Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 30 dicembre 2008,10:41
Senza rubare spazi

Senza rubare spazi a chi oggi dovrà creare
e
 regalare parole a chi passerà di qui,
mi propongo in un veloce post
per scusare la mia inevitabile assenza
nel giorno in cui avrei dovuto
spargere
parole
sulla rete
attraverso
questo
blog
e
per augurarvi un 2009 senza guerre.
 Almeno senza guerre interiori.
Sarebbe già un primo passo...



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by maestrobuitre | commenti (2) | commenti (2)(popup)
Link | categoria:vibrazioni disperse
martedì, 23 dicembre 2008,05:57

“Prima che la bruci. Prima che l’odore acre del suo rapido divampare si diffonda attorno a me.
Prima di.
Ci sono uomini che arrivano nella nostra vita con l’ intento di toglierci qualcosa e molti di loro hanno costanza a tal punto da perseverare nel tempo.
Alcuni si limitano a toglierci il sonno per un batticuore che li riguarda, per l’emozione che ci hanno regalato con un gesto o poche parole. Sono gli stessi che ci strappano la capacità di discernimento quando il cuore, che viene coinvolto, accampa i suoi diritti con una intensità tale da spaventare la ragione, a cui resta una flebile voce che non riesce a farsi ascoltare. E lì, in quella consapevolezza di privazione riusciamo ad esser felici ripagando noi stesse anche dei dolori futuri.
Capita che questo intento sia scellerato.
Capita che ci tolgono i vestiti pensando che guardare un seno, una spalla, un ventre, sia aver visto tutto. Sia conoscere. Come se la nostra anima potesse essere definita dalla forma del nostro corpo, come se l’ essere donna abitasse solo entro i confini di due fianchi morbidi.
Così fu lui…”
Smise di leggere per guardare l’orologio appeso alla parete: mancavano un po’ di minuti alla mezzanotte ed il suo pezzo per la rivista procedeva bene, anche se rischiava di doverlo tagliare per renderlo più scorrevole.
Intanto la bozza del libro giaceva inerme accanto al computer sulla scrivania e lei evitava accuratamente di posarvi gli occhi sopra per non sentire l’urgenza di ciò che doveva ancora correggere, per rendere migliore il romanzo di uno scrittore da quattro soldi fin troppo osannato, secondo lei, da critica e lettori.
Fece una smorfia di disappunto. Era in ritardo col lavoro, il suo maledetto e amato lavoro che non le consentiva di rilassarsi neanche a Natale. Ma in fondo era meglio così, era meglio pensare alla consegna da fare subito dopo la festa, meglio stare da sola davanti al caminetto quantunque le ricordasse vigilie migliori e più affollate di quella. Prese un ciocco di legno e lo buttò tra la brace dove scatenò una miriade di minuscole scintille impazzite e crepitanti. “Notte lunga – si disse – tanto vale stare bene al caldo.”
Riprese a leggere l’articolo non stupendosi più di tanto per il carattere soggettivo che gli stava dando, del resto sapeva bene di cosa stava parlando, anche se per i più sarebbe stato un brillante esercizio di scrittura, un bell’immedesimarsi in un’altra storia dei numerosi cuori infranti di donne che gremivano la sua rubrica. L’idea di trarre dei brevi racconti dalle loro lettere le era sembrata subito un’idea bellissima e ci si era buttata a capofitto. Lei, che rifuggiva da tempo ormai da ciò che definiva orpello sentimentalista dell’anima, si era catapultata suo malgrado in un mondo ricco di emozioni di ogni sorta, un mondo fatto di addii e ritorni, di tradimenti e perdoni. Molte donne le erano sembrate davvero esagerate e tante erano le lettere scartate per eccesso di mellifluità o di disperante e disperata ricerca della felicità. Poche quelle che l’avevano davvero toccata, tra tutte quella che aveva scelto per farne il breve racconto di quel mese. In quelle parole si era ritrovata e mille volte le aveva rilette cercando di scorgere qualcosa che non le appartenesse, ma non le era rimasto che ammettere che, per uno strano scherzo del destino, si era riconosciuta nell’esperienza di un’anonima lettrice della sua rubrica.
Uomini. Lo aveva detto e ridetto a sé stessa un amaro giorno di un dicembre avanzato, mentre camminava tra suoni e profumi natalizi: “mai più un dolore così.” Di quel momento aveva ricordi nitidi: un’orchidea viola sul tavolo di un caffè in penombra, un libro di poesie da regalare e una specie di speranza che si confondeva con il chiaroscuro del locale. Poche parole ed un senso di impotenza incredibile di fronte a lui, alle sue ragioni,con lo sfacelo del suo cuore che animò dolorosamente le labbra mentre, alzandosi di scatto, gli augurò buon natale. Mai più un dolore così.
Terminò il racconto e per la prima volta dopo tanto tempo si sentì pervasa da una quiete che stentava a riconoscere e che la avvolse completamente in una sensazione nuova. Di quelle che neanche un magico fiocco di neve sa regalare.

by Adelaide_Spallino | commenti (4) | commenti (4)(popup)
Link | categoria:di luce e di ombra
mercoledì, 17 dicembre 2008,11:22
Un giorno, tanto tempo fa, un principe si ammalò e stette così male che pensò che quella volta fosse proprio arrivata la sua ora. Fu così che dal letto di dolore si fece portare dal vescovo il quale vedendolo così malconcio e deperito si spaventò. Allora il principe con flebile voce disse: “se guarirò andrò in pellegrinaggio fino a Gerusalemme a piedi”, così giurò davanti a Dio. Trascorsero i giorni e il principe miracolosamente guarì, e dopo una lunga convalescenza si trovò di fronte all’impegno promesso. Ma il principe era un uomo molto pigro e al solo pensiero della fatica che avrebbe fatto lo tormentava. Dopo aver chiesto consiglio, dopo averci pensato e ripensato, decise di tornare dal vescovo nella speranza di convertire il voto e di pagare in denari la sua pigrizia. Ma il vescovo fu inamovibile alle sue suppliche, lo incitò a partire subito e a dare l’esempio ai suoi sudditi. Così il principe che proprio non ne voleva sapere di andare a piedi fino a Gerusalemme, decise di percorrere lo stesso viaggio all’interno del suo magnifico palazzo. Fece disporre dalla schiavitù tutto il necessario per il viaggio: vestiti pesanti e leggeri, lanterne, tende da campo, animali da soma e tutto quello che sarebbe servito per un vero pellegrinaggio. Decise che ogni stanza rappresentava uno stato da attraversare, calcolando le avversità del percorso e addirittura le imboscate dei briganti preventivamente assoldati, passo dopo passo camminando in lungo e in largo dalla biblioteca al salone da ballo, dalla stanza da letto alle cucine, passarono gli anni.
Ma un bel giorno una donna bellissima arrivò da molto lontano e si innamorò così perdutamente del principe che riuscì a entrare nel palazzo di nascosto e a vederlo mentre viaggiava nelle sue stanze.
Si dice che quando i loro sguardi si incontrarono per un giorno ritornò la primavera e tutti i popoli in guerra riposero le armi. Si trovarono quindi ad affrontare il mare, allora il principe fece inondare le cantine, e a bordo di una grande tinozza passarono altri lunghi mesi a navigare. Poi fu la volta del deserto, e il principe fece liberare una stanza da tutti i mobili e suppellettili e ordinò di riempirla di candele sempre accese, così da ricordare il calore e la luce del sole. Ma mentre il principe era tutto affaccendato ad adempiere al proprio impegno, alcuni cortigiani malvagi tramarono un losco piano per ucciderlo. Le imboscate e gli attacchi dei briganti si intensificarono fino a mettere in serio pericolo di morte l’ignaro sovrano ormai vecchio e stanco. Anche i contabili ormai avevano perso il conto dei passi, e il suo vagabondare per il palazzo era diventato l’unica ragione di vita. Ma un giorno arrivarono nell’ultima stanza, quella adibita ai ricevimenti, in fondo a un lunghissimo tavolo preziosamente intarsiato si vedeva la porta principale, quella che dava verso l’esterno, allora il principe scoppiando a piangere la aprì e un raggio di sole luminosissimo invase la stanza e tutti corsero per le strade di Gerusalemme. Il principe visse ancora a lungo fino a che un giorno si ammalò e stette così male che morì.

by miskin | commenti (4) | commenti (4)(popup)
Link | categoria:scritto nel sottosuolo
martedì, 16 dicembre 2008,09:35

Era la notte di Natale e Rosa era tesa come una corda di violino. Sapeva che lo avrebbe visto. Lui era diventato in pochi mesi la cosa più importante della sua vita: si erano conosciuti per caso, frequentando lo stesso gruppo di amici; dapprima si erano scambiati sguardi imbarazzati poi, impercettibilmente, la mano di lui aveva sfiorato la sua. Era stato un crescendo di emozioni condivise, eppure a Rosa ancora non sembrava vero.
Si era sempre sentita invisibile agli occhi di coloro che avevano suscitato il suo interesse.
Aveva amato altre volte ma non era mai stata ricambiata e si era convinta di essere quel tipo di ragazza che non piaceva a nessuno.
Pertanto, anche quando lui la guardava con dolcezza, stentava a credere che potesse provare per lei qualcosa di diverso dalla semplice amicizia.
Del resto non le aveva mai dichiarato il suo amore.
Quando lo vide tremò quasi impaurita e gli rivolse un timido sorriso.
“Come sei bella”, le disse lui abbracciandola forte. Il calore delle sue braccia la fece arrossire e il cuore sembrava volesse schizzarle via dal petto, come impazzito.
Poi lui parlò di nuovo, con la sua voce dolce e vellutata:
“Ti voglio bene, Rosa”.
Perché i miracoli a Natale possono accadere.

by Luna70 | commenti (4) | commenti (4)(popup)
Link | categoria:al chiaro di luna
martedì, 02 dicembre 2008,10:09

«Vi siete mai domandati perché di fronte a qualcosa di potenzialmente devastante la mente umana non reagisce mai subito con il dolore? Certo, il dolore poi arriverà, eccome se arriverà, ma non subito. Dopo una perdita, un lutto, una delusione, un qualunque episodio che poi condurrà inevitabilmente tra i gironi di un inferno del tutto personale, non è il dolore la prima cosa che si prova. Non nella misura in cui ci si aspetterebbe, almeno. Prima c’è una più o meno lunga fase in cui si prova altro: incredulità, rifiuto, smarrimento, scegliete voi cosa, ma non è dolore. Io ho una mia teoria, anche se non sono nessuno per poterla esporre. Per me la risposta sta proprio nel fatto che si è di fronte a qualcosa di potenzialmente devastante. Credo sia una difesa: tutto ciò che si prova prima serve a tenere occupata la mente su altre emozioni, perché in quel momento il dolore sarebbe troppo intenso per non condurre alla pazzia. Se questo è vero, mi chiedo quanto intenso doveva essere il mio. Nell’attesa che esso si placasse quel tanto che bastava per poter essere sopportato, io provai rabbia. E la provai per molto tempo. Il motivo fu il più sputtanato di questo mondo e, credetemi, se qualche anno fa mi avessero detto che sarebbe successo a me avrei riso fino alle lacrime: in fondo, fu solo la fine di un amore. Più o meno. Non è che sia proprio così. Non credo ai tanti amori, credo si possa amare una sola persona, e io l’ho già fatto. Quindi sarebbe meglio dire la fine dell’amore. La rabbia esplose contro la mia volontà, non la volevo, non mi piace essere arrabbiata, non mi piace perché mi conosco. Ma, forse, se avessi provato dolore anziché rabbia a quest’ora sarei in qualche manicomio o qualche metro sotto terra. Non che quest’ultima possibilità mi sarebbe dispiaciuta più di tanto, ma andò in altro modo. La cosa peggiore fu fingere che andasse tutto bene, dover tenere su un bel sorriso quando non avevo proprio niente per cui sorridere: avevo attraversato il paradiso e ora ero costretta a vivere di nuovo nel mondo mediocre che chi ancora non conosce l’amore crede sia l’Eden. Non lo è. Non è neanche la fogna dell’Eden. È un posto ipocrita che spaccia veleni per elisir, che confonde il perdono con l’indifferenza, che sibila tra i denti le sue bestemmie chiamandole preghiere e offre le sue false verità a chi è tanto disperato da non avere più niente da perdere e tutto da rimpiangere. Il vostro squallido Eden non è altro che un mondo subdolo e meschino, dove chi può si prende ciò che desidera e chi non è abbastanza forte per opporsi deve piegarsi e tacere. È una lezione che ho imparato bene, è stata l’accoglienza per il mio ritorno qui, in questo bel teatro di sagome di cartone e copioni scritti da sceneggiatori falliti. La maggior parte degli sceneggiatori e degli scrittori (o di chi si crede tale) sono dei falliti. Inventate pure le vostre storie da sogno, artisti da poco, tanto nessuna rispecchia la realtà. Allontanai chi mi costringeva a portare maschere da clown con il suo non sapere, con il suo credere che io fossi quella di sempre. Non potevo esserlo, non lo sarei stata mai più. In ogni caso, non potevo né parlare né tacere, così feci quello che so fare meglio: me ne andai. Cambiai compagnie, iniziai a frequentare posti sbagliati e persone ancora più sbagliate. Non sono una che si nasconde dietro false giustificazioni e non mi piace chi lo fa: se avete pensato anche solo per un attimo che la colpa fu loro, allora voi non fate per me e io non faccio per voi. La colpa fu solo mia. Ma mi andava bene così. Con loro non dovevo sorridere per forza, non gliene fregava niente se sorridevo o no, come a me non importava che lo facessero loro; potevo starmene per i fatti miei senza dovermi preoccupare che arrivasse qualcuno a farmi domande. L’ho già detto che odio le domande? Forse no. Bene, odio le domande, soprattutto quando a farle sono persone a cui non voglio mentire. Anche con loro ogni tanto c’erano domande, ma erano di tutt’altro genere, fidatevi. Altre volte non si domandava nemmeno. Non lo facevo io, non lo facevano loro: eravamo parte integrante del mondo subdolo e meschino, eravamo quelli che potevano prendersi ciò che desideravano. E potevamo farlo senza chiedere. Credevo di essere fragile, invece mi scoprii forte. Scoprii che potevo nutrirmi della rabbia che si nutriva di me, che potevo trasformarla da un fuoco che inceneriva ogni cosa a un freddo che congelava anche il dolore. Sì, perché alla fine il dolore arrivò. Scoprii che bastava continuare a non vivere per tenerlo a bada: lui divorava la mia anima? Perfetto, bastava non fargli avere un’anima da divorare. In giro è pieno di persone che “si sono costruite un’armatura dopo aver sofferto”: se volete perdere tempo a cercare brecce o a scardinare giunture, andate da loro. Io non ho nessuna armatura, né una cicatrice che un buon bisturi può far sparire. Io ho un’ustione, una di quelle che mangia la pelle e poi ogni tessuto fino ad arrivare alle ossa, una di quelle che disintegra tutto, strato dopo strato, fibra dopo fibra. Sapete quanto ci vuole a guarire da questo tipo di ustioni? Più di una vita. I più fortunati muoiono sul colpo, muoiono di dolore, ma io ho una tempra forte (l’ho già detto, mi scoprii forte, granitica direi) e sono sopravvissuta. Vedete, quando si ha la carne viva esposta, carne viva che piange sangue e pulsa dolore, si impara presto che un velo di seta è più tagliente della spada di un samurai e che una carezza fa più male di un pugno. Io imparo in fretta. Iniziai ad evitare le carezze. Oh, non tutte ovviamente, sono pur sempre umana: la cosa strana di questa situazione è che fanno male soltanto le carezze che portano con sé anche solo un patetico tentativo di affetto. Non amore, per carità: l’amore, quello felice, quello per sempre, è per pochi fortunati e io devo aver sprecato la mia scorta di fortuna in qualche concorso a premi di dubbio gusto. Tornando alla mia teoria iniziale, forse sarebbe stato meglio che i meccanismi di difesa che non so chi mi ha installato nella testa non avessero funzionato così bene, forse sarebbe stato meglio impazzire piuttosto che impantanarmi in sabbie mobili da cui non so più come diavolo uscire. Forse sarebbe stato meglio costruirsela un’armatura, così sarei andata a fondo più velocemente.»

by Ariendil | commenti (8) | commenti (8)(popup)
Link | categoria:sogni elfici