LA ROVINA DELLA CASA DEI PAPPHER
(Liberamente, indegnamente e miseramente tratto da "La rovina della casa degli Usher" di E. A.Poe)
E' così strana l'eco degli odori sul mio spirito. Sono così strane le parole... sensazioni, spirito... ma che vogliono dire in realtà? Questo è un odore. Direi l'odore di una stoffa, forse un tappeto. Un tappeto di una certa età, che avrà visto trattamenti e mani, ma tanto, troppo tempo fa. Eppure è strano come mi faccia eccitare. Ecco. Immagini. Sono un bambino, ed anche un ragazzo. Di fronte ad una qualche somma prova. Sono un uomo. Impaurito ed eccitato, come se stessi per trovarmi di fronte al patibolo. Gli occhi della gente su di me, la lama, il tempo che si stacca dal resto e si fa imponente. Forse è l'odore del tappeto, della sua decrepitezza; delle sue stagioni passate, lunghe per gli uomini, ma strette alfine anche per lui.
"Ti ringrazio per l'invito. Temo di doverlo rifiutare. Sono così lontano dalla comunanza con gli uomini da non meritarne la grazia. Ma visto che hai manifestato l'intenzione, trovandoti così vicino, di venirmi a trovare, sarei lieto di poterti ospitare. Non credo di poter essere un compagno di un qualche interesse. Pure, è tale la forza del ricordo della tua gentilezza, che mi sarebbe insopportabile non poterla onorare.
Lean Pappher"
Lean era stato un ottimo compagno di scuola, per me. Un aristocratico. Persino nella scelta di frequentare una scuola normale, quale era quella che frequentavo io, invece di quelle affatto esclusive a cui lo destinava la sua posizione. Scelta tra l'altro imposta ai suoi genitori, chissà come, data la sua giovane età. In lui non si vedeva alcuno snobismo, alcuna affettazione. C'era un certo rigore, un semplice potente rigore. Io non sarei mai stato ricordato per i miei successi scolastici e neppure per qualche prepotenza. L'unica cosa che potevo mostrare era la mia modestia, fomentata, almeno così credevo allora, dalla miseria e dai sacrifici della mia famiglia. Sacrifici che parevano essere un tutt'uno con l'origine dei miei avi. Sarà per questo che Lean m'aveva preso a benvolere. Indifferente allo scherno che l'aveva via via circondato, condivideva con me solo i sorrisi che offriva al gran palco del mondo.
"Certo. Abita sulla collina. Da qualche mese ha mandato via la servitù, due sole persone, in verità, e c'è solo un fattore che gli lascia la roba fuori del cancello. E bè... strano lo è sempre stato... neppure i suoi genitori devono essere stati così contenti di lui... ma si sa... in questi casi i pettegolezzi si sprecano... io non ne voglio fare, ma pare che ora stia proprio uscendo di sentimenti. Mah... contento lui... finchè non ammazza qualcuno..."
Mi sarebbe piaciuto rivedere i miei compagni. Forse "piaciuto" è una parola grossa. M'avrebbe incuriosito, ecco. Tanti anni passati lontano, una posizione fortunatamente più solida di quella che avevo trovato per me alla mia nascita, il desiderio di risentire quell'aria di casa, di feste, di quegli affetti, di quelle vibrazioni che nessun'altro posto al mondo avrebbe potuto ricreare. Quelle di cui risuonano gli anni fatti di stupore e meraviglia, gli anni di prima che si diventi uomini. Ma per Lean era diverso. Qui c'era anche il piacere, una voglia sincera di ritrovare l'amico e l'uomo.
"Eccola. La vedi? Ma certo che la vedi, sciocco che sono. Questo ritratto le fu fatto all'età di ventotto anni. Sullo sfondo si nota il profilo di questa villa, ma non mi è dato sapere se la villa fosse solo un dettaglio del paesaggio o un particolare più significativo. Forse che lei e questa casa fossero un'unica cosa? Quasi che le fosse segnata nel destino, oltre che nellla tela? Mi resta poi di lei una incisione, in un volumetto dell'epoca. Ho ritrovato alcune sue lettere, di quand'era ancora più giovane. E poi c'è il grande ritratto nel salone, quello che mi tiene compagnia nelle serate più fredde."
M'aveva accolto con un sorriso stanco. Maturo, più che invecchiato. Sempre molto elegante nei gesti, nei movimenti pacati. Gli interni della casa si restringevano sulla poca luce che veniva dalle lampade. Intorno c'era l'ombra che pareva pronta a ghermire il tutto, lentamente, inesorabilmente. E c'era anche l'odore. Non un odore sgradevole. Piuttosto un odore pieno di nostalgia, di vita che scompariva assieme alla luce. Come quello del tappeto. O dei muri freddi, non più scaldati a dovere, appetibili prede di muffe e infiorescenze ghiotte d'umido. Il sorriso di Lean sembrava non temere il buio.
"Lo so, lo so. Non posso dirlo. Forse il mio desiderio è tale - a volte è così intenso - che mi pare di poterla raggiungere. Così dolorosamente intenso. Non so di preciso quando è nato. Quando s'è messo nella mia carne. Era come una musica. Guardare i suoi lineamenti, leggere le sue parole... è stato quello il seme? O è stato un pretesto? Era lei che mi aspettava?"
Lean non mi sembrava pazzo. Avevo dei pazzi una immagine più furiosa, o più malvagia. Forse era triste. Sembrava fosse tanto disincantato da subire, forte più che mai, la malia di quel supremo incanto. Tra l'altro questo suo racconto, così delicato, mi faceva quasi dimenticare che stesse parlando di un fantasma. Fatto non trascurabile. Non avevo alcun problema ad ammettere l'esistenza dei fantasmi. Non me ne sarei fatto condizionare, certo, ma perchè negarne la possibilità? Perchè negare che il peso di secoli di racconti potesse avere una sua realtà? Mi era successo di pensare che persino le fiabe avessero una carica di verità superiore ad una diagnosi medica. Forse erano solo due storie diverse. E la fiaba era, se non altro, meno arrogante.
"Sono sceso dalla corsa del mondo. Non mi ha mai attratto, in verità, nè per passione e neppure per convinzione. Non chiedo che di poter occupare il mio posto. Lo conosco il tuo sorriso. E' un sorriso buono, è quello che hai sempre avuto. Ti stai chiedendo se il mio posto non sia fuori di qui. Ma te l'ho detto, io non chiedo nulla. Lei è una scia luminosa, una lucciola: è più reale lei e quello che mi offre delle onde che il mondo crede di inseguire e che invece prendono il mondo e lo offrono alla clemenza degli dei degli abissi."
Quella sera non potei fare a meno di pensare a quei due amanti, di secoli nati separati. Ma chissà che non si fossero davvero incontrati. Immaginavo Lean seguire di notte la figura di lei che s'aggirava per le stanze della villa, avvolta da un'aura di luce bluastra, che lasciava piccole faci, gocce di vita che la morte non avrebbe mai potuto prendere. Sentii un rumore. Mi alzai nel letto di soprassalto, subito ridendo di quel mio spavento. Ma il rumore, inequivocabilmente, continuava, pareva trascinarsi nel corridoio. Mi alzai del tutto, fu più forte di me. Corsi alla porta, la apersi, girai il capo da una parte e dall'altra. Sulla mia sinistra, nell'oscurità, a circa dieci passi di distanza, s'allontanava la sagoma di Lean, lenta, tranquilla. Spostai subito l'occhio davanti a lui, e ancora più avanti... nulla, nulla fino a dove il corridoio svoltava ancora. Lì colsi un bagliore che subito svanì... o forse era un chiarore che la finestra aveva lanciato sul muro.
Non ho più rivisto Lean. La crescente fortuna dei miei affari mi portò ancora lontano, per altri anni. Lean morì prima del mio ritorno, non si riuscì a stabilire per quale causa. Lo trovarono seduto su una poltrona del salone, quasi si fosse lì addormentato. La bella lo guardava dal ritratto. La casa andò venduta e finì distrutta in un incendio, poco prima che qualcuno la abitasse nuovamente. Quel bagliore che mi pareva d'aver intravisto quella notte mi tornò sempre in mente, negli anni a venire. Così pure sempre tornai a chiedermi se Lean non avesse trovato, in ogni modo, una specie di... felicità, una felicità più grande, più vera, di quella che a volte ci sembra di stringere.