Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 28 novembre 2008,07:18
Storie

Era convinto
che la sua strada fosse un semplice susseguirsi di casuali tappe, raggiungibili a discrezione del suo istinto, dell'intervento annoiato del caso, dei suoi piedi. Piedi. I suoi piedi lisci, curati, smaltati, nervosi, magri, lunghi, meravigliosi, da servire... Ecco, anche i suoi pensieri vagavano casualmente. Una o due parole soggette a solo un paio di punti di vista e tutte le parole usate prima, per raggiungere una soluzione ai suoi contorti pensieri, si scioglievano e sparivano, per sempre, vittime di una patologia unica al mondo. La sua patologia. Analogia. Scatologia. Quante volte, correndo al lavoro, spesso nuovo, prendendo una certa strada anziché una cert'altra, si imbatteva in un sorriso, vedeva un gattino, veniva rapito dai colori di una vetrina, incontrava una puttana. E addio lavoro. Addio esistenza passata. Addio pensieri, buoni e cattivi propositi. Rinasceva, ricominciava, riviveva. Una fortuna. Una sfortuna. Che meravigliose caviglie... I miei occhi incantati non possono fare altro che seguirle. Seguirle ovunque. Per sempre. Ritrovandosi a bere una birra calda, parlando di politica con una sconosciuta con le caviglie grosse come grondaie. Perché? Non se lo sarebbe mai chiesto. E mai se lo chiese. E il suo frigo: vuoto per mesi. Pieno fino alla muffa di cibi sommersi da altri cibi e altri e altri. Rotto. Lo stomaco distrutto da frullate di cibi scaduti e mal combinati fra loro. Pioveva in maniera esagerata, non era normale che piovesse così tanto e con quella violenza! La schiena segnata da frustate, d'altra parte un buon rinoceronte non potrebbe mai e poi mai rinunciare al supporto patetico di una buona stampella d'oro! Corni di rinoceronte. I cerotti erano finiti ma tanto non sarebbero mai serviti per quei segni sulla schiena: chissà come se li era fatti... Anche oggi si va al lavoro; passerà di là, perché il semaforo dura meno ma scatta più spesso ed è un po' in ritardo. Combinazione. La sete. Con tutta quest'acqua che mi rinoceronta intorno la sete. Un bagno ci vorrebbe. Ci vorrebbe un bagno. Il Ragno Verde! Dicono che sia un ritrovo di spacciatori.
Entrò al supermercato.




by maestrobuitre | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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martedì, 25 novembre 2008,07:09

Le diede la mano nell’ombra accennata della sala. Lei si alzò e lo seguì, il vestito che frusciava sulle sue gambe si apriva ad ogni passo lasciandole libere di muoversi sinuosamente. La seta blu avvolgeva dolcemente il suo morbido corpo fasciandole la vita , salendo dava forma ad una scollatura sensuale che accarezzava il seno e, correndo su due sottili lacci annodati sulle spalle, si inabissava lungo la schiena e giù, giù. Si guardarono negli occhi per qualche secondo, immobili, al centro di un luminoso cerchio perfetto, si sentiva il loro respiro e quello sarebbe stato il ritmo che avrebbero seguito. Lui si abbassò di qualche centimetro per sfiorarle i capelli con un bacio e spostandosi di lato le sussurrò all’orecchio “Siamo io e te.” Lei sorrise poggiando il capo sul suo petto: “Sì - disse.” La musica li trovò così, quasi impreparati, ma fu solo un attimo di incertezza, poi passo dopo passo iniziò il fandango. Avvicinarsi ma non toccarsi, sfiorarsi appena e allontanarsi: questa era la loro danza, una vertigine dei sensi che bruciava l’aria attorno, sguardo a cercarsi per scambiarsi l’anima. Implacabile passione senza via d’uscita. Avevano tentato di finirla, ma non vi erano riusciti: non sapevano stare insieme e non potevano stare da soli. Una storia che andava avanti tra furiose gelosie e dolci slanci d’amore reciproco, un tormento al quale non riuscivano a rinunciare perché parte di loro stessi ormai. Li abitava entrambi e li divorava ogni volta che uno dei due se ne andava via di casa sbattendo quella stessa porta dalla quale sarebbe rientrato un po’ di tempo dopo per ritrovarsi con i segni di un’assenza impossibile da colmare. Ma stare insieme, stare insieme. Non sapevano come fare perché non conoscevano mezze misure, non coglievano le sfumature l’uno dell’altro, e non vedevano oltre ciò che era necessario solo per sé stessi. L’ultima volta era stato lui a contattarla per chiederle di partecipare a quella importante gara di ballo, illudendosi che non si trattasse dell’ennesimo ritorno lei aveva risposto di sì. Avevano provato per ore, avevano scelto la musica ed i costumi di scena insieme, ma mantenendosi a giusta distanza, rispettando il tacito patto di non sconfinare più in quel campo minato che erano stati loro due insieme. Adesso a tempo di musica calibravano i passi l’uno verso l’altro, i gesti fendevano l’aria, i cuori stanchi per la tensione accumulata cominciavano a ritrovare leggerezza proprio nella danza che era loro congeniale. Ancora avvicinarsi senza toccarsi, allontanarsi e ritornare a sfiorarsi, si guardavano increduli, lei gli scivolava accanto sensuale e dolce, lui la osservava con tenerezza. Non era poi difficile amarsi così. Quasi alla fine del fandango lui si fermò col respiro affannato, con una mano fece cenno ai musicisti di continuare mentre lei rimase a guardarlo con ansia, le gambe paralizzate, gli occhi colmi di lucide domande. Le si avvicinò sorridendo, afferrandole le mani e portandosele dietro la schiena, poi mise le sue su quel viso che lo scrutava in cerca di risposte, scostò le ciocche di capelli che facevano da fragili barriere per la sua bocca e la inondò di baci. Dolci e piccoli baci, teneri e sensuali spirali d’amore che li avvolsero nella luce soffusa della pista da ballo, e la musica al di fuori a scandire un nuovo ritmo da vivere insieme.

by Adelaide_Spallino | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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venerdì, 21 novembre 2008,10:20

Il mare era una sconfinata distesa azzurra che si stendeva fino all’orizzonte. La luce intensa del sole illuminava le onde solcate dal vento, l’odore della salsedine giungeva forte sino alla spiaggia deserta. Valentina amava il contatto della sabbia calda sotto ai piedi nudi; con una mano levata a proteggersi dal riverbero della luce osservava incantata quel panorama maestoso, che nella sua incomparabile bellezza arrivava a toccarle il cuore, sino a commuoverla. Vale era bruna, alta, con un corpo stupendo, di prorompente avvenenza. Il bikini bianco faceva risaltare l’abbronzatura perfetta; le gambe, lunghe e slanciate, sembravano nascere dall’opera di uno scultore capace di proporzioni sublimi; i capelli, leggermente mossi, cadevano sino a metà schiena, neri e attraversati da sfumature quasi impercettibili di rosso, simili a lontani bagliori nel cielo buio della notte. La ragazza respirò a piene nari il profumo del mare, assaporò la carezza della brezza mattutina, poi volse lo sguardo per cercare gli occhi di Michele. Il giovane la stava osservando in silenzio, rapito davanti a quello che reputava un miracolo divino, la guardava con la stessa intensità con cui mirava i quadri più belli, quelli che nascono da cuori fecondi e da dita sapienti, prodigi destinati ad arricchire per sempre la storia dell’uomo. Valentina si mosse lentamente, gli catturò le mani stringendole fra le sue; come sempre, scoccò una scintilla, ed entrambi provarono un brivido che ben conoscevano. Il bacio fu dolce, all’inizio solo di labbra, quindi la giovane dischiuse la bocca per accogliere la lingua di lui. Si abbracciarono, soli nella spiaggia bianca e sterminata, simile a un nuovo paradiso terrestre che pareva creato unicamente per loro. Si ritrovarono a terra, avvinghiati; quasi si strapparono i costumi di dosso. Movimenti febbrili, dovuti alla passione che esplodeva con la potenza di un uragano. Michele le baciò avidamente un seno, succhiò il capezzolo, mentre le accarezzava l’interno delle cosce. Lei lo stringeva forte a sé, poi lo accolse e lo seguì nell’incomparabile ritmo dell’amore. Il vento soffiava, teso e regolare, sul mare e sulla spiaggia, asciugando i piccoli cristalli di sudore che si formavano sui loro corpi. Vale intrecciò le gambe sulla schiena di lui. Si inarcò. Vennero insieme, all’unisono, e fu un’emozione talmente intensa che Valentina si ritrovò gli occhi colmi di lacrime. Michele le bevve ad una ad una.

La suora la svegliò, sfiorandole delicatamente un braccio. Benché fosse ancora presto, la camera era già luminosa. "Valentina, questa mattina se la sente di scendere a fare colazione?" La donna anziana annuì, quindi si alzò faticosamente dal letto. Prima di uscire dalla stanza, il suo sguardo corse involontariamente al cappello di paglia che portava quel lontano giorno, e che da allora aveva sempre conservato con ogni cura. Malgrado avesse gli occhi pieni di lacrime, Vale sorrise.

martedì, 18 novembre 2008,15:34

La ragazza strinse fra le mani l'antico manoscritto. Pareva una lettera d'amore ed era stata proprio lei a trovarla, nella soffitta della casa in cui era andata a vivere da poco. La voglia di saperne di più era troppa per ignorarla, così iniziò a leggere avidamente.

Caro Jean,

è con profondo sgomento che ti scrivo queste righe. Io che dicevo che non mi sarei mai innamorato, che avrei dedicato tutta la mia vita all’insegnamento della musica, mi sono cacciato in un bel guaio e, poiché non ho nessuno a cui confidare le mie pene, racconterò a te ciò che mi affligge. Sono stato preso a servizio da una nobile famiglia affinché dia lezioni di musica alla loro figliola, Christine. Credimi, se ti dico che ella è la più soave fanciulla che abbia mai visto in tutta la mia vita! Fin dal primo momento che ho posato gli occhi su di lei, il mio cuore ne è stato irrimediabilmente rapito. Ha le labbra come boccioli di rosa e il suo incarnato è talmente candido da sembrare di porcellana. E che dire dei suoi capelli? Pare che il sole si sia posato fra i suoi riccioli d’oro, donando loro tutta la sua luminosità. Mai ho potuto ammirare cotanta bellezza in una donna, eppure non potrò manifestarle ciò che provo. Non sono che un umile servo e certamente non posso aspirare alla mano di una fanciulla di alto lignaggio come lei. Non mi resta che lasciare il mio impiego e partire al più presto. Qui è pericoloso rimanere; rischierei di tradire i miei sentimenti, come è già accaduto. L’altro giorno la mia mano ha per caso sfiorato la sua e l’emozione è stata così forte che mi sono messo a tremare. Per fortuna ella non si è accorta di nulla, ma non posso continuare così. Pertanto ho deciso di imbarcarmi con la prima nave diretta nel Nuovo Mondo e che la fortuna mi assista.

La ragazza smise di leggere. Aveva gli occhi ricolmi di lacrime: quelle parole l'avevano commossa profondamente; vi aveva letto un'enorme tristezza, la stessa che provava lei in quel particolare momento. Lei che era prigioniera di un amore infelice. Il suo compagno era da tempo freddo e distante nei suoi confronti e lei aveva bisogno di qualcuno che fosse in grado di amarla come quell'uomo misterioso del passato, quello sconosciuto che aveva saputo scrivere parole così toccanti e incisive. Afferrò d'istinto il telefonino e scrisse velocemente un messaggio, selezionò il numero del suo ragazzo e premette invio. Solo poche parole: "E' finita." Alla fine aveva avuto il coraggio per scriverle. Le lacrime si tramutarono in un lento sorriso.

by Luna70 | commenti (4) | commenti (4)(popup)
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sabato, 15 novembre 2008,01:13

Stefania odiava le grandi città e detestava sinceramente la confusione, la ressa, i miscugli tra sconosciuti in balia del tempo fuggente.
Non poteva sopportare tutto quel casino, ma era la sua vita. Il suo destino, in un certo senso. La routine dipendeva spesso e volentieri da quanto poteva concedere della sua attenzione in attese snervanti della prossima coincidenza. Come ogni mattina, all'incirca alle otto, veniva catturata dalla corrente e dal turbine della fretta umana, quella fretta che ti costringe a seguire il passo, le traiettorie, le direzioni, che ti costringe a non guardare il cielo per capire le differenze da un giorno all'altro. Centinaia e centinaia di passi in sincronia quasi maniacale, passi che ticchettavano sul pavimento sporco e grigio all'ingresso della metropolitana in prossimità della periferia, all'imbocco delle scale, ancora prima di venire sommersi dall'appuntamento con il giornale.
Quella fretta cinica, spudorata, senza cuore, che muove gli impegni, che simboleggia il progresso e il lavoro, il benessere a tutti i costi, l'illusione di poter comandare e controllare gli avvenimenti quando anche tutto intorno lentamente si corrode e si consuma. Borsette, gioielli, trucchi, profumi, cappotti e pellicce, guanti in pelle, valigie, sguardi fissi e senza espressione.
-Come siamo capaci di diventare robot, alle volte- riflettè la ragazza, mentre rincorreva quel flusso, quasi senza rendersene conto, in una mattina uguale alle altre.
Dopo aver obliterato la sua tessera magnetica, lo sportello davanti a lei si aprì ancora una volta. Una fila indiana di persone anonime alle sue spalle imboccò il corridoio verso le fermate a sud. Sulla scala mobile, si ritrovò a pensare a un racconto che aveva letto tanto tempo fa, come in un'altra dimensione di esperienza e di vissuti.
Quella storia narrava di un incidente sotterraneo, ai piedi di una metropoli, in un giorno qualunque, un giorno produttivo e veloce. Un incidente devastante con tante vittime inconsapevoli.
Lo sguardo annoiato di Stefania raggiunse la lampadina di emergenza posta sul soffitto, vicino ai binari della fermata. Una lampadina impolverata e spenta.
Realizzò in un lampo qualcosa nella sua mente, qualcosa che strisciava per nascondersi, per non essere catturata e messa a fuoco, qualcosa di indefinito. Poi giunse il treno fischiando mentre rallentava, come sempre. E come sempre, le persone iniziavano a disporsi in maniera meccanica, un rito quotidiano simile a quello del giornale spulciato nel giro di tre fermate.
Ma quel qualcosa non si dissolse, nemmeno quando Stefania fu spinta in maniera brusca da un tizio che voleva accaparrarsi l'ultimo posto a sedere.
Si guardò intorno con occhi diversi. E ciò che vide era un manipolo di estranei affollati, pronti a scattare come molle per raggiungere una destinazione temporanea, alla caccia del tempo.
Le apparve tutto futile, senza concretezza, senza un valore. Le capitava spesso di sospettarlo e non se ne dava mai colpa. 
Il tempo era un serpente mostruoso che sgusciava via viscido, di quelli che mordono a morte prima di fuggire nel nulla. O una linea invisibile che si azzera durante il passaggio.
La giovane pensò con timore di aver dimenticato ciò che tentava di recuperare, ma fu sorpresa quando lesse un cartello di avviso dal finestrino più vicino. Caratteri rossi, in stampatello grande. Dicevano: ATTENZIONE. A SEGNALE ATTIVATO RAGGIUNGERE L'USCITA.
Si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo e per poco non rischiò di perdere la sua fermata.
Una bella catastrofe generale. Ecco cosa sarebbe servito davvero per risolvere la questione. Per ridare linfa a quella umanità vacua e senza più senso.
Un pericolo che accomunasse tutti i destini, senza distinzione e senza perdono. Forse in quel caso ci sarebbe stata una chance. Di qualsiasi tipo.
Stefania sorrise a quell'altra stramba idea e scosse la testa mentre saliva le scale per raggiungere la superficie. Una luce opaca di un cielo rannuvolato la investì d'improvviso. Alcuni ragazzi appollaiati sulla ringhiera in alto le sembrarono per un istante degli alieni senza anima, contorni vagamente umani fatti di nulla, fatti di aria e polvere.
Poi la luce aumentò e rischiarò tutto il resto, restituendo le giuste prospettive alla realtà.
Quei ragazzi erano semplicemente sfigurati in volto, maschere terribili e deformi.
Stefania rabbrividì fin nelle ossa e pensò che forse non era poi così stramba.

by Univers | commenti (18) | commenti (18)(popup)
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mercoledì, 12 novembre 2008,09:18
Ero in ritardo e dovevo attraversare l’intera città, mi fermai davanti a una vetrina di un concessionario e decisi di comprare una macchina. Non ero tanto interessato al modello quanto al colore, che doveva essere acceso e allegro. Mi resi subito conto dell’entità dell’investimento e visto le mie scarse risorse decisi di comprarne metà. Uscii dal negozio soddisfatto e mi ritrovai a tu per tu con il mio nuovo acquisto. Il vero problema era che non avevo mai guidato una qualsiasi vettura a motore, così armato di buona volontà iniziai a spingere la macchina sulla strada. Il mezzo era pesante e si spostava con estrema lentezza in mezzo al traffico inferocito dell’ora di punta. Molti suonavano all’impazzata altri urlavano dai loro abitacoli improperi, ma io non mi perdevo d’animo, sapevo che mi mancavano pochi metri e poi avrei trovato la discesa, avrei aperto la portiera posteriore e mi sarei comodamente seduto proprio come quando si prende un taxi. Quando mi ritrovai tra un sedile e l’altro vidi davanti a me due signore di una certa età che chiaccheravano allegramente su i loro eccitanti acquisti, subito pensai ai proprietari dell’altra metà dell’auto e senza tanti preamboli mi presentai. Mi guardarono con diffidenza e mi chiesero cosa ci facevo io nella loro macchina, così tirai fuori i documenti che certificavano la proprietà della parte posteriore dell’autovettura. Naturalmente le nostre mete erano opposte ma mi adattai alle loro esigenze e pensai che comunque in un modo o nell’altro prima o poi sarei comunque arrivato a destinazione.
by miskin | commenti (4) | commenti (4)(popup)
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venerdì, 07 novembre 2008,12:16

2 Febbraio 2008

Ci sono giorni che si vorrebbero non vivere, passare da ieri a domani senza il fastidioso intermezzo di un oggi che, già prima del suo arrivo, si sa che porterà solo lacrime. Vengono chiamate ricorrenze e sono date che rimangono nel calendario dei ricordi anche quando non ricorre più un bel niente. Col tempo verranno dimenticate, cancellate dalla quotidianità e dagli impegni, sostituite da altre date da ricordare, e forse allora quel giorno tornerà ad essere un giorno come tanti. A meno che qualcuno non continui a ricordartelo senza motivo.

Oggi sarebbero stati cinque anni insieme. Non so perché ma mi sento di farti gli auguri.

 

2 Febbraio 2007

Ci sono giorni che si vorrebbero vivere per sempre, rubando tempo a uno ieri trascorso nell’attesa e a un domani che può aspettare. Sono giorni in cui le ore volano via troppo velocemente sulle ali di una felicità che non conosce ombre né fine: sempre e mai sono parole che risplendono del loro significato autentico e che arrivano a suggellare promesse d’amore dall’alto della loro eternità, sfidando il tempo, più forti di tutto. E bastano le parole, basta l’amore per raggiungere mondi di cui prima non si sospettava l’esistenza, terre incantevoli dove due respiri fusi insieme diventano vento tra i rami e bisbigliano frasi da custodire nello scrigno dei segreti, dove il bacio del sole e la carezza delle stelle sfiorano dolci colline e rigogliose pianure per illuminarle d’oro e d’argento e regalare calore e brividi, dove lacrime di gioia formano ruscelli cristallini in cui dissetarsi e fiumi e mari che riflettono il sorriso di un cielo senza nuvole. Neanche quel giorno c’erano nuvole.

 

2 Febbraio 2008

Quando quella sera entrò nella hall dell’albergo, grondante di pioggia e con gli occhi duri, l’uomo alla reception l’accolse con un sorriso forzato.

«È libera la 212?»

L’uomo controllò. «La 212 è una matrimoniale.»

«Non ti ho chiesto che stanza è, ti ho chiesto se è libera.»

«È libera. Chiamo qualcuno che l’accompagni.»

«Lasci stare» lo interruppe lasciandogli documenti e contanti e prendendo la chiave. «So dov’è.»

Era passato un anno ma ricordava ogni cosa: il corridoio percorso mano nella mano, il bacio rubato in ascensore, l’attesa mentre la porta della camera si richiudeva alle loro spalle. Allora avevano voluto concedersi un intero fine settimana per festeggiare il loro anniversario, stavolta sarebbe bastata una notte per distruggere il suo ricordo. La stanza era rimasta identica e attese sulla soglia che il cuore diminuisse i battiti prima di entrare. Solo quando si rese conto che non aveva potere su esso ignorò il suo galoppo e l’ondata di emozioni che l’odore di quel posto portava con sé. Ricordò che durante quel fine settimana non avevano lasciato la stanza per più di qualche minuto, perché amore e desiderio erano fuochi pronti a divampare non appena si guardavano. Fu allora che parlarono di un futuro insieme, immaginando la loro casa per poi accorgersi che non aveva importanza come fosse o dove fosse, purché vi potessero vivere insieme.

Gettò il cappotto sul letto e si sedette fissando il pavimento con quello sguardo duro che l’uomo all’entrata aveva notato e che ormai sembrava non poter più abbandonare i suoi occhi.

Si accorse di aver appoggiato al polso il coltello a serramanico e per qualche secondo rimase a guardare il suo bagliore nella penombra. Sotto la lama, il tatuaggio che avevano fatto insieme, un 212 stilizzato, sembrava sfidare il suo coraggio a deturpare il disegno e recidere le vene.

Non aveva mai avuto molto coraggio. Lasciò cadere il coltello e pianse.

by Ariendil | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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martedì, 04 novembre 2008,20:56

LA ROVINA DELLA CASA DEI PAPPHER
(Liberamente, indegnamente e miseramente tratto da "La rovina della casa degli Usher" di E. A.Poe)

 





E' così strana l'eco degli odori sul mio spirito. Sono così strane le parole... sensazioni, spirito... ma che vogliono dire in realtà? Questo è un odore. Direi l'odore di una stoffa, forse un tappeto. Un tappeto di una certa età, che avrà visto trattamenti e mani, ma tanto, troppo tempo fa. Eppure è strano come mi faccia eccitare. Ecco. Immagini. Sono un bambino, ed anche un ragazzo. Di fronte ad una qualche somma prova. Sono un uomo. Impaurito ed eccitato, come se stessi per trovarmi di fronte al patibolo. Gli occhi della gente su di me, la lama, il tempo che si stacca dal resto e si fa imponente. Forse è l'odore del tappeto, della sua decrepitezza; delle sue stagioni passate, lunghe per gli uomini, ma strette alfine anche per lui.

"Ti ringrazio per l'invito. Temo di doverlo rifiutare. Sono così lontano dalla comunanza con gli uomini da non meritarne la grazia. Ma visto che hai manifestato l'intenzione, trovandoti così vicino, di venirmi a trovare, sarei lieto di poterti ospitare. Non credo di poter essere un compagno di un qualche interesse. Pure, è tale la forza del ricordo della tua gentilezza, che mi sarebbe insopportabile non poterla onorare.
Lean Pappher"

Lean era stato un ottimo compagno di scuola, per me. Un aristocratico. Persino nella scelta di frequentare una scuola normale, quale era quella che frequentavo io, invece di quelle affatto esclusive a cui lo destinava la sua posizione. Scelta tra l'altro imposta ai suoi genitori, chissà come, data la sua giovane età. In lui non si vedeva alcuno snobismo, alcuna affettazione. C'era un certo rigore, un semplice potente rigore. Io non sarei mai stato ricordato per i miei successi scolastici e neppure per qualche prepotenza. L'unica cosa che potevo mostrare era la mia modestia, fomentata, almeno così credevo allora, dalla miseria e dai sacrifici della mia famiglia. Sacrifici che parevano essere un tutt'uno con l'origine dei miei avi. Sarà per questo che Lean m'aveva preso a benvolere. Indifferente allo scherno che l'aveva via via circondato, condivideva con me solo i sorrisi che offriva al gran palco del mondo.

"Certo. Abita sulla collina. Da qualche mese ha mandato via la servitù, due sole persone, in verità, e c'è solo un fattore che gli lascia la roba fuori del cancello. E bè... strano lo è sempre stato... neppure i suoi genitori devono essere stati così contenti di lui... ma si sa... in questi casi i pettegolezzi si sprecano... io non ne voglio fare, ma pare che ora stia proprio uscendo di sentimenti. Mah... contento lui... finchè non ammazza qualcuno..."

Mi sarebbe piaciuto rivedere i miei compagni. Forse "piaciuto" è una parola grossa. M'avrebbe incuriosito, ecco. Tanti anni passati lontano, una posizione fortunatamente più solida di quella che avevo trovato per me alla mia nascita, il desiderio di risentire quell'aria di casa, di feste, di quegli affetti, di quelle vibrazioni che nessun'altro posto al mondo avrebbe potuto ricreare. Quelle di cui risuonano gli anni fatti di stupore e meraviglia, gli anni di prima che si diventi uomini. Ma per Lean era diverso. Qui c'era anche il piacere, una voglia sincera di ritrovare l'amico e l'uomo.

"Eccola. La vedi? Ma certo che la vedi, sciocco che sono. Questo ritratto le fu fatto all'età di ventotto anni. Sullo sfondo si nota il profilo di questa villa, ma non mi è dato sapere se la villa fosse solo un dettaglio del paesaggio o un particolare più significativo. Forse che lei e questa casa fossero un'unica cosa? Quasi che le fosse segnata nel destino, oltre che nellla tela? Mi resta poi di lei una incisione, in un volumetto dell'epoca. Ho ritrovato alcune sue lettere, di quand'era ancora più giovane. E poi c'è il grande ritratto nel salone, quello che mi tiene compagnia nelle serate più fredde."

M'aveva accolto con un sorriso stanco. Maturo, più che invecchiato. Sempre molto elegante nei gesti, nei movimenti pacati. Gli interni della casa si restringevano sulla poca luce che veniva dalle lampade. Intorno c'era l'ombra che pareva pronta a ghermire il tutto, lentamente, inesorabilmente. E c'era anche l'odore. Non un odore sgradevole. Piuttosto un odore pieno di nostalgia, di vita che scompariva assieme alla luce. Come quello del tappeto. O dei muri freddi, non più scaldati a dovere, appetibili prede di muffe e infiorescenze ghiotte d'umido. Il sorriso di Lean sembrava non temere il buio.

"Lo so, lo so. Non posso dirlo. Forse  il mio desiderio è tale - a volte è così intenso - che mi pare di poterla raggiungere. Così dolorosamente intenso. Non so di preciso quando è nato. Quando s'è messo nella mia carne. Era come una musica. Guardare i suoi lineamenti, leggere le sue parole... è stato quello il seme? O è stato un pretesto? Era lei che mi aspettava?"

Lean non mi sembrava pazzo. Avevo dei pazzi una immagine più furiosa, o più malvagia. Forse era triste. Sembrava fosse tanto disincantato da subire, forte più che mai, la malia di quel supremo incanto. Tra l'altro questo suo racconto, così delicato, mi faceva quasi    dimenticare che stesse parlando di un fantasma. Fatto non trascurabile. Non avevo alcun problema ad ammettere l'esistenza dei fantasmi. Non me ne sarei fatto condizionare, certo, ma perchè negarne la possibilità? Perchè negare che il peso di secoli di racconti potesse avere una sua realtà? Mi era successo di pensare che persino le fiabe avessero una carica di verità superiore ad una diagnosi medica. Forse erano solo due storie diverse. E la fiaba era, se non altro, meno arrogante.

"Sono sceso dalla corsa del mondo. Non mi ha mai attratto, in verità, nè per passione e neppure per convinzione. Non chiedo che di poter occupare il mio posto. Lo conosco il tuo sorriso. E' un sorriso buono, è quello che hai sempre avuto. Ti stai chiedendo se il mio posto non sia fuori di qui. Ma te l'ho detto, io non chiedo nulla. Lei è una scia luminosa, una lucciola: è più reale lei e quello che mi offre delle onde che il mondo crede di inseguire e che invece prendono il mondo e lo offrono alla clemenza degli dei degli abissi."

Quella sera non potei fare a meno di pensare a quei due amanti, di secoli nati separati. Ma chissà che non si fossero davvero incontrati. Immaginavo Lean seguire di notte la figura di lei che s'aggirava per le stanze della villa, avvolta da un'aura di luce bluastra, che lasciava piccole faci, gocce di vita che la morte non avrebbe mai potuto prendere. Sentii un rumore. Mi alzai nel letto di soprassalto, subito ridendo di quel mio spavento. Ma il rumore, inequivocabilmente, continuava, pareva trascinarsi nel corridoio. Mi alzai del tutto, fu più forte di me. Corsi alla porta, la apersi, girai il capo da una parte e dall'altra. Sulla mia sinistra, nell'oscurità, a circa dieci passi di distanza, s'allontanava la sagoma di Lean, lenta, tranquilla. Spostai subito l'occhio davanti a lui, e ancora più avanti... nulla, nulla fino a dove il corridoio svoltava ancora. Lì  colsi un bagliore che subito svanì... o forse era un chiarore che la finestra aveva lanciato sul muro.

Non ho più rivisto Lean. La crescente fortuna dei miei affari mi portò ancora lontano, per altri anni. Lean morì prima del mio ritorno, non si riuscì a stabilire  per quale causa. Lo trovarono seduto su una poltrona del salone, quasi si fosse lì addormentato. La bella lo guardava dal ritratto. La casa andò venduta e finì distrutta in un incendio, poco prima che qualcuno la abitasse nuovamente. Quel bagliore che mi pareva d'aver intravisto quella notte mi tornò sempre in mente, negli anni a venire. Così pure sempre tornai a chiedermi se Lean non avesse trovato, in ogni modo, una specie di... felicità, una felicità più grande, più vera, di quella che a volte ci sembra di stringere.    

by PAPPINA | commenti (5) | commenti (5)(popup)
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