«Lei mi deve aiutare!»
L’avvocato squadrò attentamente l’uomo in abito scuro che era piombato nel suo studio come un indemoniato. Nel giro di tre minuti gli aveva fatto il resoconto completo della propria vita, probabilmente colorito con qualche aggiunta fantasiosa, e dopo quei tre minuti lui aveva sentito il bisogno di ferie più di quanto non gli fosse mai accaduto in trent’anni di carriera.
Smise di tamburellare con la penna sull’agenda, rassegnandosi a posticipare la pausa pranzo per dare almeno una parvenza d’ordine all’uragano di informazioni che il suo indesiderato nuovo cliente aveva scagliato nella sua testa e sulla sua scrivania.
«Si accomodi e mi rispieghi tutto con calma» disse col tono di voce meno disperato che riuscì a simulare passando in rassegna le carte ricevute.
L’uomo riprese a parlare, ignorando la sedia e ricominciando a misurare a grandi passi l’ampiezza dello studio. L’avvocato si chiese se ci fosse un solo centimetro del pavimento che le sue scarpe non avessero calpestato.
«È diventata una situazione invivibile!» stava dicendo. «La sera torno a casa e trovo decine di suoi messaggi in segreteria, la mattina accendo il cellulare e ci sono le sue chiamate e i suoi sms! La mia mail è piena e il postino mi porta ogni giorno le sue lettere!» Prese cellulare e buste, li agitò davanti al naso dell’avvocato e poi li ributtò in disordine sparso sulla scrivania. «Per non parlare della macchina! Quello che mi ha fatto sullo sportello non è un graffio, è la faglia di Sant’Andrea! E proprio ieri sera ho trovato il vetro della finestra della camera da letto rotto con questo!» Dalla tasca del soprabito che teneva ancora ripiegato sul braccio, tirò fuori un sasso grande quanto un’arancia geneticamente modificata e lo fece cadere sui fogli spargendo polvere e terriccio per mezza stanza. L’avvocato si stupì che non avesse portato anche lo sportello della macchina per fargli vedere la spaccatura che avrebbe reso la California un’isola.
«Scusi, ma lei a che piano abita?» riuscì a dire.
«Al quinto.»
Che qualcuno fosse riuscito a lanciare un masso di quelle dimensioni fino al quinto piano e a centrare la finestra della camera da letto era una notizia da comunicare alla Federazione di Atletica Leggera: forse l’Italia aveva appena trovato l’atleta che avrebbe portato l’oro nel lancio del peso alle Olimpiadi del 2012.
Non comunicò le proprie perplessità e aprì una lettera a caso, tanto era impossibile sperare di ricostruire un ordine cronologico se non c’era traccia neanche di quello fisico.
«Lei conosce il tedesco?» chiese perplesso.
«No, perché?»
Mostrò il foglio. «Perché è scritto in tedesco.» Lanciò un’occhiata alle altre buste: tutte erano state aperte e, con ogni probabilità, lette.
«E cosa dice?»
«Sembrerebbe una lettera d’amore.»
«Ecco!» L’uomo gettò il soprabito sulla scrivania coprendo l’ultimo spiraglio di legno: ora per sapere di che materiale fosse bisognava affidarsi all’intuito. Non che al momento la cosa fosse poi così importante. «Un’altra donna gelosa! Ci mancava solo questo!»
«Veramente… Non credo sia per lei. È per una certa Claudia, la conosce?»
L’uomo si bloccò come se il demone che lo infestava fosse scappato a gambe levate dopo un esorcismo. «È mia moglie.»
L’avvocato scese a fine lettera per cercare una firma, ma né su quel foglio né sulla busta trovò il mittente. Decise di godersi quell’istante di silenzio e la piega insperata che aveva preso la faccenda: era evidente che si trattava di un problema coniugale e questo esulava dalle sue competenze visto che lui era un penalista. Non riuscì a trattenere un sospiro di sollievo e la pausa pranzo tornò in vetta alle sue priorità.
«Mia moglie non può avere un amante!»
Qualunque donna sana di mente avrebbe un amante se fosse sposata con uno così, pensò l’avvocato. Eppure qualcosa non quadrava. D’accordo le lettere, d’accordo (o quasi) il sasso, ma rigare la macchina del rivale non gli faceva pensare a un uomo geloso.
«È possibile che l’amante di sua moglie sia una donna?»
Il demone si rimpossessò dell’uomo in abito scuro: «Certo che no!»
In effetti non avevano senso neanche le telefonate e gli sms sul cellulare dell’ipotetico tradito. L’avvocato ne lesse un paio.
«Lei conosce il francese?»
«No, perché?»
Perché sia gli sms in entrata che quelli in uscita erano in francese! Parole romantiche scambiate con una certa Sophie! Ma perché continuava a perdere tempo con quella storia senza senso? Lui era penalista e la targhetta sepolta da qualche parte sulla scrivania e il suo stomaco che iniziava a lamentarsi erano due motivi più che validi per sbattere fuori dalla porta l’uomo, il sasso, il soprabito e tutte le sue carte, nonché moglie, amante della moglie e amante del marito!
Stava per farlo, quando il suo cliente lo stupì non meno di quanto avrebbe fatto se avesse davvero estratto dalla tasca lo sportello danneggiato della macchina.
«Le va un panino al bar qui all’angolo?»
L’avvocato si chiese se l’uomo non avesse intenzione di trasformare il suo quadrato amoroso in pentagono, ma l’unica cosa che voleva era uscire da quella conversazione.
Fortunatamente, il pranzo fu solo un pranzo ma, suo malgrado, accettò il caso.
Quando tornò nello studio, iniziò a sistemare le carte sulla scrivania. Tra esse trovò qualcosa di assolutamente inaspettato. Sulla cartella clinica c’erano le generalità dell’uomo: Roberto De Mattia, 52 anni, coniugato, insegnate di lingue. Più in basso spiccavano in neretto quattro parole accanto alla voce diagnosi: Disturbo da Personalità Multipla.
L’avvocato si mise a ridere.



