Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 08 luglio 2008,08:11

Il giorno dopo fu molto difficile rimanere in classe cercando di non incontrare il suo sguardo. Sapeva che se lo avesse fatto sarebbe scoppiata in lacrime. E all’uscita della scuola sentì come un macigno sul cuore quando lo vide allontanarsi insieme a Vanessa, ridendo e scherzando.

Ad un tratto Barbara le si avvicinò e le disse:

“Non te la prendere, Giulia. I ragazzi sono tutti stronzi!”

Ella si volse a guardarla con un’infinita tristezza. Ma fu contenta che Barbara le avesse rivolto una frase di incoraggiamento, proprio lei che l’aveva sempre presa in giro.

Nei mesi successivi, dopo l’esame, Barbara diventò la sua migliore amica. Si iscrissero alla stessa facoltà universitaria e la compagna cercò in tutti i modi di aiutarla a dimenticare Marco.

Non fu facile. Giulia giurò a se stessa che non avrebbe mai più permesso a un ragazzo di farla soffrire in quel modo e si chiuse a riccio. Per lei ora contavano solo lo studio e le amicizie. Grazie a Barbara era entrata in una compagnia di gente simpatica ed insieme organizzavano parecchie serate divertenti. D’estate andavano anche in vacanza insieme. Non aveva bisogno d’altro o almeno lo credeva, finché Marco non ricomparve all’improvviso nella sua vita.

Erano trascorsi due anni dall’ultima volta che lo aveva visto eppure non le parve affatto cambiato. Lo vide davanti all’ingresso della biblioteca universitaria, proprio mentre stava uscendo.

“Cosa ci fai tu qui?” lo apostrofò con fare un po’ scontroso.

“Vorrei parlarti, Giulia.”

“Chi ti ha detto dove trovarmi?”

Marco fece spallucce, era un gesto particolare che lo caratterizzava e Giulia si sentì trasportare in un attimo nel passato, ai tempi della loro storia d’amore.

“E’ stata Barbara”, spiegò infine lui, “L’ho incontrata poco fa e ci siamo messi a chiacchierare. Mi ha detto che siete diventate amiche e che ora studiate insieme. Allora le ho chiesto dove fossi e mi ha indicato la biblioteca.”

Giulia era furiosa.

“Non avrebbe dovuto farlo! Sapeva quanto ho sofferto a causa tua e che non desideravo vederti!”

Marco tuttavia cercò di difenderla.

“Non è stata colpa sua, sono io che ho insistito. Le ho promesso che non ti avrei fatto del male. Te ne ho fatto già troppo in passato.”

“E’ troppo tardi per chiedere scusa”, furono tuttavia le sue parole taglienti.

Marco le confessò di aver commesso un grosso errore lasciandola. Pensava col tempo di riuscire a dimenticarla invece il suo ricordo era sempre nei suoi pensieri. Non l’aveva abbandonato un attimo in quei due lunghi anni ed aveva capito che era inutile vivere nuove esperienze se non aveva lei con cui condividerle. Tuttavia Giulia non gli diede ascolto. Aveva sofferto troppo e non si fidava più di lui. Voleva solo dimenticarlo. “Avresti dovuto pensarci prima”, disse con una durezza che non le apparteneva. Sembrava che la dolce Giulia che lui aveva conosciuto fra i banchi di scuola fosse scomparsa. Ma Marco non si diede per vinto. Cominciò ad aspettarla ogni mattina alla fermata dell’autobus. La sommergeva di sms o telefonate e un giorno si presentò addirittura con un mazzo di fiori che Giulia rifiutò categoricamente. Spazientito dal suo atteggiamento distaccato, un giorno lui sbottò: “Cavolo, cosa devo fare per essere perdonato da te? Vuoi che mi metta in ginocchio? Lo faccio se vuoi…” ed anche in quell’occasione ella si comportò con una sorprendente freddezza:

“Non posso perdonarti, Marco! Mi hai fatto troppo male.”

Scappò via con le lacrime agli occhi e da allora non lo vide né sentì più. Pensò che si fosse stufato di correrle dietro e quasi ne fu dispiaciuta. In realtà non aveva mai smesso di amarlo. Aveva solo una gran rabbia dentro e tanta paura di soffrire di nuovo. Eppure lui le mancava da morire; le mancavano i suoi baci,le sue carezze, le risate insieme e le lunghe passeggiate sulla spiaggia. Davvero voleva rinunciare a tutto questo? Se lo chiese in un momento di sconforto e per la prima volta interrogò il suo cuore. D’impulso afferrò il telefono e compose il numero di Marco che ormai sapeva a memoria.

Lui rispose al terzo squillo con voce sorpresa.

“Pronto?”

“Ti amo”, fece Giulia tutto d’un fiato, pensava che non avrebbe più pronunciato quelle parole eppure le uscirono di bocca naturalmente, quasi come se quella frase non aspettasse altro che essere proferita.

Dall’altro capo del telefono si udì un lungo silenzio e poi la voce di Marco rispose:

“Ti amo anch’io, Giulia.”

In un attimo tutto il dolore provato in quegli anni si dissolse. Riaffiorarono i dolci ricordi che li legavano l’uno all’altro e la voglia di stringersi fra le sue braccia emerse all’improvviso.

“Vengo da te, aspettami!” esclamò mentre calde lacrime le rigavano il volto.

“Ti aspetterei tutta una vita”, disse lui con un timido sorriso.

Giulia gli stava dando una seconda possibilità e questa volta non l’avrebbe sprecata.

 

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martedì, 10 giugno 2008,08:46

. I mesi si susseguirono nella più perfetta armonia. Giulia e Marco si vedevano tutti i giorni, sia a scuola, sia oltre gli orari di lezione. I compagni avevano cominciato a prenderli in giro.

“A quando le nozze?” aveva esclamato malignamente Barbara.

Vanessa invece si era dichiarata profondamente disgustata.

“Sono talmente appiccicosi, diabetici oserei dire!”

Ma loro non si curavano dei pettegolezzi e vivevano serenamente la loro storia alla luce del sole.

Una sera lui la portò in spiaggia a guardare le stelle. Sapeva essere molto romantico e questo era uno dei lati che Giulia maggiormente apprezzava in lui. Si sedettero in riva al mare; lei aveva le guance arrossate dal freddo ma si sentiva talmente felice che avrebbe potuto rimanere lì, insieme a lui, per tutta la vita. “Hai freddo?” Le chiese all’improvviso Marco, vedendo che tremava.

“Un poco”, rispose lei stringendosi forte a lui.

“Ti riscaldo io, non temere!” E si chinò a baciarla dolcemente.

Quella sera fecero l’amore per la prima volta. Lì, sulla spiaggia deserta, cullati dalle onde del mare. A Giulia sembrò di toccare il cielo con un dito mentre le mani di lui l’accarezzavano dolcemente ed i suoi baci le sfioravano la pelle come lingue di fuoco. Inutile dire che il freddo le passò all’istante per lasciar posto a una marea di sensazioni indimenticabili.

Eppure anche la storia fra Giulia e Marco era destinata a finire. Successe i primi giorni di maggio. Lui da un po’ di tempo era più taciturno e spesso trovava la scusa di dover studiare pur di non stare con lei. “Tra non molto la scuola finirà e avremo gli esami”, le disse una mattina, dopo le lezioni, “Ed io non sono affatto preparato. Ho bisogno di ripassare ancora alcune materie, da questo esame dipende tutto il nostro futuro!”

Giulia sapeva che aveva ragione, ma qualcosa nel suo atteggiamento le fece dubitare che non ci fosse dell’altro; qualcosa che lui le nascondeva.

“Dimmi la verità, Marco. Cos’è che ti turba?”

Lui sospirò, distogliendo lo sguardo, quasi non avesse il coraggio di incontrare i suoi occhi.

“Stiamo facendo le cose troppo in fretta, Giulia!”

“A cosa ti riferisci?” le parole le uscirono di bocca in un sussurro. Tremava, ma stavolta non era per il freddo.

“Mi riferisco alla nostra storia. Stiamo correndo troppo. Cavolo, siamo ancora troppo giovani!”

Giulia sentì le lacrime affiorarle e le ricacciò indietro. Non voleva che lui la vedesse piangere, era stata sempre molto orgogliosa.

“Che c’entra la nostra età? Non capisco…”

Marco parve spazientirsi.

“C’entra eccome, Giulia! Ti rendi conto che abbiamo una vita davanti? E tantissime esperienze da fare? Hanno ragione i nostri compagni a prenderci in giro, noi siamo sempre appiccicati come la colla! Io ho bisogno di conoscere gente nuova, di vivere la mia vita appieno…”

“Stai cercando di dirmi che vuoi lasciarmi?” le faceva male il petto mentre pronunciava quella frase, ma doveva sapere. Ormai fingere che nulla fosse successo non si poteva più.

“Sì, Giulia. Probabilmente sarò io a pentirmene ma non ce la faccio più a continuare così. Rivoglio la mia libertà.”

Quelle parole la ferirono profondamente. Aveva parlato come se il loro amore fosse una gabbia da cui scappare. Per lei era una cosa diversa. Per lei era la massima espressione della vita, la gioia, l’emozione più grande.

Rimase per un istante a guardarlo in silenzio, come se volesse imprimersi nella memoria i lineamenti del suo viso. Poi lentamente si voltò e scappò via.

Continua...

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martedì, 13 maggio 2008,08:02

Giulia guardò furtivamente il nuovo compagno di scuola. Era un ragazzo riservato e taciturno che dimostrava più dei suoi 18 anni. Le altre ragazze della classe già scommettevano su chi fra loro sarebbe riuscita a conquistare quel bel tenebroso e non facevano altro che girargli attorno.

Ma Giulia no, lei se ne stava in disparte ad osservare le compagne coi loro sorrisini maliziosi, troppo timida per prendere parte al gioco anche se, forse, non le sarebbe dispiaciuto avere per sé la sua attenzione.

“Marco, studiamo insieme questo pomeriggio?” propose improvvisamente Vanessa all’oggetto dei suoi pensieri “I miei genitori sono fuori casa e potremmo dedicarci alla ricerca di scienze senza essere disturbati.” Le altre ragazze sogghignarono.

“Sì, alla ricerca di scienze!” esclamò Barbara divertita e velocemente scansò la gomitata che Vanessa le aveva indirizzato. Giulia scosse la testa disgustata. Trovava di pessimo gusto proporsi in quel modo sfacciato a un ragazzo. Diversamente dalle sue compagne lei sognava una storia romantica, lunghe passeggiate al chiar di luna e una dichiarazione d’amore in piena regola.

Purtroppo dubitava di poter avere tutto questo un giorno. Eppure non era brutta, tutt’altro; chiunque la conoscesse la considerava decisamente carina, coi suoi lunghi capelli castani e quegli occhi verdi sognanti. Il suo problema era la timidezza. Non avrebbe mai avuto il coraggio di far capire a un ragazzo che era interessata a lui, né tanto meno di invitarlo ad uscire. Eppure Marco le piaceva da morire. Aveva un non so che di affascinante col suo carattere chiuso e scontroso, un James Dean dell’era moderna! Mentre era persa nelle sue riflessioni, quasi non si avvide che lui si era avvicinato proprio a lei e le stava parlando.

“Come?” balbettò confusa, “Non ho capito…”

Il sorriso sbarazzino di Marco la fece arrossire.

“Ti ho chiesto se ti va di preparare insieme la ricerca.”

“Pensavo la facessi con Vanessa!”

Lui fece spallucce.

“Chi? Quella? Non credo sia seriamente intenzionata a studiare ed io non ci tengo a prendere un brutto voto a causa sua. Quest’anno abbiamo l’esame e dobbiamo impegnarci a fondo.”

I suoi occhi azzurri la scrutarono per un lungo istante poi aggiunse con un leggero imbarazzo:

“E poi tu sei la più brava della classe, no?”

A quelle parole Giulia si sentì avvampare di nuovo. Detestava il rossore che le colorava le guance quando qualcuno la metteva a disagio. Non poteva sapere che quella era una delle cose che più piacevano a Marco di lei.

“Va bene”, rispose infine con un filo di voce “Ci vediamo alle tre in biblioteca, allora!”

“Sarò puntuale!”

La storia di Giulia e Marco cominciò così, in una mattina di fine ottobre, fra i banchi di scuola.

In seguito ci furono interi pomeriggi a studiare insieme, ore passate a parlare di tutto e a confidarsi i propri piccoli segreti. E infine venne il bacio. Quello tanto sognato e desiderato, come nei film, quando ci si giura amore eterno. Per Giulia fu una forte emozione che avrebbe ricordato per sempre. Quel giorno passeggiarono a lungo, tenendosi per mano come una qualsiasi coppia di innamorati, col cuore in tumulto per aver scoperto per la prima volta l’amore.

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venerdì, 11 aprile 2008,07:59

Parigi. Anno 1675.

 

Quella mattina una donna stava per essere condotta al patibolo, dopo essere stata selvaggiamente torturata e infine esposta agli insulti della folla. Non era una mattina normale e quella non era una donna come tutte le altre. La si accusava di innumerevoli crimini, persino di stregoneria, sebbene a guardarla paresse più una martire che una strega. Immagino vi chiederete chi fosse e come finì sul patibolo quel giorno. Forse è meglio cominciare questa storia dal principio.

Marie Madeleine d’Aubray era nata in Francia quarantacinque anni prima. Di famiglia nobile e agiata, a ventuno anni fu data in sposa, senza amore, com’era d’uso all’interno della classe sociale a cui apparteneva, a un uomo molto più anziano di lei, ma assai ricco.

Antoine Gobelin, marchese de Brinvilliers, era decisamente un vecchio satiro e, oltre a non occuparsi di lei, la tradiva ignobilmente, cosa per nulla inusuale a quell’epoca e in quell’ambiente. Forse, si fosse trattato di un altro tipo di donna, la nostra Marie avrebbe sopportato stoicamente la sua situazione, rifugiandosi nella preghiera e nella conduzione delle attività domestiche, come si conveniva a una buona moglie. Tuttavia, questa nobile dama, perennemente affamata di sesso, denaro e ambiziosa come poche, non era facile alla rassegnazione, né tanto meno all’astinenza. Fu così che cominciò a non disdegnare certe compagnie nel suo letto, stalloni coi quali si diceva facesse faville e che non rovinavano più di tanto la sua immagine, in una società dedita al libertinaggio.

Eppure Marie non era mai soddisfatta, voleva sempre di più e sembrava che i suoi amanti non la appagassero mai sufficientemente. Almeno fino a quando non comparve sulla sua strada un certo Gaudin Sainte-Croix, un affascinante libertino che, evidentemente, seppe come conquistarla.

Si erano conosciuti una sera a un ballo e lei era rimasta affascinata non solo dal suo aspetto, bensì dalla nomea di grande amatore. Di lui si diceva che non aveva mai lasciata insoddisfatta una dama e, di certo, ne aveva avute tante. Non aveva opposto resistenza, quindi, quando, ammaliato dalla sua bellezza, l’aveva condotta in un angolo nascosto del parco per farla sua.

“Siete così bella”, le aveva sussurrato, mentre insinuava una mano sotto la veste dell’avvenente marchesa. Lei aveva chiuso gli occhi estasiata e non aveva avuto la forza di rispondere nulla.

Tutto sarebbe filato liscio se, quell’adorabile malfattore, non fosse stato sgradito alla famiglia di lei, data la sua indubbia fama. Un conto erano gli amanti occasionali, ma addirittura un avventuriero senza scrupoli era veramente troppo da sopportare. E, se lo fece, il marito tradito, diversamente agì il padre della fanciulla che, smuovendo mari, monti e conoscenze politiche, riuscì a farlo imprigionare con un’accusa, dopotutto nemmeno tanto campata in aria.

Fu così che, la povera fanciulla, fu privata di quei piaceri della carne a cui non poteva fare a meno, almeno fino a quando il suo amante non uscì di prigione. Appena poté di nuovo stringerlo fra le braccia, o fra le gambe, Marie si rese conto di desiderare ardentemente la vendetta. Per sua fortuna, il caro Gaudin, durante il suo soggiorno forzato in carcere, aveva imparato alcune cosette che non avevano tanto a che fare col darle piacere fra le lenzuola, bensì con l’arte dei veleni. Ed ecco che, fra una scopata e l’altra, la nostra marchesa apprese come eliminare le persone a lei scomode. Dopo un breve apprendistato all’ospedale Maggiore, dove la d’Aubrey andava ad elargire la sua elevata compassione e dove cominciarono, casualmente, ad avvenire morti sospette, venne a mancare, per cause misteriose, il padre di Marie, deceduto nel suo castello di Offemont. Mai intromettersi nelle faccende di due cuori innamorati, perché non si sa cosa potrebbe accadere! Non soddisfatta, tuttavia, la marchesa decise di eliminare due sue sorelle e un fratello, nonché un suo lacché che forse non l’aveva soddisfatta sufficientemente a letto. Ebbene sì, forse si lasciò prendere un po’ la mano, al punto che le venne in mente di avvelenare anche il suo povero marito, tanto non le serviva a granché. Peccato che, a quel punto, il suo amante e complice cominciò a nutrire dei rimorsi e sbagliò la dose di veleno da somministrare al malcapitato. E questa cosa non andò giù alla marchesa, ansiosa di darsi alla bella vita, senza l’impiccio del marito. Cosicché, un giorno, il libertino ex galeotto, fu trovato morto fra le rovine del suo laboratorio, dopo un incendio. Il caso volle che, per sfortuna della bella Marie, insieme al cadavere, fu ritrovato un diario in cui erano state annotate le confessioni del defunto riguardo ai precedenti omicidi. Alla d’Aubrey non restò altro da fare che rifugiarsi in un convento, ambiente poco consono a una come lei, ma che le garantiva la sicurezza, poiché, come proprietà dello stato della Chiesa, non concedeva l’estradizione. Ora, immaginatevi la nostra povera puledrina senza il conforto dei suoi stalloni, in un convento sperduto; poteva mai resistere? Ma, inaspettatamente, le si presentò l’occasione di fornicare con niente di meno che un abate. Poteva dire di no? Pertanto, in  una notte dal cielo stellato e una luna grossa come un cocomero, la marchesa uscì di soppiatto dal convento, pronta per l’incontro galante col suo abate che, tuttavia, si rivelò essere un luogotenente di polizia. Lontana dalla protezione del convento, Marie fu arrestata, ma, dopotutto, si trattava solo di passare da una cella a un’altra.

Forse avrebbe potuto cavarsela recitando l’aria contrita e pentita della vittima sacrificale, non fosse per una sua tardiva confessione scritta, in cui enunciava tutte le sue marachelle, fra cui storie di letto avute con cugini, fratelli e chi più ne ha più ne metta. Salvarla dalla forca sarebbe stato alquanto problematico. Ebbene, questo è il motivo per cui, in quella mattina, la povera donna si ritrovò sul patibolo fra gli insulti dei suoi concittadini. La cosa strana? Che, subito dopo la sua morte, ella venne acclamata come una santa, dagli abitanti di Parigi. Così la marchesa de Brinvilliers, pluriomicida, ninfomane e visionaria, maniaco compulsiva e autolesionista ora è venerata al pari di Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orleans.

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martedì, 04 marzo 2008,07:59

Lisa si strinse nel suo vecchio cappotto di lana, in quella gelida mattina di dicembre. Ai suoi piedi una valigia, fatta di fretta e con le lacrime agli occhi. Aveva preso la sua decisione: sarebbe andata via dalla sua città, ormai non poteva più restare, troppe cose le parlavano di Stefano e lei voleva solo dimenticarlo. La stazione di Milano, a quell’ora, era gremita di gente, ma lei non si era mai sentita più sola. Aveva conosciuto Stefano molti anni prima, sui banchi di scuola. Era un ragazzo timido, con gli occhiali e un sacco di lentiggini. Nessuno se lo filava, ma a lei piaceva, soprattutto per la sua intelligenza. Era il primo della classe e nulla gli sembrava mai troppo difficile. Lisa aveva cercato in tutti i modi di essere notata da lui. Gli aveva chiesto aiuto per i compiti, all’uscita della scuola lo aspettava per fare un po’ di strada insieme, lo aveva persino invitato alla sua festa di compleanno. Ma ogni suo tentativo era risultato vano. Stefano era sempre stato gentilissimo con lei, sempre disposto ad aiutarla, a spiegarle gli esercizi di matematica, ma di lei come donna sembrava non importargli nulla. Eppure Lisa era la ragazza più bella della scuola. Alta, snella, con lunghi capelli biondi e occhi verdi. Il suo sorriso aveva fatto cadere ai suoi piedi centinaia di ragazzi, ma non Stefano, l’unico che lei desiderasse davvero. Poi c’era stata la maturità e infine le vacanze estive. Lisa aveva organizzato un viaggio in Sardegna con alcuni compagni e non aveva esitato a invitare anche Stefano. Immaginava lunghe passeggiate con lui sulla spiaggia, chiacchierate al chiaro di luna a confidarsi i loro piccoli segreti. E invece lui era sempre rimasto in disparte, a leggere per conto proprio. Alla fine si era messa con Andrea più per disperazione che per una sincera attrazione e poi sperava in quel modo di farlo ingelosire almeno un poco. Andrea era il ragazzo più carino del gruppo. Eccelleva in tutti gli sport e aveva un fisico da urlo; tutte le ragazze della scuola impazzivano per lui. Ma Lisa non riusciva a smettere di pensare a Stefano, anche mentre Andrea la baciava non poteva impedirsi di immaginare che a farlo fosse lui. Poi le vacanze erano finite. Lisa e Stefano avevano intrapreso studi diversi e le loro strade si erano separate del tutto. Alcuni anni dopo lei aveva sposato Andrea ed erano andati a vivere in una bella casa fuori Milano con il giardino e tanti fiori. Ma il matrimonio non era durato a lungo; Lisa e Andrea avevano caratteri troppo diversi per poter andare d’accordo. Lui tutto dedito ai suoi sport e agli amici, lei si divedeva fra il lavoro e la casa. Avevano finito per divorziare in una grigia giornata autunnale e Lisa si era ritrovata nuovamente sola. Un giorno, per caso, aveva incontrato Stefano in una libreria. Avevano scambiato qualche parola impacciata e lei lo aveva invitato a prendere un caffè. Lui era diventato un ambito avvocato, vestiva in giacca e cravatta e a lei sembrava ancora l’uomo più affascinante del mondo. Si erano rivisti un paio di volte e, lentamente, lui era tornato a far parte della sua vita. Parlavano di tutto, Lisa non faceva nulla senza prima chiedere un suo consiglio e lui le raccontava del suo lavoro e della sua famiglia. Era rimasto scapolo e viveva ancora coi suoi genitori, anche se diceva di desiderare un po’ di indipendenza. Lisa aveva sperato invano di riuscire a conquistarlo. Ma aveva dovuto arrendersi all’evidenza. Lui non la voleva. Durante la loro assidua frequentazione non aveva mai cercato di baciarla, mai una carezza o uno sguardo di desiderio. Eppure aveva tentato in tutti i modi di essere bella e seducente. Si presentava ai loro appuntamenti con gonne sempre più corte che mettevano in evidenza le sue gambe lunghe e ben tornite oppure magliette e camicie dalle profonde scollature. Stefano, tuttavia, sembrava non notare nessuna di queste cose e, se lei gli si avvicinava alla ricerca di un contatto più intimo, cominciava a parlarle di un problema di lavoro e raffreddava all’istante i suoi ardori.

Lisa aveva pianto tutte le sue lacrime per lui, finché non si era detta che non poteva passare il resto della sua vita a inseguire un sogno. E adesso si trovava lì, davanti a un treno, con l’impressione di aver buttato via parte della sua esistenza. A un tratto una voce alle sue spalle la fece voltare. Si ritrovò a fissare il viso di Stefano, pareva impacciato e nervoso. “Che ci fai tu qui?” Chiese con un filo di voce. “Sono passato da casa tua e non c’eri. Mi hanno detto che eri in partenza, perché non mi hai detto nulla?”

“Ti sarebbe importato?” Lisa aveva le lacrime agli occhi.

“Certo che sì. Come puoi dubitarne?”

“Ho cercato in tutti i modi di farmi notare da te, fin dai tempi della scuola”, la verità le uscì di bocca come un fiume in piena. Non poteva più tacerla. “Ma tu mi hai sempre vista come una confidente e basta. Non ce la faccio a continuare così, Stefano, ci sto troppo male. Ho bisogno dei tuoi baci, delle tue carezze e, se ti sono così indifferente, preferisco allontanarmi il più possibile da te, piuttosto che farmi del male. Lo capisci?”

“Io non…” Stefano pareva allibito. Aveva sempre amato Lisa, ma la vedeva così irraggiungibile. Bella, simpatica, sempre allegra e sorridente, aveva ai suoi piedi gli uomini più affascinanti; le bastava entrare in un locale che tutti si voltavano a guardarla ammirati. Lui cosa aveva da offrirle? Era timido, impacciato, nessuna donna si sarebbe interessata a lui, come poteva farlo Lisa? Tutte le volte che aveva pensato di rivelarle i suoi sentimenti aveva finito per darsi dello stupido e aveva cambiato argomento. Ora però non riuscì a tacere i propri sentimenti. “Ti amo”, mormorò attirandola a sé. Lisa trasalì. Non si sarebbe mai aspettata quelle parole. Non sapeva perché, ma non riusciva a frenare le lacrime. Erano lacrime di gioia.

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venerdì, 01 febbraio 2008,07:58
20070819-214010

San Francisco, anni '30.

Edgar entrò nella stanza d’albergo di Lidia e si guardò distrattamente intorno. Non male come ambiente; intimo e sofisticato. Si adattava perfettamente alla personalità della sua amante. Lidia intanto gli aveva versato da bere e gli porgeva il bicchiere con una strana luce negli occhi. Era sempre stata una persona enigmatica. Spesso si era chiesto da cosa derivasse il suo interesse per lui eppure ancora non era riuscito a darsi una risposta. Dapprima aveva creduto che fosse interessata al denaro, ma poi, quando era risultato evidente che a possedere un ricco conto in banca era sua moglie e non lui, questa ipotesi era sfumata. Che fosse amore? Piuttosto assurdo, visto che non era minimamente infastidita dalla presenza di un’altra donna nella sua vita. Si sa, le donne innamorate sono possessive, non tollererebbero una rivale. Forse Lidia era semplicemente attratta da lui. In fondo erano simili; entrambi scaltri e senza scrupoli. Il pensiero di lei che lo desiderava follemente lo eccitò al punto che posò il bicchiere e la spinse contro la parete. Nella fretta urtò un tavolino, ma per fortuna non rovesciò nulla. Lei fu scossa da una sommessa risatina. “Quanta foga, amore mio. Dunque ti sono mancata!” In risposta lui le abbassò la spallina dell’abito a sottoveste che indossava, mentre con l’altra mano le sollevava la gonna, scoprendo la coscia vellutata di lei.

“Che c’è? La tua mogliettina non ti soddisfa come faccio io?” lo stuzzicò ancora la donna. Poi la bocca di Edgar si posò sulla sua e non ci furono più scambi di parole ma solo le loro lingue che si rincorrevano in una danza sensuale ed erotica. Avvertì le dita di lui insinuarsi all’interno delle proprie mutandine e si sentì sciogliere dalla calda sensazione che ne derivò. Lui giocherellò a lungo col suo clitoride, fino a sentirla completamente bagnata. Poi sorrise soddisfatto. “Beh, non vorrai dirmi che tu non mi desideri. Mi pare piuttosto evidente.” Lidia ricambiò il sorriso e si sfilò le mutandine, inutile ingombro per quel loro incontro serale. Poi allungò la mano verso i pantaloni di lui, tirò giù la zip e ricambiò il favore accarezzando il suo membro con movimenti esperti. Edgar chiuse gli occhi. Stranamente gli venne da pensare ad Alicia, così fragile e timida. Fare certe cose con lei era a dir poco impossibile. Prenderla in piedi, contro la nuda parete di una stanza d’albergo… non glielo avrebbe mai permesso. Invece con Lidia poteva fare qualsiasi cosa, con lei non doveva recitare nessuna parte e questo era altamente eccitante. Entrò dentro di lei con un movimento deciso del bacino e la sentì gemere mentre si muoveva con gesti rapidi e in profondità. Gli piaceva sentirla godere e ben presto arrivò anche lui all’apice del godimento. In un attimo ogni pensiero riguardo ad Alicia fu spazzato via da un orgasmo travolgente.

Tornando a casa, tuttavia, ebbe una sorpresa ancor più travolgente. La sua camera da letto era deserta e sul suo comodino spiccava un bigliettino. La grafia era quella della moglie, precisa e ordinata. Denotava pienamente il suo modo di essere, calmo e pacato.

 

Caro Edgar,

pensavi che non sapessi della tua relazione con Lidia, ma ti sei sempre sbagliato.

Ho chiuso gli occhi, pensando stupidamente che prima o poi ti saresti stancato di lei.

Ebbene, mi sono stancata io invece, di te.

Verrai contattato al più presto dal mio avvocato per l’avvio delle pratiche per il divorzio.

Temo che ti lascerò senza un soldo, mio caro. Dopotutto non mi sarà difficile provare il tuo tradimento.

 

Edgar rimase senza parole. Pensava di farla franca, che la moglie fosse troppo stupida e ingenua per accorgersi che la tradiva. Pallido in volto si accese una sigaretta. Paradossalmente era tutto ciò che gli era rimasto.

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martedì, 08 gennaio 2008,08:02

Il pittore pareva concentrato sulla tela ma in realtà il suo sguardo si perdeva in quello della ragazza che posava per lui. Lei aveva un viso angelico ed occhi grandi e luminosi. Una profonda emozione lo coglieva ogni volta che i loro sguardi si incontravano. Che era mai questa sensazione mai provata prima? Era diventata un’ossessione. Non pensava che a lei, non vedeva che lei, persino quando chiudeva gli occhi ella era lì che lo osservava, le labbra incurvate in un sorriso così sensuale da togliere il fiato. Avevano un non so che di erotico quelle labbra rosee. Forse avrebbe dovuto parlarle  ma temeva di rovinare tutto. Non era mai stato bravo lui, con le parole. Eppure era completamente avvinto da quella donna. Poi lei si alzò. La vide avvicinarsi a lui con passi leggeri e sinuosi, respirò il suo profumo quando fu così vicina da poter quasi udire il battito del suo cuore. Ora fissava il dipinto con aria assorta, quasi non fosse lei la persona ritratta ma una perfetta sconosciuta. Era un’opera straordinaria e, mentre la studiava, un’ondata di calore la colse, pervasa dall’ennesima passione che vedeva negli occhi del pittore e che la sua opera rappresentava così bene. Si chinò a baciarlo, come spinta da una forza misteriosa; le labbra appena dischiuse che quasi tremavano sotto le labbra di lui e la lingua esigente che si intrecciò alla sua. Il pittore capì all’istante che avrebbe ricordato quel bacio tutta la vita, così come il pulsare del proprio cuore. Poi si destò. Era stato solo un sogno. Il bacio, la ragazza; nulla era esistito veramente. Solo il battito del suo cuore era reale. Un cuore palpitante d’amore.

 

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venerdì, 07 dicembre 2007,07:57

20 agosto 1819

 

Caro Ferdinando,

ti scrivo questa lettera col cuore in tumulto. Ho conosciuto la più soave delle creature, una fanciulla di soli vent’anni, bella come il sole e dolce come la brezza di primavera.

Si tratta della figlia minore della contessa Beatrice Serbelloni Trivulzio ma, nonostante le sue nobili origini, non v’è in lei la minima alterigia; al contrario il suo cuore è permeato dei sentimenti più soavi. Ahimé, se solo potessi avere la possibilità di conquistare quel cuore!

L’altro giorno, di ritorno da una delle nostre passeggiate solitarie, ci siamo fermati a dissetarci, tanta era la calura estiva che ci affliggeva, e la fanciulla che mi ha rapito il cuore, dopo aver portato alle sue labbra un bicchiere di latte, si è affrettata a porgermi quello stesso bicchiere.

Puoi immaginare il mio turbamento, amico mio, io che quelle labbra le coprirei di baci!

Eppure non mi è dato d’amarla, caro Ferdinando. Tra noi non potrà esserci null’altro che una sincera amicizia, dal momento che la mia amata è promessa a un altro uomo. Qualcuno di nobili natali come lei che la sua famiglia tiene in grande considerazione.

Si tratta del conte Luigi Archinto, un apprezzato violinista per giunta, cosa che lo accomuna a questa soave fanciulla di cui ti parlo, in quanto anch’ella è appassionata di musica e si diletta a suonare l’arpa.

Tutte queste ragioni fanno del mio sentimento un amore impossibile da realizzare, tuttavia non so resistere a quegli occhi e a quel sorriso, quasi fossi sotto un terribile incantesimo.

Una sera, per esempio, ero con gli amici alla Cascina; si era un po’ stanchi e il caldo non ci dava tregua così che eravamo sul punto si assopirci sopra un sofà, quand’ecco compaiono tre cappellini di donna e una voce soave riempie la stanza, come la più dolce delle melodie.

Sono balzato su in piedi come un innamorato di 15 anni e mi sono fatto rosso per la vergogna e l’imbarazzo. Le ho visto un guizzo nello sguardo, come una punta di malizia, mentre nascondeva un sorriso dietro al ventaglio.

Credo che lei conosca bene i miei sentimenti. Li avrà indovinati durante le nostre chiacchierate, poiché non sono in grado di nasconderli e temo che prima o poi tutti indovineranno ciò che provo.

Devo andare via di qui, amico mio. E’ più prudente. Per me e per lei.

Scusami se ti ho tediato con questo sfogo da innamorato non corrisposto ma tu sei l’unico a cui posso confidare il mio tormento.

A presto, dunque. Ti darò mie notizie.

 

 

15 novembre 1820

 

Caro Ferdinando,

ti scrivo anche se ben so che non potrò farti avere questa mia lettera. Sono stato imprigionato e non so se uscirò vivo da questa mia avventura. Le mie idee liberali di libertà e indipendenza mi hanno condotto a questa prigione, anche se non rinnego nulla di ciò che ho fatto perché è stato per una giusta causa. E’ accaduto tutto così in fretta: la mia adesione alla Carboneria e l’amicizia con Piero Maroncelli hanno decretato la mia condanna. Volevamo l’indipendenza dall’Austria e abbiamo ottenuto solo una gelida cella. Ma non rinnego nulla, come ti ho già detto. L’unico mio rimpianto è quello di non poter più rivedere il viso della donna che amo. Sai bene a chi mi riferisco, amico mio, sebbene io non abbia alcun diritto di amarla in quanto lei ora appartiene a un altro uomo. Del resto chi sono io per poter aspirare al suo amore? Un ribelle che, per amor di patria, andrà incontro a un triste destino. No, non mi spaventa la morte, qualora dovesse arrivare. E’ il non potermi più specchiare in quegli occhi belli il mio rammarico. Qui la vita è molto dura; subiamo ogni giorno violenze e umiliazioni. Ci obbligano persino a fare la calzetta! E se non consegniamo in tempo il frutto del nostro lavoro ad attenderci sono le bastonate. Una volta, per punizione, sono stato privato degli occhiali e questo è stato per me peggio delle percosse perché non potevo scrivere. E tu ben sai che è proprio l’amore per la scrittura che mi tiene in vita, oltre al ricordo del sorriso di Cristina. Quando chiudo gli occhi e penso a lei è come se uscissi da questa prigione e corressi incontro alla vita, ma si tratta solo di illusioni, purtroppo. Lei non è qui con me, né mai lo sarà.

Qualora dovessi incontrarla un giorno, ti prego dille quanto l’ho amata.

 

 

10 novembre 1947

 

Caro Ferdinando,

finalmente riesco a farti avere mie notizie. Dal giorno della mia scarcerazione vivo quasi come un recluso, sebbene siano ormai passati anni da allora. La mia salute traballa, il carcere mi ha provato ed ora mi sento un uomo stanco e debilitato. Eppure sono felice. Grazie alla marchesa Giulia di Barolo ho un lavoro rispettabile e una dimora in cui vivere. La mia antipatia nei confronti dell’Austria non ha fatto di me un uomo da evitare; sono tante le manifestazione di stima e affetto che ricevo. Eppure non è questo il motivo della mia felicità.

A te posso confidarlo, giacché si tratta di un segreto. Ricordi quella fanciulla di cui ti parlai in gioventù in una delle mie lettere? La fortuna ha voluto metterla nuovamente sul mio cammino e, dopo la prigionia, ho potuto rivederla. E’ sempre una creatura buona, schietta e spontanea come quando era ragazza e la sua bellezza non è affatto sfiorita con gli anni.

Ebbene, amico mio, non ci crederai ma ora ella ricambia il mio amore, sebbene la nostra relazione debba essere taciuta per non creare pettegolezzi.

Non farei mai nulla di sgradito alla mia amata, in quanto ella è il mio cuore, la vita stessa.

Ci siamo sposati che è poco, nella chiesa dell’oratorio di S.Filippo, poiché ella è riuscita ad ottenere l’annullamento del suo precedente matrimonio.

Chi l’avrebbe mai detto che alla mia veneranda età avrei ritrovato l’amore!

Eppure è proprio così, mio caro. Nella vita non bisogna mai scoraggiarsi, ma lottare e andare avanti.

E’ quello che ho cercato di fare sempre.

Il tuo amico

Silvio Pellico

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martedì, 20 novembre 2007,08:02

Vittoria Puccini 14

Roma, anno 1625

 

Anna si raggomitolò su se stessa. Un vento gelido proveniva dall’unica finestra della stanza, ma non era quello a farla rabbrividire. Era il freddo che aveva nel cuore il suo nemico peggiore.

Dicevano che era pazza e che doveva vivere rinchiusa in quel castello. Menzogne. L’unica pazzia che aveva commesso nella vita era stata amare ed essere amata. Ed era una pazzia che avrebbe commesso ancora, non una, ma cento volte. Il suo peccato era stato concedersi a un uomo che non fosse suo marito, un uomo dagli occhi grandi e scuri che con un solo sguardo sapeva penetrarle l’anima. L’aveva visto la prima volta a un ballo e da allora la sua immagine l’aveva tormentata per il resto dei suoi giorni. Era bello. Molto. Ma, oltre a questo, possedeva una sorta di magnetismo, qualcosa che l’attraeva e da cui non poteva fuggire. Non era stata sua intenzione essere infedele; semplicemente non aveva avuto altra scelta. Era stata una necessità del cuore unirsi a lui in quella notte di primavera. Ricordava i suoi timori di essere scoperta, in quel frangente, e, al tempo stesso, la bramosia di essere sua, almeno per una volta. I gesti lenti e impacciati, lui che le sfilava la veste e la copriva di baci. Le sembrava di sentire ancora sulla pelle le labbra del suo amante, il suo alito caldo su di lei ed il vortice di sensazioni che aveva provato. Poi quell’improvvisa irruzione nella stanza. Qualcuno li aveva traditi e il loro destino si era compiuto. Suo marito lo aveva barbaramente ucciso innanzi ai suoi occhi e poi aveva rinchiuso lei nella torre del castello. Le faceva male persino ricordare. Quando la lama gli aveva trafitto il cuore le era sembrato che fosse il suo cuore ad andare in frantumi. E, da allora, aveva vissuto ogni giorno nel rimorso di essere stata la causa della sua morte. Chiuse gli occhi. Era stanca ed il suo unico desiderio era lasciarsi morire per potersi riunire a lui.

 

Roma, anno 2007

 

Lucia fu attratta da quel quadro non appena l’ebbe visto. Era in visita al castello in compagnia di un gruppo di amici; gli altri erano chiassosi e divertiti, mandavano messaggini coi cellulari e ridevano forte. Ma lei si era ammutolita di fronte a quel quadro. Sembrava che gli occhi di quella giovane donna volessero dirle qualcosa. All’improvviso un alito di vento sembrò sfiorarle una guancia. No, non era il vento. Non vi erano finestre in quella stanza e la porta era chiusa, non poteva essere entrato uno spiffero. Era un respiro, ora lo sentiva bene. Un respiro che all’improvviso si era trasformato in un gemito. Lucia rabbrividì. Non era stato nessuno del gruppo e unicamente lei poteva sentirlo. Solo in seguito scoprì che la donna del ritratto era stata imprigionata dal marito in quel castello per essergli stata infedele e che, tra quelle mura era morta.

 

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