nei pensieri cupi di Lucia. Il nonno invece sembrava più sereno, quasi tranquillo, nonostante i ricordi pesanti come macigni.

“Non avevamo paura sai, perché inizialmente credevamo di tornare in Italia; ma dopo Belgrado capimmo che la nostra destinazione era la Germania. Viaggiammo giorno e notte, in un vagone in cui ci avevano stipati come animali… potevamo mangiare e bere una volta al giorno, se andava bene. Quando finalmente potemmo scendere dal treno, e respirare un po’ di aria fresca, vedevamo il mondo da dietro un reticolato.”

Si interruppe brevemente per accendersi un’altra sigaretta e versarsi del rosso in un bicchiere da osteria. Lucia si era accoccolata contro il grosso tronco dell’albero a cui era appoggiata, quasi che il contatto con la natura potesse infonderle coraggio, ed acquietare la sua inquietudine.

“Dopo la doccia e la disinfezione, venimmo assegnati alle baracche: dormivamo in due su tavolacci di legno, e dividevamo a metà il cibo, l’acqua e le preoccupazioni. E soprattutto, lavoravamo.”

Il pensiero del nonno, un uomo profondamente buono e giusto, chiuso in una prigione, colpì Lucia con la forza di uno schiaffo in pieno viso, violento ed improvviso.

Lucia deglutì e cercò di ricacciare indietro le lacrime. Quindi il nonno aggiunse: “E sai qual’era la cosa peggiore? Le storie che arrivavano dagli altri campi: fu lì che ci rendemmo conto di quello che stavano facendo davvero i nazisti, della pura follia che ci circondava. E quando lo capimmo davvero, arrivò la paura.”

La bambina distolse lo sguardo perché ero sul punto di piangere, e stette in silenzio, incapace di dire una parola; il nonno, vedendola in quello stato, si chinò verso di lei e le sorrise, poi asciugò con le sue mani ruvide le lacrime che prontamente erano sgorgate dai suoi occhi.

“Fu così che iniziarono i miei venti mesi di prigionia in un campo di lavoro tedesco, ma forse, tesoro, è meglio se di questo parliamo un'altra volta…”  terminò lui, dolcemente.

 


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venerdì, 25 settembre 2009,06:22

Sono seduta su di una sedia, su un balcone di una casa che non è la mia, in una terra lontana: il silenzio quasi innaturale è interrotto soltanto dall’occasionale frinire delle cicale, mentre nessun altro suono giunge alle mie orecchie. Indosso un vestito leggero, e nonostante questo sento molto caldo: l’unico sollievo è dato da una brezza fresca che spira dalle montagne. E’ notte fonda e sono appoggiata ad un tavolino di ferro battuto: la fredda luna in cielo è una falce affilata e ci sono moltissime stelle, molto più luminose di quelle che riesco a vedere da casa. ‘E’ San Lorenzo ’ penso ‘chissà che non ne cada qualcuna… se fosse, so bene quale desiderio potrei esprimere.’

Sul tavolino c’è una bottiglia di vino bianco ed un bicchiere mezzo vuoto; lo prendo e me lo porto alle labbra. Il vino tipico greco, resinato, è delizioso e alla giusta temperatura; sebbene sia piuttosto leggero mi piace, e mi rinfresca le labbra e la gola. Lo bevo con calma e mi godo il suo sapore fino all’ultima goccia, mentre osservo con avidità la volta stellata e il paesaggio illuminato dalla luna: colline con vasti uliveti, circondati da bassi muri a secco che danno alla campagna un aspetto ordinato. Sento una grande serenità, portata dalla natura meravigliosa che mi sta davanti e dalla pace che mi circonda.

Poi, improvvisamente, il vento cambia, incomincia a spirare più forte e porta un profumo di gelsomino dolcissimo: le nuvole che vengono dal mare coprono la luna rapidamente. Sento che la mia tranquillità si dissolve in fretta: ho lo stomaco in subbuglio e l’ansia mi assale. Afferro il pacchetto di Marlboro e me ne prendo nervosamente una: nel cercare i fiammiferi sul tavolo urto il bicchiere, che cade e si rompe in mille pezzi. Stupidamente mi chino e provo a raccogliere i frammenti con le mani. Mi taglio.

Il cuore batte ferocemente ora, quasi stesse per scoppiare, ma io non ne capisco il motivo: poi, dalla posizione in cui sono, inginocchiata quasi sopra i cocci di vetro, ti intravedo tra le fronde del gelsomino.

I tuoi occhi, di un azzurro appena più chiaro del mio, mi fissano spaventati; poi per un istante, quando i nostri sguardi si incrociano, mi pare di leggervi speranza. Poi di nuovo paura. E dolore.

Non riesco a dire una parola, e i miei pensieri sono aggrovigliati e confusi. Tuttavia reagisco rapidamente, d’istinto, quando incominci a correre lungo la stradina acciottolata che va verso il centro del paese. Sono scalza, ma scendo di corsa la rampa di scale che mi separa dal vicolo; vedo i tuoi piedi che volano, mentre io ti inseguo con foga e col panico in fondo al cuore. Mi distanzi, e penso che non riuscirò mai a raggiungerti: poi intravedo un lembo del tuo abito di lino bianco dietro un muretto di un giardino, quasi mi aspettassi. Mi guardi un secondo, con determinazione e serietà questa volta, e poi riprendi a correre veloce sui ciottoli della strada, tanto che fatico a starti dietro. Le vie sono illuminate da lanterne e lampioncini, mentre ancora la luna si nasconde tra le nuvole: ti dirigi verso la spiaggia e io ti seguo con il cuore in gola, il fiato corto e i capelli che mi si scompigliano al vento.

Dalla spiaggia vai verso l’acqua, dopo avermi lanciato un ultimo sguardo carico di malinconia: il mare è scuro, nemmeno la luna ne lambisce più la superficie, ed è agitato, con alte onde che si infrangono con forza sugli scogli. Entri nell’acqua con i piedi, mentre io vengo presa dalla paura e mi fermo; so che non voglio tuffarmi. Sto esitando e tu ti muovi ancor più rapidamente, incurante delle rocce; in quell’istante un pensiero mi assale: ‘Forse non ti importa nulla ’ penso, quasi stizzita.

‘Ma se è così, cosa facevi sotto la mia finestra?’

Il dubbio è solo di un momento, e passa in fretta; arranco dietro di te sulla spiaggia sassosa, sento che le pietre mi feriscono e mi graffiano, ma non mi importa. Quello che voglio fare è raggiungerti e prenderti per mano; poi, asciugare le tue lacrime, accoglierti tra le mie braccia e coccolarti.

Inspiegabilmente procedi senza che gli scogli nell’acqua ti creino alcun problema: il vestito è bagnato e i tuoi capelli sono accarezzati dal vento. Io ho il cuore che mi scoppia e lacrime di rabbia e dolore mi riempiono gli occhi: sono le emozioni che mi guidano ora, e corro verso di te, sollevando grandi schizzi d’acqua e senza pensare che potrei rompermi l’osso del collo.

Il mare mi arriva alla vita quando scompari tra le onde: mi tuffo, ignorando la paura, e nuoto nella tua direzione. Non vedo bene ma so che sei lì, esattamente dove mi sto dirigendo ad ampie bracciate, lottando contro le ondate che mi investono violentemente. Nuoto con determinazione e mi pare di raggiungerti: mi manca il fiato ma continuo ad esigere dal mio fisico tutto quello che può dare, e forse anche di più.

Sei ad una bracciata o due da me, al massimo, quando finalmente ti scorgo: c’è della luce e non capisco da dove provenga, ma mi permette di vedere il tuo viso.

Capisco che stai andando a fondo, così prendo un bel respiro e mi immergo a mia volta.

So che mi sto spingendo al limite delle mie possibilità, e infatti quando arrivo a sfiorare la tua mano delicata sento che le forze mi abbandonano. Riesco soltanto ad afferrarti e a pensare che è troppo tardi, ormai.

Poi più nulla.

 

Mi sveglio nel mio letto ed è notte fonda: mi manca il respiro e il cuore batte furiosamente. Le tende sono tirate e una brezza fresca porta con sé fragranza di gelsomino.

‘E’ stato un sogno ’ penso, con un misto di sollievo e tristezza.

Poi mi accorgo con dolore che il sollievo è momentaneo e che avrei preferito essere lì con te, in quel gelido mare, piuttosto che in questo letto, tra lenzuola profumate e morbidi cuscini.

E le lacrime incominciano a rigarmi il viso.

 
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