Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 27 gennaio 2009,13:25

«Lei mi deve aiutare!»

L’avvocato squadrò attentamente l’uomo in abito scuro che era piombato nel suo studio come un indemoniato. Nel giro di tre minuti gli aveva fatto il resoconto completo della propria vita, probabilmente colorito con qualche aggiunta fantasiosa, e dopo quei tre minuti lui aveva sentito il bisogno di ferie più di quanto non gli fosse mai accaduto in trent’anni di carriera.

Smise di tamburellare con la penna sull’agenda, rassegnandosi a posticipare la pausa pranzo per dare almeno una parvenza d’ordine all’uragano di informazioni che il suo indesiderato nuovo cliente aveva scagliato nella sua testa e sulla sua scrivania.

«Si accomodi e mi rispieghi tutto con calma» disse col tono di voce meno disperato che riuscì a simulare passando in rassegna le carte ricevute.

L’uomo riprese a parlare, ignorando la sedia e ricominciando a misurare a grandi passi l’ampiezza dello studio. L’avvocato si chiese se ci fosse un solo centimetro del pavimento che le sue scarpe non avessero calpestato.

«È diventata una situazione invivibile!» stava dicendo. «La sera torno a casa e trovo decine di suoi messaggi in segreteria, la mattina accendo il cellulare e ci sono le sue chiamate e i suoi sms! La mia mail è piena e il postino mi porta ogni giorno le sue lettere!» Prese cellulare e buste, li agitò davanti al naso dell’avvocato e poi li ributtò in disordine sparso sulla scrivania. «Per non parlare della macchina! Quello che mi ha fatto sullo sportello non è un graffio, è la faglia di Sant’Andrea! E proprio ieri sera ho trovato il vetro della finestra della camera da letto rotto con questo!» Dalla tasca del soprabito che teneva ancora ripiegato sul braccio, tirò fuori un sasso grande quanto un’arancia geneticamente modificata e lo fece cadere sui fogli spargendo polvere e terriccio per mezza stanza. L’avvocato si stupì che non avesse portato anche lo sportello della macchina per fargli vedere la spaccatura che avrebbe reso la California un’isola.

«Scusi, ma lei a che piano abita?» riuscì a dire.

«Al quinto.»

Che qualcuno fosse riuscito a lanciare un masso di quelle dimensioni fino al quinto piano e a centrare la finestra della camera da letto era una notizia da comunicare alla Federazione di Atletica Leggera: forse l’Italia aveva appena trovato l’atleta che avrebbe portato l’oro nel lancio del peso alle Olimpiadi del 2012.

Non comunicò le proprie perplessità e aprì una lettera a caso, tanto era impossibile sperare di ricostruire un ordine cronologico se non c’era traccia neanche di quello fisico.

«Lei conosce il tedesco?» chiese perplesso.

«No, perché?»

Mostrò il foglio. «Perché è scritto in tedesco.» Lanciò un’occhiata alle altre buste: tutte erano state aperte e, con ogni probabilità, lette.

«E cosa dice?»

«Sembrerebbe una lettera d’amore.»

«Ecco!» L’uomo gettò il soprabito sulla scrivania coprendo l’ultimo spiraglio di legno: ora per sapere di che materiale fosse bisognava affidarsi all’intuito. Non che al momento la cosa fosse poi così importante. «Un’altra donna gelosa! Ci mancava solo questo!»

«Veramente… Non credo sia per lei. È per una certa Claudia, la conosce?»

L’uomo si bloccò come se il demone che lo infestava fosse scappato a gambe levate dopo un esorcismo. «È mia moglie.»

L’avvocato scese a fine lettera per cercare una firma, ma né su quel foglio né sulla busta trovò il mittente. Decise di godersi quell’istante di silenzio e la piega insperata che aveva preso la faccenda: era evidente che si trattava di un problema coniugale e questo esulava dalle sue competenze visto che lui era un penalista. Non riuscì a trattenere un sospiro di sollievo e la pausa pranzo tornò in vetta alle sue priorità.

«Mia moglie non può avere un amante!»

Qualunque donna sana di mente avrebbe un amante se fosse sposata con uno così, pensò l’avvocato. Eppure qualcosa non quadrava. D’accordo le lettere, d’accordo (o quasi) il sasso, ma rigare la macchina del rivale non gli faceva pensare a un uomo geloso.

«È possibile che l’amante di sua moglie sia una donna?»

Il demone si rimpossessò dell’uomo in abito scuro: «Certo che no!»

In effetti non avevano senso neanche le telefonate e gli sms sul cellulare dell’ipotetico tradito. L’avvocato ne lesse un paio.

«Lei conosce il francese?»

«No, perché?»

Perché sia gli sms in entrata che quelli in uscita erano in francese! Parole romantiche scambiate con una certa Sophie! Ma perché continuava a perdere tempo con quella storia senza senso? Lui era penalista e la targhetta sepolta da qualche parte sulla scrivania e il suo stomaco che iniziava a lamentarsi erano due motivi più che validi per sbattere fuori dalla porta l’uomo, il sasso, il soprabito e tutte le sue carte, nonché moglie, amante della moglie e amante del marito!

Stava per farlo, quando il suo cliente lo stupì non meno di quanto avrebbe fatto se avesse davvero estratto dalla tasca lo sportello danneggiato della macchina.

«Le va un panino al bar qui all’angolo?»

L’avvocato si chiese se l’uomo non avesse intenzione di trasformare il suo quadrato amoroso in pentagono, ma l’unica cosa che voleva era uscire da quella conversazione.

Fortunatamente, il pranzo fu solo un pranzo ma, suo malgrado, accettò il caso.

Quando tornò nello studio, iniziò a sistemare le carte sulla scrivania. Tra esse trovò qualcosa di assolutamente inaspettato. Sulla cartella clinica c’erano le generalità dell’uomo: Roberto De Mattia, 52 anni, coniugato, insegnate di lingue. Più in basso spiccavano in neretto quattro parole accanto alla voce diagnosi: Disturbo da Personalità Multipla.

L’avvocato si mise a ridere.

by Ariendil | commenti (8) | commenti (8)(popup)
Link | categoria:sogni elfici
sabato, 24 gennaio 2009,14:19
Dargomyskhy

Mancano due ore, cinquantatre minuti ed inutili secondi al mio momento. Per ora mi pare di stare bene.  Anzi, ne sono sicuro: io sto bene.

Nel frattempo i minuti sono scesi a cinquantadue.
Non è cambiato nulla. 
Fra poco tutto partirà.
Inizierà.
Ecco, inizierà è il verbo più adatto per ciò che accadrà fra due ore, quarantanove minuti e venti secondi.
Si, questa volta i secondi li ho considerati. Forse perché sono venti. Venti...
Venti...
Che parola interessante, affascinante, fresca, potente: venti.
Tic.
Tic.
Tic.
Tic.
Tic.
Tic.
Tic.
Tic.
Tic.
Tic. 
Tic...il tempo passa, lo sapevate? Passa, scorre, direi. O forse, meglio ancora, procede... Avanza. Ecco: il tempo avanza. Come una ruota su una strada piana, sempre uguale, semplicemente avanza. Questione di punti e di incontri, anche di casualità, fatto resta che il tempo avanzi.
Che bello, ormai ho rosicchiato la ruota per abbastanza tempo da accorciare la distanza da questa precisa parola a L'Inizio di quasi una sola ora.
Iniziare, partire, strade, ruote, passare, scorrere, procedere, avanzare, venti (vento...
Questo già basterebbe, coniugando, collegando, infarcendo di congiunzioni, articoli e aggettivi, basterebbe per scrivere una storia. Magari non avvincente, nemmeno bella o nuova.  Ma una storia.
E la mia storia? Partirà anzi: inizierà, positivamente o meno, in modo interessante o noioso, ma partirà fra...cazzo, è partita da tredici minuti e venti secondi ed io ero qui.
Distratto.
Mi consolo che ci fosse il venti.


by maestrobuitre | commenti (12) | commenti (12)(popup)
Link | categoria:vibrazioni disperse
martedì, 20 gennaio 2009,07:13

Alzò la testa per guardarlo meglio negli occhi, gli mise le mani attorno alla nuca e lo attirò a sé lasciando che le sue braccia l’avvolgessero per farla aderire completamente al suo corpo. Lo baciò mentre sentiva le mani di lui scivolarle addosso lungo la schiena, le sentì fermarsi sui fianchi, allentare un attimo la presa e recuperarla di nuovo dentro la propria stretta. Le baciò gli occhi chiusi, la linea del viso e più giù il collo, spostando con un dito le ciocche dei capelli che ricadevano sulle spalle per farsi strada e conquistare ogni singolo lembo di pelle fino alla curva generosa dei seni racchiusi nella camicia. Poi fu il tempo che non trascorse e la notte che si immolò per loro. Il fiato che rubò il fiato, le mani strette le une dentro le altre, ad ogni bacio respirarsi l’anima e combaciare perfettamente muovendosi sulle onde magnifiche di un mare gentile e possente, naufraghi alla continua ricerca di ogni anfratto di sé in cui rifugiare il proprio desiderio…
Si svegliò di soprassalto. Il cuore in tumulto, il respiro affannoso. Si guardò attorno: la stanza era silenziosa, immersa in una penombra quieta ed ogni cosa era al suo posto. Si mise a sedere sul bordo del letto, guardò il cellulare spento sul comodino di fronte a sé mentre cercava di darsi una spiegazione. Non poteva essere, non poteva esser stato vero: ma sentiva addosso il suo profumo e intensa era la sensazione di averla toccata. Guardò la sveglia, le lancette luminose segnavano le due precise. Si passò una mano tra i capelli, addolorato ed incredulo, il cuore intanto aveva ripreso il suo battito normale e il respiro si era fatto regolare. Un sogno, un sogno tanto forte da confondersi con la realtà. Rise di sé, nervosamente. La luna filtrava dalla finestra un chiarore perfetto, lui posò lo sguardo sul pavimento dove qualcosa aveva catturato la sua attenzione. Allungò una mano per prenderlo e chiuderlo in un pugno, come un piccolo segreto da proteggere; il cuore di nuovo sussultò, aprì l’insolito scrigno e vide con meraviglia un bottoncino rosso.
Forse un rumore. Aprì gli occhi. Il cuore stretto in una morsa, il suo sguardo smarrito cercò di riconoscere il luogo in cui si trovava. Saltò fuori dal letto e si trovò a piedi nudi al centro della sua stanza, una fitta allo stomaco la fece vacillare. Non era possibile, come sarebbe potuto accadere qualcosa di simile? Aveva sognato, certo. Ma si sentiva piena di lui, ne era invasa completamente e aveva sentito di trovarsi altrove, non lì, non lì. Lentamente si portò verso la scrivania, passò una mano tremante sul telefono, accarezzò la tastiera del computer sorridendo e lasciando che piccoli rivoli di lacrime bagnassero quel sorriso. Si voltò verso la finestra, spostò la tenda e si appoggiò alla parete osservando la luna, il suo chiarore perfetto. Spostò una ciocca di capelli caduta sugli occhi lucidi, l’orologio della torre suonò le due precise. Inutile ragionare ed applicare la logica a cose che non ne possono avere. Inutile indagare. Inutile profanare quello spazio di sé in cui Amore solo vive libero, ignorando regole e le certezze di una strada già definita e compiuta. Come un addio. Guardò ancora un po’ la luna, alle sue spalle, sulla sua piccola poltrona un perfido raggio illuminava una camicia rossa, mancante di un bottoncino.

by Adelaide_Spallino | commenti (4) | commenti (4)(popup)
Link | categoria:di luce e di ombra
venerdì, 16 gennaio 2009,11:05

Lei era molto bella. Ma era anche una donna fredda, taciturna, malinconica. Poteva passare ore a guardare dalla finestra mentre il giardino cambiava sotto l’incedere delle stagioni. Avrebbe potuto dire quante gemme il melo allungava in un giorno e quanti petali le rose aprissero al sole. Sembrava conoscere tutte le nuvole e i colpi di vento e i rigogoli che arrivavano fino sotto la sua finestra. Lui l’osservava e soffriva non riuscendo neppure a scalfire quel mondo impenetrabile fatto di sospiri, di sguardi sperduti, di assenze svagate. L’amava e non poteva averla. Poi un giorno la musica di una radio di alcuni vacanzieri di passaggio penetrò nella baita. La moglie si alzò dal suo angolo mettendosi improvvisamente a ballare e disegnando nell’aria immagini di sogno. E ballò e ballò ancora. Mentre volteggiava si mise a sorridere con quel suo viso dolce, il corpo seminudo di pelle di pesca. La musica si interruppe, i vacanzieri tolsero il campo per salire a una maggior quota e lei smise di muoversi guardandosi attorno smarrita. Lui, appena gli era possibile, prese allora a portarla alle feste del paese, nelle balere, ovunque vi fosse musica e si potesse ballare. Ogni volta lei riviveva, usciva da quel guscio d’acciaio invisibile e rinasceva come un’alba inaspettata. Lui la guardava estasiato: Dio mio come l’amava. Sembrava nata per la danza, per la musica, il movimento. Tornavano sfiniti alla baita a notte fonda e lei ancora accaldata dal turbine dei balli, con ancora addosso il sudore di un frutto stillante di sole, gli si concedeva sino al mattino. Poi un giorno ballando, urtò un’altra coppia facendosi male a una caviglia. Guarì ma la paura di farsi ancora male non l’abbandonò e lei non volle più uscire di casa. L’apatia si era impossessata nuovamente di lei, il sangue sembrava essersi raggelato nelle vene e una coltre grigia le aveva appannato gli occhi. Passarono gli anni e una sera lui la prese per mano e la condusse sul prato antistante la casa. Miliardi di stelle galleggiavano sopra le loro teste e la luna illuminava la valle che brillava d’argento e di perla. ‘Chiudi gli occhi’ le disse e lei lo fece. ‘Non senti dentro di te una musica celestiale?’ Lei corrugò la fronte. Stava per dirgli di no. Poi sentì qualcosa nel profondo del cuore e si mise a sorridere. ‘Ecco, quello è il mio amore per te’ gli sussurrò. E si misero a ballare per tutta la notte.

QUESTO POST E' DI BRICIOLANELLATTE

by anneheche | commenti (4) | commenti (4)(popup)
Link | categoria:tracciato nel vuoto
martedì, 13 gennaio 2009,10:39

Giorgio non ne poteva più. Anche l'ultima fidanzata lo aveva lasciato, lasciandolo solo e incredulo al tavolino di un bar. Sentiva ancora nelle narici la scia del suo profumo ma Elisabetta si era dileguata come tutte le altre.

Eppure non era un fidanzato possessivo e neppure eccessivamente geloso. Sapeva essere dolce al punto giusto e comprensivo.

Il problema non era lui ma lei. Sua madre.

Nessuna delle ragazze con cui aveva intrecciato una relazione sentimentale era riuscita a sopportare sua madre. Era praticamente impossibile andare d'accordo con lei.

Innanzitutto lo cercava per ogni cosa. Persino per una semplice telefonata si rivolgeva a lui: aveva bisogno di un taxi? Era Giorgio che lo faceva per lei. C'era la necessità di un idraulico che riparasse un rubinetto? Era Giorgio che doveva occuparsene. Spesso il povero Giorgio doveva uscire prima dal lavoro per scarrozzarla a destra e a sinistra. Nemmeno se doveva fare un regalo l'augusta signora si muoveva di casa. Era Giorgio ad andare per negozi, a sceglierlo e, spesso e volentieri, anche a pagarlo.

In pratica lei si prendeva solo il merito.

E poi c'erano le pretese. Perché nelle festività quello che le si regalava non era mai abbastanza. Se, a Pasqua, Giorgio le regalava una televisione nuova lei aveva da ridire che però non le aveva comprato una colomba. E se arrivava anche la colomba allora mancava l'uovo di cioccolata.

Oppure a Natale, se le veniva portato in dono un cellulare nuovo di zecca, lei voleva anche il panettone. E non uno qualsiasi. Doveva essere di quella marca particolare. E se poi le veniva regalato il panettone non andava più bene ed era meglio il pandoro.

Era in perenne competizione con la vicina di casa e pretendeva che Giorgio le comprasse tutto quello che aveva lei. Per esempio, la signora Maria aveva l'albero di Natale in un certo modo? Allora anche lei doveva averlo così. Si era fatta rifare l'impianto di riscaldamento? Anche lei doveva adeguarsi ed i caloriferi dovevano essere esattamente come quelli della vicina, altrimenti erano guai per il povero Giorgio.

Per le sue ragazze era angosciante la convivenza con lui perché Giorgio era perennemente votato a soddisfare i capricci della madre. E quando si prospettava anche solo l'idea di concretizzare il rapporto con il matrimonio fuggivano tutte a gambe levate.

Giorgio si alzò sospirando e prese il telefonino, componendo velocemente un numero.

"Pronto?" Rispose una voce dall'altro capo del filo.

"Pronto, mamma? Ti ho chiamata per dirti di buttare la pasta."

"Ah. Stai per arrivare finalmente! Sei in ritardo come al solito!"

"No. Non hai capito. Buttala via la pasta. Devo prendere un aereo. Mi trasferisco a New York!"

 

by Luna70 | commenti (8) | commenti (8)(popup)
Link | categoria:al chiaro di luna
venerdì, 09 gennaio 2009,23:54


Still in the night





Ti odio
non sei che un maledetto sogno

e pensavo
beh non resterà nulla
le tue telefonate distratte
le nostre parole ridicole ed impotenti
che altro?

la mia anima è un canneto
e adesso che te ne vai
resti come limo
come t'attacchi
grammo dopo grammo
come insensibilmente ti depositi fino a pesare
ad ostruirmi
a riempirmi a sommergermi di te

proprio quelle piccole insensate pratiche dell'esistere

sarà solo un attimo
un attimo prima sarò vivo
e poi non ci sarà più niente
che spaventoso immenso attimo

come mi riga il tuo cristallo
passa sulla mia carne e preme e graffia
e poco più sotto tocca qualche canale d'energia
da come m'accaloro
lo sento

proprio quelle piccole insensate pratiche dell'esistere
quelle che mi infastidivano per com'erano leggere
e così quotidiane e senza ambizioni
eccole qui nascoste e invisibili una dopo l'altra come formiche
a fare il loro lavoro
ad accalcarsi sulla mia tana da castoro

bene
ma sei un po' troppo per le mie attuali limitate capacità
io che volevo quietamente assistere
io che volevo quietamente lasciare scendere la pietra nel lago
e invece il lago mormora
come se fosse il mormorio la sua voce naturale

e la vita si dimena come un pesce senza acqua
e la vita che fra un attimo non ci sarà più
e la vita che non rende ragione di nulla
neppure di te

solo che
come  ci sei
fatico a sopportarti




by PAPPINA | commenti (2) | commenti (2)(popup)
Link | categoria:mille e una pappa
domenica, 04 gennaio 2009,17:42

Stavolta era stata davvero brava. La luna le aveva dato istruzioni precise. Si, erano stati quei risolini e quelle vocine provenienti dal disco che brillava pieno durante le sue notti insonni.
Persino il suo almanacco l'aveva previsto. Sarebbe riuscita con pieno risultato. Nessun errore, no.
Questa volta ci aveva messo impegno, determinazione e un pizzico di malizia. Proprio come in una ricetta perfetta, dove se non ci sono amalgamati tutti gli ingredienti giusti, va a finire tutto in brodaglia. Si era vestita soltanto di una tunica bianca, i capelli rossi legati in una coda, le mani smaltate, il viso truccato da linee imperfette che solcavano le gote.
Aveva preso in prestito dalla dispensa di sua madre del riso, una manciata di pepe nero, qualche altra spezia importata. E poi della stoffa variopinta, aghi in quantità, bastoncini di incenso e un accendino dai bordi argentati. Si chiuse nella stanza, scostò la tenda e aprì la finestra dal lato della campagna deserta. Eccola lì la sua consigliera, regina tra le stelle.
Lei si inginocchiò con calma, socchiuse le palpebre e mormorò qualche parola come una formula, piegando la testa leggermente verso destra. Poi si decise.
Accarezzò con la mano tremante quello che considerava il suo gingillo preferito. L'aveva preparato con invidiabile pazienza e cura. Il trofeo più che preda. Un valore incalcolabile con precisione. La delizia dei suoi sensi e delle sue rivendicazioni. Come cioccolata fondente che si amalgama sotto il palato.
Prese l'accendino e illuminò con la fiammella il primo bastoncino di incenso, collocandolo sul posacenere tribale con un movimento al velluto.
L'aroma si sparse tra le pareti e il soffitto della camera, fantasmi di vapore che stuzzicavano le narici.
Inspirò boccate a ritmi regolari e poi fu il momento del colpo d'inizio, la prima mossa di un gioco immaginario, un gioco che valeva la scacchiera dell'espiazione altrui.
Prese tra le dita uno spillo e colpì la sua singolare bambola impregnata di magia casalinga e di spezie, mirando la mano destra, la mano così abile ed evoluta nei movimenti, l'arto del fare e della concretezza. Quella mano che l'aveva picchiata in volto innumerevoli sere di pioggia, quando la solitudine è così forte da voler cambiare l'intero universo.
Poi passò alla faccia buffa e sorniona del pupazzetto, quella faccia che non aveva mai avuto una verità precisa ma si era rifugiata dietro centinaia di maschere di cartone colorato, dal blu dell'invidia al verde della rabbia, passando per il rosso della menzogna. Volle colpirla più volte, come avrebbe fatto se fosse stata ancora con lui, con le sue forze nude.
Respirò a fondo e l'incenso ora sapeva di muschio, acqua di colonia di una foresta incantata dove il cielo è ancora limpido e la natura si specchia ridendo nella propria vanità.
Colpì con decisione il tronco di quell'assurdo burattino, accoltellando il torace su cui aveva appoggiato la sua testa ignara e illusa dopo brevi parentesi di passione scadente.
E colpì di nuovo le gambe, veicolo per posti in cui lei non sarebbe stata gradita, posti dove il tradimento regnava e l'innocenza veniva derisa. Lei colpì con mano feroce, il viso contratto e il respiro con lieve affanno. L'incenso si trasformò in un assaggio di violetto, misto a cannella e tessuto appena lavato. I suoi sensi ora danzavano sulla pista infinita del piacere.
Era al culmine del suo rito, al confine del traguardo. L'ago implacabile punse ancora centimetri di stoffa, porzioni di immaginazione, frammenti di anima.
Zac, zac, zac.
Questo era per la sofferenza patita.
Zac.
Quest'altra era per il rispetto per nulla ricambiato.
Zac.
Quest'altra ancora per le attese interminabili e la fiducia gettata nel fosso dell'indifferenza.
L'affanno aumentò in proporzione al sollievo. Stavolta sarebbe andata davvero come desiderava. La regina sul trono stellato ne sarebbe compiaciuta.
Si abbandonò sulle lenzuola, con i capelli stropicciati e lo sguardo perso in un imbuto di sogno, quel sogno che inseguiva e che la influenzava, un proposito colmo di vendetta furiosa.
La luna intanto continuò a brillare dalla finestra, proteggendola e scortandone il sonno fino all'incertezza del suo domani.

by Univers | commenti (12) | commenti (12)(popup)
Link | categoria:ti porterò lontano