«Vi siete mai domandati perché di fronte a qualcosa di potenzialmente devastante la mente umana non reagisce mai subito con il dolore? Certo, il dolore poi arriverà, eccome se arriverà, ma non subito. Dopo una perdita, un lutto, una delusione, un qualunque episodio che poi condurrà inevitabilmente tra i gironi di un inferno del tutto personale, non è il dolore la prima cosa che si prova. Non nella misura in cui ci si aspetterebbe, almeno. Prima c’è una più o meno lunga fase in cui si prova altro: incredulità, rifiuto, smarrimento, scegliete voi cosa, ma non è dolore. Io ho una mia teoria, anche se non sono nessuno per poterla esporre. Per me la risposta sta proprio nel fatto che si è di fronte a qualcosa di potenzialmente devastante. Credo sia una difesa: tutto ciò che si prova prima serve a tenere occupata la mente su altre emozioni, perché in quel momento il dolore sarebbe troppo intenso per non condurre alla pazzia. Se questo è vero, mi chiedo quanto intenso doveva essere il mio. Nell’attesa che esso si placasse quel tanto che bastava per poter essere sopportato, io provai rabbia. E la provai per molto tempo. Il motivo fu il più sputtanato di questo mondo e, credetemi, se qualche anno fa mi avessero detto che sarebbe successo a me avrei riso fino alle lacrime: in fondo, fu solo la fine di un amore. Più o meno. Non è che sia proprio così. Non credo ai tanti amori, credo si possa amare una sola persona, e io l’ho già fatto. Quindi sarebbe meglio dire la fine dell’amore. La rabbia esplose contro la mia volontà, non la volevo, non mi piace essere arrabbiata, non mi piace perché mi conosco. Ma, forse, se avessi provato dolore anziché rabbia a quest’ora sarei in qualche manicomio o qualche metro sotto terra. Non che quest’ultima possibilità mi sarebbe dispiaciuta più di tanto, ma andò in altro modo. La cosa peggiore fu fingere che andasse tutto bene, dover tenere su un bel sorriso quando non avevo proprio niente per cui sorridere: avevo attraversato il paradiso e ora ero costretta a vivere di nuovo nel mondo mediocre che chi ancora non conosce l’amore crede sia l’Eden. Non lo è. Non è neanche la fogna dell’Eden. È un posto ipocrita che spaccia veleni per elisir, che confonde il perdono con l’indifferenza, che sibila tra i denti le sue bestemmie chiamandole preghiere e offre le sue false verità a chi è tanto disperato da non avere più niente da perdere e tutto da rimpiangere. Il vostro squallido Eden non è altro che un mondo subdolo e meschino, dove chi può si prende ciò che desidera e chi non è abbastanza forte per opporsi deve piegarsi e tacere. È una lezione che ho imparato bene, è stata l’accoglienza per il mio ritorno qui, in questo bel teatro di sagome di cartone e copioni scritti da sceneggiatori falliti. La maggior parte degli sceneggiatori e degli scrittori (o di chi si crede tale) sono dei falliti. Inventate pure le vostre storie da sogno, artisti da poco, tanto nessuna rispecchia la realtà. Allontanai chi mi costringeva a portare maschere da clown con il suo non sapere, con il suo credere che io fossi quella di sempre. Non potevo esserlo, non lo sarei stata mai più. In ogni caso, non potevo né parlare né tacere, così feci quello che so fare meglio: me ne andai. Cambiai compagnie, iniziai a frequentare posti sbagliati e persone ancora più sbagliate. Non sono una che si nasconde dietro false giustificazioni e non mi piace chi lo fa: se avete pensato anche solo per un attimo che la colpa fu loro, allora voi non fate per me e io non faccio per voi. La colpa fu solo mia. Ma mi andava bene così. Con loro non dovevo sorridere per forza, non gliene fregava niente se sorridevo o no, come a me non importava che lo facessero loro; potevo starmene per i fatti miei senza dovermi preoccupare che arrivasse qualcuno a farmi domande. L’ho già detto che odio le domande? Forse no. Bene, odio le domande, soprattutto quando a farle sono persone a cui non voglio mentire. Anche con loro ogni tanto c’erano domande, ma erano di tutt’altro genere, fidatevi. Altre volte non si domandava nemmeno. Non lo facevo io, non lo facevano loro: eravamo parte integrante del mondo subdolo e meschino, eravamo quelli che potevano prendersi ciò che desideravano. E potevamo farlo senza chiedere. Credevo di essere fragile, invece mi scoprii forte. Scoprii che potevo nutrirmi della rabbia che si nutriva di me, che potevo trasformarla da un fuoco che inceneriva ogni cosa a un freddo che congelava anche il dolore. Sì, perché alla fine il dolore arrivò. Scoprii che bastava continuare a non vivere per tenerlo a bada: lui divorava la mia anima? Perfetto, bastava non fargli avere un’anima da divorare. In giro è pieno di persone che “si sono costruite un’armatura dopo aver sofferto”: se volete perdere tempo a cercare brecce o a scardinare giunture, andate da loro. Io non ho nessuna armatura, né una cicatrice che un buon bisturi può far sparire. Io ho un’ustione, una di quelle che mangia la pelle e poi ogni tessuto fino ad arrivare alle ossa, una di quelle che disintegra tutto, strato dopo strato, fibra dopo fibra. Sapete quanto ci vuole a guarire da questo tipo di ustioni? Più di una vita. I più fortunati muoiono sul colpo, muoiono di dolore, ma io ho una tempra forte (l’ho già detto, mi scoprii forte, granitica direi) e sono sopravvissuta. Vedete, quando si ha la carne viva esposta, carne viva che piange sangue e pulsa dolore, si impara presto che un velo di seta è più tagliente della spada di un samurai e che una carezza fa più male di un pugno. Io imparo in fretta. Iniziai ad evitare le carezze. Oh, non tutte ovviamente, sono pur sempre umana: la cosa strana di questa situazione è che fanno male soltanto le carezze che portano con sé anche solo un patetico tentativo di affetto. Non amore, per carità: l’amore, quello felice, quello per sempre, è per pochi fortunati e io devo aver sprecato la mia scorta di fortuna in qualche concorso a premi di dubbio gusto. Tornando alla mia teoria iniziale, forse sarebbe stato meglio che i meccanismi di difesa che non so chi mi ha installato nella testa non avessero funzionato così bene, forse sarebbe stato meglio impazzire piuttosto che impantanarmi in sabbie mobili da cui non so più come diavolo uscire. Forse sarebbe stato meglio costruirsela un’armatura, così sarei andata a fondo più velocemente.»