C’è qualcosa di magico nell’aria del mattino. Non è la bellezza struggente del tramonto, la delicata armonia dell’alba, non è neanche lo scrigno di mistero della sera. È qualcosa di più impalpabile, che prescinde i sensi e si percepisce con quella parte dell’essere umano che, spesso a torto, viene chiamata anima. Era per questo che a lei piaceva così tanto correre al mattino presto: le piaceva respirare quell’aria innocente, immergersi in quell’atmosfera che sembrava rubata a un dipinto, far parte di quell’attimo che sarebbe svanito senza rendersi conto neanche di essere esistito. Correva, mentre la città si rigirava ancora tra le lenzuola, sospesa tra il sonno della notte e la frenesia del giorno. Il suo respiro si fondeva con essa al ritmo regolare della sua corsa. In tasca aveva l’iPod, ma non lo stava ascoltando: preferiva il suono degli aghi di pino sotto i piedi, i fruscii misteriosi nell’erba, i versi degli uccelli nascosti tra i rami. Inevitabilmente i pensieri volavano ad altri mondi, ad altre realtà fatte di spade e magie. Sorrise, mentre la scena che le serviva per il romanzo che stava scrivendo le si mostrava per la prima volta. L’avrebbe vista altre volte, lo sapeva già, si sarebbe modificata, pulita, adattata alla storia, fino ad assumere la sua forma definitiva. Solo allora avrebbe smaniato per essere scritta. Adesso no, era ancora troppo presto, poteva continuare a correre. Si spinse più all’interno della pineta, dove i rumori della strada non esistevano più neanche come ricordo lontano e dove all’incanto del mattino e della natura si univa la pace della solitudine. Quando si fermò era piacevolmente stremata. Rimase in piedi qualche minuto per riprendere fiato e permettere al sudore di asciugarsi, poi si lasciò cadere sull’erba e incrociò le mani dietro la testa lasciando che lo sguardo vagasse tra le fronde. Si sentiva così bene che sarebbe rimasta lì per sempre. Prese l’iPod e infilò le cuffie nelle orecchie, scelse l’album di Ani DiFranco che aveva scaricato la sera prima e chiuse gli occhi mentre la musica partiva. Il tiepido sole del mattino le accarezzava il viso insinuandosi tra le foglie e le note, il suo tocco era timido e leggero come quello del primo amante. Se ne accorse subito quando un’ombra lo oscurò. Riaprì gli occhi di scatto e fece per alzarsi, ma la mano di un uomo si chiuse sulla sua bocca spingendola di nuovo a terra. Lo vide parlare ma non riuscì a capire cosa dicesse: Ani DiFranco le cantava ancora nelle orecchie con la sua voce sensuale. Un istante dopo l’uomo si chinò su di lei. Provò a liberarsi, diede fondo a tutte le sue forze per farlo, ma si sentiva sempre più schiacciata tra il suo corpo e il suolo. Gli aghi di pino che prima tanto le piacevano sembravano ora punte acuminate che le mordevano la schiena, gli alberi assunsero sfumature scure, muti spettatori che non avrebbero mosso un dito per aiutarla. E la magia del mattino… La magia del mattino svaniva per sempre, persa nel rumore della musica, nella sofferenza delle lacrime, nelle grida soffocate da una mano lurida.



