Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
lunedì, 29 settembre 2008,21:14

C’è qualcosa di magico nell’aria del mattino. Non è la bellezza struggente del tramonto, la delicata armonia dell’alba, non è neanche lo scrigno di mistero della sera. È qualcosa di più impalpabile, che prescinde i sensi e si percepisce con quella parte dell’essere umano che, spesso a torto, viene chiamata anima. Era per questo che a lei piaceva così tanto correre al mattino presto: le piaceva respirare quell’aria innocente, immergersi in quell’atmosfera che sembrava rubata a un dipinto, far parte di quell’attimo che sarebbe svanito senza rendersi conto neanche di essere esistito. Correva, mentre la città si rigirava ancora tra le lenzuola, sospesa tra il sonno della notte e la frenesia del giorno. Il suo respiro si fondeva con essa al ritmo regolare della sua corsa. In tasca aveva l’iPod, ma non lo stava ascoltando: preferiva il suono degli aghi di pino sotto i piedi, i fruscii misteriosi nell’erba, i versi degli uccelli nascosti tra i rami. Inevitabilmente i pensieri volavano ad altri mondi, ad altre realtà fatte di spade e magie. Sorrise, mentre la scena che le serviva per il romanzo che stava scrivendo le si mostrava per la prima volta. L’avrebbe vista altre volte, lo sapeva già, si sarebbe modificata, pulita, adattata alla storia, fino ad assumere la sua forma definitiva. Solo allora avrebbe smaniato per essere scritta. Adesso no, era ancora troppo presto, poteva continuare a correre. Si spinse più all’interno della pineta, dove i rumori della strada non esistevano più neanche come ricordo lontano e dove all’incanto del mattino e della natura si univa la pace della solitudine. Quando si fermò era piacevolmente stremata. Rimase in piedi qualche minuto per riprendere fiato e permettere al sudore di asciugarsi, poi si lasciò cadere sull’erba e incrociò le mani dietro la testa lasciando che lo sguardo vagasse tra le fronde. Si sentiva così bene che sarebbe rimasta lì per sempre. Prese l’iPod e infilò le cuffie nelle orecchie, scelse l’album di Ani DiFranco che aveva scaricato la sera prima e chiuse gli occhi mentre la musica partiva. Il tiepido sole del mattino le accarezzava il viso insinuandosi tra le foglie e le note, il suo tocco era timido e leggero come quello del primo amante. Se ne accorse subito quando un’ombra lo oscurò. Riaprì gli occhi di scatto e fece per alzarsi, ma la mano di un uomo si chiuse sulla sua bocca spingendola di nuovo a terra. Lo vide parlare ma non riuscì a capire cosa dicesse: Ani DiFranco le cantava ancora nelle orecchie con la sua voce sensuale. Un istante dopo l’uomo si chinò su di lei. Provò a liberarsi, diede fondo a tutte le sue forze per farlo, ma si sentiva sempre più schiacciata tra il suo corpo e il suolo. Gli aghi di pino che prima tanto le piacevano sembravano ora punte acuminate che le mordevano la schiena, gli alberi assunsero sfumature scure, muti spettatori che non avrebbero mosso un dito per aiutarla. E la magia del mattino… La magia del mattino svaniva per sempre, persa nel rumore della musica, nella sofferenza delle lacrime, nelle grida soffocate da una mano lurida.

by Ariendil | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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venerdì, 19 settembre 2008,06:55

Nessuna recriminazione, no, nessuna.
Ti spiace se mi accendo un’altra sigaretta? E’ una delle tante di oggi e non penso proprio che sarà una delle ultime. Hai uno sguardo che non mi piace. Tanto so cosa pensi. Sono un verme, vero? Mi hanno insegnato a trattare bene le donne; mia madre ad esempio me lo diceva ogni santo giorno, ché lei ne aveva avute di mazzate da mio padre. Anche quelle che sarebbero dovute essere mie. Uno che cresce come me sa che la gentilezza è un buon biglietto da visita con cui presentarsi ad una donna, perché le donne son così. Sono più toste ed aggressive di una volta, l’affabilità però la pretendono da te. Ed io con lei non sono stato amabile? Non le ho forse dato tutto? Non l’ho colmata di attenzioni solo per vederle brillare gli occhi ora per la felicità ora per l’ eccitazione? Continui a guardarmi come se non mi conoscessi, beh amico, sai qual è la novità? Io ci sono sempre stato, sei tu che mi hai ignorato ed ora che fai? Ti rammarichi di cosa? Per me, o per lei? Se n’è andata senza dire una parola. Se n’è andata lasciando il letto disfatto, le tazze della colazione da lavare, così, sbattendo la porta con un tonfo sordo che si è propagato al mio cuore e l’ha dilaniato. Credo avesse le sue ragioni, forse me le aveva pure dette la sera prima… è tutto confuso, tutto immerso in una gigantesca nube che mi ha intossicato la mente. Mi capita, a volte, che un po’ di caligine si dirada e vedo lei, splendida mentre legge assorta un libro sul divano e vago, vago appare anche il ricordo di me e lei seduti a parlare, e tutto si dipana così velocemente che resto senza fiato fino a che tutto non ritorna nel buio totale. C’era qualcosa tra noi che non andava, diceva che era stanca di subire, che non ero più lo stesso, che l’avevo ingannata, che la soffocavo di gelosia. Sì, sì, diceva questo. Dopo beh, dopo l’ho cercata. Stava da un’amica, temevo ci fosse un altro e l’ho seguita. La prima volta mi sentivo strano, l’ho vista uscire dall’ufficio, prendere l’auto e avviarsi verso casa. Lei non si è accorta di nulla ed io tremavo dentro la mia auto mentre la osservavo scendere dalla sua ed entrare nel palazzo. Le ho mandato dei fiori, le ho telefonato, si mi sono anche arrabbiato ed ho urlato nella cornetta perché non voleva vedermi, mi rifiutava e diceva di non volerne sapere più di me. Quante notti passate sotto casa sua sperando che si decidesse a tornare da me! Come poteva farmi questo? Era mia. Non le avrei permesso di allontanarsi da me. Mai. Sì, era mia, anche se era una maledetta ingrata. Parlo piano, scusa, c’è lei lì, vedi? Sembra dormire. Devo solo pulirle quel rivolo rosso che le sporca il viso.

by Adelaide_Spallino | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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martedì, 16 settembre 2008,08:00

La nave attraccò al porto della cittadina in una tempestosa mattina di fine ottobre e Isabella la vide dalla collina. La osservò con estrema curiosità e qualcosa la spinse a volerne sapere di più di quel veliero straniero apparso così all’improvviso. Corse al porto precipitosamente e si fece largo fra la folla che come lei era accorsa per osservare gli intrusi da vicino.

Era una nave da guerra, quello le fu subito chiaro, ma ciò che la fece rimanere senza fiato fu il guerriero che ne scese, a passi decisi, gridando ordini ai suoi subalterni.

Aveva un paio d’occhi grandi e azzurri come l’immenso mare da cui arrivava, vivi e penetranti.

Come richiamato da una forza invisibile lui si voltò e colse il suo sguardo fugace. Per un attimo le parve che fosse in grado di leggerle dentro l’anima.

Fu chiaro a entrambi che una forza magnetica li spingeva l’uno verso l’altro e, sebbene non fosse tempo né luogo per una fuga romantica, si ritrovarono quella stessa sera in un punto appartato della spiaggia a divorarsi con gli occhi.

Isabella sentì come un battito d’ali nello stomaco quando lui le prese le mani fra le sue. Aveva un tocco saldo e confortante che le donò un calore inatteso. Le sue guance si colorarono di porpora e le sue labbra accolsero tremanti il bacio che ne seguì.

“Sei così bella”, le mormorò lo straniero con voce roca, “Ho atteso tutta la vita due occhi come i tuoi che mi riscaldassero l’anima.”

“Sei il mio amore”, rispose lei con passione, “La mia vita ti appartiene. Te la affido per l’eternità.”

Quella notte scoprirono insieme l’intensità di un sentimento che non ha eguali. La felicità che provarono fu talmente grande da causare loro quasi un dolore fisico.

Da allora si incontrarono tutte le notti su quella piccola spiaggia e bevvero avidamente il nettare dell’amore.

Ma tutto nella vita ha un inizio e una fine. Il guerriero aveva una missione da compiere, era al servizio del suo re, un re potente e implacabile a cui aveva giurato fedeltà eterna e il richiamo dell’amore non poteva essere più forte di quello del dovere.

Salpò con la sua nave dopo l’ultimo incontro con Isabella. L’ultima cosa che vide mentre la osservava sulla banchina furono le sue lacrime strazianti.

Quella mattina si alzò nel vento un urlo disperato. Isabella gridò con tutta la voce che aveva il suo nome, quasi come se la sua disperazione bastasse a trattenerlo e ricondurlo da lei.

Ma lui non tornò. Non si ebbero più notizie del guerriero venuto dal mare che le aveva rubato il cuore.
by Luna70 | commenti (17) | commenti (17)(popup)
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venerdì, 12 settembre 2008,21:50

E' pur vero che la smagliante e sincera amicizia tra lo sceicco e il personaggio Z non fu immune da travagli e macchie oscure difficili da levare via. Piccoli episodi negativi, incidenti di un percorso che ha incrementato le fortune di entrambi. Ad esempio ci fu il presunto tradimento con una delle preferite danzatrici del ventre dell'harem dello sceicco (tradimento come reato punibile con la morte per avvelenamento in una fossa piena di cobra) o quando Z intuì che il deserto più arido e pericoloso esistente era proprio la zona dove lo sceicco gli aveva chiesto di seguire i lavori per una città tutta nuova, senza tralasciare il grande tumulto causato da voci di palazzo che accusavano Z di aver trafugato i diamanti sacri, degno dono allo sceicco da parte degli alleati del Madagascar, custoditi in uno scrigno a doppia e quasi indecifrabile combinazione.
Ecco, furono questi piccoli incidenti legati a particolari di valenza volgarmente materiale a rischiare di compromettere definitivamente la lunga e solidale amicizia tra i due uomini. Si, il deserto scotta, come è noto e a volte può rivelarsi ostile e può mordere meglio di qualunque serpe nera.
Ma il nostro candidato al Nobel, senza ombelico e senza l'arte della bugia, nonostante la necessità di dover allontanarsi per un po' dal deserto per tornare ai suoi ciliegi in valle, per sfuggire alla facile ira dello sceicco, seppe cavarsela nel migliore dei modi. E quando le guardie vennero a svegliarlo in piena notte senza mezzaluna, per condurlo all'aereo privato laminato d'argento, senza nemmeno salutare l'ermafrodita per un ultima volta, Z capì che forse era arrivato il momento di ritornare a una delle dimore inevitabili ma squisite che il mondo può riservare a chi è senza peccato e non sa scagliare nemmeno una terza pietra.

by Univers | commenti (10) | commenti (10)(popup)
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martedì, 09 settembre 2008,20:14
Sinfonia del nuovo mondo

Da un pianoforte a coda nero insiste una nota, è sempre la stessa martellante, prepotente, incalzante, sento il rumore dell’acqua che scende fermata da mille ostacoli, un fluire morbido, perpetuo. Si sovrappone lo sferragliamento di un treno in prossimità di uno scambio, è un suono irregolare che si aggiunge a quella nota che da il ritmo. In lontananza un vecchio motivo di una canzonetta anni cinquanta si ripete come in un disco incantato e ripete ossessivamente il motivo all’infinito. Ascolto la plastica ruvida strisciare contro pareti stampate a nido d’ape mentre uno sbuffo di vapore annuncia la sorda sirena di una catena di montaggio. Ha un movimento questa musica, un ritmo imprevedibile, forse casuale. Le voci di un frammento di un discorso si moltiplicano su se stesse e una nenia di un vecchio indiano d’America scorre insieme a tutto il resto. Un fragore di cristalli rotti, una macchina colossale che imprime il tempo, un’onda del mare che si abbatte su uno scoglio e poi quell’attimo di silenzio, così pieno, così forte. In lontananza sento cumuli di suoni cibernetici, la suoneria di un cellulare e un motivo che si perde su se stesso, arrotolandosi, inciampando tra le note. Il colpo secco della puntina di un giradischi ha trovato un solco che diventa un tema, un disturbo, un’interferenza sotto il battito di un telegrafo lontano che lancia un disperato messaggio di aiuto. Il lamento di un flessibile, il tonfo sordo di un uomo che cade dall’alto, il frammento di mille suoni luminosi si incastrano con un urlo ripetuto. Lo strazio di un lamento di un animale misterioso, ferraglia che stride, una risata.
by miskin | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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venerdì, 05 settembre 2008,08:32

Anche quel pomeriggio il vecchio era lì, seduto sullo stesso muretto, vestito degli stessi abiti stinti. Davanti a lui, il mare parlava all’inverno con quella voce malinconica che d’estate viene sovrastata dal rumore dei bagnanti.
«Perché te ne stai sempre qui tutto solo?»
Il bambino gli si era avvicinato con un misto di curiosità e timore: sua madre gli aveva ripetuto chissà quante volte di non parlare agli sconosciuti e lui era sicuro che se lo avesse sorpreso gli avrebbe dato tante di quelle sculacciate da non potersi sedere per almeno due giorni. Soprattutto tenendo conto del fatto che lo sconosciuto in questione era considerato da tutti un mezzo matto. Lui ancora non conosceva di preciso la differenza tra sano, mezzo matto e matto, ma quel “mezzo” gli dava uno strano senso di tranquillità.
Gli occhi del vecchio non si mossero dal cielo che si adagiava sulla distesa del mare. «Cosa ti fa credere che io sia solo?» Il bambino si guardò ingenuamente intorno ma non vide nessun altro. «Siediti vicino a me» disse ancora l’uomo e lui obbedì senza esitazioni. «Guarda.» Puntò il dito verso una nuvola che correva più delle altre.
«Credi che verrà a piovere?» chiese il bambino, ritenendola la spiegazione più logica.
Il vecchio lo guardò come avrebbe guardato qualcuno che scambiava stelle per dischi volanti. «Che cos’è?»
«Una nuvola» rispose subito il piccolo.
L’uomo scosse la testa. «È una biga. Vedi? C’è anche la polvere dietro le ruote. Ha perso terreno rispetto al gruppo di testa, ma ora sta recuperando a vista d’occhio e credo proprio che riuscirà a superare tutti. Era prevedibile: quel dannato romano ha i cavalli migliori. Deve ringraziare soltanto loro, perché lui come auriga non vale i miei calzini!»
Il bambino dondolò le gambe che penzolavano dal muretto. «Che cos’è un auriga?»
«Quello che guida il carro, ragazzo! Ma cosa vi insegnano a scuola?»
A scuola insegnavano che le forma bianche in cielo si chiamavano nuvole e che si muovevano perché il vento le spingeva. Se una di esse si muoveva più velocemente era perché lì c’era una corrente d’aria più forte. Nessuna biga e nessun… auriga.
«Cosa ti dicevo!» esclamò all’improvviso il vecchio, indicando ancora la stessa composizione di nuvole che nel frattempo avevano invertito le posizioni. «Ha vinto! Ah, che corsa!»
Il bambino rise: la cosa iniziava a divertirlo. «E quella?» chiese mostrandogli un’altra forma bizzarra che si andava disegnando nel cielo.
Gli occhi dell’uomo si accesero di fantasia, fece per rispondere, ma poi cambiò idea: «Dimmelo tu cos’è quella.»
«Mmh…» Due secondi. «Una montagna?»
«Una montagna?» ripeté il vecchio in tono deluso. «Avanti, puoi fare di meglio. Che ci facciamo con una montagna?»
Scoraggiato, il piccolo abbassò lo sguardo sui suoi piedi che avevano smesso di dondolare, ma subito rialzò la testa: la storia era la sua e ci metteva tutte le montagne che voleva!
«Sì, è una montagna! Guarda! Quella striscia più scura è un sentiero.»
«E dove porta il sentiero?» lo incalzò il vecchio.
«Alla tana del drago!» seppe d’istinto lui non appena scorse un’ombra sul margine destro della nuvola.
«Ah! Allora il drago deve essere quello!» Una nuvola più piccola si avvicinava pigramente all’altra. «Sta tornando alla sua tana!»
Il bambino annuì ed indicò una macchia di luce che andava e veniva sulla sua montagna. «Si mette male per il cavaliere che voleva rubargli il tesoro…»
«Luca!» La voce di sua madre spazzò via montagna, drago e cavaliere. Ah, quante ne avrebbe prese una volta a casa!
«Devo andare…» disse al vecchio balzando dal muretto. Fece un passo, poi si voltò di nuovo. «Posso tornare domani?» Qualche ceffone per quel gioco… Valutò per un attimo il compromesso. Ci poteva stare.
L’uomo sorrise mostrando una dentatura ad intermittenza.
Tornò l’indomani e il giorno dopo ancora e ancora e ancora. Passarono due anni, tra storie scritte in cielo da nuvole candide o cariche di pioggia. Passarono due anni e Luca pianse quando il vecchio “mezzo” matto non venne più. Seppe d’istinto che se ne era andato, nello stesso modo in cui aveva saputo che il sentiero conduceva alla tana del drago. Sperò che fosse partito alla ricerca di un posto migliore da cui guardare le nuvole.
«Mamma?» chiese un giorno mentre passeggiavano sul bagnasciuga. «Che cos’è quello?» Indicò un grosso nuvolone grigio che avanzava verso la costa.
«È quello che ci inzupperà se non ci sbrighiamo a tornare a casa.»
Il volto di Luca si fece triste. «Una nuvola… Cos’altro…»
«Una mandria di zebre al guado!» suggerì una voce alle sue spalle. Il bambino si girò con un sorriso raggiante che il vecchio ricambiò mostrando i quattro denti che gli erano rimasti.
Una volta a casa, però, Luca non avrebbe saputo dire se la sua fosse stata solo immaginazione.

by Ariendil | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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martedì, 02 settembre 2008,23:23


THE VAMPIRABLE ONE


La incontrai al tramonto. Era un po' pallida. Si copriva gli occhi come se quella fioca luce le desse ancora fastidio. Stavo passeggiando nei pressi di una chiesa sconsacrata, vicino ai giardini di Geckle. All'inizio m'aveva spaventato un po', data l'ora e le circostanze del nostro incontro. Tra l'altro credo che in giro ci fossimo solo noi due. Ricordo che avevo camminato senza incontrare nessuno per un bel pezzo. Anzi, ora che ci penso, con l'unico che avevo incontrato ci ero andato quasi a sbattere, un tizio che praticamente correva via. Beh, non conoscevo il posto, poco la lingua, ero ospite da uno zio in quella terra straniera. Ero stato uno stupido ad infilarmi in strade che non ero sicuro di ritrovare a ritroso dopo, ma mi era sempre piaciuto osare in questo modo. Mettere alla prova il mio senso di orientamento. Davanti a quel giardino mi sembrava di esserci già passato di giorno. Magari ce la facevo a tornare a casa. Purtroppo si faceva notte.

Si avvicinò, la ragazza. Mi parlò in quella lingua ostica, naturalmente non la capii.  La sua voce era pure molto roca. Mi fece un cenno come per dirmi che aveva sete, ma continuavo a non capirla. Mi fece un altro cenno, come se volesse parlarmi nell'orecchio, che parlare più forte non poteva. Era una splendida ragazza, devo dire. Capelli chiarissimi, occhi cerulei, forse una tossica dato il cerchio intorno agli occhi, ma vestita come se fosse uscita dalla casa più rispettabile del paese. Mi avvicinai per farla parlare. Avvicinai il mio capo al suo e, lo confesso, sentii come un brivido, un misto di eccitazione e di paura. Vidi che metteva la sua testa a lato della mia, di traverso, con un angolo strano. Ricordo questo particolare perchè per parlarmi all'orecchio avrebbe dovuto tenere la bocca un pochino più su. Da come si era messa, invece, doveva avercela più o meno all'altezza del mio collo.

E non parlava. Sentivo il suo fiato sul mio collo. Un fiato freddino. Di solito il fiato sul collo, se non è quello di un maschio, mi risulta molto gradito. Collo, orecchio e via!!! Parto. Ero solo in imbarazzo perchè
c'era stata una specie di pranzo all'italiana quel giorno da mio zio, e via con le linguine al pesto, peperoni in bagna cauda, bruschette all'aglio. Insomma, avevo una fiatella che avrebbe spento ogni ardore. Ebbè certo. Non si sa mai. Magari ci poteva uscire l'avventurazza. Secondo me le particelle dell'aglio lei le sentiva anche dalle vene sul collo. Sembrava avesse messo lì la bocca per parlarmi, chissà perchè. Si sa che l'odore dell'aglio filtra anche dai pori.

Altro che avventurazza! Mi fece un gesto che compresi benissimo. Voleva dire: "Vaffanculo". Ma vaffanculo te, stronza, che è pure tardi e non so dove andare!!! Ci separammo così, con un certo rancore. Fatti una trentina di passi, mi girai a guardarla. Ormai era lontana. Era diventata un piccolo puntino nero nella notte. Non ci crederete, ma mi sembrò addirittura che quel puntino si fosse alla fine sollevato in cielo. E sì che era così buio, e c'era pure la nebbia. Magari l'avrò confusa con un pipistrello.


by PAPPINA | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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