Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 20 ottobre 2009,19:58

Vi è mai capitato di assistere a uno slittamento temporale? Di vedere cose appartenute a un altro tempo? Forse non crederete al mio racconto, io stessa non mi capacito di come possa essere accaduto, ma sono stata testimone di un fatto incredibile. Mi chiamo Jane O’Neill e un giorno, in compagnia di un amico, visitai la chiesa di  Fotheringay. Appena entrata, rimasi affascinata da un dipinto che si trovava dietro l’altare maggiore. Si trattava di una tela raffigurante la crocifissione e mi colpì a tal punto che mi soffermai a lungo ad ammirarne le linee e i colori. Forse fu il viso di quel Cristo sofferente ad entrarmi nell’anima; la cosa certa è che, tornata nella mia camera d’albergo, parlai col mio amico delle sensazioni che aveva suscitato in me quel quadro.

Lui mi guardò aggrottando la fronte. “Scusa, ma di che quadro stai parlando?” mi chiese con stupore. Lì sul momento risi di quella che credevo una battuta. Non potevo pensare che non avesse visto il dipinto. Era piuttosto grosso ed era praticamente impossibile non notarlo.

Quella notte faticai ad addormentarmi. Sentivo una forte agitazione, quello che ignoravo era il motivo per cui provassi queste strane emozioni.

Tuttavia, il mattino dopo l’episodio fu completamente archiviato. Mi convinsi di essermi  lasciata suggestionare da quello strano quadro e che il mio amico volesse solo tirarmi un brutto scherzo, affermando che secondo lui dietro all’altare maggiore non vi era alcun dipinto.

La cosa strana mi successe l’anno seguente, quando tornammo in quella chiesa. Tutto mi sembrò diverso: la pala d’altare era scomparsa e tutto l’interno della chiesa appariva completamente mutato.

Ne parlai col mio amico che rimase sconcertato dalle mie parole. Lui semplicemente non vi trovava nulla di diverso!

Cos’era accaduto? Mi chiesi spaventata. Com’era possibile che io avessi visto cose che in realtà non esistevano? E che fine aveva fatto il dipinto? Possibile che l’avessi solo immaginato? Eppure mi ero soffermata ad esaminarlo minuziosamente!

Fu allora che cominciai a interessarmi agli slittamenti temporali. Mi recai da un’esperta in materia, una certa Joan Forman che mi mise in contatto con un noto antiquario della zona. Dal mio racconto egli capì che la chiesa che avevo veduto non era quella attuale. Così si presentava all’incirca attorno al 1553.

Dunque io avevo compiuto un salto nel tempo! Per quanto possa sembrare folle l’idea, questo è quello che mi accadde. A volte la fantasia può superare la realtà.

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martedì, 01 settembre 2009,07:59

Gabriel sbirciò sul monitor dell’astronave con attenzione. Stavano per atterrare su un pianeta a loro sconosciuto ed egli si era premurato di studiarne tutte le caratteristiche. Si trattava senza ombra di dubbio di un mondo abitato da persone molto meno evolute. Vivevano ancora come nell’antichità, senza le conoscenze che possedevano lui e il suo popolo. Sarebbe stato facile assogettarli e renderli schiavi, ma non era quello che interessava loro.

Gabriel era uno studioso. Il suo scopo era fare esperimenti e pensava che se avesse potuto studiare i comportamenti di uno di quegli esseri, avrebbe potuto accrescere le proprie conoscenze.

In particolar modo gli interessavano le tecniche riproduttive. Sarebbe stato possibile incrociare la sua razza con quella di quel pianeta? Ne sarebbe nato un essere con il loro livello evolutivo? Avrebbe potuto insegnare a un ipotetico figlio le loro conoscenze?

Quell’assurdo pensiero si fece strada nella sua mente, mentre dall’altoparlante una voce annunciava l’atterraggio.

Trasalì e tornò a studiare il monitor. Doveva trovare un modo. Sapeva che i suoi compagni non erano d’accordo con le sue idee all’avanguardia. Loro intendevano studiare il pianeta senza essere visti, da lontano. Non volevano alcun contatto con quella razza inferiore. Lui, tuttavia, lo trovava alquanto frustrante e stupido.

“Che c’è, Gabriel?” Gli domandò il comandante dell’astronave in tono severo. “Qualcosa non va?” Si chiese se non gli avesse letto nel pensiero. A volte era fastidioso possedere quell’abilità.

“Nulla”, mentì con riluttanza, augurandosi che il comandante non si fosse intrufolato nella sua mente, “Mi chiedevo soltanto cosa troveremo di interessante qui.”

Lui lo fissò col suo sguardo penetrante. Aveva gli occhi freddi come il ghiaccio che sembravano scandagliargli l’anima nel profondo. Era uno sguardo ipnotico.

Gabriel attese una qualche risposta che non arrivò. Il comandante si limitò a scrutarlo in silenzio, infine si allontanò.

Lui tirò un sospiro di sollievo.

 

Miriam era una giovane timida e insicura, ma con un’accesa fantasia. Una sognatrice, così la definivano. Apparteneva a una famiglia modesta ed era fidanzata con un giovane altrettanto umile che si occupava di falegnameria. Sapeva che il suo destino era quello di sposarsi e dare al suo sposo dei figli, per continuare la sua stirpe. Eppure a volte sognava qualcosa di più importante. Aveva la sensazione di non essere nata per la vita che altri avevano scelto per lei.

Amava Joseph, di questo non dubitava. Per lo meno, lo amava come si poteva amare un fratello o un amico. Non aveva mai conosciuto l’amore che legava un uomo a una donna, anche se la incuriosiva e talvolta si chiedeva come sarebbe stata la sua vita da sposata.

Era assorta nei suoi pensieri di ragazzina quando udì una voce e si spaventò. Era una voce strana. Sembrava che le penetrasse nella mente.

Si voltò con gli occhi sgranati e vide una luce accecante, poi un uomo apparve davanti a lei. “Non temere”, diceva la voce, “Non avere paura di me. Non voglio farti del male.”

“Chi sei?” Avrebbe dovuto essere terrorizzata. Che strana magia era quella? Eppure provava una calma interiore, quasi inspiegabile. Sembrava che fosse quello strano essere a infondergliela.

“Mi chiamo Gabriel”, disse lo sconosciuto. Miriam lo studiò con attenzione. Era alto e possente, con uno sguardo limpido da cui traspariva una profonda onestà. Doveva essere buono, stabilì mentre lui si avvicinava e le tendeva la mano.

“Vieni”, le disse, “Non ti farò alcun male.”

Continuava a parlarle, ma non muoveva le labbra. Si chiese come ci riuscisse.

Gabriel le sorrise. Era un sorriso così luminoso che la incantò.

“Posso comunicare con la forza del pensiero”, le spiegò come se avesse intuito la sua tacita domanda. “Vuoi fidarti di me?”

Miriam annuì affascinata da lui. “Sì.”

 

Si ritrovò all’interno di uno strano edificio, circondata da strani esseri. Gabriel continuava a dirle di non aver paura, anche quando fu attaccata a una strana macchina, dopo essere stata spogliata delle sue misere vesti.

“Che intendi fare?” Disse un uomo più anziano a Gabriel. Lui fece un cenno con la mano, quasi come se fosse infastidito. “E’ solo un esperimento”, disse, “Voglio donare il mio seme a questa giovane. Avrà un figlio e così potrò studiare l’incrocio fra le nostre razze.”

L’uomo anziano scosse il capo nervosamente. “Il comandante non sarà d’accordo.”

Ma Gabriel era sempre stato piuttosto testardo. “Quando lo saprà sarà troppo tardi.”

“Dunque hai intenzione di farle un’inseminazione artificiale?”

“Questa è la mia idea. Sì.”

“Hai pensato che quando questa giovane tornerà alla sua famiglia non potrà spiegare com’è rimasta incinta? La crederanno una peccatrice. Su questo pianeta hanno delle regole molto rigide. Uccidono le donne che si donano a un uomo al di fuori dal matrimonio.”

Gabriel parve tentennare, ma riacquistò subito la sua sicurezza.

“Non lo permetterò. Veglierò su di lei e su suo figlio.”

Miriam fissò entrambi con occhi spaventati. Aveva sempre pensato di essere destinata a qualcosa di diverso, ma quello era troppo. Quello era al di là della sua comprensione. Poi le fu inettato qualcosa di strano e perse i sensi. Cercò con tutte le sue forze di tenere aperti gli occhi, ma un sonno profondo e irreale la colse.

Quando si risvegliò era fra le mure della sua casa. Una casa dalle pareti bianche e spoglie. Non ricordava molto, solo il viso di uno strano essere che le sorrideva.

Un paio di mesi dopo scoprì di essere incinta.

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venerdì, 03 luglio 2009,10:31

La pioggia scendeva lenta e si confondeva con le sue lacrime. Lacrime amare, di rabbia e frustrazione.

Le bagnava i capelli, i vestiti, le scarpe e le gelava l'anima.

Silvia si rannicchiò contro un muro. Le dolevano le ossa. Al cuore non voleva neanche pensarci.

Suo padre era rincasato ancora una volta ubriaco. Aveva cominciato a colpire sua madre, finché non era caduta a terra, priva di sensi. Poi, si era avventato su di lei.

Silvia ricordava ancora l'odore di alcol e fumo che emanava. Le sue mani grosse e rugose che la percuotevano, fino a farle uscire il sangue.

Non era la prima volta, quella, che infieriva su di lei, procurandole ferite indelebili nel corpo e nell'anima.

Dov'era il padre amorevole che la cullava quando era piccola, canticchiandole sottovoce una ninna nanna?

Dov'era il padre che l'accompagnava al parco e giocava a palla con lei?

Dov'era finito l'uomo che l'accompagnava a scuola al mattino e la sera la metteva a letto con un bacio, quel dolcissimo bacio della buonanotte che non avrebbe mai dimenticato.

Con gli anni si era fatto più nervoso. Ogni occasione era buona per gridare, mollare ceffoni.

Sapeva che da tempo tradiva ripetutamente sua madre e le riservava solo parole fredde e piene di rancore.

Quel rancore che anche lei provava, mentre la colpiva senza pietà.

Alla fine non ce l'aveva più fatta. Era riuscita ad afferrare un coltello dalla tavola della cucina e gliel'aveva piantato in pieno addome, con tutta la forza che aveva.

Un uomo si fermò sul ciglio della strada per osservarla piangere sotto la pioggia.

"Signorina, ha bisogno di aiuto?" Le chiese titubante.

Lei abbozzò un timido sorriso. "Ora non più. Ora non può più farmi del male."

 

 

 

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lunedì, 01 giugno 2009,14:08

L'uomo camminava con passi lenti e silenziosi, nella notte nebbiosa di Londra. Era l'anno 1850 e, a quell'ora tarda, per strada, c'erano solo ubriachi e prostitute.

Ma la fanciulla che lui stava seguendo, sembrava non appartenere a quella categoria. L'aveva guardata bene, quando l'aveva vista uscire, avvolta in un mantello, da una delle case signorili della città.

Possedeva un viso angelico e un paio di occhi chiari che parevano risaltare nel buio della notte. La pelle era bianchissima, quasi diafana, e la sua bellezza quasi innaturale. Era stato in quel momento che aveva deciso di seguirla e di fare di lei la sua prossima vittima.

Non era la prima volta che aggrediva donne indifese, protetto dall'oscurità. Lì, a Londra la gente si faceva gli affari suoi, raramente qualcuno accorreva per aiutare una donzella in difficoltà e, poi, se quella creatura si aggirava da sola di notte, voleva dire che non era così innocente come voleva far credere.

Pregustò il momento in cui avrebbe posato le sue mani luride su di lei - già immaginava il terrore nei suoi occhi - e accelerò il passo.

L'ignara fanciulla svoltò a un angolo della strada, addentrandosi in un vicolo maleodorante.

"Scusate", fece l'uomo, con un sorriso malefico dipinto sul volto.

Lei si girò e ricambiò il sorriso. Fu in quell'istante che egli notò un particolare strano: la ragazza aveva i canini troppo sporgenti, sembravano lame aguzze.

Non ebbe il tempo nemmeno di gridare che ella gli fu addosso, i denti serrati attorno al suo collo. Non era un'innocente fanciulla e l'uomo, da predatore, si tramutò in preda.

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venerdì, 08 maggio 2009,08:01

Trovai il mio diario di tanti anni fa, nella vecchia soffitta di mia nonna, quando mi ci recai per mettere in ordine le sue cose, prima di vendere la casa. Nonna Agata era mancata da qualche mese ed, essendo l’unico suo parente rimasto in vita, toccava a me occuparmi delle formalità.

Sorrisi cominciando a sfogliare quelle vecchie pagine ingiallite e d’un tratto i ricordi di quell’estate della mia gioventù, ormai trascorsa, mi assalirono portandomi un dolce vento di malinconia.

Era l’estate dei miei sedici anni ed io ero stato mandato dai miei a trascorrere le vacanze dalla nonna, nella sua casetta al mare.

Quello fu il periodo del mio primo amore. Mentre rileggevo, la mente riandò a quella mattina in spiaggia, quando incontrai per la prima volta i dolci occhi celesti di Margherita ed il mio cuore perse un battito mentre recuperavo il pallone da calcio che avevo inavvertitamente lanciato nella sua direzione, durante una partita con gli amici.

Margherita aveva la mia stessa età ed era una ragazza timida con lunghi capelli biondi e buffe efelidi sul nasino all’insù. Ero convinto di non aver mai visto nulla di più bello in vita mia.

Accorgendosi della mia confusione gli amici cominciarono subito a prendermi in giro ma a me non importava, giacché lei aveva risposto al mio sguardo con un sorriso talmente luminoso da abbagliarmi.

Da quel giorno io e Margherita passammo insieme ogni giorno. Facevamo lunghe passeggiate sulla spiaggia e la sera ci sedevamo sulla riva ad osservare il tramonto, bisbigliandoci frasi d’amore e fantasticando sulla nostra vita futura, un po’ come fanno tutti gli innamorati.

Era l’età dell’innocenza, quel periodo della vita in cui tutto sembra possibile e si è convinti che l’amore duri tutta la vita.

Cosa sia successo in seguito, quasi non saprei dirlo. Dopo le vacanze io tornai nella mia Torino e lei si trasferì a Napoli con la sua famiglia. I primi tempi ci scrivemmo qualche lettera nostalgica ma poi le nostre vite presero strade diverse.

Di quell’amore romantico ora sono rimaste solo queste ingiallite pagine di diario, a cui raccontavo ogni mio pensiero. Una lacrima mi solcò il viso. Forse la mia vita sarebbe stata diversa se avessi avuto il coraggio di ritrovare Margherita. Forse sarebbe stata più felice.

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sabato, 14 marzo 2009,13:20

Mi scuso con tutti per aver postato con un giorno di ritardo!

 

Io ed Edgar ci trovavamo in luna di miele in una località di mare, sull’Atlantico. Ci eravamo sposati in una calda e assolata mattina d’estate, dopo un fidanzamento durato anni. In realtà ci frequentavamo fin da bambini; la mia casa di Boston era in prossimità della sua e così spesso ci ritrovavamo a giocare insieme a mosca cieca o a nascondino. Lui era un ragazzino terribile ma io, fin da allora, ne ero affascinata. I suoi capelli biondi e gli occhi azzurri gli attribuivano quell’aria angelica da principe delle favole che non si era più scrollato di dosso. Anch’io sono bionda, ma i miei occhi sono verdi e di certo non ho mai avuto l’aria della principessa, sebbene la mia famiglia sia una delle più importanti di Boston. Del resto anche gli Addington erano piuttosto benestanti ed io ed Edgar abbiamo sempre frequentato gli ambienti più esclusivi della società bostoniana. Purtroppo, alcuni anni fa, gli Addington ebbero un tracollo finanziario e suo padre non si riprese mai da quella disgrazia. Edgar, tuttavia, prese in mano le redini della famiglia e si fece assumere da mio padre, diventando il suo braccio destro nella conduzione dell’azienda familiare. Non avendo figli maschi, sembrava la cosa più logica che mettesse tutto nelle mani del fidanzato della figlia. E noi siamo sempre stati una coppia modello, ben vista da tutti. Si parlava del nostro fidanzamento persino nei giornali alla moda ed il nostro matrimonio fu considerato dall’intera città il lieto coronamento di una romantica storia d’amore.

Quel giorno me ne stavo placidamente distesa su una sdraio nel giardino della villetta che avevamo preso in affitto quando uno sconosciuto si avvicinò con uno strano armamentario.

“La signora Addington?” chiese, cogliendomi di sorpresa.

“Si?” Mi schermai gli occhi dai raggi del sole e mi ritrovai a fissare un giovane alto e slanciato. Aveva occhi e capelli scuri ed emanava un fascino magnetico che mi turbò al primo sguardo.

“Suo marito mi ha assunto per farle dei ritratti.” Spiegò. Pareva anch’egli alquanto a disagio, mentre il suo sguardo indugiava sulla mia snella figura, leggermente abbronzata.

“Ritratti?” mi finsi confusa io, alzandomi in piedi.

“Fotografie, per la precisione.”

Notando la mia aria stupita aggiunse: “Probabilmente suo marito vuole immortalare per sempre la sua bellezza e, se posso permettermi, non mi stupisce affatto.”

Arrossii violentemente e mi apprestai a raggiungere l’interno della casa. Mi metteva a disagio restare sola con quell’uomo e almeno, una volta dentro la villa, avrei potuto contare sulla presenza della servitù. Lui mi seguì a debita distanza. “Allora, quando posso cominciare il mio lavoro?”

“Mio marito non è in casa. Preferirei discuterne prima con lui, se per lei non è un problema.”

L’uomo annuì con un’espressione enigmatica. “D’accordo”, concesse dopo un attimo che a me parve un’eternità, “Ripasserò domani, in mattinata.”

Ci stringemmo la mano, come vuole la buona educazione in questi casi, ma per tutto il giorno mi rimase addosso una strana sensazione. Pensai di dissuadere Edgar dall’idea di quelle foto. Paradossalmente non desideravo rivedere quell’uomo.

In realtà la mia era paura. Mi sentivo irrazionalmente attratta da lui e mi domandavo come fosse possibile. Prima d’ora non avevo mai dubitato di amare Edgar con tutto il cuore.

Fu quando scoprii che lui mi tradiva da tempo, da prima delle nozze per essere precisi, che io capii la verità. In realtà non ci eravamo mai amati davvero. Lui mi aveva sposato per impadronirsi dell’enorme fortuna che apparteneva alla mia famiglia ed io per fare contenti i miei genitori che caldeggiavano il nostro matrimonio fin da quando eravamo bambini.

Quando la cameriera venne ad annunciarmi una seconda visita del fotografo mi sentii per un attimo smarrita. Lo guardai. Aveva una luce nello sguardo che mi affascinava. Infine gli sorrisi nella certezza che anche se mio marito fosse venuto a scoprire la smisurata attrazione che provavo per lui non avrebbe avuto il diritto di giudicarmi. Pan per focaccia pensai, mentre mi avvicinavo con passo sinuoso a quello che sarebbe divenuto il mio amante.

                                                                                                   

 

 

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venerdì, 13 febbraio 2009,14:56

Mara soffriva di solitudine. Da poco era finita la sua tormentata storia d’amore con Giacomo; l’ennesimo rapporto conclusosi con dolore, l’ennesimo fallimento.

Era entrata nella chat di cupido così, quasi per gioco. Non si illudeva di trovare il principe azzurro, né immaginava che qualcuno potesse interessarsi a lei, una ragazza anonima, senza nulla di speciale.

Invece, già appena effettuata l’iscrizione era piena di messaggi.

Era una bella soddisfazione e si ritrovò, in men che non si dica, a scambiarsi dei messaggi con Marco.

Lui pareva un tipo affascinante e avevano un sacco di cose in comune, tra cui il segno zodiacale.

Erano nati a pochi giorni di distanza e la cosa li fece sorridere.

Mara si chiedeva cosa trovasse in lei e perché continuasse a scriverle con insistenza, quasi come se provasse un reale interesse per la sua vita ed il suo modo di essere.

Lei che era sempre passata inosservata.

Con sua grande sorpresa passarono alle mail. Marco era simpatico, riusciva a farla ridere e la faceva sentire importante.

Cominciò ad aspettare con trepidazione i messaggi di posta elettronica che le inviava, talvolta passavano intere mattinate a scriversi.

Poi cominciarono le telefonate. La voce di Marco era stupenda: calda e sensuale, proprio come piaceva a lei. E lui dichiarò di essersi innamorato della sua di voce, così limpida e cristallina.

Sembrava assurdo, eppure avevano preso il vizio di telefonarsi ogni sera, come due fidanzatini. Si erano scambiati una foto e così potevano immaginare di essere al telefono con qualcuno conosciuto nella vita reale, qualcuno il cui viso non era più un’incognita.

Marco le ripeteva un’infinità di volte che la trovava bella e un giorno le confessò che desiderava vederla.

Non vivevano vicini. Lui a Roma, lei a Genova. Ore di viaggio li separavano ma la voglia di trovarsi l’uno di fronte all’altro accorciava le distanze.

E così lui decise di partire per Genova il week end successivo. Diceva di voler passare la notte insieme a Mara, di essere pazzo di lei, e forse quella era davvero una pazzia.

Nonostante continuasse a ripetersi che in fondo lui era un estraneo, Mara non riusciva a smettere di desiderarlo. Voleva sentirsi ancora una volta importante per qualcuno. Voleva essere felice.

Forse fu il destino a mandare a monte i loro piani.

Venerdì Marco le inviò una mail in cui si rammaricava di dover rinviare quell’incontro per motivi di lavoro. Purtroppo avrebbe dovuto passare il fine settimana dietro un progetto urgente.

Pareva terribilmente dispiaciuto, anche perché il week end successivo sarebbe partito per le vacanze estive con amici e quindi il loro incontro sarebbe slittato di un paio di settimane, come minimo.

Comunque continuarono a sentirsi con la stessa frequenza.

Dalla sua vacanza lui la chiamò trafelato, dicendo che poiché il cellulare non prendeva nel campeggio in cui si trovava, aveva fatto un sacco di strada in bici sotto il sole cocente di agosto solo per sentire la sua voce.

Mara era commossa. Neppure il suo ex sarebbe mai arrivato a tanto!

Ma, quando Marco rientrò dalle ferie, una sera lo sentì al telefono e pareva un po’ giù.

Sua nonna si era ammalata gravemente e lui si sentiva addolorato e afflitto. Per quanto desiderasse consolarlo Mara non poteva fare molto. Probabilmente lui avrebbe avuto bisogno di abbracci e baci che, vista la distanza, non poteva dargli.

A poco a poco lui si allontanò da lei. Dapprima impercettibilmente, poi in maniera più evidente.

Un giorno le confessò di aver fatto l’amore con una ragazza, durante la sua vacanza al mare. Lei era di Roma e gli era stata vicina durante la malattia della nonna. Marco aveva bisogno di una presenza costante, qualcuno da abbracciare, da stringere. E quel qualcuno non poteva essere lei.

Mara si asciugò le lacrime. Il suo sogno era finito. Poi spense il computer e tornò alla vita reale.

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martedì, 13 gennaio 2009,10:39

Giorgio non ne poteva più. Anche l'ultima fidanzata lo aveva lasciato, lasciandolo solo e incredulo al tavolino di un bar. Sentiva ancora nelle narici la scia del suo profumo ma Elisabetta si era dileguata come tutte le altre.

Eppure non era un fidanzato possessivo e neppure eccessivamente geloso. Sapeva essere dolce al punto giusto e comprensivo.

Il problema non era lui ma lei. Sua madre.

Nessuna delle ragazze con cui aveva intrecciato una relazione sentimentale era riuscita a sopportare sua madre. Era praticamente impossibile andare d'accordo con lei.

Innanzitutto lo cercava per ogni cosa. Persino per una semplice telefonata si rivolgeva a lui: aveva bisogno di un taxi? Era Giorgio che lo faceva per lei. C'era la necessità di un idraulico che riparasse un rubinetto? Era Giorgio che doveva occuparsene. Spesso il povero Giorgio doveva uscire prima dal lavoro per scarrozzarla a destra e a sinistra. Nemmeno se doveva fare un regalo l'augusta signora si muoveva di casa. Era Giorgio ad andare per negozi, a sceglierlo e, spesso e volentieri, anche a pagarlo.

In pratica lei si prendeva solo il merito.

E poi c'erano le pretese. Perché nelle festività quello che le si regalava non era mai abbastanza. Se, a Pasqua, Giorgio le regalava una televisione nuova lei aveva da ridire che però non le aveva comprato una colomba. E se arrivava anche la colomba allora mancava l'uovo di cioccolata.

Oppure a Natale, se le veniva portato in dono un cellulare nuovo di zecca, lei voleva anche il panettone. E non uno qualsiasi. Doveva essere di quella marca particolare. E se poi le veniva regalato il panettone non andava più bene ed era meglio il pandoro.

Era in perenne competizione con la vicina di casa e pretendeva che Giorgio le comprasse tutto quello che aveva lei. Per esempio, la signora Maria aveva l'albero di Natale in un certo modo? Allora anche lei doveva averlo così. Si era fatta rifare l'impianto di riscaldamento? Anche lei doveva adeguarsi ed i caloriferi dovevano essere esattamente come quelli della vicina, altrimenti erano guai per il povero Giorgio.

Per le sue ragazze era angosciante la convivenza con lui perché Giorgio era perennemente votato a soddisfare i capricci della madre. E quando si prospettava anche solo l'idea di concretizzare il rapporto con il matrimonio fuggivano tutte a gambe levate.

Giorgio si alzò sospirando e prese il telefonino, componendo velocemente un numero.

"Pronto?" Rispose una voce dall'altro capo del filo.

"Pronto, mamma? Ti ho chiamata per dirti di buttare la pasta."

"Ah. Stai per arrivare finalmente! Sei in ritardo come al solito!"

"No. Non hai capito. Buttala via la pasta. Devo prendere un aereo. Mi trasferisco a New York!"

 

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martedì, 16 dicembre 2008,09:35

Era la notte di Natale e Rosa era tesa come una corda di violino. Sapeva che lo avrebbe visto. Lui era diventato in pochi mesi la cosa più importante della sua vita: si erano conosciuti per caso, frequentando lo stesso gruppo di amici; dapprima si erano scambiati sguardi imbarazzati poi, impercettibilmente, la mano di lui aveva sfiorato la sua. Era stato un crescendo di emozioni condivise, eppure a Rosa ancora non sembrava vero.
Si era sempre sentita invisibile agli occhi di coloro che avevano suscitato il suo interesse.
Aveva amato altre volte ma non era mai stata ricambiata e si era convinta di essere quel tipo di ragazza che non piaceva a nessuno.
Pertanto, anche quando lui la guardava con dolcezza, stentava a credere che potesse provare per lei qualcosa di diverso dalla semplice amicizia.
Del resto non le aveva mai dichiarato il suo amore.
Quando lo vide tremò quasi impaurita e gli rivolse un timido sorriso.
“Come sei bella”, le disse lui abbracciandola forte. Il calore delle sue braccia la fece arrossire e il cuore sembrava volesse schizzarle via dal petto, come impazzito.
Poi lui parlò di nuovo, con la sua voce dolce e vellutata:
“Ti voglio bene, Rosa”.
Perché i miracoli a Natale possono accadere.

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martedì, 18 novembre 2008,15:34

La ragazza strinse fra le mani l'antico manoscritto. Pareva una lettera d'amore ed era stata proprio lei a trovarla, nella soffitta della casa in cui era andata a vivere da poco. La voglia di saperne di più era troppa per ignorarla, così iniziò a leggere avidamente.

Caro Jean,

è con profondo sgomento che ti scrivo queste righe. Io che dicevo che non mi sarei mai innamorato, che avrei dedicato tutta la mia vita all’insegnamento della musica, mi sono cacciato in un bel guaio e, poiché non ho nessuno a cui confidare le mie pene, racconterò a te ciò che mi affligge. Sono stato preso a servizio da una nobile famiglia affinché dia lezioni di musica alla loro figliola, Christine. Credimi, se ti dico che ella è la più soave fanciulla che abbia mai visto in tutta la mia vita! Fin dal primo momento che ho posato gli occhi su di lei, il mio cuore ne è stato irrimediabilmente rapito. Ha le labbra come boccioli di rosa e il suo incarnato è talmente candido da sembrare di porcellana. E che dire dei suoi capelli? Pare che il sole si sia posato fra i suoi riccioli d’oro, donando loro tutta la sua luminosità. Mai ho potuto ammirare cotanta bellezza in una donna, eppure non potrò manifestarle ciò che provo. Non sono che un umile servo e certamente non posso aspirare alla mano di una fanciulla di alto lignaggio come lei. Non mi resta che lasciare il mio impiego e partire al più presto. Qui è pericoloso rimanere; rischierei di tradire i miei sentimenti, come è già accaduto. L’altro giorno la mia mano ha per caso sfiorato la sua e l’emozione è stata così forte che mi sono messo a tremare. Per fortuna ella non si è accorta di nulla, ma non posso continuare così. Pertanto ho deciso di imbarcarmi con la prima nave diretta nel Nuovo Mondo e che la fortuna mi assista.

La ragazza smise di leggere. Aveva gli occhi ricolmi di lacrime: quelle parole l'avevano commossa profondamente; vi aveva letto un'enorme tristezza, la stessa che provava lei in quel particolare momento. Lei che era prigioniera di un amore infelice. Il suo compagno era da tempo freddo e distante nei suoi confronti e lei aveva bisogno di qualcuno che fosse in grado di amarla come quell'uomo misterioso del passato, quello sconosciuto che aveva saputo scrivere parole così toccanti e incisive. Afferrò d'istinto il telefonino e scrisse velocemente un messaggio, selezionò il numero del suo ragazzo e premette invio. Solo poche parole: "E' finita." Alla fine aveva avuto il coraggio per scriverle. Le lacrime si tramutarono in un lento sorriso.

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