Ho riflettuto tanto in questi anni. Ho smesso di parlare ma ho lasciato liberi i pensieri di vagare. Liberi di chiedere spiegazioni, di far domande, di tentare risposte, di accalappiare certezze.
E ho imparato una cosa. Si può correre stando fermi così come si può star fermi vivendo di frenesia e contemporaneamente di inettitudine.
Quando inizi a correre è perchè non sai dove ripararti dall'emergenza, perchè magari non hai pianificato un'acca.
Nella vita ognuno sa il fatto suo, qualcuno calcola i rischi, ben pochi ammettono delle responsabilità. Correndo, con la faccia sudata e irruente, comprendi che la vita ti segue a spanne, ti mette alla prova, ti prende in giro.
Il vento del nord che soffia da settimane è tuo compagno e consigliere, ammaliatore e seduttore di altrui segreti, ti sospinge verso l'errore; e tu cadi nel baratro dell'imprevisto, come quando il destino ha favorito un disastroso itinerario piuttosto che un comodo passaggio.
Io non volevo far del male. Non volevo abbassare i pantaloni. Non volevo tirare il grilletto. Non volevo, ma il male si manifesta in mille modi e con un solo medesimo scopo. Il male nero, il diavolo che ti ammicca, la luna storta del mondo, la piaga secolare dell'umanità.
E i deboli come i forti sono fatti sempre di sangue e carne e sentieri mentali da scegliere. Poco altro.
Siamo in tanti in quest'ala della prigione, ma troppo pochi rispetto al perdono.
Verrà un giorno, mi chiedo, in cui pioveranno frutti maturi e si canterà dappertutto di soddisfazione, tra boschi vergini e sinceri sentimenti?
Verrà un periodo di rinascita, di novità e vitalità? Verrà il momento in cui non smetterà di tramontare o di albeggiare?
Come l'acqua fluisce e scorre in un lavandino abbandonato, così provo a ricordare gli ultimi giorni che riesco a tenere insieme.
Un foglio bianco senza ispirazione. Un grigio mattino sempre uguale. Un luogo ameno dell'anima. E' proprio così che mi sento. Due Ave Maria ancora, per favore, Padre. Ma non basterebbero tutte le preghiere in svariate lingue di pile di religioni per placare il fuoco che ho dentro.
Non volevo seviziare, uccidere, trasmigrare nel male.
Eppure la mia mano trema ancora. Il mio sguardo è rabbuiato e insicuro. La mia lingua tace. I miei sogni sono di pece, come carboni putrescenti.
Sono un bambino che non ha mai ricevuto caramelle, sono un uomo mai cresciuto, un vecchio ancora ingenuo.
In affanno con la vita e in debito con la Signora Morte.
E mi appresto alla passeggiata più faticosa per me.
Ancora un Padre Nostro e poi, lo giuro, smetto.
Non si è mai leoni abbastanza, nemmeno per le strade più malfamate, nemmeno ai piani alti dei palazzi o nei paesi più potenti.
Canterò lodi che nemmeno conosco?
Viaggerò nel mio tempo e in altre menti?
Vedrò di nuovo alla moviola ciò che ho assurdamente seminato?
Rumore gracchiante di serratura. La bocca dello stomaco mi si blocca, divento un pezzo di marmo, rigido e freddo.
Mi fanno cenno che è ora. E' l'ora. E nemmeno un minuto di più.
Loro non sanno, non vogliono immedesimarsi. Conta la giustizia, conta il loro salario mensile e le scommesse sulle partite.
Cerco di muovere le gambe, di sorreggermi. So a malapena come si fa.
Il cammino più faticoso. Non lungo ma tanto faticoso.
Quel corridoio scuro che sembra non avere fine ma tanta solenne pragmaticità.
Un altro virus sta per essere debellato.
Il mio ultimo cammino. Testa alta, cuore in subbuglio.
Padre Nostro, seguimi. Ultima fermata per un condannato.



