Sin da bambina sono stata attratta dai libri. Quando mi immergevo nella lettura, incurante del mondo che mi circondava, riuscivo a crearmi degli universi personali, a seconda di ciò che in quel momento stavo leggendo. Benché fossi spesso malinconica, non ero tendenzialmente una bimba solitaria: giocavo volentieri con le mie amiche, tuttavia con un preciso limite di tempo cui non intendevo derogare; lo spazio dedicato ai romanzi, alle fiabe, ai racconti di viaggi, doveva in ogni caso occupare lo spazio principale della mia giornata.
Crescendo, non sono cambiata. Sebbene ami in modo perverso le scarpe, con i tacchi, ballerine, stivali e stivaletti, sandali e calzature sportive, la mia meta prediletta di shopping rimarrà sempre e comunque la libreria. Entro, mi guardo attorno, prendo i volumi per soppesarli, sfogliarli, annusarli (l'odore della carta ha un sapore unico, irresistibile, paragonabile soltanto a quello del mare, quando è battuto dal vento del nord, oppure di un bosco, nel momento magico del tramonto, dove sole e sera incombente si disputano il privilegio di accarezzare alberi e foglie, muschio e zolle erbose, o ancora di un'alba vissuta sulla sponda di un lago, mentre a oriente, in direzione di Lecco, la vita riprende lentamente il suo corso, mulino a vento che macina i giorni sempre uguali ma al contempo differenti di tutti). A Milano, le mie scelte sono quasi obbligate. Feltrinelli, Messaggerie, book shop moderni e ariosi, provvisti di tutte le ultime novità. Ma, potendo scegliere, preferisco le vecchie librerie di provincia, polverose e odoranti di antico, dove forse è ancora possibile scovare tomi misteriosi e sconosciuti, che poche mani hanno accarezzato.
Un giorno, entrai in uno di questi ultimi avamposti di un tempo che fu. Era avvolto nella penombra, e i libri sembravano collocati a caso nelle scaffalature di legno, o forse seguivano un ignoto ordine, sconosciuto ai più, che il proprietario aveva stabilito, non saprò mai con quale intento, forse per scoraggiare gli avventori che giudicava indegni di rispetto. Gente frettolosa, superficiale, incurante, alla ricerca di un best seller segnalato dai giornali, da riporre nella propria libreria con l'unico scopo di mostrare ad amici e conoscenti di essere alla paige, del tutto disinteressata agli scrigni preziosi e profondi, in cui si celano infiniti prodigi di scrittura. Il padrone di quel negozio era un uomo anziano, corpulento, provvisto di una folta barba bianca; gli occhi, di un azzurro color del mare, lasciavano trapelare una luce a mezzo fra l'ironico e il bonario, in palese contrasto con l'espressione del viso, improntata a un burbero distacco.
Mentre rovistavo, chinandomi su pile di libri accatastati sul pavimento, li spostavo, cercando di ignorare la polvere che li ricopriva, li esaminavo e (come sempre) li odoravo, lui mi guardava di sottecchi, fingendo di leggere un giornale. Probabilmente mi pesava e mi valutava, e la sua bilancia nasceva da un'esperienza di anni e, credo, da un innato spirito di osservazione. Gli scaffali salivano quasi fino al soffitto, e in certi punti i libri erano sistemati in doppia fila, oppure posti l'uno sull'altro, quasi quella fosse una biblioteca personale, aperta agli sguardi altrui per una sorta di gentile concessione, e non già un normale negozio di provincia, destinato, come tutti i negozi, alla vendita, alla fine non importa di quale titolo.
Ignorerò per sempre il motivo che a un tratto spinse quell'uomo ad alzarsi, ad avvicinarsi lentamente a me e, dopo aver frugato in una delle molte cataste che correvano lungo le pareti, quasi create a bella posta per intralciare i movimenti della clientela, a porgermi un libro. Mi sono chiesta tante volte cosa avesse visto in me, quali meriti avesse attribuito a una ragazza bionda, magra, vestita con un enorme maglione di lana e un paio di vecchi jeans stinti.




"Vuole sapere perché mia moglie mi ha lasciato?"
Il pubblico del campo centrale di Wimbledon tratteneva il fiato. Serena Williams, la grande favorita del torneo, si era aggiudicata senza problemi il primo set della finale, poi dopo una furibonda battaglia aveva perso il secondo. E ora si trovava uno a cinque, zero a quaranta, nel terzo. Jane trasse un profondo respiro e si preparò a servire la palla del match point.
Un uomo anziano camminava in un bosco. Era il primo giorno d’estate, un tardo pomeriggio limpido e ventoso; il cielo si stagliava azzurro, e lungo il sentiero che correva in mezzo alle piante l’aria era fresca e profumata. L’uomo rifletteva sulla sua vita. Era stato un bambino infelice, solitario e malinconico; aveva avuto pochi amici, dato che spesso la sua compagnia risultava deprimente. Crescendo, non era cambiato: aveva trovato un impiego grigio, ed era vissuto per molti anni da solo. Ricordava che gli unici momenti piacevoli delle sue giornate erano quelli serali, quando, dopo essere rincasato dal lavoro, si sedeva in veranda a godere lo spettacolo incantato del tramonto, a guardare le fronde degli alberi accarezzate dalla brezza serotina, ad assaporare l’odore magico della natura che si prepara ad abbracciare la notte.