Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 01 dicembre 2009,15:09
Da molti anni non faceva così freddo. Il vento del nord soffiava con furia, investendo i rari passanti. Era la vigilia di Natale, ma tutti si erano affrettati ad acquistare gli ultimi regali per guadagnare in fretta il tepore delle loro abitazioni. Avvolti nei pesanti cappotti, quei pochi che non erano ancora rincasati la ignoravano.
Giada aveva tre fiammiferi.
Tremando per il gelo, accese il primo. Nella sua vita aveva coltivato molti sogni, e c'era stato un periodo, un periodo che ricordava assai bene, in cui era stata molto vicina a realizzarli.
(Ma non era successo).
Aveva amato un uomo, che tuttavia l'aveva ripagata solo in apparenza. Più tardi avrebbe scoperto che la tradiva regolarmente, e che stava con lei solo per il sesso.
(Allora era bella).
Giada osservò la fiammella, mentre mille ricordi la attraversavano, simili a luci lontane, a venti colmi di squisite fragranze che portavano con sé il calore del sud e l'odore del mare. Ripensò a quando era stata felice. Il fiammifero si spense.
Giada ne accese un secondo. Questa volta il suo sguardo fu proiettato sul futuro, tuttavia non era un futuro vero: rappresentava ciò che sarebbe potuto avvenire, ma che non era accaduto. La cruda realtà l'aveva vista battere su una strada desolata per procurarsi i soldi necessari a comprare una nuova dose. Il futuro lo aveva immaginato molto diverso. Non erano sogni impossibili, falsi ideali di successo e di fama. Non le interessava diventare una velina, un'attrice del cinema, una giornalista. Cercava solo una vita normale. Una casa normale. E lui. Questo secondo fiammifero durò un po' più a lungo, permettendole una fugace visione di un camino acceso, una tavola imbandita, un albero di Natale. Poi si spense.
Gliene restava uno solo. Si soffiò sulle dita nel vano tentativo di combattere il gelo. Adesso il vento era ancora più freddo, il cielo appariva spettrale, le stelle erano lontane e irraggiungibili. Un uomo molto grasso passò accanto a lei, ma ignorò le sue mani tese. Un vecchio barbone transitò sull'altro lato della strada diretto chissà dove.
(Se vuoi rimanere con me devi battere).
E lei aveva obbedito. Un tempo era stata forte, ma poi, per quei motivi che conoscono solo le fate, aveva perso ogni volontà di lottare.
(Ti regalerò qualcosa che ti renderà felice).
La prima volta aveva vomitato. Si era ripromessa di non farlo più.
Guardò il terzo fiammifero. Era stata una bambina felice, protetta. Aveva trascorso un'adolescenza serena. Contava su poche ma fidate amiche, Loredana, Donatella, Michela... e aveva un ragazzo che amava, Piero. Poi era arrivato lui, un uomo talmente sicuro di sé, così affascinante, ammaliatore, carismatico, da farle perdere la testa. Aveva lasciato Piero, scordato le sue amiche; era entrata in un mondo nuovo, un caleidoscopio di emozioni, che le aveva permesso di conoscere il paradiso.
("Ti amo.", disse Piero. Lei girò la testa dall'altra parte).
Ma era un artificio, un vuoto artificio costruito su un castello di menzogne. Non aveva tardato a scoprirlo.
(La schiaffeggiò. "Non volevo.", disse. "Ma mi hai costretto." Le porse la siringa, e lei volò in alto, dimenticando quel presente insensato).
Un'anziana signora impellicciata le rivolse uno sguardo vagamente commiserevole. Ma affrettò il passo per allontanarsi da lei.
Giada aveva tanto freddo. Il gelo più tremento era quello che provava nel cuore.
Accese il terzo fiammifero. Rivide suo padre. "Vieni, piccola mia.", le disse.
Incominciò a nevicare.
Il suo papà la prese per mano. E la condusse lontano da lì.
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mercoledì, 25 novembre 2009,18:41
Curvo sotto l'ombrello, camminava sballottato dal vento e investito da continui scrosci d'acqua.
Il cielo era una massa grigia e informe, percorsa a tratti da lampi. Con le scarpe ormai fradice, Guglielmo raggiunse il portone. Frugò nelle tasche dell'impermeabile, prima di ricordarsi che le chiavi di casa erano nei pantaloni. Le aveva già perse due volte, giungendo infine alla ragionevole conclusione che quello era il posto più sicuro dove tenerle.
Con un mazzo di chiavi non è un problema, si disse mentre faceva scattare la serratura. Si perdono e si ritrovano, e male che vada ci si si reca da un fabbro. Salì lentamente le scale fino al secondo piano, entrò nell'appartamento e si cambiò gli indumenti bagnati. Il tempo di preparare un caffè, e il suono del citofono lo sottrasse dal clima calmo e ovattato di quelle mura che da anni costituivano il suo rifugio. Era un rumore che non aveva mai sopportato. Decise di non rispondere: a quell'ora poteva essere solo il postino, e se si era preso la briga di attaccarsi al citofono significava che doveva consegnargli una raccomandata. Raccomandata uguale soldi da pagare, pensò versando la bevanda bollente nella sua tazza preferita.
Il suono si ripetè, acuto e fastidioso. Guglielmo lo ignorò, sorseggiando il caffè. Al terzo trillo, pensò che avrebbe potuto aprirgli, farlo salire e poi ucciderlo. Per certi versi, era un'idea irresistibile. Quando il citofono suonò per la quarta volta, i suoi occhi corsero ai coltelli da cucina. Valutò quale fosse il più adatto per tagliare la gola allo sconosciuto, e una volta individuatolo lo prese soppesandolo fra le mani.
Rispose, ma il rombo di un tuono non gli permise di capire chi gli stava parlando, cosa voleva da lui, e per quale sordida ragione si permetteva di disturbarlo. Comunque, aprì.
Lo ucciderò, decise. Se non fosse il postino, potrebbe essere un venditore ambulante, oppure un predicatore pazzo. In qualsiasi caso, la sua corsa sarebbe terminata quel giorno. Non avrebbe nascosto il cadavere, avrebbe atteso qualche ora, poi avrebbe chiamato la polizia. Anche la prigione poteva essere un luogo calmo e ovattato, qualsiasi posto andava bene, tranne l'ufficio dove lavorava e lo squallido bar che si ostinava a frequentare, malgrado il caffè fosse pessimo e la clientela chiassosa e volgare.
C'era un unico luogo dove avrebbe voluto veramente andare: ma esisteva solo nei suoi sogni. Una casa in riva al mare con le finestre che si affacciavano direttamente sul litorale; un comodo sentiero che conduceva in pochi minuti a una piccola spiaggia; e l'orizzonte sconfinato che alla sera si tingeva di colori prodigiosi. Era un sogno ricorrente, talmente vivido da fargli vivere ogni singola sensazione. Certe volte mangiava una grigliata di pesce sul terrazzo; poi, centellinando il vino bianco, osservava il tramonto, la discesa del sole nel mare; mentre una brezza tiepida gli scompaginava i capelli. Sebbene avesse già compiuto cinquant'anni, erano ancora biondi e folti.
Bussarono alla porta.
Con il coltello nascosto dietro la schiena, Guglielmo aprì.
All'inizio non la riconobbe. Erano trascorsi troppi anni, aveva attraversato troppi deserti, aveva solcato troppi oceani. Si era battuto con la vita, uscendone infine sconfitto. La fissò con aria interrogativa, ignorando la sua espressione perplessa.
"Non mi fai entrare?", gli disse.
Lui si spostò meccanicamente per permetterle di varcare la soglia. "Chi sei?", le chiese corrugando la fronte. Non era una brutta donna: benché avesse all'incirca la sua età, conservava lineamenti aggraziati e attraenti. "Mi hai telefonato tu.", rispose lei in tono rassegnato.
Guglielmo si lasciò sfuggire una risata rauca, completamente priva di allegria. "Io non telefono mai a nessuno.", proferì a bassa voce. Esitò per un istante, prima di aggiungere: "Solo in ufficio per dire che sto male." Questo accadeva praticamente tutti i giorni e infatti era stato appena licenziato. Corrugò nuovamente la fronte, cercando una concentrazione che gli riusciva difficile trovare. In effetti non era stato appena licenziato: era successo tre anni prima. Guardò il divano, accanto alla finestra che dava su un cortile interno. "Adesso devo dormire.", disse. "Non potremmo vederci un'altra volta?"
La donna scosse la testa. "Non ci sarà una prossima volta, Guglielmo."
Lui la fissò intensamente, chiedendosi il motivo di quella risposta. Era tutto così confuso! "Perché?", le domandò, senza invitarla a sedersi.
Lei ricambiò lo sguardo, una profonda luce di tristezza negli occhi. "Mi hai telefonato quattro volte, Guglielmo, dicendomi che volevi parlarmi . Ma sono trascorsi trent'anni... sono venuta soltanto per vedere come stavi."
"Bene.", replicò lui in tono svagato. "Ultimamente dormo molto." Non ricordava di averle telefonato, e non sapeva se era più irritante il fatto di averla chiamata oppure che se ne fosse scordato. Dal velo del passato, per alcuni istanti, vide una bella ragazza che scendeva una scala.
"Lui è il mio amico Guglielmo.", disse il fratello di lei.
"Io mi chiamo Ida.", disse la ragazza con un sorriso quasi sfrontato, che celava ironia e interesse. Si erano rivisti la sera dopo.
Poi i ricordi si persero, come spesso gli accadeva, e Gugliemo si chiese ancora una volta per quale motivo le avesse telefonato, e soprattutto la ragione per cui se n'era dimenticato. Ida si sedette sul divano. Lui nascose il coltello con un gesto furtivo che passò inosservato, perché nel frattempo la donna si stava guardando attorno. "Da quanto tempo non pulisci questa casa?", gli chiese notando le ragnatele, le macchie di unto sul pavimento, la polvere. Guglielmo considerò la domanda, sforzandosi di trovare una risposta sensata. Il problema era che non lo sapeva. Era sul punto di dirle che gli impegni di lavoro gli sottraevano troppo tempo; poi si sovvenne di nuovo che era stato licenziato. In realtà, passava gran parte delle giornate a dormire.
"Ma come vivi, Guglielmo?" Ida sembrava preoccupata, e ciò lo stupì, dato che nessuno si era mai preoccupato per lui.
Non rispose. Si avvicinò alla finestra e guardò fuori dei vetri. Stava smettendo di piovere; forse sarebbe tornato il sole. Sarebbe andato ai giardini pubblici. Prima, però, doveva dormire. Sono stanco. Voglio sognare.
Le indicò il frigorifero. "Ho dell'aranciata.", disse.
"No, grazie.", rispose lei, accavallando le gambe e scrutando il suo viso con un'espressione che denotava pena, compassione, e chissà cos'altro, si domandò lui che aveva notato la portata di quello sguardo.
Ida portava la fede. Se ne accorse guardandole le mani, appoggiate sulle ginocchia. "Sei sposata?"
"Sì. E tu invece?"
Guglielmo scrollò le spalle. "Un tempo lo sono stato."
Ci fu un lungo silenzio. Ida si alzò dal divano. "Non abbiamo molto da dirci. Mi sembri confuso..." Gli tese la mano. "Magari ti telefonerò io una volta."
"Non rispondo al telefono.", replicò lui accompagnandola alla porta. Si salutarono con qualche impaccio.
Quando Ida fu uscita, Gugliemo andò in bagno. Devo dormire. Voglio sognare. Prima, però...
Aprì il rubinetto, facendo scorrere l'acqua calda. Si spogliò ed entrò nella vasca.
Fu in quel momento che si affacciò alla sua mente un ricordo di tale intensità da fargli dubitare di se stesso e di come potesse averlo smarrito nei meandri del cuore. Quando era morto suo padre aveva incominciato a bere alle sette del mattino di una gelida giornata spazzata dalla tramontana. A mezzanotte, ubriaco fradicio, era riuscito in qualche modo a ritrovare la via di casa. Il funerale si svolse qualche giorno dopo. Terminata la funzione, andò da Ida. Si sentiva depresso e infelice; si svestì e si infilò sotto le lenzuola del suo letto.
"Stammi vicino.", le disse. "Ho bisogno di calore umano."
Lei esitò.
Forse lo riteneva sconveniente o forse presagiva quello che sarebbe successo. Alla fine, lo raggiunse nel letto. Fecero l'amore nel modo più dolce e appassionato di sempre; un atto che che esulava dal sesso per diventare l'incontro di due anime innamorate, nella simbiosi più assoluta e totale. Come il vento d'estate, quando con dolcezza accarezza un fiore.
Rimasero abbracciati a lungo. Lei gli asciugò le lacrime dal viso. "Non devi vergognarti.", gli disse, intuendo il nuovo corso che i suoi pensieri avevano preso. "E' l'amore che trionfa sulla morte. E' la vita che continua. Tuo padre sarà felice, ne sono certa."
Il ricordo svanì, ma ne comparvero altri: rammentò che l'aveva lasciata per egoismo. Lei aveva dei problemi e lui non intendeva farsene carico. Ricordò sere umide di pioggia, e trionfi professionali che erano svaniti come neve al sole. La sua vita gli era sfuggita dalle mani insieme all'antica arroganza, come un pugno di sabbia. Non volle ricordare oltre.
Guardò il coltello che si era portato nella vasca.
Devo dormire. Voglio sognare. Ma questa volta voglio sognare il passato.
Quel giorno di tanti, tanti anni fa.
Poi si tagliò le vene.
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mercoledì, 04 novembre 2009,07:06
"Sei un fenomeno!"
Glielo dicevano tutti ed era vero perché segnava cinque gol a partita. Naturale che fosse destinato al calcio, quello autentico, e infatti a diciotto anni giocava in serie C e a ventidue in B. Ma non arrivò mai in A. Aveva dei chiari limiti, tecnici, fisici, di personalità. Trascorse la carriera fra seconda e terza serie, non andando mai oltre le otto reti a stagione.
Quando compì i trentaquattro anni, aveva le caviglie in disordine e meditava di ritirarsi. Ma quell'estate si ritrovò protagonista involontario di un complicato giro di acquisti e di vendite, e finì alla Roma. Firmò un contratto per lui più che sontuoso e naturalmente si vide tutto il campionato dalla tribuna. Andava bene così. Da tempo ormai sapeva di non essere un fenomeno, ma solo uno dei tanti, tantissimi, ragazzi baciati dalla passione ma non dal talento, quantomeno non da "quel" talento necessario per imporsi ad alti livelli.
L'otto maggio ci fu la finale di Champions League. Spalletti si ritrovò senza Totti, squalificato, Mancini, Taddei e Perrotta, tutti infortunati. Marco Palestrione, il "fenomeno", per la prima volta si accomodò in panchina. Da lì vide Rooney fare un lancio di quaranta metri, Cristiano Ronaldo addomesticare la palla e involarsi, Tevez mettere in rete. Il Manchester sfiorò due o tre volte il raddoppio, poi si limitò a controllare la partita senza affanni. La Roma ruminava gioco in modo inconcludente. La sorte di quella finale era già segnata: i red devils si sarebbero confermati campioni d'Europa per la seconda volta consecutiva.
Palestrione non seguiva più la partita. Sognava.
Un piccolo prato alla periferia della città. Marco era orgoglioso della sua maglietta rossa, dei calzoncini bianchi, ma soprattutto del numero nove stampato sulla schiena. Aveva già fatto tre gol e mentre ciondolava per il campo, vagamente insuperbito, incontrò lo sguardo di una ragazzina bionda. Era piccolina, magra, ma con degli occhi straordinari. Lei si accorse che lui l'aveva notata, e gli rivolse un sorriso timido. Marco ricambiò, ignorando il passaggio del mediano e perdendo la palla. Non era importante. Due minuti dopo scartò quattro avversari, portiere compreso, e depositò il pallone in rete con un tocco felpato. Poi si disinteressò completamente del gioco per guardare la biondina.
Si chiamava Sonia, abitava nel suo stesso quartiere, lavorava come commessa in un supermercato. Faceva l'amore in modo divino. La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde del mare, creando giochi magici illuminati dalla luna.
Si sposarono, e lei lo seguì in tutte le città dove la sua professione lo portava.
Era una presenza costante, era il vero significato della sua vita: ben oltre il calcio.
Si trovava talmente assorto in quei pensieri che non si accorse che la Roma aveva pareggiato. Fu riportato alla realtà dall'entusiasmo degli altri giocatori che sedevano in panchina con lui. Finse di esultare, anche se a dire il vero non gli importava molto. Perché era arrivato a un'altra pagina della sua vita. Il giorno più brutto. Quando quell'orribile dottore gli aveva detto che non c'erano più speranze. A distanza di poche ore Sonia lo lasciò per sempre. Nel vuoto della solitudine e dell' infelicità. Del rimpianto di un amore unico, assoluto, meraviglioso.
Una mano si posò sulla sua spalla facendolo sobbalzare. Era l'allenatore. "Mancano due minuti.", disse. "Entra."
Palestrione lo guardò sconcertato. "Io?"
"Sì, tu!", rispose Spalletti spazientito. "Sei fresco e sai tirare bene i rigori. Andrai sul dischetto per ultimo. Non pensarci troppo, tira una gran botta e segna." Poi si girò per richiamare l'attenzione del quarto uomo.
Palestrione fece il suo ingresso in campo un istante prima che l'arbitro fischiasse la fine. La finale si sarebbe decisa ai rigori. Lui fece qualche corsetta, giusto per scaldarsi un po'.
"Sai tirare bene i rigori."
Lo sapeva. Non ne aveva mai sbagliato uno. Quando vedeva la palla rotolare in rete, cercava sempre lo sguardo di Sonia. Poi... poi non aveva cercato più niente. Si era sempre allenato con impegno, aveva giocato, bene o male a seconda dei casi, ma non aveva più tirato dal dischetto.
"Sei un fenomeno!" Sorrise, ma più che un sorriso il suo risultò un ghigno. Anche Sonia gli diceva che era bravo. I compagni lo chiamarono. Toccava a lui. Alzò gli occhi verso il tabellone luminoso. Gli inglesi avevano trasformato tutti e cinque i rigori, la Roma non aveva fallito i suoi. Se lui avesse segnato, si sarebbe proseguito a oltranza; se avesse sbagliato, la coppa sarebbe tornata a Manchester.
Raccolse il pallone e lentamente si avviò verso il dischetto.
Il pubblico tratteneva il fiato.
Come sempre, Palestrione era calmo. Depositò con cura la palla, trasse un profondo respiro e si allontanò per prendere la rincorsa. In quegli attimi non pensava che sarebbe potuto passare alla storia, lui, mediocre calciatore di provincia. Non pensava che avrebbe potuto sbagliare, condannando la sua squadra alla sconfitta.
La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde del mare, creando giochi magici illuminati dalla luna. Ci furono molte altre volte, così belle da far invidia ai fiordalisi, così dolci da ricordare il profumo di una serata di maggio. "Ti amo!", diceva lei. "Ti amo!", rispondeva lui. "Avremo un bambino e assomiglierà a te.", diceva Sonia. "No, tanti bambini, e saranno come te.", rispondeva Marco. Si stringevano e restavano abbracciati, mentre le stelle si spegnevano una ad una, mentre il vento sussurrava le sue fiabe agli alberi, e la notte avvolgeva il mondo con il suo manto intessuto di sogni. L'alba li vedeva ancora abbracciati, e il suo primo sorriso era per lei. Bevevano il caffè pregustando l'incanto di una nuova giornata. Ridevano e parlavano del futuro. Lei scherzava, prendendolo in giro per il naso troppo lungo. Lui ribatteva che esistevano delle proporzioni segrete, note soltanto ai saggi, e che un naso lungo era assai importante. Lei lo baciava. Lui le accarezzava il viso. Gli occhi di Sonia splendevano di felicità. Gli occhi di Sonia si sarebbero chiusi per sempre.
Ma non doveva pensare. Scrollò la testa, come per sgombrare la mente. Guardò il portiere avversario.
Corse verso il pallone.
Ci furono molte altre volte, così belle da far invidia ai fiordalisi.
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martedì, 13 ottobre 2009,11:38
Ottobre arrivò cogliendoci di sorpresa.
Ci incontrammo nel parco. Ero stato io a pregarla di evitare i soliti bar: non era di un aperitivo che avevo bisogno; e mi infastidiva l'idea di trovarmi confinato in un piccolo tavolo, mentre attorno a noi gente sconosciuta vociava scompostamente, vuote risate echeggiavano volgari, camerieri frettolosi e poco educati sbagliavano le consumazioni.
Volevo parlarle, ma in un luogo silenzioso. Soprattutto desideravo immergermi nei colori dell'autunno, assaporare la presenza di alberi e piante, dei tappeti di foglie bruciate, del lieve sussurro del vento. In questo quadro, era contemplata solo la presenza di una ragazza che portasse a spasso il cane. Indossavo dei pantaloni grigi di lana e un maglione verde sotto la giacca spigata. Letizia si era presentata in modo più sportivo, jeans e un giubbino Geox. Si accese una sigaretta, porgendomi poi il pacchetto. Ma io avevo smesso di fumare. Il silenzio si protrasse sino a trasformarsi in una corda tesa, che lei provvide a spezzare.
"Cosa vuoi da me, Giorgio?"
Non risposi subito. La mia mente vagava lontano; ricordi belli e brutti si affastellavano senza un ordine preciso. Fissai lo sguardo su un punto imprecisato del parco, mentre il tramonto rinnovava il suo eterno prodigio. "Vedi", avrei voluto dirle, "io ti amo ancora. Se ho sbagliato, ho capito anche il mio errore, e sono pronto a ripararlo. Concedimi una possibilità. Una soltanto."
Invece, dissi: "Ti vedi con qualcuno?"
Letizia annuì. "E tu?", chiese di rimando.
"Niente di speciale.", mentii. "Si chiama Luciana."
"Non ti ho chiesto il nome.", replicò quasi irritata.
Lasciai che il silenzio ci avvolgesse; intanto mi domandavo di quali parole avrei potuto avvalermi. Avrei voluto parlare di me. Raccontare tutto dal principio. E poi dirle che non esisteva nessuna Luciana, all'infuori di una donna che mi vendeva la frutta.
Se siamo qui una ragione ci sarà.
"Vedi", le avrei detto, "non mi hanno insegnato ad amare. Nessuno mi ha mai insegnato niente. Ho dovuto arrangiarmi da solo, e in certe cose ci sono riuscito, in altre no. Voglio dire che quel poco che so l'ho imparato sulla mia pelle: perciò è fatale che le mie conoscenze siano così limitate. Soprattutto per quanto riguarda l'amore. Ho vissuto un'infanzia grigia. Il mio cuore era sempre freddo. Mi sentivo inadeguato; a volte piangevo perché non provavo calore. Quel calore che ti entra nell'anima, come prodotto da una stufa magica; quel calore composto da torte di mele, senso di comunanza, un legame familiare così forte da farti sentire protetto, al sicuro. Percepivo il mondo esterno come un'entità ostile, tanti mostri pronti a divorarmi: e sicuramente non mi sbagliavo. L'ho imparato a mie spese, e allora mi sono chiuso in me stesso ignorando il pensiero degli altri. Non mi sono mai interessati i pettegolezzi maligni, la maldicenza, l'invidia. Davo per scontato che esistevano e la mia risposta era l'indifferenza.
Se i tuoi genitori non ti insegnano ad amare, come fai ad amarli? E se il mondo è crudele, come puoi provare empatia per la gente? Ho sempre pensato ai fatti miei, e se sono egoista lo devo a ciò: a queste basi di partenza, che, se ci ripenso, ancor oggi mi viene il magone. Ma non volevo neppure trasformarmi in un fuscello piagnucoloso, in balia delle correnti. Perciò ho chiuso a doppia mandata il mio animo, e ho lottato. Sono diventato pragmatico. Ho imparato a non esternare i miei sentimenti, posto che ci fossero.
A volte ci sono stati.
Per te c'erano, e ci sono. Tu non lo sai perché non te li ho mai mostrati. Non ne sono capace.
Ma, qualche piccolo gesto, di consuetudine o all'apparenza irrilevante, andava in quella direzione. Quantomeno, tentava di andarci. Era poco, lo so. Non posso darti torto. Non accampo scuse. Cerco di spiegare, il che è diverso.
Se ne fossi stato capace, ti avrei regalato il mondo; ma non era nelle mie corde. Ciascuno ha un suo destino, che è precostituito, un po' come la storia della salvezza eterna di Calvino. Non credo a salvezze e condanne, ma l'esempio fila. La salvezza e la condanna sono su questa terra. Dopo morti, rimane solo polvere. Futili ricordi che il tempo spazzerà via. La salvezza è nei polmoni, nei vasi sanguigni, nel modo di affrontare la vita. In un gesto d'amore. Ma, se nessuno me lo ha mai insegnato, come è possibile pretendere che io sappia cogliere un fiore, e rivestirlo di mille significati?
Non ho raccolto fiori per te, non ti ho donato nulla.
Ma dentro di me l'ho fatto.
Non sai quante volte."
Ma le parole non mi uscivano di bocca.
Capii che Letizia si stava alterando, che considerava il mio silenzio come una presa in giro.
Eppure a volte è tanto difficile parlare, spiegarsi, mostrare il proprio cuore nudo. La guardai per un breve istante, poi rivolsi la mia attenzione alle prime ombre della sera. Il silenzio mi sembrava di ghiaccio, e non riuscivo a romperlo. Ero come bloccato, e allora dissi tanto per dire: "A volte, è bello rivedersi. Come per una rimpatriata."
Compresi di aver peggiorato la situazione, e non mi stupii vedendola alzarsi dalla panchina.
La osservai mentre si allontanava. Per un momento fui tentato di seguirla. Avevo dovuto insistere a lungo per ottenere quell'appuntamento, e così mi sembrava irrisolto. Ma cambiai subito idea. Non era irrisolto: benché non fossi riuscito a parlarle, avevo fatto comunque chiarezza in me stesso. Inoltre, l'avevo vista, un po' sciupata forse, ma pur sempre attraente. E avevo ricordato i suoi difetti, che non erano né pochi né trascurabili.
Mi incamminai in direzione opposta, verso il posto delle fate. Sapevo che presto il custode avrebbe chiuso i cancelli del parco; tuttavia conoscevo una via di uscita che rimaneva sempre aperta.
Immaginai di avere con me una borsa, spaziosa ma leggera. Focalizzai la mia mente sui momenti più tristi della mia vita. Non mi sforzavo di cercarli; arrivavano da soli, e man mano li infilavo nella borsa. Raggiunsi il posto delle fate, che si trovava al confine settentrionale del parco. Oltre la rete di recinzione, c'era un vecchio museo, abbandonato da anni. L'edificio formava un angolo retto con un deposito di legnami. A seguito di uno scandalo, il museo era stato chiuso e le fate avevano abbandonato il parco. La leggenda narrava che fino a quel momento avevano protetto gli innamorati che si recavano fin lì.
Nel frattempo avevo già intrappolato cinque ricordi. Il più triste risaliva forse a dieci anni prima. Erano le sei di una gelida serata invernale. Mi trovavo in una paese che si chiama Canzo, rabbrividivo per il freddo; ciò nonostante continuavo a osservare le vetrine dei rari negozi. "Se non rincaso", mi dicevo, "non sarò solo." Detto così, non suona tanto terribile: ma, come per i sogni, il punto focale non era rappresentato da ciò che accadde, in fondo poca cosa, bensì da quello che provai. Da come vissi quella sensazione angosciosa.
Canzo nella borsa.
Poi, via via gli altri; e dovevo sforzarmi di farli entrare uno alla volta, e non prima di averli identificati. Non me ne sarebbe scappato nemmeno uno.
Alla fine la borsa fu piena, la chiusi bene e la gettai in un cespuglio. Sapevo con certezza che una fata sarebbe tornata, avrebbe preso la borsa e l'avrebbe portata lontano. Guadagnai l'uscita del parco, e forse per la prima volta da quando Letizia mi aveva lasciato, non mi sentii solo. Non del tutto, almeno.
Però, avevo paura che fosse un inganno.
"E adesso io?", domandai alla notte che profumava d'autunno.
La risposta fugò molte incertezze, sebbene non tutte.
mercoledì, 30 settembre 2009,15:15
Smetto di pigiare i tasti del pc per guardare fuori della finestra. E' una bella serata estiva; il lungo tramonto conferisce sorprendenti tonalità al bosco di fronte a casa mia. Mi alzo per affacciarmi; respiro l'aria che sa di fumo, osservo un vecchio che cammina lentamente lungo il sentiero. Lo conosco. Si chiama Tobia e ha molte storie da raccontare. A volte ci incrociamo, e se non è di fretta perché ha già accudito i cani di una villa che si erge sulla piccola collina, mi narra antichi episodi di vita che sanno dell'odore del pane appena uscito dal forno, della pioggia autunnale, del risveglio dei fiori a primavera, del sapore della terra da arare. Un pomeriggio mi parlò anche d'amore, della sua grande storia d'amore con una ragazza che purtroppo morì di polmonite. Non l'ha mai dimenticata. Così mi disse, e io gli credo.
Molti amori si scordano, si trasformano in polvere oppure diventano un lontano, lieve, ricordo, qualcosa di leggero, che a pensarci non può che far bene al cuore, ma solo per un attimo. Come una gita scolastica o una notte di agosto trascorsa in riva al mare. Piccoli anelli della catena dell'esistenza, germogli ormai appassiti, palpiti sbiaditi, che tuttavia, se rievocati, sanno ancora donare un'impressione di serenità o di contenuta commozione, simili a fiocchi di neve che danzano nel cielo di gennaio. O alla pace intessuta di trattenuta malinconia che sa infondere la nebbia, quando lentamente cala e tu sei al caldo, a casa tua, e ti senti come protetto, avvolto in un mondo isolato e tuttavia colmo di suggestioni senza nome.
Altri amori, invece, sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Mi allontano dalla finestra, ma non per tornare a scrivere. Vado in cucina a bere un bicchiere d'acqua. Lei non l'ho mai dimenticata. E' impossibile farlo. Sebbene siano trascorsi due anni dal giorno in cui uscì per sempre da questa casa, è ancora saldamente presente nel mio animo, e non credo che riuscirò mai ad allontanarla. O a sostituirla. Talvolta mi sono chiesto cos'è in realtà l'amore. Fra le tante risposte possibili, ho scelto infine quella più prosaica. Ho cancellato man mano dalla lavagna mentale parole come infatuazione, passione, ebbrezza dei sensi, totale comprensione, affinità elettive. Alla fine, è rimasto l'ultimo pensiero tracciato dal gesso del mio intelletto. Un concetto complesso, difficile da spiegare, da comprendere, da assimilare, dato che è il risultato di una somma di fattori, nessuno dei quali predominante, ma che nell'insieme compongono il mosaico di ciò che io definisco amore. Non credo alle forti emozioni, perché per loro natura sono destinate a svanire; non credo alle storie esemplari. Credo nel contatto quotidiano, nel dialogo e nel silenzio, nel sorriso e nella rabbia di una lite; credo nella presenza. Quella che riempie non già una casa, bensì la vita. La vita che si svolge secondo fini misteriosi, che forse fini non sono. E' possibile che ogni cosa venga affidata al caso. E in questo intreccio, sovente incomprensibile, l'amore è rappresentato dalla vicinanza. Da anime, apparentementi distanti, che in un modo tutto loro hanno saputo essere vicine. Per un minuto. Un giorno. Un anno. Non importa per quanto.
Vorrei evitarlo, ma non ne sono capace: la rivedo, con gli occhi della mente, incamminarsi verso la macchina, un cappellino in testa e un grazioso ombrello per ripararsi dalla pioggia di quella mattina, distante millenni e vicina come se fosse stata ieri.
La rivedo e so che non tornerà mai più.
Mi chiamava lupo.
martedì, 08 settembre 2009,09:38

Era conosciuto da tutti gli abitanti del quartiere. Da anni, ormai, stazionava davanti al cinema, avvolto in un sudicio cappotto che non si toglieva mai, neppure in estate. La barba lunga, i capelli arruffati e gli occhi dall'espressione vacua erano tratti caratteristici troppo evidenti, e inquietanti, per non suscitare un senso di repulsione in chi gli passava accanto. A volte, qualche persona di buon cuore lasciava scivolare una moneta nel cappello logoro che egli teneva sempre al suo fianco; ma la maggioranza distoglieva lo sguardo, accelerando il passo per lasciarselo al più presto alle spalle.
Aveva una sola amica, una bambina bionda di nome Sandra. Quando usciva da scuola andava sempre a trovarlo, spesso non aveva soldi da dargli ma non gli faceva mai mancare un sorriso o una parola gentile. Lui ricambiava il sorriso, ma non parlava.
Aveva smesso di parlare molti anni prima, quando la moglie e i due figli erano morti in un incidente stradale provocato da un ubriaco. Pochi giorni dopo aveva abbandonato lo studio legale in cui lavorava per trasferirsi davanti al cinema. La banca si era presa la sua casa, avidi parenti erano riusciti a mettere le mani sulla liquidazione. E lui non si era più mosso da lì.
Sandra non sapeva se "Barbabianca" (così lo aveva battezzato) era in grado di capire quello che lei gli diceva, se possedeva ancora un barlume di intelletto; tuttavia le piaceva raccontargli piccoli aneddoti della vita scolastica, o spiegargli che in quel particolare giorno si sentiva felice perché c'era il sole e il cielo era azzurro. Barbabianca, comunque, la guardava, e talvolta negli occhi privi di espressione sembrava passare un lampo di interesse, simile a uno spiraglio di luce che tuttavia si spegne quasi subito.
Sandra gli portava delle mele. Aveva scoperto che ne era estremamente ghiotto. Lo osservava mangiare e intanto nella sua immaginazione se lo figurava ripulito, messo a nuovo, seduto a tavola con lei e i suoi genitori.
Lo vide per l'ultima volta un giovedì di febbraio. Quel giorno faceva molto freddo, spirava la tramontana, e Barbabianca sedeva tutto intirizzito sfregandosi le mani. Gli porse una sigaretta che aveva sottratto dal pacchetto di suo padre. Lo aveva già visto fumare, e pensava che forse quella sigaretta avrebbe potuto riscaldarlo, almeno un poco. Barbabianca la consumò sino al filtro, quindi le rivolse un sorriso che parve trasformare il suo viso; per qualche istante, forse per uno solo, lei vide il volto di una persona intelligente e consapevole. Ma subito calò il sipario, e l'espressione del vecchio tornò a farsi assente, al punto che la bambina pensò di aver visto male, oppure di aver guardato con gli occhi del cuore. Istintivamente gli tese una mano. Barbabianca la prese fra le sue, che erano gelide ma che per qualche strano motivo le sembrarono calde. Si guardarono in silenzio, poi lei lo salutò, avviandosi verso casa.
Aveva fatto solo due passi quando sentì distintamente il suono di una voce. "Grazie!" Si girò di scatto, sorpresa. Barbabianca le stava sorridendo.
Morì quella notte.

mercoledì, 15 luglio 2009,06:30

La programmazione riprenderà a settembre.

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venerdì, 10 luglio 2009,19:14

La città era tappezzata di manifesti.
Questa sera grande spettacolo senza rete!
"Mi porti, papà?", chiese il bambino, rosso in viso per l'eccitazione.
"Va bene, Micky!", rispose il padre soffocando uno sbadiglio annoiato. Da molti anni il circo aveva perso ogni attrattiva per lui.

"Devi capire, Amilcare.", disse Gloria alzando gli occhi dalla scodella fumante. "Non è più come una volta, quando la gente faceva la coda per venire ad assistere ai nostri spettacoli. Il cinema, la televisione, le polemiche continue sugli animali: adesso navighiamo in cattive acque, e io sono costretta a ridurre i costi. E poi siamo sinceri, sono anni che non fai più ridere nessuno. Hai fatto il tuo tempo, è nell'ordine naturale delle cose. Ma devi stare tranquillo: ho sempre pagato i contributi, avrai una discreta pensione e una buona liquidazione. Ecco, questo è l'ultimo stipendio." Gli porse una busta che Amilcare prese con riluttanza. "Allora questa sera ci sarà il mio ultimo show?"
Gloria alzò un sopracciglio. "Veramente ho chiuso i conti a stamani."
Amilcare scosse la testa. "Vorrà dire che lavorerò gratis, prendilo come il mio dono d'addio." Intascò la paga e uscì dalla roulotte.
Più tardi, mentre si preparava per lo spettacolo, rimuginava cupamente. "Ho fatto ridere i bambini di tutta Europa. Mi hanno applaudito a Roma, Parigi, Londra. E adesso mi considerano finito, un ferro vecchio da buttar via!" Per lui il circo era la vita; aveva incominciato a dieci anni, inizialmente come garzone, in seguito aveva fatto di tutto: l'acrobata, il giocoliere, sino a diventare un clown, probabilmente il ruolo che gli si addiceva meglio. Ma, se c'era da sostituire qualcuno, se un altro artista era infortunato o malato, era sempre stato lui a prenderne il posto, senza mai sfigurare. Il padre di Gloria lo adorava, la figlia aveva un carattere diverso, era una donna fredda e attenta ai bilanci, tuttavia non si era mai lamentata di luì. Anche se, nel profondo del suo animo, Amilcare sapeva di aver perso lo smalto del passato, avvertiva che le risate diminuivano, che gli applausi diventavano sempre più scarsi.
Un, due, tre! Ma quella sera avrebbe dato il meglio di se stesso, sarebbe riuscito a colmare i bambini di gioia e di entusiasmo. Lui adorava i bimbi, ed era felice quando li rendeva contenti.
Un, due, tre. Questa sera!

Quando toccò a lui, raggiunse la pista emozionato come un novellino. Come sempre incominciò a marciare in modo buffo, una sorta di parodia del passo dell'oca che terminava quando lui fingeva di inciampare, cadendo poi rovinosamente a terra. A quel punto, un altro clown sopraggiungeva e gli sferrava un potente ceffone, naturalmente falso; quindi, lo invitava a proseguire.
Un, due, tre. Ma nessuno rideva. Amilcare passò al numero successivo. E nessuno rise, solo un timido applauso accompagnò i suoi lazzi. Un istante dopo, la voce metallica del direttore annunciò gli acrobati. Amilcare conosceva a memoria i tempi e si rese conto che lo avevano interrotto almeno una decina di minuti prima del previsto. Eppure aveva fatto ridere i bambini di tutta Europa.
Si ritirò in disparte ad osservare le prodigiose evoluzioni di Max, Giorgio e Sandra. Erano suoi amici, come tutti al circo del resto. Dopo un momento di esitazione, salì la scaletta di corda che portava a una delle due piattaforme. Durante l'ascesa finse due volte di perdere l'equilibrio e di cadere, era un giochetto che gli riusciva bene, malgrado l'età avanzata conservava ancora buone doti di agilità. Il pubblico trattenne il fiato, poi capirono che quelle mosse maldestre costituivano una parte dello show. Ci furono applausi, i bambini finalmente risero. Quando fu in alto, a fianco di Max, Amilcare fece il segno convenuto a Sandra. La ragazza esitò, non sapeva nulla di quel fuori programma che esulava dalla precisa organizzazione dei loro spettacoli. Guardò interrogativamente Max. Lui annuì.
Sandra si lanciò, elastica e bellissima nel body trasparente. Il clown la imitò gettandosi nel vuoto. La gente trattenne nuovamente il fiato. Lei lo raggiunse, afferrandogli saldamente un polso.
Un immenso applauso si levò dal pubblico sottostante. Il numero era riuscito perfettamente. Amilcare sorrise, mentre nel suo cuore riecheggiavano mille applausi simili, che aveva ricevuto in mille città diverse. Quindi diede uno strattone. Sebbene Sandra fosse forte, perse la presa.
Il clown volteggiò in aria, illuminato dalle luci magiche del circo.
Un, due, tre!

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martedì, 07 luglio 2009,07:00

Fu in quei giorni che imparai a dormire in macchina.
A mezzogiorno avevo finito la benzina e non intendevo spendere altri dieci euro. Li avrei conservati per il giorno dopo, sperando in una giornata di lavoro più fortunata. Non avevo i soldi per mangiare due volte al giorno, perciò andavo a parcheggiare la macchina in un grande piazzale, circondato da una quantità di alberi dall'eleganza austera. Il piazzale confinava con un posteggio più piccolo, davanti al camposanto: lì c'era un certo viavai, ma dove stavo io, all'estremità opposta, l'unica compagnia era rappresentata da qualche raro camionista che aspettava l'orario di apertura delle ditte. I primi tempi, mi limitavo a osservare le piante, che rappresentavano una sorta di avamposto di un bosco vasto e ombroso che copriva diverse miglia in direzione ovest.
Poi imparai a dormire.
Il sedile dell'auto si adattò al mio corpo, o forse fui io ad adattarmi a lui: è incredibile come si riesca ad abituarsi a tutto; fatto sta che raggiunsi un grado di comodità molto simile a quello che potevo ottenere dal divano di casa. Osservavo la natura, davo un'occhiata ai camion, guardavo nello specchietto retrovisore, notando che le visite al camposanto incominciavano a rarefarsi, fino a cessare del tutto, almeno per le prossime due ore, e poi mi assopivo. L'abitacolo della macchina non era grande e io sono alto: ma trovai un modo per sistemarmi bene, appoggiando la testa al vetro laterale, con una mano a sorreggerla e l'altra appoggiata sul sedile. Per qualche ragione, prima di chiudere gli occhi, facevo scattare la sicura.
Quelle erano le ore più felici della mia giornata. A tratti un rumore, il suono di un clacson, una voce troppo forte e scomposta, mi destavano, ma non avevo difficoltà a riaddormentarmi subito. In genere, quel momento di estremo benessere, di sogni spesso dolci o comunque innocui, durava circa un paio d'ore, a volte un po' meno. Quando mi svegliavo, frugavo nel portamonete per appurare se avevo un euro. Raggiungevo a piedi un bar poco distante e bevevo un caffè. Tornando al piazzale, fumavo una sigaretta che aveva un sapore delizioso. Mi piace fumare dopo aver bevuto il caffè, ma non credo di essere molto originale in questo. D'altro canto, non penso proprio che l'originalità sia particolarmente spiccata in me. Magari è un'idea sbagliata, dato che per certi versi possiedo una vena di singolare originalità, tuttavia è talmente nascosta, quasi chiusa nel solaio buio e inaccessibile dell'anima, da apparirmi praticamente irrilevante. Una volta nuovamente in macchina, consultavo l'orologio. Era come un rito: mi attendevano ancora tre ore, e allora le suddividevo in segmenti di trenta minuti l'uno. E' un metodo efficace, perché in questo modo il tempo sembra meno lungo; e, anche se in realtà la cosa non è affatto vera, esiste pur sempre la teoria della relatività che, almeno a livello psicologico, avvalora in pieno la mia tesi.
Fumavo una sigaretta all'ora. Al di là del piacere del fumo, anche questo rituale accorciava le distanze e mi avvicinava al momento del ritorno. Il lato ironico della situazione (a saperli cogliere, esistono sempre lati ironici) stava nel fatto che non desideravo rincasare. Nello stesso modo, sapevo che il giorno dopo mi sarei ritrovato nello stesso posteggio, davanti agli stessi alberi, che ormai potevo considerare quasi amici, e vicino agli stessi camionisti, o forse erano altri; ma non mi presi mai la briga di appurarlo. Per me i camion sono tutti uguali.
Eppure mi piacciono, e quando ero bambino ne possedevo una bella collezione che mi permetteva di giocare per interi pomeriggi, mentre nel campetto vicino a casa nostra gli altri bambini davano vita a interminabili partite di calcio. Io avrei voluto giocare con loro, ma mi era concesso solo di rado, perché soffrivo d'asma. A volte mi sono chiesto se non sarebbe stata meglio una bella bronchite piuttosto di quella solitudine, che soltanto i camion alleviavano.
ll sole incominciava a tramontare, lunghe ombre coprivano man mano il piazzale; l'aria diventava più fredda, e talvolta, mio malgrado, ero costretto ad accendere il motore, almeno per qualche minuto, in modo da ottenere un po' di calore. Si avvicinava il momento del rientro, però non guardavo troppo spesso l'orologio, dato che sono gli ultimi minuti quelli più lunghi a passare, esattamente come avviene sotto le armi. Io non ho fatto il militare, ma alcuni miei amici mi hanno raccontato che le ultime settimane, proprio quando sei a un passo dalla meta, rappresentano un'autentica agonia.
E infine giungeva l'ora. Mettevo in moto, abbandonavo con un muto arrivederci il mio piazzale, e rincasavo.
Mi attendeva una serata vuota e solitaria, e una notte percorsa da incubi.
Mi attendeva la solitudine, ed era tanto forte, tanto gelida, da farmi ripensare con nostalgia al mio piazzale. Mi consolavo sapendo che il giorno dopo sarei tornato lì. Ormai era la parte più importante della mia vita. Lo era diventata da quando mia moglie se n'era andata.
Quella sera, mentre accendevo il fornello per cuocere un piatto di pasta, mi venne in mente un'idea talmente bizzarra da farmi sorridere (un ghigno, più che un sorriso).
I miei alberi erano felici, ne ero certo. Ma... cosa pensava un salice piangente? E perché piangeva?
In ogni caso, mentre portavo gli spaghetti alla bocca, mi sentii simile lui. Se piangeva doveva avere i suoi buoni motivi.
Io li avevo.
Fu allora che finalmente piansi.

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venerdì, 10 aprile 2009,23:22

Quando la vide provò un tuffo al cuore. Ricordava la piccola immagine racchiusa nell'avatar, raffigurante un volto giovane e grazioso, quello di una fanciulla pulita e serena, affamata di vita. Ma dal vivo era molto di più: una splendida ragazza, alta almeno un metro e settanta, i lunghi capelli neri che incorniciavano un viso semplicemente stupendo, un corpo perfetto, e soprattutto una luce profonda negli occhi scuri pieni di vita. Antonio Malinverno si incamminò verso di lei, quasi esitando; abbozzò un sorriso timido, simile a quello di un ragazzo al primo appuntamento. E invece aveva sessant'anni.

Dopo la morte della moglie, era andato in pensione e aveva aperto un blog. Non contava molti amici, non gli interessava uscire di casa ed affrontare il mondo esterno senza di lei; la casa rappresentava un rifugio sereno e il computer uno svago che gli permetteva di scordare la sua solitudine. Incominciò a scrivere. Poesie meravigliose, ricche di immagini che scaturivano direttamente dal suo cuore; racconti realizzati con una prosa perfetta, squarci di vita vissuta oppure avventure incantate in mondi lontani e suggestivi. Il primo post ebbe dieci commenti, il secondo quindici, poi, in rapida successione, diventarono trenta, quaranta, cento, duecento. Molti gli mandavano messaggi privati. Antonio rispondeva sempre. A tutti. Diventò un punto di riferimento: dispensava consigli, parole di incoraggiamento, frasi gentili e sempre sincere, perchè era buono d'animo. Poi arrivò Isabella. Era la sua prima lettrice, la prima fan. Ormai egli sapeva che avrebbe trovato il suo commento pochi minuti dopo aver postato, e si trattava di commenti profondi che rivelavano intelligenza e sensibilità. Il passo successivo fu rappresentato dai messaggi. Isabella si era innamorata di lui. Voleva conoscerlo. Malinverno aveva scelto un avatar che raffigurava un pinguino, gli erano sempre piaciuti i pinguini; le rispose che aveva sessant'anni...non gli sembrava il caso. Ma Isabella insisteva. Con la caparbia tenacia dei giovani gli spiegò infinite volte che non era interessata all'aspetto fisico, ma alla sua anima. Al suo ingegno tanto vasto. Alla fine, Antonio Malinverno acconsentì. Provava molta paura all'idea di incontrare una ragazza così giovane, sapeva che, al di là della differenza di età, egli non era prestante, nemmeno da ragazzo era stato bello. Tuttavia Isabella era riuscita a stregarlo. Non sapeva cosa sarebbe successo, non voleva porsi domande alle quali non avrebbe potuto rispondere. Ma desiderava vederla. Parlare con lei. Assaporare il suo profumo. Bearsi della sua avvenenza. Fissarono un appuntamento in una città a metà strada. Entrambi descrissero come si sarebbero vestiti.

Sebbene fosse il 14 febbraio, il clima era mite. Nel cielo azzurro splendeva un sole che sapeva di primavera. Antonio Malinverno si fermò a pochi passi da Isabella. Sorrise nuovamente. Questa volta in modo più convinto. Ma poi...vide un'ombra passare nello sguardo della ragazza. Cercò di interpretare l'espressione di quel viso tanto bello, di dare un senso alla nuova luce che passava in quegli occhi, di capire il motivo della strana piega che aveva assunto la sua bocca. Non ne ebbe il tempo. Isabella si voltò e fuggì via.