Gabriel sbirciò sul monitor dell’astronave con attenzione. Stavano per atterrare su un pianeta a loro sconosciuto ed egli si era premurato di studiarne tutte le caratteristiche. Si trattava senza ombra di dubbio di un mondo abitato da persone molto meno evolute. Vivevano ancora come nell’antichità, senza le conoscenze che possedevano lui e il suo popolo. Sarebbe stato facile assogettarli e renderli schiavi, ma non era quello che interessava loro.
Gabriel era uno studioso. Il suo scopo era fare esperimenti e pensava che se avesse potuto studiare i comportamenti di uno di quegli esseri, avrebbe potuto accrescere le proprie conoscenze.
In particolar modo gli interessavano le tecniche riproduttive. Sarebbe stato possibile incrociare la sua razza con quella di quel pianeta? Ne sarebbe nato un essere con il loro livello evolutivo? Avrebbe potuto insegnare a un ipotetico figlio le loro conoscenze?
Quell’assurdo pensiero si fece strada nella sua mente, mentre dall’altoparlante una voce annunciava l’atterraggio.
Trasalì e tornò a studiare il monitor. Doveva trovare un modo. Sapeva che i suoi compagni non erano d’accordo con le sue idee all’avanguardia. Loro intendevano studiare il pianeta senza essere visti, da lontano. Non volevano alcun contatto con quella razza inferiore. Lui, tuttavia, lo trovava alquanto frustrante e stupido.
“Che c’è, Gabriel?” Gli domandò il comandante dell’astronave in tono severo. “Qualcosa non va?” Si chiese se non gli avesse letto nel pensiero. A volte era fastidioso possedere quell’abilità.
“Nulla”, mentì con riluttanza, augurandosi che il comandante non si fosse intrufolato nella sua mente, “Mi chiedevo soltanto cosa troveremo di interessante qui.”
Lui lo fissò col suo sguardo penetrante. Aveva gli occhi freddi come il ghiaccio che sembravano scandagliargli l’anima nel profondo. Era uno sguardo ipnotico.
Gabriel attese una qualche risposta che non arrivò. Il comandante si limitò a scrutarlo in silenzio, infine si allontanò.
Lui tirò un sospiro di sollievo.
Miriam era una giovane timida e insicura, ma con un’accesa fantasia. Una sognatrice, così la definivano. Apparteneva a una famiglia modesta ed era fidanzata con un giovane altrettanto umile che si occupava di falegnameria. Sapeva che il suo destino era quello di sposarsi e dare al suo sposo dei figli, per continuare la sua stirpe. Eppure a volte sognava qualcosa di più importante. Aveva la sensazione di non essere nata per la vita che altri avevano scelto per lei.
Amava Joseph, di questo non dubitava. Per lo meno, lo amava come si poteva amare un fratello o un amico. Non aveva mai conosciuto l’amore che legava un uomo a una donna, anche se la incuriosiva e talvolta si chiedeva come sarebbe stata la sua vita da sposata.
Era assorta nei suoi pensieri di ragazzina quando udì una voce e si spaventò. Era una voce strana. Sembrava che le penetrasse nella mente.
Si voltò con gli occhi sgranati e vide una luce accecante, poi un uomo apparve davanti a lei. “Non temere”, diceva la voce, “Non avere paura di me. Non voglio farti del male.”
“Chi sei?” Avrebbe dovuto essere terrorizzata. Che strana magia era quella? Eppure provava una calma interiore, quasi inspiegabile. Sembrava che fosse quello strano essere a infondergliela.
“Mi chiamo Gabriel”, disse lo sconosciuto. Miriam lo studiò con attenzione. Era alto e possente, con uno sguardo limpido da cui traspariva una profonda onestà. Doveva essere buono, stabilì mentre lui si avvicinava e le tendeva la mano.
“Vieni”, le disse, “Non ti farò alcun male.”
Continuava a parlarle, ma non muoveva le labbra. Si chiese come ci riuscisse.
Gabriel le sorrise. Era un sorriso così luminoso che la incantò.
“Posso comunicare con la forza del pensiero”, le spiegò come se avesse intuito la sua tacita domanda. “Vuoi fidarti di me?”
Miriam annuì affascinata da lui. “Sì.”
Si ritrovò all’interno di uno strano edificio, circondata da strani esseri. Gabriel continuava a dirle di non aver paura, anche quando fu attaccata a una strana macchina, dopo essere stata spogliata delle sue misere vesti.
“Che intendi fare?” Disse un uomo più anziano a Gabriel. Lui fece un cenno con la mano, quasi come se fosse infastidito. “E’ solo un esperimento”, disse, “Voglio donare il mio seme a questa giovane. Avrà un figlio e così potrò studiare l’incrocio fra le nostre razze.”
L’uomo anziano scosse il capo nervosamente. “Il comandante non sarà d’accordo.”
Ma Gabriel era sempre stato piuttosto testardo. “Quando lo saprà sarà troppo tardi.”
“Dunque hai intenzione di farle un’inseminazione artificiale?”
“Questa è la mia idea. Sì.”
“Hai pensato che quando questa giovane tornerà alla sua famiglia non potrà spiegare com’è rimasta incinta? La crederanno una peccatrice. Su questo pianeta hanno delle regole molto rigide. Uccidono le donne che si donano a un uomo al di fuori dal matrimonio.”
Gabriel parve tentennare, ma riacquistò subito la sua sicurezza.
“Non lo permetterò. Veglierò su di lei e su suo figlio.”
Miriam fissò entrambi con occhi spaventati. Aveva sempre pensato di essere destinata a qualcosa di diverso, ma quello era troppo. Quello era al di là della sua comprensione. Poi le fu inettato qualcosa di strano e perse i sensi. Cercò con tutte le sue forze di tenere aperti gli occhi, ma un sonno profondo e irreale la colse.
Quando si risvegliò era fra le mure della sua casa. Una casa dalle pareti bianche e spoglie. Non ricordava molto, solo il viso di uno strano essere che le sorrideva.
Un paio di mesi dopo scoprì di essere incinta.