Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 31 ottobre 2008,08:50

Essenza del Viaggio

Assoluto Viaggio...
Che il suono della propria voce
sia solo vago ricordo
affinché con mani, occhi ed orecchie
venga compiuto il senso di un Viaggio...

 
Amorgos. Isola Greca, culla dell'uomo...
Tappa di un fisico Viaggio
Utero dal quale il Viaggio attraversa remoti pensieri
Germe e Reincarnazione dell'infinito Viaggio del Tempo...
 
Un solo tema composto
Un solo segno tracciato
Ritmica eterna
Pronti ad essere rivissuti
Ripercorsi
Variati
Forti della loro unica essenza:
 
L'essenza di Viaggio Assoluto...


by maestrobuitre | commenti (3) | commenti (3)(popup)
Link | categoria:vibrazioni disperse
martedì, 28 ottobre 2008,06:50

Così sono rimasta sola da quando Ulisse mi lasciò partendo da quest’isola eterna.
Ho lacrime saline come il mare che mi culla sotto la luna nelle calde notti dopo che il sole
ha arroventato la sabbia dorata. Sì, sono qui io Calypso da queste rive nude, da quest’aria salmastra che accarezza la mia pelle e brucia il mio cuore… Sognavo stanotte le sue mani forti prendere i miei fianchi mentre distesi lasciavamo che le onde del mare spumeggiassero sui nostri corpi, i miei seni turgidi baciati dalla sua bocca e senza fiato le mie labbra dischiuse anelavano ad un bacio. Oh, Eros, ti sei abbattuto su di me e mi hai abbandonato dopo aver lasciato che io desiderassi così tanto quest’uomo ed arrivassi ad amarlo, Eros crudele. Ricordo il suo arrivo. La notte avevo avuto un presagio, nuvole nere e dense avevano celato il cielo e la luna e le stelle ai miei occhi quando, destata da forti rumori ero accorsa fuori con le mie ancelle. Eolo soffiava tra gli alberi e dal mare conduceva a me profumi mai sentiti inebrianti e dolci. Speziate onde attraversavano la mia anima ed i capelli sciolti danzavano per l’aria selvaggia e fresca. Quando tutto finì rimasi a scrutare l’orizzonte in attesa di qualcosa, sapevo che sarebbe accaduto sapevo che da quella notte qualcosa sarebbe cambiato, qualcosa, qualcuno, forse io, io. All’alba vidi un uomo sfinito abbracciare la sabbia: era lui il mio naufrago. E di lui compresi il respiro e compresi il lamento ed il pianto e capii di esser perduta ormai, perduta… Da quel mattino rimase senza chiedere nulla che non fosse il mio tempo per ascoltarlo, facendomi dono della sua presenza nella mia dimora dai profumi di cedro; rimase e mi amò come solo gli uomini sanno fare ed il mio cuore impazzito non conobbe sosta e non pensò che lo avrei visto molte volte seduto di fronte al mare: il suo sguardo malinconico avvolgere il cielo o l’iride immersa nell’acqua cristallina. Amavo osservare quest’uomo e mi riempivo di lui, della sua voce che fendeva l’aria e arrivava come musica a far vibrare il mio essere. Guardavo le sue sembianze umane, le vene solcare la sua carne e le sue mani rude che sapevano accarezzare come mai avevo sentito. Gli sorridevo e molte Aurore ci trovarono vicini dopo lunghe notti d’amore. Di giorno al mio telaio tessevo con la mia spola d’oro trame rarefatte mentre lui ritornava a sedersi di fronte al mare. La ragione avvertiva il mio cuore: "è solo un uomo Dea, cosa vuoi da lui?" Tremavo al pensiero di sapere il perché della sua malinconia; sfuggiva il mio animo ai dubbi, felice di risvegliarsi tra le sue braccia. Quando il primo tenue raggio dell’astro splendente si posava sui miei occhi, li socchiudevo desiderando che questo si avverasse per molto tempo ancora, ancora. Lentamente assaporavo la meraviglia del suo corpo che combaciava col mio e con una mano solcavo la sua schiena ed a quel dolce richiamo rispondeva il suo respiro per farsi largo tra i miei capelli. Raccontava la sua natura di uomo con ogni bacio e mi amava: questo solo importava, null’altro. Avevo imparato a conoscere di ogni piccolo segno sul suo viso una grande storia. E quando da lontano lo osservavo dirigersi verso il luogo della sua solitudine, sapevo che si allontanava da me anche con la mente. Ma ogni volta ritornava, ritornava… "E’ solo un uomo - rispondevo alla ragione con il cuore in tumulto – ma io voglio i suoi ritorni.”


by Adelaide_Spallino | commenti (3) | commenti (3)(popup)
Link | categoria:di luce e di ombra
venerdì, 24 ottobre 2008,08:11

Gus Mell era seriamente preoccupato. L’ultimo editore interpellato gli aveva rifiutato per l’ennesima volta il suo libro e non era stato neppure gentile. Anche se la critica era sempre la stessa: roba vecchia, senza mordente. Sì, doveva farsi venire in mente un’idea vincente. Ma era poi così difficile scrivere un best-seller? Da quello che leggeva in giro non si sarebbe proprio detto. Ma era tempo comunque che pensasse a qualcosa di nuovo. Lo assalirono pensieri cupi. Forse quello non era il mestiere adatto a lui, sarebbe stato terribile, fosse stato così.

La casa gli apparve desolata, inospitale, quasi fosse quella di un altro. Accese la luce nel corridoio facendo volare il cappotto sulla sedia. Aveva fame e come al solito si era dimenticato di fare la spesa. Scosse la testa. Tornò indietro dalla cucina ed entrò nello studio.

«Dobbiamo trovare una soluzione!» sentì dire e quella voce gli gelò il sangue. La voce proveniva dalla parte rimasta buia della stanza. Non distingueva bene. «Non ti devi spaventare, Gus. Sono io».

«Io chi?»

«Ti sei già dimenticato? Mi hai inventato tu». Una figura uscì dall’ombra. Era un uomo che poteva avere la stessa età di Gus, con un cappellaccio di sbieco a coprirgli parte del volto; un impermeabile scuro gli avvolgeva il resto del corpo. Chiunque fosse quel tipo, doveva essere un emulo di Humphrey Bogart. «Tanto tempo fa scrivesti di me» continuò la figura con un non so che di divertito nella voce. «Erano racconti di av­ventura ambientati, se ti ricordi bene, nelle campagne qui attorno. Mi avevi anche affibbiato un soprannome che ho sempre odiato: il Geko. Ma ti sembra un soprannome da dare a un personaggio?»

«Jacob, Jacob Forrester! L’entomologo!»

«Pessima idea anche quella! A chi credi possa interessare uno che bazzica tra farfalle e formiche?»

«Lui... tu non bazzichi, se uno studioso. Ma poi non capisco… cosa vuoi? Come hai fatto ad entrare?»

«Entrare? Sono sempre stato qui, nella tua testa. Comunque sono venuto per risolvere il tuo problema. Tu vuoi vendere i tuoi libri se non sbaglio…»

«Certo, e allora?»

«E allora faccio al caso tuo…»

«In che senso?»

«Modificando il mio personaggio qua e là e qualche vecchia storia, ne può uscire qualcosa di buono».

«No, non funzionerà mai, ho provato a farle pubblicare le avventure di Forrester, ma nessuno le ha volute neppure leggere».

«Ci credo. Ma stai zitto un attimo e ascolta. Prima di tutto io non sono un entomologo!»

«Ah no?»

«No. Mi fanno ribrezzo i ragni e tutte quelle altre bestie immonde che finiscono spillate in qualche teca».

«E allora che mestiere ti piacerebbe fare?»

«Semplice! A me piace uccidere».

«Cosa?»

«Hai capito benissimo. Mi piace uccidere. Lo faccio benissimo. Lo farei anche gratis, ma visto che sono molto bravo mi faccio anche pagare. Ho cominciato fin da quando ero ragazzo e tu in parte ne sei responsabile».

«Come responsabile?»

«Tu mi hai creato non ricordi?».

«Ma io ho inventato un entomologo».

«Già, bella immondizia!» Gus Mell stentava a credere che quella discussione stesse avvenendo davvero. Ma anche se era un brutto sogno vale la pena di farlo in fondo. «Dobbiamo rendere il personaggio avvincente» continuò Gus. La voce gli era diventata monotona, distaccata, come recitasse un copione già scritto. «Deve essere gradito al pubblico. Così ho pensato che potrei uccidere a pagamento solo le persone veramente cattive, secondo un criterio di giustizia sostanziale. Si potrebbe anche pensare a un ispettore, capace e intelligente, che segretamente mi ammiri, e che sia sempre lì lì per scoprirmi senza però riuscirci. Che ne pensi?»

«Mi sembra un’idea folle, Forrester».

«E mi devi anche cambiare questo schifo di nome. D’ora in poi mi devi chiamare Jack. Jack Young» E siccome Gus non parlava, l'altro insistette: «Insomma vuoi o no a sfornare best-sellers?»

«Ma tu cosa ci guadagni?»

«Che domande? La fama. Diventerei famoso. Tutti conoscerebbero le mie gesta e diventerei immortale». Gus aveva peso a rosicchiare nervosamente la matita.

«Dai, non perdiamo tempo. Vai al computer…» fece Jack sedendosi e togliendosi il cappello.

«Che ci devo fare con il computer?»

«Io detto e tu scrivi».

«Come?»

«Chi meglio di me sa come deve agire il mio personaggio?»

Gus e Jack stettero alzati tutta la notte e alle prime luci dell’alba il libro era già finito. ‘Omicidio a luci spente’ si intitolava. L’editore quando lo lesse ne fu entusiasta. Non la smetteva più di congratularsi con Gus. Aveva fatto centro. All’uscita del libro ,in poche settimane ,divenne il più venduto.

«Bisogna trovare un seguito» disse Jack qualche tempo dopo.

«Che fine hai fatto? Pensavo che il successo ti avesse dato alla testa».

«Ho avuto da fare» disse Jack brusco «Ho dovuto provare la scena della nuova avventura».

«Scena? Quale scena?»

«Quello dell’omicidio. La preparo per tempo, mi documento, guardo un po’ come vanno le cose, le reazioni della vittima, della gente, poi cambio nomi, situazioni, ambientazione…»

«Non capisco».

«Ma sì che capisci. Ho giù ucciso la prossima vittima della nuova avventura e mi sono venute in mente un mucchio di idee».

«Vorresti forse dire che scriviamo degli omicidi che tu compi?»

«Certo. Mi serve per essere più realistico e convincente. Ma tranquillo. È successo in un altro Stato. Cambio molte cose, nomi, luoghi, è impossibile risalire a noi. Non ti preoccupare sono prudente».

Gus si mise ad urlare. Con tanta voce in corpo che non sapeva neppure di avere. Disse delle cose terribili e alla fine Jack sparì.

Trascorsero diversi mesi e l’editore cominciò a farsi pressante perché Gus scrivesse il seguito. Era disperato. Provò a scrivere da solo, ma era inutile: non riusciva ad avere lo stile graffiante e avvolgente di Jack.

«Dobbiamo trovare una soluzione!» sentì ancora una volta dire nella stanza apparentemente vuota. Era Jack.

«Volevo chiederti scusa» fu l’unica frase cui Gus pensò.

«Non ti preoccupare, ma non c’è tempo per le gentilezze… Vai al computer... e scrivi».

Gus ubbidì senza dir nulla, volendo dimenticare quale sarebbe stato il terrribile prezzo da pagare per pubblicare quel libro e i prossimi ancora. ‘Notte tragica a Bangkok’ fu un altro successo. Gus Mell si comprò una villa sulla collina. Cominciò a circondarsi di agi e lussi prima impensabili. Si concesse un’auto sportiva, quel viaggio che tanto aveva desiderato, un guardaroba completamente nuovo… A quel libro seguì: ‘La facile preda’ e ‘Cinque motivi per non morire’. Gus diventò ricco, enormemente ricco, chiudendo un occhio sugli omicidi e tutto il resto e persino illudendosi di scriverli davvero lui. Poi una sera…

«Ho deciso di smettere di scrivere, Jack» gli disse senza tanti preamboli. Sembrava che l’altro se lo aspettasse, tanto che a quelle parole si limitò a chiudere gli occhi. «Ho pensato di ritirarmi» incalzò Gus. «Ho guadagnato molto dai miei libri. E credo che sia meglio finirla qui».

«I ‘tuoi’ libri Mell?» Gus abbassò lo sguardo.

«Mi dispiace Jack, la nostra collaborazione finisce qui» disse risoluto.

«Non hai capito. Sei tu che non puoi fare a meno di me. Io invece sono libero di andare da un altro scrittore. Cambierò qualcosa. Magari ambienterò le mie storie in un altro Paese e in un’altra epoca. Ma non mi posso fermare».

«Allora ci penserò io a fermarti». Andrò da uno strizzacervelli, mi farò psicanalizzare e ti cancellerò dalla mia mente e finanche dal subconscio.

Jack guardò intensamente Gus. «No, non è così che andrà». Jack estrasse dalla tasca una Luger brunita, e con un movimento esperto avvitò il silenziatore. Gus si irrigidì. Sbiancò. Jack sparò tre colpi lentamente cui seguì il tonfo sordo del corpo di Gus che si accasciò a terra come se si fosse improvvisamente sgonfiato. «A me piace uccidere, come te lo devo dire?»

by briciolanellatte | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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martedì, 21 ottobre 2008,17:18

Villaggio di La-Grange-aux-Ormes, anno 1436

I due fratelli giunsero al villaggio mentre si stava svolgendo un torneo. Fra i tanti cavalieri scoprirono che il più abile era in realtà una donna, la stessa che volevano incontrare a tutti i costi.

Correva voce che quella fanciulla andasse raccontando in giro di essere la loro sorella, morta ormai da circa cinque anni. Niente di più assurdo, pensò Petit-Jean, il più giovane dei due. Sia lui che suo fratello Pierre erano certi della morte della sorella Jeanne. Aveva fatto una fine orribile, bruciata sul rogo come eretica sulla pubblica piazza di Rouen, di certo non poteva essere il misterioso cavaliere che si stava battendo con tanta ferocia. In quel mentre Pierre si voltò a guardare Petit-Jean. Il suo sguardo era duro come la pietra.

“Dobbiamo smascherare quell’impostora, fratello.”

“Sono d’accordo, ma come?”

“La sfideremo a duello.”

Quando la singolar tenzone ebbe inizio si creò un silenzio innaturale fra gli spettatori.

Quella giovane donna stava suscitando lo stupore di tutti i presenti. Come poteva una donna essere così abile con le armi e sconfiggere i più forti cavalieri del regno? Sarebbero riusciti i nuovi arrivati a vincerla?

Quando Petit-Jean se la trovò davanti però non riuscì a resistere alla curiosità di chiederle: “Chi siete?”

Il cavaliere sollevò la visiera dell’elmo, mostrando così il suo volto.

Doveva avere sui venticinque anni ed aveva un viso dai lineamenti fini e regolari. Lo sguardo era fiero e dimostrava una grande forza d’animo. A Petit-Jean quasi non venne un colpo in quanto non poteva non riconoscerla. “Jeanne?” Mormorò pallido come un lenzuolo. “Sei nostra sorella?”

La fanciulla sorrise. Era certa che il suo fratellino l’avrebbe riconosciuta.

Di certo non era il solo che aveva visto in lei ciò che era stata cinque anni prima. Tutti conoscevano la leggendaria Jeanne che si era battuta con estremo coraggio contro gli inglesi, riportando in battaglia numerosi successi. Si era battuta con il coraggio di mille uomini, lei che era solo un’umile pulzella. Si era persino guadagnata la stima del re. Eppure l’avevano condannata al rogo senza pietà, in un mondo governato da uomini una donna abile e coraggiosa doveva suscitare paura e invidia.

Ma adesso era tornata dal regno dei morti.

 

Ispirato alla misteriosa ricomparsa di Giovanna D’Arco a cinque anni dalla sua morte sul rogo.

by Luna70 | commenti (19) | commenti (19)(popup)
Link | categoria:al chiaro di luna
martedì, 21 ottobre 2008,16:58

Villaggio di La-Grange-aux-Ormes, anno 1436

I due fratelli giunsero al villaggio mentre si stava svolgendo un torneo. Fra i tanti cavalieri scoprirono che il più abile era in realtà una donna, la stessa che volevano incontrare a tutti i costi.

Correva voce che quella fanciulla andasse raccontando in giro di essere la loro sorella, morta ormai da circa cinque anni. Niente di più assurdo, pensò Petit-Jean, il più giovane dei due. Sia lui che suo fratello Pierre erano certi della morte della sorella Jeanne. Aveva fatto una fine orribile, bruciata sul rogo come eretica sulla pubblica piazza di Rouen, di certo non poteva essere il misterioso cavaliere che si stava battendo con tanta ferocia. In quel mentre Pierre si voltò a guardare Petit-Jean. Il suo sguardo era duro come la pietra.

“Dobbiamo smascherare quell’impostora, fratello.”

“Sono d’accordo, ma come?”

“La sfideremo a duello.”

Quando la singolar tenzone ebbe inizio si creò un silenzio innaturale fra gli spettatori.

Quella giovane donna stava suscitando lo stupore di tutti i presenti. Come poteva una donna essere così abile con le armi e sconfiggere i più forti cavalieri del regno? Sarebbero riusciti i nuovi arrivati a vincerla?

Quando Petit-Jean se la trovò davanti però non riuscì a resistere alla curiosità di chiederle: “Chi siete?”

Il cavaliere sollevò la visiera dell’elmo, mostrando così il suo volto.

Doveva avere sui venticinque anni ed aveva un viso dai lineamenti fini e regolari. Lo sguardo era fiero e dimostrava una grande forza d’animo. A Petit-Jean quasi non venne un colpo in quanto non poteva non riconoscerla. “Jeanne?” Mormorò pallido come un lenzuolo. “Sei nostra sorella?”

La fanciulla sorrise. Era certa che il suo fratellino l’avrebbe riconosciuta.

Di certo non era il solo che aveva visto in lei ciò che era stata cinque anni prima. Tutti conoscevano la leggendaria Jeanne che si era battuta con estremo coraggio contro gli inglesi, riportando in battaglia numerosi successi. Si era battuta con il coraggio di mille uomini, lei che era solo un’umile pulzella. Si era persino guadagnata la stima del re. Eppure l’avevano condannata al rogo senza pietà, in un mondo governato da uomini una donna abile e coraggiosa doveva suscitare paura e invidia.

Ma adesso era tornata dal regno dei morti.

 

Ispirato alla misteriosa ricomparsa di Giovanna D’Arco a cinque anni dalla sua morte sul rogo.

by Luna70 | commenti | commenti (popup)
Link | categoria:al chiaro di luna
venerdì, 17 ottobre 2008,21:32

La corsa sulla terza linea della metropolitana era più rumorosa del solito quel giorno.
Il venerdi pomeriggio di un piovoso giorno di aprile proseguì con una monotonia allucinante, tra gente che saliva e altrettanta che scendeva a ogni fermata.
Due coppie di adolescenti si sedettero sulla fila di posti rimasta libera. I ragazzini avevano entrambi i piercing sul sopracciglio e si muovevano con strafottenza; senza un filo di inibizione iniziarono a pomiciare con le loro ragazzine vestite male e truccate ancora peggio. A quello spettacolo, l'anziana di fronte che reggeva tra le mani la busta di plastica del negozio di turno fece una smorfia e distolse lo sguardo.
Qualche sedile più in fondo, spuntava la testolina innocente di un bambino, così buffo in mezzo a tanti adulti che leggevano riviste o fissavano qualche punto imprecisato, in attesa della prossima fermata.
Il bimbo poteva avere, a occhio e croce, circa dieci anni. Non era insolito vederli usare i mezzi di trasporto da soli già a quella età. Nessuno dei passeggeri parve sorpreso.
Qualche ragazza adocchiava di nascosto la coppietta intenta a scambiarsi effusioni a prova di lingua. L'anziana signora volgeva lo sguardo altrove, strisciando con nervosismo la punta dell'ombrello per terra.
Il bambino in fondo alla sua fila sorrideva. Aveva i capelli ricci e spettinati, la carnagione olivastra, dei vestiti anonimi e un po' sporchi. Sembrava un figlio di zingari, destinato a chiedere l'elemosina suonando la chitarra o il violino come avrebbero fatto i suoi genitori. Poggiata sulle sue ginocchia c'era una scatola per scarpe. Le sue piccole dita stringevano un foglietto di carta.
I freni fischiarono e le porte si aprirono. Altri passeggeri salirono, alcuni sbuffando e altri guardandosi intorno alla ricerca di un posto da occupare.
Appena il treno ripartì, l'anziana sbirciò di nuovo quei ragazzacci che facevano quelle cose disgustose.
Uno dei due ragazzi col piercing aveva gli occhi semichiusi, un'espressione beata e reggeva per le chiappe la sua ragazza, occupata a leccargli le labbra come se fossero in un luogo appartato.
Il bambino continuava a sorridere sereno, guardando con tranquillità chiunque. Aprì il foglietto lentamente, le mani raccolte sulla scatola di cartone.
L'anziana lo inquadrò per la prima volta da quando era salita. Aveva ancora due fermate di attesa e forse sarebbe stato meglio non fissare più nessun'altra persona lì dentro.
Ma quel bambino aveva un qualcosa di strano. C'era un particolare che non andava.
Qualcuno starnutì, un uomo con gli occhiali dalla montatura marrone discuteva animatamente con il vicino.
L'anziana continuò a guardare il bambino che adesso leggeva le due righe scritte a penna sul foglietto.
Da quella distanza la donna non sarebbe mai riuscita a leggere, ma le parvero le indicazioni di un indirizzo. Si aspettava da un momento all'altro di vedere una donna o un uomo alzarsi e prendere per mano il bambino, per condurlo agli sportelli, non appena il treno si fosse fermato. Ma non accadde nulla del genere.
Altra fermata, altra giostra.
Il bambino sorrise e richiuse il foglietto con cura. Poi guardò i colori sulla scatola di scarpe.
L'anziana notò con sollievo che le due coppiette erano già scese, dirette probabilmente ai giardini pubblici o in qualche altro posto dove sarebbero stati liberi di continuare a fare porcherie.
Ma il bambino rimase seduto e composto, con la testa declinata verso la scatola chiusa.
Ancora una fermata e sarebbe scesa e niente avrebbe avuto più importanza.
Il bambino all'improvviso si voltò verso di lei e la scoprì.
La donna arrossì appena ma continuò a guardarlo.
Il bambino le sorrise, denti bianchissimi e occhi socievoli.
Poi aprì la scatola e infilò dentro la piccola mano destra.
La donna si alzò aiutandosi con l'ombrello a mò di bastone. La sua fermata era ormai vicina.
Si accostò alla maniglia accanto agli sportelli e da quella nuova posizione poteva spiare meglio.
Il bambino tirò fuori un piccolo cilindro arancione dai bordi rossi, con una miccia di qualche centimetro.
La donna non credette a quella scena. Guardò rapidamente gli altri passeggeri ma nessuno, in quel preciso istante, era interessato a ciò che maneggiava il bimbo.
Quando i freni stridettero un'altra volta, la donna si aggrappò con fatica alla maniglia. Le porte si spalancarono con uno scatto metallico.
Lei scese e si fermò, le spalle contro il cartellone pubblicitario sulla parete della stazione.
Tutti gli altri che erano scesi con lei si affrettavano a raggiungere le scale mobili. Lei restò, la bocca spalancata, gli occhiali posati sulla metà del naso.
Il bambino le sorrise ancora, mentre le porte si richiudevano.
Ripose nella scatola il candelotto di dinamite.
Il treno riprese la sua corsa in progressione.
La bocca della donna tremò.
Il bambino, inquadrato dal finestrino, la salutò con la piccola mano.
L'ombrello della vecchia scivolò, cadendo ai suoi piedi.
Quando il convoglio imboccò la galleria scura, rimase sola in quel tunnel di metallo e cemento.
Non si mosse per raccogliere l'ombrello finchè giunsero altre persone.

by Univers | commenti (16) | commenti (16)(popup)
Link | categoria:ti porterò lontano
martedì, 14 ottobre 2008,06:57
Dietro le quinte del circo, si stava per consumare un dramma, il passeggiatore sulle code era ubriaco fradicio e non riusciva a tenersi in piedi. L’impresario furibondo temeva il peggio e camminava avanti e indietro nervosamente, lisciandosi i lunghi baffi all’in su. Fu in quel momento che a qualcuno venne la stramalaugurata idea di propormi per sostituire Max. O cammini sulla corda o ti sbatto fuori, questa è la tua ultima possibilità, diceva l’impresario agitandosi. Io in vita mia non ero mai salito su un muretto di mezzo metro e l’idea di essere in cielo e guardare quegli uomini piccoli piccoli mi terrorizzava. In realtà il mio numero non faceva ridere nessuno ero un clown depresso, disperato, innamorato della figlia del padrone ma non corrisposto, già diverse volte avevo tentato di farla finita buttandomi nel fiume. Ma come i gatti anche io ho tante vite e alla fine accettai con un no. Mi misi alla ricerca del costume che era composto da uno smoking di tre taglie in più un cilindro e il bastone, mio inseparabile amico. Mancava la calzamaglia indumento essenziale per un acrobata, aprii un baule e una dozzina di scimmiette schizzarono da tutte le parti, mi tiravano la giacca mi saltavano addosso e giocavano con i miei capelli. Con gambe di gelatina uscii avvolto nel mantello che strascicava in terra, fu lì che mi venne l’idea di farmi appendere da un filo che alla distanza del pubblico non si sarebbe mai visto. Mi misi d’accordo con l’operaio e dopo delle ripetute riverenze mi avviai verso la scala a pioli. Salivo per sin troppo velocemente tirato da quel filo d’acciaio che mi avrebbe salvato la vita.


La vertigine questo strano senso di essere risucchiati nel vuoto, una paura misteriosa, sensazione falsa di movimento dell’ambiente rispetto a te stesso. L’instabilità, nell’attesa infinita. Ero leggero e mi muovevo sapendo di essere aggrappato alla vita. Camminavo con molta calma e già a metà strada ballavo a venticinque metri dal suolo. Fu in quel momento che mi resi conto che il filo si era spezzato e la corda su cui stavo camminando iniziò a oscillare. Una scimmia mi morsicava il naso, l’altra mi levava i pantaloni e il pubblico si era alzato in piedi preoccupato. Arrivai dall’altra parte e inforcai la bicicletta in diagonale verso l’uscita, mi ritrovai poco dopo con la testa dentro una botte di farina del droghiere accanto.
Capii molte cose da quell’avventurosa esperienza e ora so che spesso le proprie stampelle tradiscono il senso di quello che puoi cambiare e di quello che devi accettare. Il circo levò le tende e io tornai a fare il vagabondo scappando dai poliziotti e sognando un paio di scarpe nuove.
by miskin | commenti (5) | commenti (5)(popup)
Link | categoria:
venerdì, 10 ottobre 2008,09:08

«Perché sei qui?»

«Lo sai perché sono qui.»

«No, non lo so. Vieni e vai a tuo piacimento. E lo fai sempre per motivi diversi. Qual è il motivo stavolta?»

«Il motivo è sempre lo stesso, ogni volta che vengo da te. Salvarti.»

«Io non ho bisogno di essere salvata.»

«Tutti hanno bisogno di essere salvati da qualcosa. Ma non tutti hanno me. Tu sì. È per questo che sono qui.»

«E da che cosa mi staresti salvando?»

«Guarda dietro di te…»

«La finestra? Mi salvi da una finestra?»

«Vedi la finestra anziché quello che c’è al di là del vetro. È da questo che ti salvo.»

«Vedere solo la finestra mi va benissimo. Non è obbligatorio saper guardare oltre.»

«Per quelli come te sì, invece. È molto più che obbligatorio. È vitale. Hai ancora molto da imparare, ragazza…»

«Dimmi cosa devo fare, allora.»

«Usami.»

«Ora non posso, non ho tempo…»

«Non hai tempo? Forse non ci siamo capiti… Tu fai quello che dico io. Sempre. E io voglio che adesso non pensi a nient’altro che a me, voglio che chiudi il mondo fuori da questa stanza, che lasci andare la tua passione, che ti perdi in me. Non è una cosa che puoi scegliere: ormai io sono qui.»

«Così sa un po’ di regime autoritario…»

«Infatti.»

«Il nostro non sarà mai un rapporto alla pari, vero?»

«Certo che no. Sono io a decidere, sono io a muovere i fili di tutto. Tu devi solo aspettarmi senza cercarmi mai: quando sarò nelle vicinanze vedrai che saprai accorgertene.»

«E immagino di non poterti neanche avere solo per me…»

«Non sperare di essere l’unica, non lo sarai mai. Io sono di molte persone e tu sei sono una delle tante. Ma non potrai comunque fare a meno di me: ti mancherò quando non ci sarò, avrai voglia di cercarmi ma saprai che sarà inutile, a volte crederai di avermi perso per sempre. Non mi perderai mai, ma dovrai saper aspettare il tuo turno.»

«Ah… In pratica è una fregatura.»

«Vedila come vuoi, non ha importanza.»

«Non mi chiedi se mi sta bene questa cosa? Potrei anche tirarmi indietro.»

«No che non puoi tirarti indietro. Te l’ho già detto, non sei tu a decidere, non è una cosa che puoi scegliere. Ma ora basta parlare, non starò qui tutto il giorno. Usami.»

«Sappiamo entrambi che sei tu ad usare me. Non è forse così?»

«Sì. Tu sei solo un mezzo per dare corpo al mio sussurro.»

by Ariendil | commenti (11) | commenti (11)(popup)
Link | categoria:sogni elfici
martedì, 07 ottobre 2008,01:24




LA NOTTE




Se avessi almeno una parola, una parola che sollevi la carne, dall’osso, come l’aratro stacca le zolle. Per far arrivare dentro il sole, e l’ossigeno, e dare al seme la speranza. Invece di questa crosta dura e battuta, che quasi rifiuta l’acqua, se non è più che leggera, di quest’erba che sa di deserto, quest’erba bianca e secca quasi fosse un fantasma. E questa parola la vorrei per te. Vorrei sollevare la tua carne e farla vibrare, densa e pesante come velluto. In una lunga giornata, dove i tuoi occhi posano sereni.

 

Ci vorrebbero parole, e cose, e vita. Ma a volte il mio sconforto è tanto che vorrei essere un coleottero. Sempre che sia sufficientemente stupido. Un bel coleottero con la livrea verde smeraldo, dura, lucida, le sue belle zampette nere, uguale ad almeno settecentomila altri, che si muove automaticamente tac tac tac finché non finisce la linfa. Adesso invece sono troppo. E sono solo un beduino che guarda dal crinale della duna lo scempio che i banditi fanno del villaggio. La mia tenda è nascosta e abbastanza lontana. Guardo senza farmi vedere. Annuso il vento, che non porti l’odore dei predoni verso me o il mio a loro. E pensare che vorrei regalarti l’oasi più bella.

 

La giacca blu. Quella che ho comprato una volta ed è ancora lì, a mostrarsi fra le altre quando apro l’armadio. O ad infilarsi nei pensieri, quando i pensieri si colorano delle vene amaranto dei petali. La giacca blu, quella che brilla sotto le luci. Che avrei dovuto mettere, un giorno, che era ieri e poi è diventato domani. E già, hai indovinato: non è mai stato stasera. Quella giacca da portare su un palco, anche con pochi occhi a guardare, ma pur sempre occhi a guardare. Ora dovrei buttarla, fare posto e aria a vestiti per la pioggia, per il vento. Oppure lasciarla dov’è. Tenerla pronta. Fosse soltanto, magari, per coprirti gli occhi e non farti vedere la notte, se arriva.  

  

by PAPPINA | commenti (4) | commenti (4)(popup)
Link | categoria:mille e una pappa