Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 31 marzo 2009,07:15
La donna si agitava per la stanza, inquieta come se cercasse di ricordare qualcosa che aveva dimenticato. Poi si sedette.
«Non posso accettare quell’appuntamento… alla mia età. E cosa dirà poi la gente? Tu che ne pensi?»
«Penso che non puoi vivere così, sempre da sola. Se esci di casa è solo per andare a lavoro e, quando hai finito, ti precipiti a casa. Alla domenica mattina non vai più neppure in chiesa».
«Ecco, appunto, perché mai dovrei uscire con lui?»
«Perché è un bell’uomo, prestante, educato, di buona famiglia. Anche se è in là con gli anni, non è sposato ed è agiato».
«È questo, in fondo quello che non va: perché mai un uomo così non è già sposato? Cosa ci sarà sotto? Magari è un serial killer o ha un carattere impossibile».
«Magari lui penserà lo stesso di te. Guardati! Sei una donna piacente, ancora giovanile, non buttarti via, potrebbe essere per te l’ultima occasione».
«Fai presto a parlare, tu… e poi dovrei andare dal parrucchiere, con questa testa! Sono orribile e non so cosa mettermi».
«C’è quel tailleur beige nell’armadio che non metti mai e che ti sta d’incanto e poi i tuoi capelli non hanno niente che non vada. Li raccogli un po’ all’indietro, ti fai la coda, così metti in risalto il tuo sguardo che è dolcissimo».
«No, no… non ce la faccio, non ce la faccio, ti dico, non sono più abituata: che dovrei dirgli per tutta la serata? E poi se allunga le mani?»
«La prima sera non lo farà di sicuro, è un gentiluomo, lo sai anche tu… aspetterà semmai che tu lo incoraggi. Prova a uscire, per una sera: andate in qualche ristorantino romantico, vi conoscete meglio e poi si vedrà».
«No, non mi sembra il caso, chissà cosa penserà la gente se dovesse vedermi con uno scapolo, in un locale pubblico! Sai com’è fatta la gente di paese… pettegola e malevola».
«Non deve importarti nulla di quello che dice la gente, è la tua vita che è in ballo!»
«Oh… mi sembra di impazzire! Non so che decidere. Facciamo una cosa, io ti do il suo numero di telefono e tu gli racconti che sto male, mi è venuta una qualche malattia contagiosa e che non posso uscire, che mi scuso tanto e bla, bla bla».
«Mi spiace, non posso aiutarti. Dovrai pensarci tu».
«Oddio, ma perché non vuoi farlo?»
«Perché sono solo il riflesso nel tuo specchio».
by briciolanellatte | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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domenica, 29 marzo 2009,22:00
Alle otto in punto
Alle otto in punto nella sala relè della stazione di Varenna, il capostazione guardava il suo fischietto, contemporaneamente, una manciata di minuti più tardi Daniele scoccava la sua prima freccia col suo nuovo arco. Sul treno per Milano una bambina dorme in braccio al papà e si è svegliata proprio mentre il viaggiatore seduto accanto aveva finito di leggere un articolo sui titoli tossici. Sul sagrato del Duomo un piccione sfiora la testa di un giapponese, sale in alto e scompare dietro a un palazzo. Lorenza, la panettiera del paese dall’altra sponda del lago a quell’ora era impegnata in un lungo sbadiglio nel suo letto, visto che era Domenica se ne stava rannicchiata sotto le coperte aspettando che scattasse la sveglia. Il diretto per Tirano passa dalla stazione senza fermarsi, corre col suo rumore per scomparire dentro un tubo di roccia. Proprio alle otto in punto una quantità indescrivibile di uccelli che si erano posati sull’unico albero nella via presero il volo, così, tutti insieme, senza una spiegazione. A cinquanta metri dal giapponese ancora un po’ infastidito dall’incidente del piccione c’è un bar con i tavolini fuori. C’è un giovane seduto che si accende una sigaretta con un dispositivo situato all’interno del suo orologio. Si gode quel debole sole che filtra dal cielo lattiginoso mentre all’interno della chiesa un bambino impegnato a cantare starnutisce. Molto più lontano, dall’altra parte del mondo Lucrin si starà fumando una sigaretta al mentolo o starà pensando di fare un altro giro di ballo, mettere i soldi nel cappello e andare a casa.
by miskin | commenti (4) | commenti (4)(popup)
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venerdì, 20 marzo 2009,06:44

Il barcone si era allontanato da ore dalle coste libiche ed il sole, finalmente tramontato, aveva ceduto il passo ad una leggera ma fresca brezza che rinfrancava in parte il carico umano diretto verso nord ovest.. Indisar lasciava che il dolce rollio provocato dall’ acqua cullasse la sua stanchezza, cercando di mettersi quanto più comodo possibile nell’angusto spazio che si era guadagnato a fatica. Non riusciva a distendere le gambe e si sentiva stringere da un lato e dall’altro dagli altri compagni di quel viaggio che lo avrebbe portato finalmente lontano dai lutti, dalle miserie del suo paese. Aveva contrattato a lungo il prezzo del suo sogno ed alla fine aveva pagato mille dollari americani per salire su quel natante in pessime condizioni, tanto che prima di salpare si era chiesto più volte se non fosse il caso di rinunciare; aveva sentito troppe volte di gente come lui che non ce l’aveva fatta.
Sapeva che gli scafisti, una volta approssimati alle coste italiane, erano soliti gettare uomini e donne nelle acque del Mediterraneo quando avvistavano il pericolo di una motovedetta, riuscendo spesso a farla franca. Sapeva anche che quelli che morivano in mare, se non venivano raccolti subito, erano restituiti, dopo qualche giorno,dalle correnti che li portavano alla riva che era stata la loro mèta da vivi. Ma, ripensando a ciò che si lasciava alle spalle, si era fatto coraggio tenendo a mente una frase e ripetendola più volte “Ero vivo tra i morti, non arriverò morto tra i vivi.” questo si diceva, sorridendo, mentre la luna ammiccava dal cielo e sembrava dare man forte alle sue speranze. Non aveva nulla con sé Indisar, come del resto tutti i passeggeri del barcone, ma si portava dentro il segno profondo dell’abbraccio confuso di sua madre, rimasta al villaggio con quello che restava della sua famiglia un tempo numerosa ed ora sterminata dalla guerra civile. Una donna minuta e invecchiata nella metà del tempo impiegato dalle donne occidentali; non si spiegava Indisar come potesse contenere tutta quella quantità di addii e di sofferenze che avevano rosicchiato i suoi anni più belli. Distolse il pensiero da sua madre e si guardò intorno, aveva sete e fame, i crampi allo stomaco si facevano insistenti ma poteva resistere: non sarebbe stato un problema per lui, abituato a mangiare decentemente solo quando arrivavano gli aiuti umanitari. Il barcone era carico all’inverosimile, si trattava per la maggior parte di giovani uomini, qualche bambino e poche donne; una di loro era incinta e sembrava anche in stato avanzato. Era seduta di fronte a lui con l’aria smarrita e tutta la paura possibile sprofondata nei suoi occhi scuri; il marito, che le sedeva accanto, aveva cercato ripetutamente di rassicurarla prima di addormentarsi esausto,ma Ai’sha continuava ad ascoltare il battito tumultuoso del suo cuore mentre con una mano si accarezzava il grembo: delicato involucro che conteneva il suo bambino. Indisar sorrise verso quel viso così immeritatamente turbato che timidamente ricambiò e si distese per un attimo che il ragazzo fermò nella sua memoria per sempre. Il sonno lo abbatté poco dopo, ma fu solo un gioco di dormiveglia che, se non lo ristorò almeno lo aiutò a passare quella notte che sembrava infinita su quel mare nero e luccicante. All’alba vide i primi raggi di sole imbrogliarsi con la linea dell’orizzonte, fece per alzarsi ma un dolore secco alle ginocchia glielo impedì e poi non c’era nemmeno lo spazio per fare due passi se non camminando sui corpi ammassati che ancora erano assopiti. Cominciò a diffondersi il puzzo nauseante degli umori rilasciati da chiunque durante la notte con la complicità del buio, Indisar si era vergognato a morte e aveva trattenuto la sua urina ed ora le fitte spastiche gli attanagliavano il basso ventre. All’improvviso iniziò una strana agitazione attorno a sé, vide Ai’sha raggomitolarsi su sé stessa in preda a quelle che capì essere le doglie del parto, il marito chiamò aiuto dicendo che era troppo presto, che non era il tempo. Alcune donne si fecero largo e cercarono di soccorrere la ragazza che sanguinava mentre gli scafisti guardavano da lontano infastiditi dal trambusto che rendeva ancora più precaria, se possibile, la stabilità del barcone. Indisar dovette far leva su sé stesso per non vomitare alla vista di Ai’sha in quelle condizioni e del marito che la teneva tra le braccia e la pregava di non abbandonarlo, ma lei non lo guardava più e sentiva la vita uscirle fuori senza che potesse far nulla per trattenerla. Si lasciò andare proprio mentre si avvicinavano sempre di più al profilo di una piccola isola il cui nome, imparato a memoria e mai compreso, fu mormorato in un sommesso passaparola “Lampedusa… Lampedusa?” Ma Indisar non ci fece caso perché la morte, da cui fuggiva, sembrava perseguitarlo e non dargli tregua, anzi, ora lo sovrastava attraverso la bellezza di quella giovane donna e gli trasmetteva il senso sconfinato dell’ingiustizia. Se ne sentiva invaso e dolorosamente coinvolto, sapeva che ne sarebbe rimasto segnato per sempre e che, dovendo cercare un motivo per non lasciarsi sopraffare dalla sofferenza di quel viaggio e di tutto quello che rappresentava per la sua vita, lo avrebbe trovato racchiuso nel ricordo del breve momento in cui Ai’sha gli aveva sorriso.

by Adelaide_Spallino | commenti (4) | commenti (4)(popup)
Link | categoria:ti porterò lontano
lunedì, 16 marzo 2009,23:09

Arrivasti con il treno delle 11.30.

Ti riconobbi subito, in mezzo a centinaia di volti che non vedevo e a migliaia di suoni che non udivo.

Ti riconobbi perché tu brillavi.

Non di felicità, o almeno non credo che la felicità brilli in quel modo.

Brillavi di vita. Pulsavi di vita. Quella che vince e quella che perde. Quella che ride e quella che piange. Quella già vissuta e quella ancora da vivere.

Quando, dove, perché e con chi non era rilevante.

Non eri qui per questo.

Non ero lì per questo.

Io che credevo che quel treno non sarebbe più arrivato…

Avvisiamo i gentili signori in attesa che il treno delle 11.30 è tornato indietro.

Peccato, ci avevo messo così tanto a scegliere come vestirmi… Alla fine ero andata sul banale: jeans e maglietta. Tanto che differenza faceva cosa indossavo? Che differenza faceva quello che indossavi tu? Sono solo vestiti. È solo pelle. È solo carne. Cosa vuoi che me ne importi?

Però avevo ricordato di allacciare le scarpe.

Avevo fatto un bel fiocco. Non sapevo se avrebbe retto, ma sapevo che lo avrei stretto di nuovo ogni volta che minacciava di sciogliersi. Niente scarpe slacciate, non con te.

Ero alla terza sigaretta quando ti vidi scendere. E ho smesso di fumare sei mesi fa.

Ti riconobbi subito, in mezzo a centinaia di volti che non vedevo e a migliaia di suoni che non udivo.

Ti riconobbi perché tu brillavi.

Ma questo l’ho già detto.

Tu brillavi.

Tu brilli sempre.

E io ti avrei visto splendere, se solo quel treno delle 11.30 fosse mai partito.

by Ariendil | commenti (10) | commenti (10)(popup)
Link | categoria:sogni elfici
sabato, 14 marzo 2009,13:20

Mi scuso con tutti per aver postato con un giorno di ritardo!

 

Io ed Edgar ci trovavamo in luna di miele in una località di mare, sull’Atlantico. Ci eravamo sposati in una calda e assolata mattina d’estate, dopo un fidanzamento durato anni. In realtà ci frequentavamo fin da bambini; la mia casa di Boston era in prossimità della sua e così spesso ci ritrovavamo a giocare insieme a mosca cieca o a nascondino. Lui era un ragazzino terribile ma io, fin da allora, ne ero affascinata. I suoi capelli biondi e gli occhi azzurri gli attribuivano quell’aria angelica da principe delle favole che non si era più scrollato di dosso. Anch’io sono bionda, ma i miei occhi sono verdi e di certo non ho mai avuto l’aria della principessa, sebbene la mia famiglia sia una delle più importanti di Boston. Del resto anche gli Addington erano piuttosto benestanti ed io ed Edgar abbiamo sempre frequentato gli ambienti più esclusivi della società bostoniana. Purtroppo, alcuni anni fa, gli Addington ebbero un tracollo finanziario e suo padre non si riprese mai da quella disgrazia. Edgar, tuttavia, prese in mano le redini della famiglia e si fece assumere da mio padre, diventando il suo braccio destro nella conduzione dell’azienda familiare. Non avendo figli maschi, sembrava la cosa più logica che mettesse tutto nelle mani del fidanzato della figlia. E noi siamo sempre stati una coppia modello, ben vista da tutti. Si parlava del nostro fidanzamento persino nei giornali alla moda ed il nostro matrimonio fu considerato dall’intera città il lieto coronamento di una romantica storia d’amore.

Quel giorno me ne stavo placidamente distesa su una sdraio nel giardino della villetta che avevamo preso in affitto quando uno sconosciuto si avvicinò con uno strano armamentario.

“La signora Addington?” chiese, cogliendomi di sorpresa.

“Si?” Mi schermai gli occhi dai raggi del sole e mi ritrovai a fissare un giovane alto e slanciato. Aveva occhi e capelli scuri ed emanava un fascino magnetico che mi turbò al primo sguardo.

“Suo marito mi ha assunto per farle dei ritratti.” Spiegò. Pareva anch’egli alquanto a disagio, mentre il suo sguardo indugiava sulla mia snella figura, leggermente abbronzata.

“Ritratti?” mi finsi confusa io, alzandomi in piedi.

“Fotografie, per la precisione.”

Notando la mia aria stupita aggiunse: “Probabilmente suo marito vuole immortalare per sempre la sua bellezza e, se posso permettermi, non mi stupisce affatto.”

Arrossii violentemente e mi apprestai a raggiungere l’interno della casa. Mi metteva a disagio restare sola con quell’uomo e almeno, una volta dentro la villa, avrei potuto contare sulla presenza della servitù. Lui mi seguì a debita distanza. “Allora, quando posso cominciare il mio lavoro?”

“Mio marito non è in casa. Preferirei discuterne prima con lui, se per lei non è un problema.”

L’uomo annuì con un’espressione enigmatica. “D’accordo”, concesse dopo un attimo che a me parve un’eternità, “Ripasserò domani, in mattinata.”

Ci stringemmo la mano, come vuole la buona educazione in questi casi, ma per tutto il giorno mi rimase addosso una strana sensazione. Pensai di dissuadere Edgar dall’idea di quelle foto. Paradossalmente non desideravo rivedere quell’uomo.

In realtà la mia era paura. Mi sentivo irrazionalmente attratta da lui e mi domandavo come fosse possibile. Prima d’ora non avevo mai dubitato di amare Edgar con tutto il cuore.

Fu quando scoprii che lui mi tradiva da tempo, da prima delle nozze per essere precisi, che io capii la verità. In realtà non ci eravamo mai amati davvero. Lui mi aveva sposato per impadronirsi dell’enorme fortuna che apparteneva alla mia famiglia ed io per fare contenti i miei genitori che caldeggiavano il nostro matrimonio fin da quando eravamo bambini.

Quando la cameriera venne ad annunciarmi una seconda visita del fotografo mi sentii per un attimo smarrita. Lo guardai. Aveva una luce nello sguardo che mi affascinava. Infine gli sorrisi nella certezza che anche se mio marito fosse venuto a scoprire la smisurata attrazione che provavo per lui non avrebbe avuto il diritto di giudicarmi. Pan per focaccia pensai, mentre mi avvicinavo con passo sinuoso a quello che sarebbe divenuto il mio amante.

                                                                                                   

 

 

by Luna70 | commenti (8) | commenti (8)(popup)
Link | categoria:al chiaro di luna
mercoledì, 11 marzo 2009,09:22
DOCKS


L'acqua come petrolio
L'acqua nera e oleosa
L'acqua melassa sotto il ponte
L'acqua interrotta dai pilastri di mattoni

Il Consiglio manda l'acqua
Il Consiglio manda l'acqua e sta cercando di mandare l'aria

L'acqua passa in città e non si nasconde
L'acqua è sempre negli occhi di tutti
L'acqua è compagna, l'accqua è nei racconti
L'acqua è negli occhi, l'acqua entra nell'anima

L'anima
L'anima
L'anima

E sembra così ineluttabile, il suo colore
Così ineluttabile il suo plumbeo spessore
Non ci si può bagnare nell'acqua
Forse è meglio di no
Magari non è importante





by PAPPINA | commenti (5) | commenti (5)(popup)
Link | categoria:mille e una pappa
sabato, 07 marzo 2009,01:35

Il deserto intorno a lui sibilava boccate di sabbia dorata, finissima e bollente. I tacchi degli stivaletti in pelle si erano consumati dopo giorni intensi di marcia inesorabile.
Era lo scenario della perdizione. Carcasse di animali morti, tracce di pozzanghere ormai rinsecchite, il silenzio e un vuoto indefinibile. Osservò quella desolazione e vide che era cosa buona e giusta. Suo padre cavalcava i secoli, disfacendo regni e distruggendo miti e speranze. Lui doveva esserne il successore, afferrando con trionfo lo scettro del potere.
Del resto il tempo scava la fossa per tutti, anche per chi aveva giocato a dadi con la sorte troppo a lungo. Lui ne era cosciente e avrebbe dovuto pazientare ancora per poco.
Attendeva in verità con ansia e desiderio il giorno in cui si sarebbe avverata la profezia degli Antichi. Le stelle e i pianeti sbiadivano quando il suo sguardo toccava la coperta del cielo, gli stolti si addormentavano storditi ad ogni suo sbadiglio, il terreno calpestato dai suoi piedi diveniva arido e putrefatto. Era cresciuto all'ombra, dall'ombra stessa era nato e nell'ombra avrebbe regnato con il pugno duro e il cuore sprezzante per il futuro.
Guerre, carestie, violenze erano lo sfondo adatto alla sua processione, come lugubri fanfare e il canto sgraziato di un gallo a due teste.
Mormorò parole impercettibili e subito la brezza divenne vento di tempesta. I segni erano evidenti ormai, la profezia era stata chiara. Erediterà dal padre l'intera armata degli scontenti, discendenti di errori e di eresie. Suo padre sarebbe stato fiero della sua grandezza e anzi, ne avrebbe ammirato le gesta dagli inferi più bui e terrificanti. La successione doveva compiersi in un sacrificio di sangue; gli Antichi ne descrivevano da sempre, di generazione in generazione timorosa di Egli, tutti i passaggi da compiere.
Sorrise e il suo volto fu segnato dai ricordi inenarrabili.
Mentre a qualche metro scorse un lungo serpente grigio che strisciava solitario tra le dune, ripercorse alcune delle eclatanti analogie sulle gesta compiute.
Suo padre aveva smosso le acque di interi oceani, rendendole bollenti come fuoco liquido; lui avrebbe potuto annebbiare intere città.
Suo padre aveva corrotto l'anima degli stupidi che credevano di ottenere il potere, illudendoli di essere scelti per comandare le società; lui avrebbe potuto guidare come pedine di una scacchiera gli esseri immorali del globo completo.
Suo padre aveva rifatto a piacimento muraglie e piramidi, giardini e foreste, fogne e caverne, montagne e ghiacciai. Lui avrebbe potuto farle svanire con un colpo di ciglia.
La rilevanza del potere è tale se si centuplica in trasmissione. Si massaggiò le tempie e rise con gusto, stavolta, mentre attendeva l'arrivo del rettile, docile presagio del male che si compie.
Dall'altura di un pinnacolo di pietra millenaria, dalla parte opposta a distanze considerevoli, l'Uomo Senza Età digrignò i denti marci e i suoi occhi lanciarono piccoli lampi di elettricità.
Quel miserabile e ingrato sbruffone di figlio non meritava il posto nel disegno degli eletti. Conosceva i trucchi ma non fino in fondo, bramava solo ciò che non ancora aveva guadagnato.
L'Uomo Senza Età gli leggeva i pensieri come lettere d'addio e allora decise di utilizzare una delle sue magie, tra le più efficaci. Inspirò lentamente e gonfiò il petto fino al limite, poi si piegò, quasi accartocciandosi e urlò, uno squillante foro nella quiete del deserto. La sua voce divenne l'eco di un terremoto, la sua presenza significò una macchia di un morbo oscuro, il suo corpo si definì e si smontò, tramutandosi in una creatura crudele sotto l'essenza di un serpente.
Lo stesso serpente grigio che stava strisciando famelico proprio lì in mezzo alle dune.
E quando schizzò il sangue del figlio martoriato tra le sue fauci velenose, le ossa sepolte dei suoi antenati vibrarono come corde di violino in un concerto maledetto.

Thanks to: l'ispirazione di 'anneheche'.

by Univers | commenti (14) | commenti (14)(popup)
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