Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 28 aprile 2009,18:40


Ho riflettuto tanto in questi anni. Ho smesso di parlare ma ho lasciato liberi i pensieri di vagare. Liberi di chiedere spiegazioni, di far domande, di tentare risposte, di accalappiare certezze.
E ho imparato una cosa. Si può correre stando fermi così come si può star fermi vivendo di frenesia e contemporaneamente di inettitudine.
Quando inizi a correre è perchè non sai dove ripararti dall'emergenza, perchè magari non hai pianificato un'acca.
Nella vita ognuno sa il fatto suo, qualcuno calcola i rischi, ben pochi ammettono delle responsabilità. Correndo, con la faccia sudata e irruente, comprendi che la vita ti segue a spanne, ti mette alla prova, ti prende in giro.
Il vento del nord che soffia da settimane è tuo compagno e consigliere, ammaliatore e seduttore di altrui segreti, ti sospinge verso l'errore; e tu cadi nel baratro dell'imprevisto, come quando il destino ha favorito un disastroso itinerario piuttosto che un comodo passaggio.
Io non volevo far del male. Non volevo abbassare i pantaloni. Non volevo tirare il grilletto. Non volevo, ma il male si manifesta in mille modi e con un solo medesimo scopo. Il male nero, il diavolo che ti ammicca, la luna storta del mondo, la piaga secolare dell'umanità.
E i deboli come i forti sono fatti sempre di sangue e carne e sentieri mentali da scegliere. Poco altro.
Siamo in tanti in quest'ala della prigione, ma troppo pochi rispetto al perdono.
Verrà un giorno, mi chiedo, in cui pioveranno frutti maturi e si canterà dappertutto di soddisfazione, tra boschi vergini e sinceri sentimenti?
Verrà un periodo di rinascita, di novità e vitalità? Verrà il momento in cui non smetterà di tramontare o di albeggiare?
Come l'acqua fluisce e scorre in un lavandino abbandonato, così provo a ricordare gli ultimi giorni che riesco a tenere insieme.
Un foglio bianco senza ispirazione. Un grigio mattino sempre uguale. Un luogo ameno dell'anima. E' proprio così che mi sento. Due Ave Maria ancora, per favore, Padre. Ma non basterebbero tutte le preghiere in svariate lingue di pile di religioni per placare il fuoco che ho dentro.
Non volevo seviziare, uccidere, trasmigrare nel male.
Eppure la mia mano trema ancora. Il mio sguardo è rabbuiato e insicuro. La mia lingua tace. I miei sogni sono di pece, come carboni putrescenti.
Sono un bambino che non ha mai ricevuto caramelle, sono un uomo mai cresciuto, un vecchio ancora ingenuo.
In affanno con la vita e in debito con la Signora Morte.
E mi appresto alla passeggiata più faticosa per me.
Ancora un Padre Nostro e poi, lo giuro, smetto.
Non si è mai leoni abbastanza, nemmeno per le strade più malfamate, nemmeno ai piani alti dei palazzi o nei paesi più potenti.
Canterò lodi che nemmeno conosco?
Viaggerò nel mio tempo e in altre menti?
Vedrò di nuovo alla moviola ciò che ho assurdamente seminato?
Rumore gracchiante di serratura. La bocca dello stomaco mi si blocca, divento un pezzo di marmo, rigido e freddo.
Mi fanno cenno che è ora. E' l'ora. E nemmeno un minuto di più.
Loro non sanno, non vogliono immedesimarsi. Conta la giustizia, conta il loro salario mensile e le scommesse sulle partite.
Cerco di muovere le gambe, di sorreggermi. So a malapena come si fa.
Il cammino più faticoso. Non lungo ma tanto faticoso.
Quel corridoio scuro che sembra non avere fine ma tanta solenne pragmaticità.
Un altro virus sta per essere debellato.
Il mio ultimo cammino. Testa alta, cuore in subbuglio.
Padre Nostro, seguimi. Ultima fermata per un condannato.

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lunedì, 20 aprile 2009,23:08

Giunto a questo punto non mi resta che una sola cosa da fare. Dare una svolta alla mia vita, prendere l’ultima decisione, la più risolutiva. Ma di fronte a questa immensità, mi chiedo se sia giusto farlo. Sono arrivato in questo luogo con un unico scopo, l’ho sentito fortemente, e adesso, mi manca il coraggio. Guardo il mare. La sua forza è straordinaria, instancabile; continua col suo moto perpetuo da sempre, senza lamentarsi, accettandosi senza chiedersi nulla. Io sono un punto di fronte all’immenso e mi sento sempre più un fallito. Ecco che rimonta lo sconforto, e stavolta, sono nel posto giusto. Nessuno osa mettere piede in questi luoghi nei mesi freddi. Solo chi cerca un po’ di solitudine, o come me, un luogo dove farla finita.

Da tempo era nell’aria, poi passarono i giorni e non ci pensai più, come se fosse stato tutto uno scherzo, quattro chiacchiere dette al bar tra amici, o le solite voci di corridoio, puntualmente smentite dai fatti. Quando mi ha consegnato la lettera e liquidato con una stretta di mano, ho sentito il cuore fermarsi. Quella soffice sensazione di leggerezza che si ha prima di svenire, di accedere all’inconscio. E dopo che finalmente riuscii a raggiungere la mia postazione di lavoro, e mi sedetti, cominciai a sudare freddo, mi si bagnarono persino zone del corpo che non ricordavo di avere. E aspettai. Aspettai che il tal collega, nascosto in qualche angolo, ne uscisse fuori, e ridendo mi rivelasse la buona riuscita dello scherzo. Ma nessuno si vide, e, il tal collega passò davanti al mio ufficio, anche lui con una busta in mano e sbiancato peggio di me. Allora capii ch’era tutto vero, realizzai in pochi attimi il mio completo fallimento nel mondo del lavoro, e cominciai a sentire addosso l’odore marcio della precarietà. Tutto sfuocò, i contorni svanirono e il mio futuro diventò un’enorme macchia bianca. Non ho mai pensato che mi potesse accadere. A me no! Impossibile!

Osservo le onde infrangersi a riva, sparire nella sabbia, una dopo l’altra, assorbite da essa. Possa assorbire anche me dopo l’impatto, da svanire nel nulla, senza lasciare alcuna traccia. Sarebbe la cosa migliore. Un uomo senza lavoro, non ha dignità.

Quel giorno tornai a casa un po’ più tardi del solito. Dovevo trovare il coraggio di dirlo a mia moglie, a mio figlio. Non era una cosa facile, contai molto sulla loro comprensione, sulla loro solidarietà. E così è stato, mi diedero il coraggio di ricominciare. Ma lo spazio, per uno della mia età, era finito. Il mondo del lavoro, con le sue fabbriche, i suoi uffici, mi considerava vecchio, senza alcuna possibilità di riciclo. Vecchio a quarant’anni! E la mia esperienza ventennale aveva valore nullo. Incalzato da parenti e amici, insistetti. Bussai a porte prontamente serrate, consumai scarpe in chilometri di delusione, strizzai le speranze fino all’ultima goccia, fino a quando lo sconforto e l’amarezza prevalsero persino sul grande coraggio che mia moglie e mio figlio mi diedero. Non volevo essere un mantenuto, non volevo essere un fallito. Lei non me l’ha fatto mai pesare, sempre pronta a non farmi mancare niente, ed erano proprio queste sue premure a tenere aperta la ferita. A volte la medicina giusta è lasciare andare le cose come sempre hanno fatto, per dare una parvenza di continuità tra un’esperienza e l’altra della vita. Il modo giusto di accettare la realtà senza enfatizzarla o sminuirla: lasciare scorrere la vita in quel canale che le costruiamo negli anni, i cui margini sono le certezze delle nostre esperienze.
Dopo aver trascorso un anno nullafacente, mi resi conto di aver raggiunto un punto tanto lontano da quella che era la mia normalità, e ne ebbi paura. Smisi di uscire, mi rifugiai nelle poche e uniche certezze che avevo nelle quattro mura domestiche. A nulla servirono le parole di mia moglie, il sorriso confortante e insistente di mio figlio, ormai avevo deciso.

La brezza fredda proveniente dal mare, mi fa tremare. I gabbiani in alto, sospesi nell’aria sembra che aspettino l’inizio dell’esibizione, qualcuno volteggia facendo tante capriole. Apro le braccia e per dare un po’ di sensazione spettacolare comincio il conto a ritroso. Scandisco i numeri gridandoli nel vuoto. I gabbiani muovono le ali, sembra un applauso, un incitamento. TRE…DUE…UNO…VIAAAA. Una mano mi afferra e blocca il mio lancio. Qualcuno mi butta a terra e mi sale sul ventre a cavalcioni, mi colpisce il viso con raffiche continue di schiaffoni. La faccia mi fa male, brucia. A fatica blocco il mio aggressore e lo guardo in faccia. Piange. – Perché? – mi chiede. E’ mia moglie, non so come abbia fatto a raggiungermi, a capire che sarei venuto qui, su questa rupe. Non ho il coraggio di guardarla, lascio la presa e giro lo sguardo verso il mare. Ora piango anch’io. Lei si lascia andare e appoggia la testa sul mio petto. – E’ così difficile per te, per voi uomini, accettare una nuova condizione di vita? – chiede, ma non l’ascolto. Istintivamente le tocco i capelli, sono morbidi, li accarezzo. Toccarli mi provoca sensazioni primitive, di molto tempo fa. – Ricordi i due cigni, quelli che avevano fatto il nido ai margini dello stagno… – dice stringendosi al petto – ricordi, siamo rimasti a lungo a osservarli, a curiosare nella loro vita, e ne siamo stati affascinati. Ricordi cosa facevano? –. Quell’immagine mi tornò in mente, richiamata dalle sue parole, da quel suo modo dolce di pronunciarle. La coppia di cigni covava un uovo. Il maschio e la femmina si alternavano nel tenerlo a caldo, e lo facevano entrambi con la stessa cura e lo stesso amore. Ci sorpresero, e ne parlammo per tanto tempo; confrontammo la loro vita con la nostra, con le consuetudini umane. – Ricordi, la lunga chiacchierata di quel giorno – era proprio quello che stavo pensando – e soprattutto cosa ci siamo detti alla fine della giornata, dopo aver fatto l’amore: qualsiasi cosa succeda ci aiuteremo l’un l’altro. E’ gia successo qualcosa e tu rifiuti il mio aiuto – Non rifiuto il tuo aiuto – dissi scostandola e sedendomi – e che così mi sento un fallito, ne abbiamo già parlato tante volte. Non riesco ad accettare questa nuova condizione di vita. Io voglio lavorare –. Lei si alzò mi fissò, il suo viso mostrava i lineamenti della rabbia – tu sei il solito maschilista – disse puntandomi contro e agitandolo il dito indice – se fosse successo a me di perdere il lavoro e di rimanere a casa, non avresti fatto una piega, perché sarebbe stato una cosa nella norma, perfino giusta. Vero? Se alla fine del mese sono solo io a portare lo stipendio, ti senti un fallito, un mantenuto. Invece io nelle tue stesse condizioni mi sarei dovuta sentire gratificata, realizzata. Ti sembra giusto? –. In tanti anni non l’avevo mai vista così adirata, e con me poi! Non rispondo subito, non trovo argomenti per controbatterla. Lei dice il vero. Non saprei come definire quello che provo, un sentimento contorto, un misto di rabbia e gratitudine. Mentre rifletto, lei lascia cadere le braccia e delusa si volta a guardare il mare, forse in quell’infinito cerca le risposte che io non riesco a darle. Mi alzo e faccio lo stesso. Perché sono così? Perché noi uomini dobbiamo soddisfare il bisogno di essere superiori alle donne? E’ possibile costruire un rapporto come quello dei due cigni, dove l’unico interesse è il bene comune, il trionfo dell’amore senza alcuna condizione? Chiuso nel mio egoismo basale, non riesco a trovare alcuna risposta sensata a queste domande. Fare il casalingo, non era e non è una mia aspirazione. Ma sono stato sfortunato e questa donna con mio figlio, sono l’unica certezza che mi rimane. Mi rifugio tra le sue braccia e la stringo forte.

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venerdì, 17 aprile 2009,06:25

Chi erano quelle persone che stavano mettendo a soqquadro la sua stanza? Aprivano i cassetti e tiravano fuori la sua roba senza neanche chiederle l’ autorizzazione. Se avesse potuto le avrebbe prese a bastonate cacciandole in malo modo da casa sua: un tempo nessuno si sarebbe permesso di fare una cosa del genere. Ma la sua condizione le impediva di ribellarsi a quello scempio, mentre la rabbia che andava montando dentro di lei, non trovando vie di fuga attraverso gesti d’ira o insulti, girava vorticosamente tra le sue viscere come un mulinello d’acqua e risucchiava ogni barlume di energia che le era rimasto. Era stanca e non ricordava come mai il ginocchio destro le facesse tanto male. Così si limitava a spostare gli occhi ora da una parte, dove un giovane uomo osservava attentamente dei fogli di carta che aveva trovato nella sua scrivania, ora dall’altra, dove una donna, giovane anch’essa, sceglieva con cura dei vestiti dal suo armadio decidendo quale dovesse finire nella grande valigia aperta sul letto e quale in un sacco di plastica nera. L’uomo borbottava qualcosa di tanto in tanto rigirando tra le mani quei fogli ingialliti e irrigiditi dal tempo trascorso ed anche lui sceglieva cosa tenere e cosa no. Ebbe un moto di stizza che le fece fare una smorfia: e se avessero buttato via qualcosa che per lei era importante? Come si permettevano? Si agitò sulla sua poltrona, l’uomo si voltò verso di lei e le parlò con dolcezza: “Mamma sono solo vecchie ricevute che non servono più. In questi cassetti hai conservato l’inverosimile, mi ci vorranno ore per capire quanto vi sia di utile ancora.” Lo disse così, con voce piatta,senza nessuna certezza che lei avesse capito.
Ritornò a rovistare tra carte di ogni sorta: lembi di quello che un tempo era stato un qualche certificato medico, rettangoli sbiaditi che immaginò fossero stati scontrini fiscali e appunti vari scritti con la sua riconoscibilissima grafia “disinvolta”, come lei aveva raccontato che le avesse detto un suo insegnante al Liceo.
La donna sbuffò: “Mamma, non hai un vestito nuovo neanche a pagarlo! Oddio! – sgranò gli occhi mentre le mostrava una gonna sgualcita – questa me la ricordo bene, la indossavi per la mia Prima Comunione. Sono passati più di trent’anni!” Si sedette su un lato del letto e poi parve parlare a sé stessa: “Le si dovranno comprare un po’ di cose, perfino le sue ciabatte sembrano aver passato la trentina!”
Il fratello si limitò ad un laconico “ci penseremo” prima di avventarsi su alcune scatole da scarpe poste sotto la scrivania.
L’avevano chiamata entrambi mamma ed in effetti ora che li guardava meglio ne riconosceva i lineamenti e poteva risalire attraverso il viso e la corporatura del figlio alla figura di suo marito: uomo che l’aveva adorata e viziata oltremisura, a detta di quanti non avevano mai avuto la benché minima cognizione di cosa fosse il vero amore. Era la figlia che invece somigliava a lei: stesso cipiglio, stessi capelli che lei aveva avuto da ragazza; perfino la voce era simile, ma senza quel certo non so che di selvatico nello sguardo con il quale lei aveva conquistato il suo Livio. Stava risalendo la china della memoria ed il momento di lucidità si presentò violento e inaspettato dai figli, oltre che da sé stessa.
Si alzò con fatica e ignorando il bastone poggiato accanto alla poltrona si avviò verso la porta della camera:
“Mentre voi due ragazzi vi intromettete nella mia vita, vado a prepararvi del caffè. Sandro non permetterti di gettare nulla che io non abbia prima visionato. Lo stesso dico a te signorina.” Non diede loro il tempo di replicare che già aveva sbattuto con forza la porta dietro di sé.
Le mani tremanti riuscirono a chiudere la caffettiera, la mise sul fuoco e restò a guardarla pensando a quanto stava subendo.
“Figli ingrati! Se ci fosse il padre qui non oserebbero farmi questo. Non oserebbero…”
Strinse i pugni e gli occhi si inumidirono al pensiero del suo Livio. L’uomo che l’aveva sposata facendone una regina posta al centro di un mondo accondiscendente con fisime e capricci di ogni genere. Un uomo che l’aveva sempre protetta da tutto e tutti, che aveva giustificato col suo comportamento la personalità infantile della moglie e ne aveva decretato l’impossibilità a responsabilizzarsi anche attraverso la maternità. Lui scudo tra lei ed il mondo, lui filtro tra lei ed i figli. Livio che era stato più padre di sua moglie che marito e che probabilmente aveva cercato nell’insano modo di amarla di riscattare la grande differenza di età che li divideva. Erano passati anni dalla sua morte ed in tutto quel tempo trascorsa senza il marito lei era rimasta ancorata agli oggetti che lo ricordavano e tutto in quella casa era andato in malora giorno dopo giorno senza che lei avesse tentato mai una volta di porvi rimedio. Poi venne il tempo in cui cominciò a dimenticare dapprima di prendere la pillola per la pressione, poi di prepararsi il pranzo, fino a che le stravaganze caratteriali che l’avevano sempre identificata non iniziarono a cedere il posto a preoccupanti segni di decadimento fisico. Era stato difficile per i figli distinguerli, ma quando finalmente non ebbero più dubbi decisero che era ora di portarla in un centro adatto, dove si sarebbero presi cura di lei.
Non sentì l’odore di bruciato, né vide la mano lesta che spense il fuoco sotto la caffettiera gorgogliante. Senti che la tirarono per un braccio. Si voltò verso una giovane donna e le chiese stupita: “chi è lei?”.

by Adelaide_Spallino | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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martedì, 14 aprile 2009,06:39

Quella notte di luglio l’aria era tiepida e il cielo sereno, il Drago avvolgeva pigramente la coda tra le due Orse, Ercole correva all’ombra di Vega e ad est Pegaso iniziava già a spiegare le ali per prepararsi a galoppare oltre le nuvole nelle grigie sere autunnali. Sotto la scogliera, le onde si infrangevano contro le rocce e il vento si insinuava nelle fenditure e nelle grotte, fischiando e sussurrando, unendo la propria voce a quella del mare in un canto malinconico che poteva essere la preghiera degli angeli per questo mondo miserabile. Lei ascoltava quel suono nel silenzio della solitudine, libera di mostrare il proprio dolore almeno alle stelle.

Negli ultimi due anni aveva vissuto una vita strana, fatta di sorrisi finti e gioie simulate, risate esplose all’improvviso mentre l’obbligo di star bene tratteneva le lacrime affinché non cadessero, e poi le spingeva giù, nel fondo dell’anima, dove avevano eroso a poco a poco le fondamenta della sua esistenza. Forse ora quelle fondamenta avevano ceduto.

Non sapeva da quanto tempo fosse lì: sapeva che l’alba l’aveva sorpresa a chiedersi perché tra tanti posti avesse scelto proprio quella scogliera e sapeva di non aver trovato una risposta. Ricordava di aver pensato all’estate che avevano trascorso lì, a quanto erano stati felici, ma era un pensiero inutile, figlio di ricordi che andavano sbiadendosi e di promesse che si erano perse tra le strade della vita. Non avrebbe dovuto prestar fede alle parole: non sono altro che fiocchi di neve destinati a sciogliersi al primo sole di primavera, ad essere dimenticati nel caldo rovente dell’estate e ad essere rimpianti quando altra neve inizia a cadere di nuovo, sempre meno bianca e sempre più bugiarda. Ricordava di aver visto il sole salire sul suo trono azzurro, poi di essersi nascosta in una delle tante grotte quando la gente aveva cominciato ad arrivare a metà mattinata. Era rimasta ad osservare la loro allegria, senza accorgersi delle ore che passavano, della fame e della sete che incombevano, incuriosita da quelle voci spensierate, dalle corse, dai tuffi. Si era chiesta se fosse tutto vero, se quelle persone fossero davvero felici come sembravano o se anche loro non fuggissero di notte in posti che credevano di aver dimenticato. Si era chiesta se non se ne stessero anche loro a guardare il mondo dal buio di una grotta per non rovinare l’allegria degli altri con la loro tristezza, quasi che il mondo non fosse più per loro. Ricordava di averli visti andare via e di esserne stata sollevata e dispiaciuta al tempo stesso. Allora aveva lasciato la sua tana, era uscita all’aria aperta e aveva ripreso il suo posto sul ciglio della scogliera, aspettando che il tramonto versasse il sangue di quel giorno nel mare.

Poi le stelle erano spuntate e le lacrime erano finalmente scese. Poco sopra l’orizzonte Antares brillava nel cuore dello Scorpione, sotto la scogliera le onde iniziavano a tingersi d’argento, schiumando e vorticando attorno agli scogli.

All’improvviso capì perché era lì.

E nell’istante in cui saltò, quella notte di luglio le sembrò più bella.

by Ariendil | commenti (10) | commenti (10)(popup)
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venerdì, 10 aprile 2009,23:22

Quando la vide provò un tuffo al cuore. Ricordava la piccola immagine racchiusa nell'avatar, raffigurante un volto giovane e grazioso, quello di una fanciulla pulita e serena, affamata di vita. Ma dal vivo era molto di più: una splendida ragazza, alta almeno un metro e settanta, i lunghi capelli neri che incorniciavano un viso semplicemente stupendo, un corpo perfetto, e soprattutto una luce profonda negli occhi scuri pieni di vita. Antonio Malinverno si incamminò verso di lei, quasi esitando; abbozzò un sorriso timido, simile a quello di un ragazzo al primo appuntamento. E invece aveva sessant'anni.

Dopo la morte della moglie, era andato in pensione e aveva aperto un blog. Non contava molti amici, non gli interessava uscire di casa ed affrontare il mondo esterno senza di lei; la casa rappresentava un rifugio sereno e il computer uno svago che gli permetteva di scordare la sua solitudine. Incominciò a scrivere. Poesie meravigliose, ricche di immagini che scaturivano direttamente dal suo cuore; racconti realizzati con una prosa perfetta, squarci di vita vissuta oppure avventure incantate in mondi lontani e suggestivi. Il primo post ebbe dieci commenti, il secondo quindici, poi, in rapida successione, diventarono trenta, quaranta, cento, duecento. Molti gli mandavano messaggi privati. Antonio rispondeva sempre. A tutti. Diventò un punto di riferimento: dispensava consigli, parole di incoraggiamento, frasi gentili e sempre sincere, perchè era buono d'animo. Poi arrivò Isabella. Era la sua prima lettrice, la prima fan. Ormai egli sapeva che avrebbe trovato il suo commento pochi minuti dopo aver postato, e si trattava di commenti profondi che rivelavano intelligenza e sensibilità. Il passo successivo fu rappresentato dai messaggi. Isabella si era innamorata di lui. Voleva conoscerlo. Malinverno aveva scelto un avatar che raffigurava un pinguino, gli erano sempre piaciuti i pinguini; le rispose che aveva sessant'anni...non gli sembrava il caso. Ma Isabella insisteva. Con la caparbia tenacia dei giovani gli spiegò infinite volte che non era interessata all'aspetto fisico, ma alla sua anima. Al suo ingegno tanto vasto. Alla fine, Antonio Malinverno acconsentì. Provava molta paura all'idea di incontrare una ragazza così giovane, sapeva che, al di là della differenza di età, egli non era prestante, nemmeno da ragazzo era stato bello. Tuttavia Isabella era riuscita a stregarlo. Non sapeva cosa sarebbe successo, non voleva porsi domande alle quali non avrebbe potuto rispondere. Ma desiderava vederla. Parlare con lei. Assaporare il suo profumo. Bearsi della sua avvenenza. Fissarono un appuntamento in una città a metà strada. Entrambi descrissero come si sarebbero vestiti.

Sebbene fosse il 14 febbraio, il clima era mite. Nel cielo azzurro splendeva un sole che sapeva di primavera. Antonio Malinverno si fermò a pochi passi da Isabella. Sorrise nuovamente. Questa volta in modo più convinto. Ma poi...vide un'ombra passare nello sguardo della ragazza. Cercò di interpretare l'espressione di quel viso tanto bello, di dare un senso alla nuova luce che passava in quegli occhi, di capire il motivo della strana piega che aveva assunto la sua bocca. Non ne ebbe il tempo. Isabella si voltò e fuggì via.

martedì, 07 aprile 2009,08:54



LIRICO

 


Va. Non titubare. Va. E' così che deve essere.

Tanti sono i monenti passati insieme, lo so, lievi come fiocchi, mille i palpiti per le nostre membra, o per i soffi d'autunno.

Il passato è come un drago che soffia fuoco su queste ore, ed il presente un angelo negletto.

Va, ogni momento ora sarebbe di troppo.

Ora, è questo che chiedono gli dei, che tu vada, e te lo chiedo anch'io: perchè non te ne vai?

E vattene va, tu, tua madre, i tuoi zii, i tuoi detersivi e le tue gite dall'estetista.

Te ne devi andà.

Te ne vai o no, te ne vai sì o no.

Va. Che ti possano cascare le sinapsi del ritorno.

by PAPPINA | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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venerdì, 03 aprile 2009,10:18

 

 

Singhiozzava. Era in uno stato pietoso.

La osservavo sconvolto, perché sapevo quale peso enorme sopportava da tempo. Si trovava in uno smarrimento paragonabile a quello in cui mi trovavo io quando ero arrivato  la prima volta al manicomio criminale.

Non se la sentiva più di continuare con i colloqui. Diceva piangendo

-Non verrai mai a capo di niente, sarà tutto cronologico, vero ma anche falso. Non verrai mai a capo di niente.-

Annotavo tutto e cercavo di districare i fili della sua storia dal groviglio delle sue spiegazioni e delle sue giustificazioni. Lei se n’è accorta e mi ha insultato

-Mi costringi a parlare carogna! Ma non posso parlare; appena parlo dico la mia verità, faccio del male a quelli che amo e, al tempo stesso, giustifico le accuse degli altri, di quelli che mi danno della baldracca, della madre snaturata-

Cercavo di riattivare il dialogo con termini di incoraggiamento.

-Lasciami stare. Perché lo fai?-

-Per appoggiarmi a te, per difendere me stesso. Ho bisogno di scrivere, non esisto se non scrivo ed è questo che voglio scrivere, la tua verità, non la verità degli altri. Per difendermi, ti dico, e per difenderti-

-La mia causa non può essere difesa. Tu non capisci.

Non hai ucciso tuo marito e i tuoi figli. Non puoi capire-

-In un certo senso sì, ti posso capire. Con i miei scritti e le mie parole, ho fatto quel che hai fatto tu con il tuo coltello-

-Ah, ne ho abbastanza delle tue parole, dei tuoi scritti. Lasciami in pace, lasciami sola. Mi sono condannata alla solitudine e così devo vivere. Sono l’uxoricida, la matricida.-

 

L’ho accontentata e sono uscito. Ho cercato di continuare la storia da solo.

 

 

Appena Oliver ha reso l’ultimo respiro Harriet  si spaventa. Immediatamente sente di essere braccata. Il suo istinto l’avverte che con quel gesto, che risolveva definitivamente una faccenda privata tra lei e suo marito, ha creato il caos.

Il suo istinto? Quale istinto? E’ il suo istinto di sopravvivenza che le ha fatto commettere l’atto, e il suo istinto l’assicura che l’ha fatto per proteggersi. Ma lo stesso istinto le dice che gli altri, soprattutto i suoi figli, non accetteranno quella morte, che essa non è accettabile. E mentre prende coscienza dell’iniquità della sua sorte, dal fondo del suo animo, sale un immenso sorprendente lamento, mai espresso.

-Ho bisogno di mio padre-

Il padre di Harriet ricompare nella memoria come un cigno bianco, dagli occhi gialli spalancati, il cui pene lanuginoso ha frugato tra le sue gambe. Lei lo ha lasciato fare, non ha lottato abbastanza, ha tenuto le cosce aperte e lui ha goduto, battendo l’aria con le sue ali spiegate, fruscianti come bandiere, maldestro. Poi è volato via, lontano da quella fornicazione mostruosa. Ha raggiunto il lago  dove è tornato a navigare se ne infischia del suo coito. Ha avuto Harriet, era tutto quel che voleva. L’ha caricata del suo sperma e del suo capriccio. Era tutto quel che voleva dalla figlia.

 

Torno da lei la settimana seguente. Acconsente di vedermi.

Inizia a parlare e dopo pochi minuti si interrompe di colpo, come se fosse arrivata in fondo alla sua replica. Resta senza una parola, saldamente piantata sulla sedia come una attrice tragica. Sono sorpreso, ero pronto ad ascoltarla a lungo: la sua voce era cupa, potente.

Harriet .è una donna di teatro, una commediante, una sorta di diva. Si direbbe che sia sempre sulla scena ed è un piacere vederla evolversi.

Si sforza di captare la mia attenzione. Mi pianta in asso. Esce e rientra. Mette la sua sedia accanto alla mia.

-Continueremo. Altrimenti sto male-

Sempre questa sua volubilità che in certi momenti mi esaspera e in altri mi intenerisce. E’ un po’ come una bambina. Vuole parlare di suo marito. Mi dice che questo non deve entrare nello scritto, ma che devo sapere certe cose per capire il resto. Ora fa la civetta mentre cinque minuti fa era il dramma personificato. Mi vuole parlare del corpo degli uomini in generale e di quello d Oliver in particolare. Della bellezza di quel corpo, della felicità che le ispirava, del suo desiderio di toccarlo e possederlo e, mentre parla, mi prende le mani e le accarezza. Chiude gli occhi, sogna, con una espressione golosa.

 

 

Ha già dimenticato che non voleva più raccontare la sua storia ed ecco che vi si immerge di nuovo, a testa bassa, come una puledra impazzita, splendida, sconvolta.

-Sono io che ho ucciso, che ho tramato ogni cosa. Che importanza potevano più avere i figli se avevo ucciso il loro padre? Nessuna. Non erano che comparse docili. Dei cervi, un gattino, una colomba. Tu non mi hai vista mentre colpivo. Non hai visto come mi accanivo E non vedi come mi mancano ora? E’ ben altro quello che ho fatto. Non ho semplicemente ucciso mio marito e i miei figli. Ho compiuto un gesto che sfugge al mio controllo, che non capisco più. Grave, profondo, essenziale-

 

E’ invecchiata all’improvviso, ha millenni sulle spalle, la sua vita stessa l’ha spezzata. Si appoggia a me tirando su col naso. L’accompagno fino alla sua camera dove ritrova le sue coperte, i suoi oggetti, il suo cuscino. Vi si avviluppa dentro e si rannicchia sul letto. Guarda le piante attraverso i vetri e le sbarre, come se scrutasse i primi effetti dell’autunno: ora c’è un colore giallo nel verde delle foglie. Ma forse lei non vede niente, è ripiegata su se stessa.

Ha chiuso gli occhi. Stringe le palpebre come se facesse uno sforzo per ricordare; ma non è così. Sono lacrime che cerca di trattenere. Ha la gola stretta, farfuglia, bisbiglia e cerca la mia mano per farsi coraggio. E’ pallida; ha paura. Conosce la determinazione di chi ha la legge dalla sua parte e come applicheranno i regolamenti. E’ questo che la fa tremare, quella muraglia che si troverà di fronte, levigata come il vuoto, che le hanno innalzato davanti.

Come spiegare loro che il marito rappresentava il padre in quanto uomo e che i figli... lei pensa di averli salvati? Come pensare di far credere a questa assurda verità?

Io stesso, come mai non l’ho capito? Anch’io ho paura e non so di che colore è la mia paura. Ma la paura di Harriet è diversa dalla mia. Lei non ha speranza. Sul suo incartamento c’è una scritta a caratteri cubitali:

Fine Pena:Mai.

 

 

by argeniogiuliana | commenti (36) | commenti (36)(popup)
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