Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
mercoledì, 21 maggio 2008,18:56

Sin da bambina sono stata attratta dai libri. Quando mi immergevo nella lettura, incurante del mondo che mi circondava, riuscivo a crearmi degli universi personali, a seconda di ciò che in quel momento stavo leggendo. Benché fossi spesso malinconica, non ero tendenzialmente una bimba solitaria: giocavo volentieri con le mie amiche, tuttavia con un preciso limite di tempo cui non intendevo derogare; lo spazio dedicato ai romanzi, alle fiabe, ai racconti di viaggi, doveva in ogni caso occupare lo spazio principale della mia giornata.
Crescendo, non sono cambiata. Sebbene ami in modo perverso le scarpe, con i tacchi, ballerine, stivali e stivaletti, sandali e calzature sportive, la mia meta prediletta di shopping rimarrà sempre e comunque la libreria. Entro, mi guardo attorno, prendo i volumi per soppesarli, sfogliarli, annusarli (l'odore della carta ha un sapore unico, irresistibile, paragonabile soltanto a quello del mare, quando è battuto dal vento del nord, oppure di un bosco, nel momento magico del tramonto, dove sole e sera incombente si disputano il privilegio di accarezzare alberi e foglie, muschio e zolle erbose, o ancora di un'alba vissuta sulla sponda di un lago, mentre a oriente, in direzione di Lecco, la vita riprende lentamente il suo corso, mulino a vento che macina i giorni sempre uguali ma al contempo differenti di tutti). A Milano, le mie scelte sono quasi obbligate. Feltrinelli, Messaggerie, book shop moderni e ariosi, provvisti di tutte le ultime novità. Ma, potendo scegliere, preferisco le vecchie librerie di provincia, polverose e odoranti di antico, dove forse è ancora possibile scovare tomi misteriosi e sconosciuti, che poche mani hanno accarezzato.
Un giorno, entrai in uno di questi ultimi avamposti di un tempo che fu. Era avvolto nella penombra, e i libri sembravano collocati a caso nelle scaffalature di legno, o forse seguivano un ignoto ordine, sconosciuto ai più, che il proprietario aveva stabilito, non saprò mai con quale intento, forse per scoraggiare gli avventori che giudicava indegni di rispetto. Gente frettolosa, superficiale, incurante, alla ricerca di un best seller segnalato dai giornali, da riporre nella propria libreria con l'unico scopo di mostrare ad amici e conoscenti di essere alla paige, del tutto disinteressata agli scrigni preziosi e profondi, in cui si celano infiniti prodigi di scrittura. Il padrone di quel negozio era un uomo anziano, corpulento, provvisto di una folta barba bianca; gli occhi, di un azzurro color del mare, lasciavano trapelare una luce a mezzo fra l'ironico e il bonario, in palese contrasto con l'espressione del viso, improntata a un burbero distacco.
Mentre rovistavo, chinandomi su pile di libri accatastati sul pavimento, li spostavo, cercando di ignorare la polvere che li ricopriva, li esaminavo e (come sempre) li odoravo, lui mi guardava di sottecchi, fingendo di leggere un giornale. Probabilmente mi pesava e mi valutava, e la sua bilancia nasceva da un'esperienza di anni e, credo, da un innato spirito di osservazione. Gli scaffali salivano quasi fino al soffitto, e in certi punti i libri erano sistemati in doppia fila, oppure posti l'uno sull'altro, quasi quella fosse una biblioteca personale, aperta agli sguardi altrui per una sorta di gentile concessione, e non già un normale negozio di provincia, destinato, come tutti i negozi, alla vendita, alla fine non importa di quale titolo.
Ignorerò per sempre il motivo che a un tratto spinse quell'uomo ad alzarsi, ad avvicinarsi lentamente a me e, dopo aver frugato in una delle molte cataste che correvano lungo le pareti, quasi create a bella posta per intralciare i movimenti della clientela, a porgermi un libro. Mi sono chiesta tante volte cosa avesse visto in me, quali meriti avesse attribuito a una ragazza bionda, magra, vestita con un enorme maglione di lana e un paio di vecchi jeans stinti.

martedì, 25 marzo 2008,10:37

Sandra al parco"Vuole sapere perché mia moglie mi ha lasciato?"
Sandra alzò lo sguardo dal block notes su cui stava scrivendo l'inizio della nuova puntata di "Corinne". Più tardi avrebbe completato il capitolo al pc, come sempre, ma quella era una splendida mattinata di sole, l'aria era tiepida e profumava di fiori, e lei aveva trovato irresistibile l'idea di trascorrere un'oretta al parco, che a quell'ora era quasi deserto. Concentrata sulla vicenda di Corinne e Nathalie, non si era nemmeno accorta che un uomo aveva preso posto accanto a lei, su quella panchina abbastanza lontana dal prato dove alcuni bambini stavano giocando a pallone. Osservò di sfuggita lo sconosciuto. Dimostrava circa cinquant'anni, era ben vestito e dava la sensazione di essere una persona pacata e dai modi cortesi. Un ulteriore, breve, esame le permise di cogliere una luce profonda negli occhi scuri, e un'espressione benevola nel viso largo e gioviale.
"Prego?"
"Mi scusi, signorina, non mi sono presentato. Mi chiamo Filippo Barbi. Ho notato che era sola, e mi sono detto che forse le sarebbe interessato conoscere la mia storia. Beninteso, se sta lavorando", e indicò il block notes, "non la disturberò oltre."
Sandra trasse un profondo sospiro. Prima di venire interrotta, si stava chiedendo se far rientrare nella saga Sandrine. Una Sandrine assetata di vendetta, e più cattiva che mai. Tuttavia era molto incerta: non voleva scadere nei luoghi comuni delle soap opera, sebbene fosse perfettamente consapevole del fatto che "Corinne" era comunque una soap opera. Decise di mostrarsi educata; inoltre, per qualche misteriosa ragione, era interessata a quella strana confessione. Ripose block notes e Montblanc e si sporse lievemente verso Filippo Barbi, nel classico atteggiamento di chi si appresta ad ascoltare.
L'uomo capì di essersi guadagnato la sua attenzione. Lanciò una rapida occhiata al prato dove la partita di calcio stava degenerando in una rissa, probabilmente a causa di un fallo contestato, e incominciò a parlare, con voce bassa e controllata. "Io e Sabrina siamo sempre andati d'accordo. Non mi prenda per sfacciato, o peggio ancora per un individuo volgare, di bassi istinti, ma è necessario che lei sappia che abbiamo sempre fatto sesso in modo stupendo. Non è un particolare irrilevante, ed è per questo che mi permetto di sottoporlo alla sua cortese attenzione. Ci siamo conosciuti al liceo, poi lei ha interrotto gli studi, mentre io mi sono laureato in filosofia. Quando ho iniziato a lavorare, ci siamo sposati. Non eravamo certo ricchi, tuttavia conducevamo una vita dignitosa. Lo stipendio di un professore è quello che è, perciò gli sprechi non erano ammessi, però abbiamo sempre trascorso delle belle vacanze, non ci siamo mai fatti mancare un libro o un film degno di nota. Andavamo a teatro, alle mostre, facevamo l'amore tutti i giorni. Insomma, eravamo molto felici."
Barbi fece una pausa, e sembrò immergersi in un mondo personale, costituito dai ricordi di una vita. Poi si rianimò. "Sabrina è una donna molto attraente, sa? Da ragazza era decisamente irresistibile, e con la maturità ha acquisito nuovo fascino. Una grande donna! Intelligente, colta, bella. Eppure mi ha lasciato."
Ci fu un silenzio, che Sandra pensò di interrompere. Forse il professore gradiva una domanda diretta, era possibile che si sentisse a disagio. "Perché l'ha lasciata, allora?"
Barbi esibì un sorriso malinconico. "Ho perso il lavoro.", disse. "Mi hanno licenziato, per via delle mie idee. I soldi scarseggiavano, ma il motivo vero, il motivo decisivo, è la mia mancanza di memoria. E' inutile girarci intorno, tutto si riduce a una strana forma di amnesia che mi ha colto, probabilmente causata dallo stress, dalla delusione. Non facevo più la spesa, mi ero completamente scordato che Sabrina aveva bisogno di mangiare. Alla fine, lei se n'è andata, e io sono rimasto solo. Solo e molto infelice."
Era un racconto sconcertante. Sandra si chiese se quell'uomo fosse normale. Eppure le sembrava una persona controllata e riflessiva, del tutto sana di mente. Non c'era nulla in lui, nel suo comportamento, nella gestualità, nella maniera di esprimersi, che lasciasse presupporre il contrario. Rimaneva il fatto che quello che aveva detto era alquanto bizzarro.
"Ma scusi", gli chiese, "lei non aveva fame?"
Per un momento, parve che Barbi non avesse capito la domanda. Poi rise. "Certo che no!", rispose. "Io mi ero dimenticato proprio di questo: che ero diverso da Sabrina." Indicò vagamente il parco, gli alberi, un piccolo sentiero che conduceva all'uscita.
"Io mi nutro di questa buona aria." Scosse il capo, come se trovasse assurdo quello che gli aveva chiesto Sandra.
"Noi marziani non abbiamo bisogno di cibo."

venerdì, 15 febbraio 2008,23:10

Arrivò con l'infornata di primavera. Fu scodellato assieme ad altri quattordici, tutti belli, nuovi e lustri. Naturalmente erano diversi fra loro: alcuni si prestavano soprattutto ai blog erotici, altri risultavano adatti a ragazze giovani e spiritose, una piccola minoranza era destinata a siti con pretese letterarie. Lui era uno dei più belli, un cervo che pascolava in una verde radura; disegno e colori risultavano semplicemente perfetti, l'erba sembrava fremere alle carezze del vento. L'avatar era molto orgoglioso di se stesso, e grato a chi lo aveva ideato. Incominciarono a presentarsi i blogger, passavano in rassegna l'assortimento e man mano sceglievano. Fu presa per prima una minigonna, il secondo fu un pulcino, la terza scelta ricadde su uno scenario che raffigurava un tramonto. Il cervo aspettava pazientemente. Poi toccò a un'immagine vagamente dark. Quindi, fu il turno del quinto e del sesto. L'avatar si stupiva che nessuno si affrettasse a prenderlo, ma incominciò a preoccuparsi veramente quando portarono via il dodicesimo. Prima o poi sarebbe venuto il suo momento, pensò, tuttavia iniziava ad essere preda di dubbi inquietanti.
Alla fine, restò solo: gli altri quattordici avevano trovato un padrone, lui non era stato preso in considerazione da nessuno. Eppure c'erano dei blogger che si affidavano ancora al punto di domanda, senza contare che esistevano delle sciocche vanesie, come Anneheche e Zoe, che invece di scegliersi un bell'avatar andavano in giro per la rete esibendo i loro visini smunti.
L'avatar sprofondò in una cupa depressione. Si sentiva irrealizzato e infelice: era stato concepito per un compito, che invece non poteva svolgere. La sua esistenza gli pareva priva di senso.
Ma una mattina...
Si presentò una bella ragazza, lo esaminò attentamente e, dopo aver riflettuto per alcuni minuti, se lo portò via. Finalmente l'avatar era felice. Si affezionò subito alla sua padroncina, che si chiamava Giulia; era una giovane intelligente e sensibile, scriveva bellissime poesie, piene di toccante lirismo, e lasciava sempre commenti arguti e originali. L'avatar era fiero di lei, e della simpatia con cui tutti la guardavano. Un sabato sera, dopo aver fatto un giretto in rete, lei spense il pc. L'avatar andò a dormire sereno. Sapeva che l'indomani, come di consuetudine, avrebbero esplorato vari blog, salutando i molti amici su cui potevano contare. Alla domenica Giulia non lavorava e ne approfittava per prolungare la sua presenza su Splinder. Quella sera Giulia si recò in discoteca con il moroso. Le piaceva molto ballare e si divertì moltissimo. Circa alle due di notte uscirono dal locale per tornare a casa. Salirono sulla vecchia Punto e a velocità moderata imboccarono la strada che li avrebbe riportati a destinazione. Videro chiaramente la macchina che arrivava a velocità folle; non potevano sapere che era guidata da un ubriaco, e il fidanzato di Giulia non riuscì ad evitare l'impatto. Morirono entrambi sul colpo.
La mattina dopo l'avatar si svegliò di buon'ora. Era ansioso di incominciare a visitare i tanti blog amici: mentre la sua padroncina avrebbe letto i post e scritto i commenti, lui si sarebbe fatto quattro chiacchiere con i suoi colleghi.
Ma il pc non fu mai più riacceso.


martedì, 12 febbraio 2008,18:43

Il pubblico del campo centrale di Wimbledon tratteneva il fiato. Serena Williams, la grande favorita del torneo, si era aggiudicata senza problemi il primo set della finale, poi dopo una furibonda battaglia aveva perso il secondo. E ora si trovava uno a cinque, zero a quaranta, nel terzo. Jane trasse un profondo respiro e si preparò a servire la palla del match point.
Jane rappresentava una sorpresa assoluta: proveniva dalle qualificazioni, era sconosciuta ai più e nel corso del suo cammino aveva eliminato, una dopo l'altra, Justine Henin e la sorella di Serena. Socchiuse gli occhi per un istante, infastidita dal sole, quindi prima di prodursi nel suo fantastico servizio, ripensò agli ultimi mesi.
Jane era nata a Windsor. Di famiglia benestante, aveva dimostrato sin da piccola una naturale predisposizione per lo sport. I suoi genitori le avevano regalato un cavallo che lei adorava; tuttavia eccelleva soprattutto nel tennis. Passata precocemente al professionismo, aveva partecipato a tre tornei minori, aggiudicandosi l'ultimo dei tre; dopodichè si era iscritta a Wimbledon. A differenza di molte ragazze prodigio, Jane non era una macchina costruita appositamente per macinare ore di allenamento. Talento innato e doti fisiche le permettevono di vivere una vita normale, senza dover sottostare alle privazioni che generalmente un'atleta deve affrontare. Nel corso di una festa aveva conosciuto Keith. Era un giovane bello e inquietante; aveva fatto sesso con lui quella notte stessa.
Con un gesto elastico e perfettamente coordinato lanciò in aria la pallina, quindi la indirizzò sul lato sinistro del campo. La violenta risposta della Williams la sorprese; non tentò nemmeno di opporsi a quell'autentico proiettile. Tornò alla battuta e commise doppio fallo. Quaranta a trenta.
Si era innamorata di Keith. Era la prima volta che le succedeva: ma lui era speciale. Realizzava quadri stupendi, scriveva poesie profonde e ispirate, e faceva l'amore in modo superbo. A seconda dei casi, poteva dimostrarsi tenero e affascinante oppure scontroso e cupo. Ma quando era dell'umore giusto la faceva sentire una regina.
Tre passanti micidiali di Serena Williams le tolsero il servizio. Perse il successivo game a zero. Adesso conduceva per cinque a tre, e aveva una nuova occasione di chiudere l'incontro.
Keith l'aveva portata a Parigi, dove avevano trascorso un weekend magnifico. Avevano esplorato il quartiere degli artisti e si erano fermati a mangiare nei deliziosi ristorantini della rive gauche. Avevano fatto all'amore per ore, regalandosi emozioni di un'intensità quasi sconvolgente. Keith era un pittore affermato e non badava a spese. L'aveva condotta a Cannes, donandole l'incanto del mare e delle palme. Nella lussuosa camera dell'hotel Carlton si erano letteralmente divorati a vicenda, fermandosi soltanto alle prime luci dell'alba per poi dormire teneramente abbracciati fino a mezzogiorno. Alla sera cenavano da Pierrot, e Jane mangiava avidamente una dozzina di ostriche sostenendo che erano il cibo più afrodisiaco che esistesse in natura. Passeggiavano mano nella mano sulla Croisette, soffermandosi ad osservare il meraviglioso scenario del mare illuminato dalla luna. Guardavano il cielo stellato e poi tornavano in albergo a fare nuovamente l'amore.
"Cinque a cinque", annunciò lo speaker con la voce resa metallica dall'altoparlante. Serena Williams era diventata incontenibile. Jane non riusciva più a ribattere ai suoi colpi, era sballottata per il campo come un pugile rintronato per i troppi pugni subiti. "Sei a cinque per la signorina Williams."
Tornati in Inghilterra, avevano continuato a frequentarsi raggiungendo un'intimità sempre maggiore. Jane era convinta che Keith l'amasse.A parte gli sbalzi d'umore, sapeva essere incredibilmente dolce con lei. Un giorno le fece un regalo stupendo: il suo ritratto. Aveva lavorato di nascosto, affidandosi solamente alla memoria. Il risultato era sorprendente: si trattava di un dipinto di prodigiosa bellezza, capace di raffigurare non solo il suo viso ma anche la sua anima.
Jane era stravolta dalla stanchezza. Madida di sudore, dolorante a un piede, accettò intimamente la sconfitta. Finalista alla sua prima partecipazione a Wimbledon! Era comunque uno sbalorditivo successo, pensò nella maniera che è propria dei perdenti. E' vero: si era trovata a un passo dalla vittoria, ma l'altra era troppo forte. Avrebbe ritentato l'anno successivo. Trascinata dalla sua stessa furia agonistica Serena commise tre errori gratuiti. Sei pari e conclusione al tie-break.
Una sera aveva voluto fargli una sorpresa. Senza avvisarlo si era recata da lui. Aveva con sè una bottiglia di champagne, desiderava essere coccolata, amata; voleva trascorre una notte indimenticabile. Entrò in casa con le chiavi che le aveva dato. Keith era in camera da letto, con la luce accesa. Jane pensò maliziosamente che ambedue preferivano la luce al buio; i loro corpi giovani e belli non meritavano di essere celati alla vista. Aprì la porta della stanza.
La Williams si aggiudicò il primo punto del tie-break con un passante di rovescio. Poi fece un ace. Due a zero.
Keith era letto con una ragazza. Una perfetta sconosciuta, per Jane. Era mora, molto avvenente; lo stava cavalcando. Jane guardò la scena impietrita, resistendo all'impulso di scagliarsi su di loro; non avrebbe saputo chi picchiare per primo. Keith la vide ma non fece nulla per fermarla. Lei uscì dalla camera, e dalla sua vita.
Jane si asciugò il sudore dalla fronte. Il caldo era insopportabile, il sole picchiava implacabile con la stessa forza dei colpi di Serena Williams. Alzò lo sguardo verso la tribuna, cercando con gli occhi suo padre. E li vide. Keith e la bruna, stretti l'un l'altra che ridevano e si accarezzavano, indifferenti alla partita e incuranti degli altri spettatori indignati.
Toccava a Jane servire.
Andò alla battuta per vincere.

venerdì, 30 novembre 2007,09:26

adorabile stregaUn uomo anziano camminava in un bosco. Era il primo giorno d’estate, un tardo pomeriggio limpido e ventoso; il cielo si stagliava azzurro, e lungo il sentiero che correva in mezzo alle piante l’aria era fresca e profumata. L’uomo rifletteva sulla sua vita. Era stato un bambino infelice, solitario e malinconico; aveva avuto pochi amici, dato che spesso la sua compagnia risultava deprimente. Crescendo, non era cambiato: aveva trovato un impiego grigio, ed era vissuto per molti anni da solo. Ricordava che gli unici momenti piacevoli delle sue giornate erano quelli serali, quando, dopo essere rincasato dal lavoro, si sedeva in veranda a godere lo spettacolo incantato del tramonto, a guardare le fronde degli alberi accarezzate dalla brezza serotina, ad assaporare l’odore magico della natura che si prepara ad abbracciare la notte.
Un giorno, conobbe Michela, una bella donna bruna di circa quarant’anni, divorziata e senza figli. Lei vide in Gianni, questo era il nome dell’uomo, tutto quello che gli altri non avevano saputo scorgere: la profonda sensibilità, la bontà d’animo, l’amore per gli animali e per la natura. Si trattò del classico colpo di fulmine; si sposarono, e la vita di Gianni cambiò, diventando meravigliosa. Era un matrimonio perfetto, fra due persone molto simili, entrambe riservate, di carattere mite e dai gusti semplici, la lettura, le passeggiate, la scoperta quotidiana dei piccoli miracoli che, giorno dopo giorno, la vita offre a chi sa coglierli. Il volo di un uccello sullo sfondo immacolato del cielo, l’affettuosa compagnia di un cane, l’alito fragrante del vento.
Dieci anni dopo, Michela morì. Gianni rimase nuovamente solo: ma ora quella solitudine era peggiore, perché aveva conosciuto la felicità, per poi perderla per sempre. La sua esistenza si trasformò in un cammino grigio e triste, che lui nella sua mente paragonava al desolato sobborgo di una metropoli, confrontato a una verde vallata, incuneata fra dolci colline perennemente baciate dal sole.

Questi erano i pensieri che lo accompagnavano quel pomeriggio, mentre il tramonto dipingeva i colori più belli nel cielo e l’aria assumeva un sapore fragrante, che a lui rammentava il gelsomino. Fu allora che la vide. All’improvviso se la trovò davanti, come scaturita dal nulla. Gianni strabuzzò gli occhi. Per quanto da sempre amasse le fiabe, tuttavia sapeva che le streghe non esistevano. Così come non c’erano le fate, gli elfi o gli hobbit. Eppure, la splendida giovane che lo stava osservando da pochi passi era inequivocabilmente una figura magica, non soltanto per com’era vestita, ma anche per l’aura che emanava, e che quasi lui riusciva a intravedere. Era un’aura che trasmetteva bontà. E compassione. Completamente sconcertato, Gianni la fissò in silenzio. Non osava parlare, né muoversi, aveva quasi paura che un gesto affrettato, una mossa avventata, l’avrebbero fatta fuggire.
Poi lei parlò. Aveva una voce stupenda, simile alla melodia di un ruscello che corre fra i campi, o al suono della risacca in un mattino di primavera. “Oggi è il ventuno giugno”, disse, “e mi è consentito esaudire un tuo desiderio. Ma sbrigati ad esprimerlo, perché sono attesa da un bambino. E’ tanto infelice e io farò qualcosa per lui. Però, ora tocca a te!” Gianni non rispose subito. Era confuso. Frastornato. Gli sembrava di vivere un sogno, anche se nel profondo del suo cuore capiva invece che quello che stava accadendo era assolutamente reale. Lei gli sfiorò delicatamente un braccio. “Presto!”, lo incitò. “Altrimenti sarò costretta ad andare e tu perderai la tua opportunità.”
Stupendosi dell’assurdità della sua richiesta, Gianni disse:”Vorrei tanto rivedere Michela!” Lei gli rivolse un sorriso colmo di tenerezza, quindi annuì. Un istante dopo era scomparsa. Quella notte, Gianni andò a coricarsi verso le undici. Prima di addormentarsi, rivisse lo straordinario incontro nel bosco, convincendosi definitivamente che si era trattata di un’allucinazione.
Il mattino dopo non si svegliò.

sabato, 20 ottobre 2007,09:04

Arrivò con l'infornata di primavera. Fu scodellato assieme ad altri quattordici, tutti belli, nuovi e lustri. Naturalmente erano diversi fra loro: alcuni si prestavano soprattutto ai blog erotici, altri risultavano adatti a ragazze giovani e spiritose, una piccola minoranza era destinata a siti con pretese letterarie. Lui era uno dei più belli, un cervo che pascolava in una verde radura; disegno e colori risultavano semplicemente perfetti, l'erba sembrava fremere alle carezze del vento. L'avatar era molto orgoglioso di se stesso, e grato a chi lo aveva ideato. Incominciarono a presentarsi i blogger, passavano in rassegna l'assortimento e man mano sceglievano. Fu presa per prima una minigonna, il secondo fu un pulcino, la terza scelta ricadde su uno scenario che raffigurava un tramonto. Il cervo aspettava pazientemente. Poi toccò a un'immagine vagamente dark. Quindi, fu il turno del quinto e del sesto. L'avatar si stupiva che nessuno si affrettasse a prenderlo, ma incominciò a preoccuparsi veramente quando portarono via il dodicesimo. Prima o poi sarebbe venuto il suo momento, pensò, tuttavia iniziava ad essere preda di dubbi inquietanti.
Alla fine, restò solo: gli altri quattordici avevano trovato un padrone, lui non era stato preso in considerazione da nessuno. Eppure c'erano dei blogger che si affidavano ancora al punto di domanda, senza contare che esistevano delle sciocche vanesie, come Anneheche e Zoe, che invece di scegliersi un bell'avatar andavano in giro per la rete esibendo i loro visini smunti.
L'avatar sprofondò in una cupa depressione. Si sentiva irrealizzato e infelice: era stato concepito per un compito, che invece non poteva svolgere. La sua esistenza gli pareva priva di senso.
Ma una mattina...
Si presentò una bella ragazza, lo esaminò attentamente e, dopo aver riflettuto per alcuni minuti, se lo portò via. Finalmente l'avatar era felice. Si affezionò subito alla sua padroncina, che si chiamava Giulia; era una giovane intelligente e sensibile, scriveva bellissime poesie, piene di toccante lirismo, e lasciava sempre commenti arguti e originali. L'avatar era fiero di lei, e della simpatia con cui tutti la guardavano. Un sabato sera, dopo aver fatto un giretto in rete, lei spense il pc. L'avatar andò a dormire sereno. Sapeva che l'indomani, come di consuetudine, avrebbero esplorato vari blog, salutando i molti amici su cui potevano contare. Alla domenica Giulia non lavorava e ne approfittava per prolungare la sua presenza su Splinder. Quella sera Giulia si recò in discoteca con il moroso. Le piaceva molto ballare e si divertì moltissimo. Circa alle due di notte uscirono dal locale per tornare a casa. Salirono sulla vecchia Punto e a velocità moderata imboccarono la strada che li avrebbe riportati a destinazione. Videro chiaramente la macchina che arrivava a velocità folle; non potevano sapere che era guidata da un ubriaco, e il fidanzato di Giulia non riuscì ad evitare l'impatto. Morirono entrambi sul colpo.
La mattina dopo l'avatar si svegliò di buon'ora. Era ansioso di incominciare a visitare i tanti blog amici: mentre la sua padroncina avrebbe letto i post e scritto i commenti, lui si sarebbe fatto quattro chiacchiere con i suoi colleghi.
Ma il pc non fu mai più riacceso.

martedì, 02 ottobre 2007,19:59

La grande distesa del mare arrivava sino all'orizzonte: era grigia, del colore dell'acciaio, battuta dalla pioggia e attraversata dal vento di settentrione. I gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci; una barca di pescatori procedeva lentamente diretta al piccolo porto. L'aria sapeva di salsedine, e di pioggia, e del fumo del venditore di caldarroste. Pochi passanti infreddoliti camminavano stringendosi nei cappotti; un bambino osservava curioso lo spettacolo incomparabile della natura, capace di creare prodigi in ogni stagione, a seconda di stati d'animo eterni che puntualmente si rinnovano anno dopo anno.
Viviana distolse lo sguardo dalle acque profonde percorse dalla tramontana e tornò a rivolgere la propria attenzione a Fabio. In quegli ultimi minuti aveva viaggiato nel tempo, componendo un quadro che era fatto di mille tessere, un mosaico che adesso le appariva chiaro e comprensibile, ma che in passato le era sempre sfuggito, troppo frammentario e oscuro per poter essere realizzato.
"Ma perchè?", mormorò a voce bassa, appena percettibile.
L'uomo esibì un sorriso stanco che non arrivava agli occhi. "Non ho mai avuto il coraggio.", disse.
Viviana scosse la testa, facendo ondeggiare i capelli. "Ma è assurdo! Ti rendi conto?"
"La mia vita è sempre stata assurda."
La donna era frastornata. Come in un film rivisse tutto: le poesie che trovava nella cassetta della posta. Erano scritte su foglietti sgualciti, tracciate da una calligrafia incerta, quasi infantile: ma erano le più belle poesie che avesse mai letto. La dipingevano come un angelo, i cui lunghi capelli neri ricordavano l'incanto della notte, e gli occhi verdi la meraviglia del mare, e la voce la suggestione di una suonata di Mozart. Rilette a posteriori forse erano un pò ingenue, ma poi ne erano arrivate altre, e si erano succedute nel corso degli anni, diventando sempre più mature e profonde. Parlavano di un amore senza confini, assoluto, destinato a durare per sempre, trovando linfa nella disperazione di chi non viene corrisposto, irrobustendosi per la sofferenza, sino a diventare qualcosa di mistico. Un giorno le poesie si trasformarono in prosa, ed erano lettere che svelavano l'animo di un uomo colto, intelligente, sensibile, un uomo perdutamente innamorato, tuttavia come per un sortilegio maligno destinato a rimanere solo, in una vita desolata i cui unici sprazzi di sole erano quelli serali, quando, dopo aver cenato, si sedeva alla scrivania, prendeva un foglio bianco e scriveva.
Viviana incominciò a desiderare quelle lettere, a cercarle nella cassetta della posta quasi con ansia, rimanendo delusa se non ne trovava una nuova, e felice come una bambina se riconosceva l'inconfondibile busta.
Si sposò a trent'anni, e le lettere continuarono ad arrivare. Diventarono un raggio dorato che in qualche modo illuminava un'esistenza infelice, causata da un matrimonio sbagliato. Viviana compì i quarant'anni, e le lettere arrivavano ancora. Avrebbe voluto rispondere, svelare a sua volta i misteri del proprio cuore, raccontare le miserie della quotidianità: ma era impossibile. Iniziò a scrivere su un diario, che custodiva gelosamente in un cassetto, nascosto sotto una pila di maglioni. E nel diario parlava a lui, rispondeva a quello che lui le diceva.
E in questo trovava conforto.
Poi le lettere non arrivarono più.
Quel meraviglioso flusso di emozioni si interruppe, simile a un ruscello che all'improvviso rimane privo d'acqua. Per Viviana non fu facile elaborare il lutto; era come se una parte di lei fosse morta, e forse quella parte era stata la più bella della sua vita.
Trascorsero dieci lunghi anni. Una sera squillò il telefono. Era Fabio Campari, il suo compagno di banco al liceo. Desiderava rivederla. Viviana acconsentì con piacere. Si ricordava ancora di lui: un ragazzo intelligente, timido, sensibile. Benchè fosse generalmente taciturno, era anche simpatico. E indubbiamente bello. Viviana si era presa una cotta per lui, ma senza trovare il modo per scalfire le sue difese. Fissarono l'appuntamento per l'indomani, davanti al mare.
"Ma perchè solo ora?", gli chiese quasi con rabbia.
Fabio spostò lo sguardo sulla grande distesa d'acqua che arrivava sino all'orizzonte, grigia del colore dell'acciaio. La barca dei pescatori aveva guadagnato il rifugio sicuro del porto, i gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci.
"Sto per morire.", disse. "Cancro."

mercoledì, 29 agosto 2007,15:45

La grande distesa del mare arrivava sino all'orizzonte: era grigia, del colore dell'acciaio, battuta dalla pioggia e attraversata dal vento di settentrione. I gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci; una barca di pescatori procedeva lentamente diretta al piccolo porto. L'aria sapeva di salsedine, e di pioggia, e del fumo del venditore di caldarroste. Pochi passanti infreddoliti camminavano stringendosi nei cappotti; un bambino osservava curioso lo spettacolo incomparabile della natura, capace di creare prodigi in ogni stagione, a seconda di stati d'animo eterni che puntualmente si rinnovano anno dopo anno.
Viviana distolse lo sguardo dalle acque profonde percorse dalla tramontana e tornò a rivolgere la propria attenzione a Fabio. In quegli ultimi minuti aveva viaggiato nel tempo, componendo un quadro che era fatto di mille tessere, un mosaico che adesso le appariva chiaro e comprensibile, ma che in passato le era sempre sfuggito, troppo frammentario e oscuro per poter essere realizzato.
"Ma perchè?", mormorò a voce bassa, appena percettibile.
L'uomo esibì un sorriso stanco che non arrivava agli occhi. "Non ho mai avuto il coraggio.", disse.
Viviana scosse la testa, facendo ondeggiare i capelli. "Ma è assurdo! Ti rendi conto?"
"La mia vita è sempre stata assurda."
La donna era frastornata. Come in un film rivisse tutto: le poesie che trovava nella cassetta della posta. Erano scritte su foglietti sgualciti, tracciate da una calligrafia incerta, quasi infantile: ma erano le più belle poesie che avesse mai letto. La dipingevano come un angelo, i cui lunghi capelli neri ricordavano l'incanto della notte, e gli occhi verdi la meraviglia del mare, e la voce la suggestione di una suonata di Mozart. Rilette a posteriori forse erano un pò ingenue, ma poi ne erano arrivate altre, e si erano succedute nel corso degli anni, diventando sempre più mature e profonde. Parlavano di un amore senza confini, assoluto, destinato a durare per sempre, trovando linfa nella disperazione di chi non viene corrisposto, irrobustendosi per la sofferenza, sino a diventare qualcosa di mistico. Un giorno le poesie si trasformarono in prosa, ed erano lettere che svelavano l'animo di un uomo colto, intelligente, sensibile, un uomo perdutamente innamorato, tuttavia come per un sortilegio maligno destinato a rimanere solo, in una vita desolata i cui unici sprazzi di sole erano quelli serali, quando, dopo aver cenato, si sedeva alla scrivania, prendeva un foglio bianco e scriveva.
Viviana incominciò a desiderare quelle lettere, a cercarle nella cassetta della posta quasi con ansia, rimanendo delusa se non ne trovava una nuova, e felice come una bambina se riconosceva l'inconfondibile busta.
Si sposò a trent'anni, e le lettere continuarono ad arrivare. Diventarono un raggio dorato che in qualche modo illuminava un'esistenza infelice, causata da un matrimonio sbagliato. Viviana compì i quarant'anni, e le lettere arrivavano ancora. Avrebbe voluto rispondere, svelare a sua volta i misteri del proprio cuore, raccontare le miserie della quotidianità: ma era impossibile. Iniziò a scrivere su un diario, che custodiva gelosamente in un cassetto, nascosto sotto una pila di maglioni. E nel diario parlava a lui, rispondeva a quello che lui le diceva.
E in questo trovava conforto.
Poi le lettere non arrivarono più.
Quel meraviglioso flusso di emozioni si interruppe, simile a un ruscello che all'improvviso rimane privo d'acqua. Per Viviana non fu facile elaborare il lutto; era come se una parte di lei fosse morta, e forse quella parte era stata la più bella della sua vita.
Trascorsero dieci lunghi anni. Una sera squillò il telefono. Era Fabio Campari, il suo compagno di banco al liceo. Desiderava rivederla. Viviana acconsentì con piacere. Si ricordava ancora di lui: un ragazzo intelligente, timido, sensibile. Benchè fosse generalmente taciturno, era anche simpatico. E indubbiamente bello. Viviana si era presa una cotta per lui, ma senza trovare il modo per scalfire le sue difese. Fissarono l'appuntamento per l'indomani, davanti al mare.
"Ma perchè solo ora?", gli chiese quasi con rabbia.
Fabio spostò lo sguardo sulla grande distesa d'acqua che arrivava sino all'orizzonte, grigia del colore dell'acciaio. La barca dei pescatori aveva guadagnato il rifugio sicuro del porto, i gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci.
"Sto per morire.", disse. "Cancro."

by anneheche | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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venerdì, 20 luglio 2007,19:13

Quando la vide provò un tuffo al cuore. Ricordava la piccola immagine racchiusa nell'avatar, raffigurante un volto giovane e grazioso, quello di una fanciulla pulita e serena, affamata di vita. Ma dal vivo era molto di più: una splendida ragazza, alta almeno un metro e settanta, i lunghi capelli neri che incorniciavano un viso semplicemente stupendo, un corpo perfetto, e soprattutto una luce profonda negli occhi scuri pieni di vita. Antonio Malinverno si incamminò verso di lei, quasi esitando; abbozzò un sorriso timido, simile a quello di un ragazzo al primo appuntamento. E invece aveva sessant'anni.

Dopo la morte della moglie, era andato in pensione e aveva aperto un blog. Non contava molti amici, non gli interessava uscire di casa ed affrontare il mondo esterno senza di lei; la casa rappresentava un rifugio sereno e il computer uno svago che gli permetteva di scordare la sua solitudine. Incominciò a scrivere. Poesie meravigliose, ricche di immagini che scaturivano direttamente dal suo cuore; racconti realizzati con una prosa perfetta, squarci di vita vissuta oppure avventure incantate in mondi lontani e suggestivi. Il primo post ebbe dieci commenti, il secondo quindici, poi, in rapida successione, diventarono trenta, quaranta, cento, duecento. Molti gli mandavano messaggi privati. Antonio rispondeva sempre. A tutti. Diventò un punto di riferimento: dispensava consigli, parole di incoraggiamento, frasi gentili e sempre sincere, perchè era buono d'animo. Poi arrivò Isabella. Era la sua prima lettrice, la prima fan. Ormai egli sapeva che avrebbe trovato il suo commento pochi minuti dopo aver postato, e si trattava di commenti profondi che rivelavano intelligenza e sensibilità. Il passo successivo fu rappresentato dai messaggi. Isabella si era innamorata di lui. Voleva conoscerlo. Malinverno aveva scelto un avatar che raffigurava un pinguino, gli erano sempre piaciuti i pinguini; le rispose che aveva sessant'anni...non gli sembrava il caso. Ma Isabella insisteva. Con la caparbia tenacia dei giovani gli spiegò infinite volte che non era interessata all'aspetto fisico, ma alla sua anima. Al suo ingegno tanto vasto. Alla fine, Antonio Malinverno acconsentì. Provava molta paura all'idea di incontrare una ragazza così giovane, sapeva che, al di là della differenza di età, egli non era prestante, nemmeno da ragazzo era stato bello. Tuttavia Isabella era riuscita a stregarlo. Non sapeva cosa sarebbe successo, non voleva porsi domande alle quali non avrebbe potuto rispondere. Ma desiderava vederla. Parlare con lei. Assaporare il suo profumo. Bearsi della sua avvenenza. Fissarono un appuntamento in una città a metà strada. Entrambi descrissero come si sarebbero vestiti.

Sebbene fosse il 14 febbraio, il clima era mite. Nel cielo azzurro splendeva un sole che sapeva di primavera. Antonio Malinverno si fermò a pochi passi da Isabella. Sorrise nuovamente. Questa volta in modo più convinto. Ma poi...vide un'ombra passare nello sguardo della ragazza. Cercò di interpretare l'espressione di quel viso tanto bello, di dare un senso alla nuova luce che passava in quegli occhi, di capire il motivo della strana piega che aveva assunto la sua bocca. Non ne ebbe il tempo. Isabella si voltò e fuggì
  via.

martedì, 22 maggio 2007,19:20

Stefano De Gregorio guidava per le vie del centro, in preda a una profonda insoddisfazione. Aveva scritto un libro, strappando le ore al sonno, rubando ogni attimo possibile alla giornata, finendo per perdere Silvia, che si era stancata dei suoi continui sbalzi d'umore e del suo atteggiamento distratto e lontano, come perso in altri mondi. Aveva scritto un libro bellissimo, e lo sapeva: in quel romanzo era riuscito a riversare le sue più profonde emozioni, aveva dato vita a personaggi che sembravano vivere sulla carta, tanto erano credibili e ben caratterizzati. La sua storia aveva un senso, era avvincente e ricca di poesia. Poi lo aveva mandato a dieci case editrici e, con l'eccezione di una che non si era nemmeno degnata di rispondere, aveva ricevuto nove risposte praticamente identiche. "La ringraziamo per averci inviato il suo manoscritto. Purtroppo siamo spiacenti di comunicarle che..." Stefano detestava il monotono lavoro di ufficio che gli era toccato in sorte, non amava i suoi colleghi, e aveva sognato di dedicare la sua vita alla scrittura. Ma evidentemente non stava scritto nelle stelle. Perso in quei cupi pensieri, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Era una serata gelida, sferzata dal vento del nord: nemmeno le luci e gli addobbi natalizi riuscivano a infonderle un minimo di calore. Si guardava distrattamente intorno quando notò il mendicante. Lo aveva visto molte volte su quella panchina, proprio di fronte al lago. Ora l'homeless sedeva tutto intirizzito, stringendosi nel sudicio cappotto che lo accompagnava da anni. "Poveretto!", pensò Stefano. Spinto da uno strano impulso, rallentò, parcheggiò la  macchina e si avviò in direzione del vecchio mendicante. "Vieni.", gli disse. "Stasera voglio che tu ti goda una buona cena, al caldo." Fece salire sulla Punto l'incredulo vecchio e lo condusse a casa sua. Quando entrarono nel piccolo appartamento, Stefano stappò una bottiglia di vino, e offrì un bicchiere al suo ospite. Poi apparecchiò la tavola, e preparò una cena a base di ravioli in brodo,  salmone, cestini gastronomici, prosciutto crudo e insalata russa. Il mendicante mangiò avidamente, e bevve quasi tutta la bottiglia di vino. Quando Stefano lo riaccompagnò sul lungolago e gli porse un biglietto da cento euro, il vecchio gli sorrise e gli disse:"Sei un uomo buono. Sicuramente la tua vita è bella e piena di soddisfazioni, perchè te lo meriti." Stefano alzò le spalle. Non intendeva sciupare l'atmosfera di quella serata parlando delle sue frustrazioni, del meraviglioso libro che aveva scritto e che nessuno avrebbe mai letto. Si salutarono, entrambi vagamente impacciati.

Due giorni dopo, Stefano De Gregorio andò a controllare la posta. C'era una lettera. Riconobbe immediatamente il marchio della casa editrice, l'unica che non gli aveva ancora risposto, la più importante. "Un  altro rifiuto!", pensò mentre apriva la busta. Scorse rapidamente il foglio. C'era scritto:"Siamo lieti di comunicarle..."

Quella sera, ubriaco di felicità, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Gli tornò alla mente il vecchio mendicante. Parcheggiò la Punto e si avviò in direzione della panchina. Voleva condividere con lui la sua grande gioia. Ma il mendicante non c'era.