Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce...
In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava leoni.
Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare
Ipse dixit
La sera, dopo che i prigionieri furono rinchiusi, il giovane si buttò sul suo letto e pensò a lei. Gli era parso che tutti i detenuti, suoi nemici, lo avessero guardato assai diversamente in quel giorno. Per primo aveva rivolto loro la parola ed essi avevano risposto amabilmente. […] In quel primo giorno di ritorno alla vita, tutto, anche il suo delitto e la conseguente condanna, tutto gli appariva come un fatto esteriore, estraneo. Prese macchinalmente la Bibbia che stava sotto il suo capezzale. Quel libro apparteneva a Sonja, ed era in quel volume che essa, altra volta, gli aveva letto la resurrezione di Lazzaro.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo
E perché? Beato quel tempo in cui vedevo ancora. E passeggiavo verso il fiume, il tuo vaso, Osiride, stretto al mio petto, come mi eri vicino, era caldo il tuo vaso, tuo era il sangue versato. Beato il tempo in cui la mia follia fluiva lenta come il fiume, come il fiume bagnava la terra e con la terra si mescolava fino a non essere più che l'unico limo. Beato il tempo in cui la follia scorreva nel mondo ed era viva ed era vita. Tu m'avresti dato lei, i globi d'oro della tua divinità, quelli che riempivano le tue vene, avrebbero fermato le frecce dell'ombra, dissolte in mille scintille. E le urla delle vittime che ti cercavo, bene si sarebbero intonate al suono dei tamburi, alle percosse che laceravano il cielo, laceravano l'affannoso sole. Bene. Ed ora che sono passati millenni e millenni, e tu non mi hai risposto, tu non mi hai ascoltato, ed io sono diventato una fredda statua di freddo granito, tu sei scomparso e taci e lei con te. Tengo il tuo vaso al petto come una maledizione, come la mia catena, e sebbene riposi in una reggia, di sovrani come ogni età sembra volere, questo è il mio prezzo per il tuo tradimento, tacere per sempre il mio dolore, per sempre mostrarmi al mondo come colui che volle e fu punito.
Come quasi sempre, la donna andò a letto prima dell'uomo. Scostò le tende alla finestra e contemplò i raggi di luna sul metallo della ringhiera. Luna piena di una notte calma e fredda. Si distese tra le lenzuola, pensierosa. Troppo silenzio in quella casa. Non le piaceva, lo detestava. Si rigirò nervosa sul materasso, mentre l'uomo continuava a ubriacarsi davanti alla tv in salotto. Il ticchettio delle lancette proveniente dal comodino scandiva un ossessivo ritmo nella sua mente. Poi provò un brivido per tutto il corpo. Un fruscio vicino, qualcuno si era appoggiato sul letto. Riconobbe la sua bambina. Anna. Quando lei entrava nella stanza matrimoniale, era una gioia per la donna. Niente più quel malinconico silenzio.
"Mamma..." La vocina risuonò innocente nell'oscurità.
"Dimmi, amore mio."
"Ti sento triste."
"Non sono triste. Ci sei tu qui con me."
"Lo hai fatto?"
"Non ancora, bimba mia. Aspetto il momento giusto. Non è facile per me, lo sai."
"E' un uomo cattivo. E' stato tanto cattivo con me. Come fai a vivere ancora con lui?" si lamentò la bambina.
"Lo so, Anna. Non temere."
"Promettimi che lo farai... per non dimenticare quello che mi ha fatto. Ti prego. Fallo smettere. Per sempre."
"Non preoccuparti, piccola. Te lo prometto. Lo farò per te."
L'uomo spalancò bruscamente la porta. Trovò soltanto sua moglie rannicchiata e grugnì con disappunto.
"Che cazzo ti prende? Parli da sola?"
Lei non si mosse, facendo finta di dormire tranquilla. Lui la contemplò per un po' e tornò a bere alla sua poltrona.
Un caldo alito di vento soffiò sulla sua guancia. Nel buio, le labbra della donna disegnarono un sorrisetto sornione.
"Buonanotte, mamma. Ti voglio bene." disse la sagoma della bambina, prima di dissolversi.
"Anch'io, Anna." mormorò la donna con gli occhi chiusi.
In silenzio ascoltavo il suo corpo tagliare l’aria, era un sibilo che bucava il cuore, penetrava nell’anima. Rimasi incanto dalla grazia con cui si muoveva, e quel suo apparire all’improvviso mi travolse. Immobile in un fermo immagine interminabile, la guardavo passare. Lentamente la moviola della vita, fotogramma dopo fotogramma, la dipinse nell’aria, la spostò nello spazio, lasciando una scia di colori che si univano formando un arcobaleno di una bellezza assoluta. Percorse i pochi metri dalla porta alla sedia, dove si sedette, annullando le leggi della fisica e il mio equilibrio chimico.
Il gabinetto medico a quell’ora era quasi vuoto. La donna entrò e si sedette. Accavallò le gambe. Dalla piccola fessura della minuta gonna intravidi la corolla dell’autoreggente. Mi guardò e sorrise e mi chiese – è in orario il dottore? –. Imbambolato e un po’ imbarazzato risposi balbettando – sì…sì…fo fo forse no no non so…s sono a ap appena ar ar arrivato? – divenni rosso, mi vergognavo, forse lei mi credette uno stupido o forse comprese appieno il motivo del mio farfugliare.
Cominciammo a parlarci. A dire il vero parlò quasi sempre lei, io ogni tanto annuivo e spezzavo il suo discorso con brevi interventi. Mi specchiavo nei suoi occhi, le sue pupille erano un mare in tempesta, mi agitavano dentro e continuavo a salivare e a deglutire. La sua voce era una potente calamita, mi aveva acchiappato e non mi mollava più. Conficcò un chiodo nel mio cuore e vi si era appesa. Scalava le sue pareti cercando l’ingresso, non sapeva di essere già dentro, di fluire insieme al sangue, dalle vene ai capillari, dai punti più periferici fino a quelli più interni. Mi batteva nel cervello, pulsava con esso. Spazzò via tutti i pensieri, il mio passato era una terra sconosciuta, il mio presente aveva il suo volto, il suo odore, il mio futuro erano fogli colmi del suo nome. Il prato che vedevo, era quello dove avrei voluto portarla, dove avrei voluto fondere i nostri corpi per sancire il nostro destino.
Qualcuno mi chiamò, era l’infermiera: era il mio turno. Entrai nello studio a farmi curare la piccola caria. Benedissi quella minuscola macchiolina nera sul mio molare. Quindici minuti e fui di nuovo dentro i suoi fari. Poi toccò a lei e mentre si alzava, mi disse – aspettami –. Mi legai alla sedia, contai i secondi che passarono, come se stessi spostando dei macigni da un punto ad un altro. Mi pesò quell’attesa, fu interminabile. Infine ricomparve sull’uscio dello studio, era più bella di prima, scosse la testa per assestare i capelli appiattiti e un po’ scompigliati per la posa che aveva dovuto assumere durante la cura. – Grazie dottore…alla prossima – disse e allungò la mano verso di me – andiamo? –. Strinsi le sue dita tra le mie e uscimmo.
Il parco era il luogo ideale per confermare un rapporto, approfondirlo. Gli odori, i colori, i rumori erano una cornice favolosa per la nostra neonata storia. Seduti su di una panchina, lei parlava e io ascoltavo. Le sillabe unite per formare le parole erano pezzetti di poesia, armoniosamente muovevano l’aria in mille vibrazioni dal sapore celestiale. Ingoiavo quei lemmi e costruivo dentro la sua vita, per accorciare le distanze, accelerare i tempi: non volevo sprecare un solo attimo, tutto d’allora doveva avere la sua immagine. Più in là dei bambini giocavano con la palla, si rincorrevano, facevano capriole sull’erba, poco distanti le loro mamme, qualche papà. E già immaginavo una bambina con i capelli lunghi come i suoi, le sue stesse labbra, i suoi stessi occhi, la stessa profondità. In quella profondità mi ero perso e come un adolescente fantasticavo sul nostro futuro, sulla mia vita nata un’ora fa nel gabinetto medico del mio dentista, quando entrò lei. Può l’amore essere così aggressivo, così rapace? Un incontro casuale con una persona sconosciuta, può stravolgere la vita? Evidentemente sì, stava succedendo, aveva svuotato la mia esistenza, l’aveva rovesciata come se fosse un secchio, e ora goccia dopo goccia la riempiva di sé. Smise di parlare, mi guardava come se si aspettasse qualcosa, un’azione che tardava ad arrivare. Ero troppo imbambolato per pensare a qualcosa di diverso che non fosse la profonda emozione che provavo. Mi bloccò la testa con le mani e avvicinò piano le sue labbra alle mie. Non reagii, rimasi immobile, mentre sentivo scariche di adrenalina scuotere dall’interno il mio corpo. – Non ti piaccio? – mi chiese un po’ stupita per la mia freddezza. Avrei voluto spiegarle cosa provavo in quel momento, quale cambiamento stava apportando alla mia vita, ma ogni parola, ogni frase sembrava poca cosa. La strinsi forte e la baciai. Ne sentivo il sapore e m’inebriavo. Da impacciato che ero presi a ravanare sotto i suoi indumenti, aveva i sei duri, il reggiseno come avevo intuito, era un indumento che non usava. Quando cercai di andare oltre me lo impedì, afferrandomi il braccio. – No, qui no, ci sono i bambini – disse. – Scusami mi sono lasciato andare, ma vorrei spiegarti… – le dissi dispiaciuto. – Non voglio spiegazioni, voglio i fatti, e qui non è possibile. Verresti a casa mia? – mi chiese. Rimasi smarrito da quelle sue parole pronunciate con durezza, perché non ne compresi il significato. Lasciammo la panchina con il nostro primo ricordo, quello che si scolpisce dentro l’anima, che non si dimentica mai: il primo bacio.
Non abitava molto distante dal parco, con una passeggiata di venti minuti raggiungemmo casa sua. Era un appartamento molto elegante pieno di confort e comodità di ogni genere. Mi offrì da bere e non bastò un bicchierino per calmare il demone che mi si accese dentro, quando la vidi entrare in salotto con una vestaglia trasparente che lasciava intravedere il suo stupendo corpo. Si sedette vicino, cominciò ad accarezzarmi e dolcemente mi spogliò. Facemmo la doccia insieme continuando a sfiorarci senza alcuna forzatura, ad ogni contatto il cuore accelerava, fino a sentirlo in gola. Era un gioco fatato dove imparavamo a conoscerci. Io e lei terra da esplorare, e ognuno era il pioniere dell’altro. Senza alcuna fretta tastavamo i nostri corpi assaporandone il gusto. La tenevo stretta con le spalle appoggiate al mio petto e la baciavo sul collo e le davo dei piccoli morsi. Lei spingeva il suo bacino contro il mio ansimando. Cominciò così, un amplesso che provò fortemente la mia tenuta. Se non fosse stato per lei, sarei stato travolto dalla forte emozione e avrei fatto sicuramente cilecca, tradendo ogni aspettativa. Dopo aver fatto l’amore rimanemmo un po’ stesi sul letto, l’uno accanto all’altra. Nessuno parlava. Nell’aria solo il rumore fortemente attutito delle auto che passavano giù in strada. Nella testa avevo tanta confusione e non cercai di venirne a capo: era troppo bello quello che mi stava capitando. Squillò il telefono e ruppe la magica atmosfera. – Sì va bene – disse al telefono – quando hai detto?... Stasera?...Sì sì posso, al solito posto…va bene –. Tornò in camera e si fermò a guardarmi in piedi davanti al letto. Dolcemente le dissi – E’ stato fantastico, stupendo, favoloso, magnifico, splendido – e aggiunsi – penso di amar… – ma m’interruppe dicendo – sarà stato tutte queste cose, ma mi devi duecento euro… ed è un prezzo di favore…solo perché…solo perché per un attimo ho pensato che tu potessi essere quello giusto –.
Suo padre e le donne, capitolo infernale della sua infanzia. Infernale! Aveva il diavolo addosso, ne era infestata a causa di suo padre, quello sconosciuto, quel farabutto, quell’uomo: lui era del suo stesso sangue.
-Il peccato della carne è un peccato mortale- Gliel’avevano insegnato al catechismo.
Era dannata fin dalla nascita, a causa sua.
Il peccato della carne. Carne, macinato, bollito. Carne tritata, carne da galera, carne da cannone, carne di pollo…Caro signore…Ma perché lo fa?
Con le sue scappellate, con le sue scarpe stringate, la chiostra di denti bianchi rivelati dal sorriso.
E leiche gli cammina accanto, come una ganza.
-Non si contano più le sue ganze, è un ossesso!”
Cinque del pomeriggio. Lo sfacciato sole estivo illumina obliquamente i mobili della casa.
Odore di tè, raffinato, prezioso. Odore di brioche, caldo e vellutato. Odore di biscotti croccanti.
Doppia porta vetrata a piccoli riquadri, socchiusa. Velluto blù della tappezzeria il cui serico spessore si appoggia contro i vetri tagliati, rigati verticalmente della porta socchiusa.
Guarda senza essere vista.
Uno scorcio della sala:un lembo di tappeto, un lembo di pianoforte, un lembo del ritratto della nonna, un lembo di lampada a stelo. Conosce tanto bene la stanza che non ha bisogno di vedere altro per ricostruirla e sapere dove, esattamente dove e come sono sedute sua madre e le sue amiche.
Parlano, parlano di suo padre, dato che il divorzio di sua madre è sempre all’ordine del giorno.
I loro profumi si adattano perfettamente all’ora, agli abiti, alla mobilia. Arden, Chanel, Givency. Le loro voci di gola si accordano con le sigarette che tengono fra le estremità delle dita: Camel, Chesterfield.
Vasetti, flaconi dalle belle forme, dai bei colori:guardati, letti, toccati mille volte nel bagno, sul comodino, sull’orlo della toilette. L’universo levigato delle donne è così lontano, incomprensibile. Come ci arriverà?
L’universo di suo padre è costruito in modo tale da autorizzare la volgarità e le dame ne approfittano e le parole proibite rimbalzano allegramente: ganza, femmina, puttana, donnina allegra. Sgualdrina, amante, passeggiatrice, prostituta.
Con risate che si spandono, bisbigli, tintinnii di porcellana, sfregamenti di fiammiferi, stridio delle calze di seta quando le gambe si accavallano e si ricompongono e l’uomo ignobile viene ricoperto di fango. E lei con lui, perché gli è legata dal sangue che si coaugula sulle sue scorticature.
Le cicatrici rosa delle sue ginocchia e dei gomiti lo dimostrano. Dimostrano che è sua figlia, irrimediabilmente.
Non può, lei, divorziare da lui.
Aveva quindici anni e quella mattina la madre l’aveva fatta vestire di nero da capo a piedi.
Era la prima volta che portava quel colore che la invecchiava improvvisamente dandole un’importanza da adulta. Le sembrava che la sua adolescenza finisse là e che là cominciasse la sua vita di donna, ai piedi della bara di quel forestiero. Davanti a lei c’era quel buco, quell’apertura, quell’assenza , quello sconosciuto chiuso in una lunga cassa e dietro di lei c’era sua madre che emanava un buon profumo. Portava il cappellino nuovo con la veletta e le stringeva la spalla con la mano dalle dita sottili e dalle unghie lunghe. Le comunicava, con quella pressione, una forza incomprensibile. Terribile.
Le indicava chiaramente il percorso della guerra , dell’odio: la tattica perversa, la politica paziente, la dialettica infida della vittoria coniugale.
Quel buco e suo padre in fondo ad esso, e lei incapace di odiarlo; rifiutando assolutamente l’eredità che la mano di sua madre le trasmetteva. Aveva fatto un passo di lato perché lasciasse la presa e allora lei aveva afferrato il braccio dell’altro figlio, come per appoggiarsi a lui, come una donna prende il braccio d’un uomo.
E lei, pur così giovane, aveva pensato che avrebbe preferito il suicidio alla vendetta.
Sono passati più di quarant’anni.
Oggi quel ricordo ritorna.
Mi è accaduto più di una volta di rammentarmi la sepoltura di mio padre e l’atteggiamento di mia madre quel giorno. Ricordo le mie prime calze nere, l’odore appassito dei fiori ammucchiati, il cielo negli occhi.
Quando mi guardo allo specchioprovo stupore:somiglio a mia madre. A distanza di tanto tempo ho l’impressione che fosse una donna come me, non superiore a me, né più autorevole, né più anziana, ma simile a me, mia uguale, se non fosse per la cicatrice che porto sul collo. Una lunga cicatrice ancora rosa, con la pelle fragile e vellutata come quella di un neonato. Una ferita che ha reciso la gola. E’ per quello che non parlo. E’ per quello che non ho più voce.
Come vivono i muri? Quando penso al mio parlare incessante, alle parole che si riversavano continuamente dalla mia bocca come eserciti, come dolci, come chiodi, come armi!
Vivo in un castello di parole scritte, ora. Come fanno quelli che non se ne servono? Ho molta difficoltà a capirli, a volte li invidio.
Mi sono rinchiusa nel silenzio, di modo che né le mie labbra, né i miei occhi, né le mie mani, né il colorito del mio viso tradiscano il minimo sentimento.
Trovai il mio diario di tanti anni fa, nella vecchia soffitta di mia nonna, quando mi ci recai per mettere in ordine le sue cose, prima di vendere la casa. Nonna Agata era mancata da qualche mese ed, essendo l’unico suo parente rimasto in vita, toccava a me occuparmi delle formalità.
Sorrisi cominciando a sfogliare quelle vecchie pagine ingiallite e d’un tratto i ricordi di quell’estate della mia gioventù, ormai trascorsa, mi assalirono portandomi un dolce vento di malinconia.
Era l’estate dei miei sedici anni ed io ero stato mandato dai miei a trascorrere le vacanze dalla nonna, nella sua casetta al mare.
Quello fu il periodo del mio primo amore. Mentre rileggevo, la mente riandò a quella mattina in spiaggia, quando incontrai per la prima volta i dolci occhi celesti di Margherita ed il mio cuore perse un battito mentre recuperavo il pallone da calcio che avevo inavvertitamente lanciato nella sua direzione, durante una partita con gli amici.
Margherita aveva la mia stessa età ed era una ragazza timida con lunghi capelli biondi e buffe efelidi sul nasino all’insù. Ero convinto di non aver mai visto nulla di più bello in vita mia.
Accorgendosi della mia confusione gli amici cominciarono subito a prendermi in giro ma a me non importava, giacché lei aveva risposto al mio sguardo con un sorriso talmente luminoso da abbagliarmi.
Da quel giorno io e Margherita passammo insieme ogni giorno. Facevamo lunghe passeggiate sulla spiaggia e la sera ci sedevamo sulla riva ad osservare il tramonto, bisbigliandoci frasi d’amore e fantasticando sulla nostra vita futura, un po’ come fanno tutti gli innamorati.
Era l’età dell’innocenza, quel periodo della vita in cui tutto sembra possibile e si è convinti che l’amore duri tutta la vita.
Cosa sia successo in seguito, quasi non saprei dirlo. Dopo le vacanze io tornai nella mia Torino e lei si trasferì a Napoli con la sua famiglia. I primi tempi ci scrivemmo qualche lettera nostalgica ma poi le nostre vite presero strade diverse.
Di quell’amore romantico ora sono rimaste solo queste ingiallite pagine di diario, a cui raccontavo ogni mio pensiero. Una lacrima mi solcò il viso. Forse la mia vita sarebbe stata diversa se avessi avuto il coraggio di ritrovare Margherita. Forse sarebbe stata più felice.
Le ferite si rimargineranno, le ossa si risalderanno e i lividi scompariranno. Il dolore e la paura passeranno. Forse. O forse resterà uno squarcio nell’anima. Per sempre.
Sara sentì sbattere la porta d’ingresso e si risvegliò dal suo stato di torpore. Il suo era un riposo artificiale, indotto dai sedativi che lui le somministrava quando doveva assentarsi per molto tempo, ma aveva finito per essere l’unico momento di sollievo, se un momento di sollievo poteva mai esserci. Quando fece per sollevare le palpebre si accorse di poter aprire soltanto l’occhio destro, mentre dal sinistro le giungevano in parti uguali dolore e buio. Eppure la cosa non la toccò più di tanto: il dolore era diventato parte di lei; quanto al buio, si stendeva così bene sui suoi giorni da non permetterle neanche di intravedere la luce della speranza. All’inizio aveva provato a ribellarsi, rispondendo alla furia cieca della violenza con la rabbia dell’umiliazione, con vaghe minacce che sapeva di non poter mantenere ma che le davano un fugace senso di sicurezza nell’attimo in cui le pronunciava, come fossero maledizioni impresse col fuoco della giustizia sul destino dell’uomo che un tempo aveva amato. Aveva creduto di amare. L’amore non può trasformarsi in odio, nello stesso modo in cui la carne non può diventare pietra: sono leggi naturali. Se due persone arrivano ad odiarsi, semplicemente non si sono mai amate. La sola alternativa è che la carne possa diventare pietra. Tuttavia, c’era stato un tempo in cui aveva confuso ciò che provava per lui con l’amore e, paradossalmente, erano stati giorni felici. Si erano incontrati ad agosto, tre anni prima. Sara aveva dovuto rinunciare al consueto viaggio estivo con gli amici per lavorare alla tesi che avrebbe discusso a settembre, ma quel giorno era domenica, il sole splendeva e lei non aveva nessuna voglia di restare a casa con il mare che la chiamava a gran voce. Lei lo ascoltò, scendendo in spiaggia prima che i sensi di colpa potessero seguirla, e quella mattina conobbe Riccardo. Fu un colpo di fulmine per entrambi. Sara ricordava ancora quell’estate come la più bella della sua vita, ricordava i suoi modi gentili, la sua dolcezza nel corteggiarla, la sua passione nell’amarla. Una volta l’aveva portata al mare di sera, aveva steso un telo e avevano cenato alla luce del falò, soli sotto l’immensità del cielo. Quella sera Riccardo le aveva detto che si era innamorato di lei e Sara aveva creduto di poter sfiorare le stelle. Ma cadere dalle stelle vuol dire non avere speranza di salvarsi.
Si mosse sul letto. Le spalle e i muscoli delle braccia le facevano più male del solito, costretti quasi all’immobilità dalle corde che le legavano i polsi alla testiera. Qualche giorno prima Riccardo era rientrato di buon umore e le aveva liberato le mani perché muovesse le braccia indolenzite.
«Io non voglio farti del male, Sara. Io ti amo» le aveva detto mentre la slegava e lei aveva sperato che l’avrebbe finalmente lasciata andare. Ma era una speranza vana. Riccardo aveva stretto di nuovo i nodi e la corda aveva sfregato sulla carne viva colorandosi di sangue. Il giorno successivo Sara aveva provato a chiedergli di slegarla ancora e fu allora che imparò a non chiedere. In quell’occasione le tornarono in mente gli ultimi mesi della loro relazione, quando il ragazzo gentile incontrato in spiaggia si era trasformato in un uomo violento e volgare, folle di una gelosia immotivata che esplodeva in fiammate d’ira seguite poi da scuse e lacrime. Sara aveva resistito, aspettando inutilmente che il ragazzo gentile tornasse da lei, ma alla fine aveva capito che non l’avrebbe mai più rivisto. Lo lasciò, ignorando promesse e minacce, e provò ad iniziare una nuova vita. Tornò ad essere serena, a sorridere, ad avere fiducia nel domani. Finché Riccardo fu lontano da lei. Quando lo rivide, immobile davanti al portone di casa le sembrò un fantasma tornato ad infestare le sue notte.
«Ora controlli anche quando rientro in casa mia?»
Riccardo la guardava con desiderio disperato: «Io ti amo, Sara. Ti ho sempre amato e ti amerò sempre. Ti prego, voglio solo parlarti.»
Sara notò che la sua voce aveva qualcosa di insolito: qualche ora dopo, mentre Riccardo dava inizio al suo incubo, la ragazza comprese che si trattava di follia. Ma in quel momento forse la scambiò per dolore ed ebbe pena di lui.
«Solo pochi minuti.»
I passi risuonarono nel corridoio, sempre più vicini. Dall’occhio sano, e forse anche da quello pesto, sentì scendere le lacrime della rassegnazione. Pregò. Pregò che in un eccesso di violenza Riccardo la uccidesse, mettendo così fine alla sua agonia. Era la stessa preghiera da sempre, ma iniziava a dubitare che ci fosse un Dio ad ascoltarla. Chiuse di nuovo gli occhi e sentì il cigolio della maniglia che ruotava. Poi una carezza tra i capelli e una voce rassicurante che le diceva che era tutto finito.
Dove mi porta questo tango?
In fondo a quel vuoto, dove lo sguardo fissa il veloce scorrere delle cose. Passo dopo passo mi accompagna con enfasi e non mi preoccupo se le mie scarpe fanno rumore. Mi richiama se sono indietro, mi incoraggia e mi fa capire che se ce l’ha fatta lui posso farcela anche io. La meta è il punto d’inizio, mi divertirebbe sapere il parere di un velocista a riguardo. “Vai” mi dicevano dal fondo del circo, ormai annoiati di aspettarmi. Spesso ci si tappa il naso, si fa un bel respiro, si cade, si muore e si nasce di nuovo in un altro corpo restando li nascosto per una vita intera. Ho sempre avuto paura di camminare sul filo ma inesorabilmente sono caduto nell’ambiguità di non essere considerato. Ma per ballare bisogna essere sempre in due e se ho saputo dare è stato perché è stato ma mai niente per avere. È un suono che sale con l’umidità fra tubi sparsi di un vicolo sul retro del bar, a quell’ora ti puoi rispecchiare nelle pozzanghere da quanto tutto è calmo. Forse un armonica a bocca o uno spaventapasseri che scaccia la noia è lo strumento che vorrei suonare. Suonerei su un treno passando da un vagone all’altro come il profumo del pane in cambio di qualche moneta, s’intende.