Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
sabato, 26 luglio 2008,20:12
Macchina della verità

La nascita di una parola arriva da uno stagno lontano dove i ragni d’acqua giocano a rincorrersi. È una distesa placida tra il liquido denso di umori nascosti e il solido adagiarsi di materiale inerte. Si sviluppa un segnale che sale come una bolla d’aria in superficie, corre tra mille ostacoli e arriva a destinazione. Rimane incastonato in un vicolo cieco e la sua pressione attiva un infinità di muscoli che si flettono e si stringono. Il procedimento è ormai inarrestabile e presto l’aria viene pompata dai polmoni che danno propulsione alla parola stessa. L’aria passa da un telaio dove infiniti fili tesi vibrano creando un iridescenza armonica. Lingua denti e labbra arrotolano il suono, lo bloccano lo plasmano, lo vestono prima che esca. Naturalmente in ogni uomo tutto questo avviene in maniera sempre diversa, per le sue abitudini, le sue nevrosi e forse ancora qualcosa di molto remoto che nessuno sa spiegare. Poi ci sono parole che non nascono mai rimangono imprigionate nel limbo e col tempo si sgretolano e cadono sul fondo di ognuno di noi. Quando la parola è stata data ad accoglierla ce ne sono altre che si intrecciano e formano un tessuto verbale complesso. L’inflessione cambia il senso, anche con le stesse lettere la parola può esprimere qualcos’altro. La macchina della verità raggiunge la sorgente della parola e da un verdetto. Spesso si trovano macchine della verità mentitrici o di giudizio imparziale, solo questo articolato procedimento è in grado, con estrema precisione, di dare un verdetto sicuro.
Se la verità è un sinonimo di chiarezza è opportuno che il test abbia luogo di giorno, l’ambiente deve essere invaso da luce diretta e ben areato. È consigliabile non essersi lavati nelle ultime ore antecedenti, non aver mangiato crostacei e non aver detto le seguenti parole: reticenza, sillo, merluzzo, idrocefalo. Queste parole possono creare delle alterazioni nel processo di elaborazione del calcolo e un relativo mal funzionamento della macchina. Per comodità e rispetto della riservatezza chiameremo il sottoposto A31Z452Y, che viene immerso nudo in una gelatina trasparente. Alla testa gli vengono applicati elettrodi e i polsi saldamente legati ai braccioli della poltrona per avere sotto controllo pressione e battiti del cuore. Le cimici sono ovunque e passeggiano indisturbate sul flaccido corpo bianco di A31Z452Y, sono in collegamento con un computer che immagazzina e ridistribuisce i dati nei settori preposti.
Prima domanda: ha mai mangiato un pomodoro?
Seconda domanda: il suo ultimo sogno era a colori?
Terza domanda: si lava prima i denti o la faccia?
by miskin | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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lunedì, 21 luglio 2008,22:51

Lo smalto nero brillava sulle sue unghie. Le sue dita affusolate e magre saltellavano in sincronia perfetta sulla tastiera del portatile. L'uomo si stropicciò gli occhi e poi sbadigliò. Era intontito dal sonno, dalla staticità di una domenica come tante altre, dalla malinconia e forse anche dall'ultimo spinello, preparato in tutta fretta.
Già, la domenica. Il giorno maledetto della settimana. Il giorno in cui Dio si riposò, dopo aver ultimato la sua opera gigantesca. Tutte cazzate. La domenica era il giorno della noia e la noia era il fiato fetido del diavolo. La grande città si muoveva sempre nervosa, nonostante la calma del pomeriggio; poteva udire dalla finestra spalancata lo scorrimento veloce delle auto lungo la strada principale che portava all'aereoporto. La domenica lo rendeva anche inquieto, forse perchè si accorgeva di essere rimasto solo e lontano. Lontano dagli amici di un tempo, da quel che restava della sua famiglia. Distaccato dai grandi disegni. E quanto sei distaccato dai grandi disegni, quando ti mantieni spremendo le tasche di alcuni ricchi e ignoranti figli di papà in una città anonima, una città che non ti appartiene, allora tutto ti appare più lontano, distaccato, irraggiungibile. L'uomo si accese una sigaretta, accartocciò il pacchetto in un colpo secco e si avvicinò al davanzale.
L'aria esterna era frizzante e all'orizzonte, tra i palazzi dalle finestre lucide e le sagome delle montagne distanti, si scorgevano delle nuvole grigie, come tanti piccoli batuffoli.
L'uomo respirò con calma, riempiendosi i polmoni, pensando agli occhi che gli bruciavano da qualche minuto. Colpa delle lenti a contatto, probabilmente. Poi riflettè sul suo monolocale preso in affitto da due mesi, così buio e desolato, un ambientino che non riusciva a trattenere a dovere la luce naturale del giorno. Si sentiva soffocato da una realtà vuota, senza più attrattive.
Quando abitava nella sua terra, la situazione era ben diversa. C'era più luce, innanzitutto. E c'era più piacere. Oh si.
Tornò a sedersi comodo di fronte alla sua chat erotica. Jackie e Pamela si stavano per spogliare, inquadrate nella webcam, l'ultimo indumento prima del reggiseno. Roba grossa. E sembrava, una volta tanto, non siliconata. In un mondo dove persino il cibo rischiava di essere artificiale, una tetta al naturale era sempre benvenuta. Anche in una stramaledetta domenica.
Ci fu un breve ronzio al citofono. Poi un altro e un altro ancora, più prolungato.
Si alzò, sbuffando e sbadigliando. Spinse il tasto di apertura del portone e si grattò una natica.
Doveva essere uno dei tizi abituali per il rifornimento post-sabato. O forse uno di quelli che ne aveva sempre bisogno, fregandosene del giorno.
Per fortuna lui aveva orario continuato. Non si faceva mai trovare sprovvisto. I guai del mondo cominciano dove inizia la sbadataggine, diceva sempre sua madre.
L'uomo si massaggiò le tempie, spense il mozzicone e si appostò dietro lo spioncino. Aveva voglia di fare una lunga nuotata in piscina, circondato da gente che conosceva.
Non appena si richiuse la porticina cigolante dell'ascensore, aprì la sua porta con circospezione.
Il ragazzo poteva avere si e no diciotto anni. Capelli conciati come se fosse un indiano con lo scalpo, piercing al sopracciglio destro, occhialoni neri firmati Armani, jeans strappati, scarpe da ginnastica colorate, camicia azzurrina aperta sul petto, viso abbronzato di lampada. Uno dei tanti della nuova generazione con il culo parato e senza un segno di fatica sul corpo.
Sorrise e gli porse la mano ornata di anelli. L'uomo la ignorò e lo fece entrare con un cenno spazientito.
- Hai fretta eh?
- Non mi piace perdere tempo sul pianerottolo. Che vuoi?
Il ragazzino si tolse gli occhiali scuri e mostrò il suo viso intero da tossico.
Tossicchiò due volte e poi disse: - Ce l'hai oggi? Non sapevo se potevo passare.
L'uomo si leccò le labbra.
- Io ce l'ho sempre. Non dimenticarlo, lo sanno anche i tuoi amichetti. Quanta ti serve?
- Una dose.
- Bene. Fa cinquanta.
Il ragazzino gli lanciò uno sguardo spento, da pesce bollito.
- Facciamo due allo stesso prezzo.
L'uomo sorrise, a metà tra il divertito e il sorpreso.
- Facciamo che te ne vai a fanculo sotto un ponte.
- Ok, ok. Sei nervoso eh?
L'uomo scrollò le spalle e attese.
Il figlio di papà sganciò due pezzi da cinquanta dal portafogli di pelle nera.
- Aspetta qua. Torno subito.
L'uomo raggiunse il cucinino e trafficò sulla mensola, le mani nella zuccheriera. Prese due sacchetti di polvere finissima. La farina più buona che ci sia, come la chiamava quel tizio giù al parco. Poi diede una rapida occhiata alla pistola sistemata tra i barattoli del sale e dello zucchero. Allora rivide la sua faccia. La faccia piena di sangue in quella notte. Rivide la violenza nei suoi occhi e nei suoi gesti. Rivide la scena, il massacro. Rivide quel qualcosa che si era scatenato e che non era umano. Tutte le immagini che si sforzava di dimenticare travestite in una pistola scarica.
Tornando, scoprì il ragazzino che tentava goffamente di spiarlo.
- Ecco. Sparisci ora.
Quando richiuse la porta d'ingresso, vi si appoggiò con entrambe le spalle e sospirò.
Solo, sempre solo. Solo in una città di eccessi. Solo in un'avventura che non aveva chiesto.
Provò di nuovo quel fastidio agli occhi ma stavolta non era solo bruciore.
Erano lacrime. Di quelle vere.

by Univers | commenti (16) | commenti (16)(popup)
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venerdì, 18 luglio 2008,06:22

Zu’ Luigi viveva in una casa in pietra, al primo ed unico piano a cui si accedeva attraverso una breve ma ripida e buia scala. Portava pantaloni di velluto che fosse inverno o estate e, a guardarlo, non si sarebbe potuta dargli un’età precisa e forse neanche lui ne aveva memoria. Da quando non usciva più di casa erano passati anni e trascorreva il suo tempo seduto alla finestra, a guardare passare la vita degli altri, ché della sua non c’era più bisogno di occuparsene. La visuale del suo mondo era ristretta, tutta confinata dentro quell’unico rettangolo di luce che dava sulla strada. Era solito fumare una pipa, consunta come i suoi pantaloni, che caricava di tabacco con le dita tremanti e i polpastrelli ingialliti dal vizio. Aveva una figlia che si incaricava di procurargli i pasti giornalieri e di tenere pulita quella piccola dimora arredata con ben poche suppellettili. Nessuno poteva sapere cosa passasse per la mente a zu’ Luigi giacché la sua quotidianità si era vestita, negli anni, di una solitudine fatta su misura per lui e lui ci stava perfino comodo dentro e ci si muoveva a suo agio. I vicini del resto erano troppo immersi nel loro tran, tran per soffermarsi più di un minuto sotto a quella finestra, sostavano giusto il tempo di chiedergli “Comu jemmu oji zu’ Luì?”. Ma a lui stava bene così, gli stava bene che le uniche visite che riceveva erano quelle estive dei bambini che andavano a recuperare il pallone che, con un calcio un po’ più potente e azzardato, aveva fatto irruzione in casa sua. La finestra aperta in quelle occasioni impediva che ci fossero vetri da mandare in frantumi e la posizione defilata in cui sedeva, lo risparmiava dall’ essere colpito in pieno viso. I bambini salivano la rampa di scale ed entravano come fresche folate di vento, con le facce arrossate dal gioco e col respiro affannoso salutavano il vecchio scusandosi dell’incidente. Zu’ Luigi li lasciava fare e si abbeverava a quella fonte di fanciullezza che improvvisa zampillava nella sua stanza e lo ristorava come un temporale fa con la terra arida. La sua vita era stata semplice, segnata da un lavoro umile e duro nelle solfatare fin da quando era alto appena quanto lo erano quei piccoli spensierati che con le loro risate argentine animavano in quel momento la scala mentre andavano via. Un lavoro così ti toglie la voglia di ridere e pensi solo a racimolare quel tanto che basta a sfamare la famiglia, mica a fare “sfrazzi” (sprechi). Un velo di tristezza passò negli occhi di zu’ Luigi mentre rammentava quel che era stato e si meravigliò che dalla sua mente annebbiata, con cui doveva fare i conti già da tempo, venissero fuori dei ricordi nitidi e improvvisi come lampi nel cielo buio. Intanto le voci dei bambini si rincorrevano nella via, le loro grida vivaci riecheggiavano nel quartiere e lo accompagnavano verso il calare della sera, quando, poco dopo aver consumato la sua frugale cena, si sarebbe messo a letto e avrebbe chiuso gli occhi sulla giornata e sulla sua vecchiaia. Zu’ Luigi fece un grosso sospiro e dedicò a sé stesso un sorriso, guardò la sua pipa e tirò su una lenta boccata  assaporando con essa il gusto della sua vita.

by Adelaide_Spallino | commenti (10) | commenti (10)(popup)
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sabato, 12 luglio 2008,10:22
Sono seduto, calmo, senza incombenze alle porte. Prendo il coltello che ho preparato sul tavolo e con assoluta indifferenza, come si taglia il pane, affondo la lama nel collo. Solo dopo alcuni minuti riesco a staccare completamente il capo dal resto del corpo che appoggio sul tavolo. Adesso sono finalmente in grado di analizzare come funziona la mia mente. Se normalmente si pensa che la macchina umana sia perfetta non è affatto vero e se si dà un occhiata alla propria testa ci si accorge che quello che si è assimilato viene riposto in disordine un po’ come fanno i maschi di casa che nascondono la polvere sotto i tappeti. Una scrivania colma di oggetti, ricordi non ancora incasellati che vagano nel limbo. Tutto viene accumulato e ciò che poco fa era in testa adesso si trova in coda. Tutti i nostri sensi hanno delle vie attraverso le quali passano informazioni che diventano ricordi. Quando viene chiamato alla mente un ricordo la ricerca avviene in tutte le “case dei sensi”. Ricordi chiamano ricordi, sono allacciati in un'unica collana e vengono arricchiti di dettagli col tempo. Ma il tempo è nemico della mente perché tutto quello che è stato depositato, stratificato in alcune recondite parti di noi, a un certo punto si disintegra, oppure sembra che scompaia ma in realtà rimarrà sempre dove è e nessuno potrà mai raggiungerlo. Dei vicoli ciechi che ti obbligano a tornare indietro. In una sola parola: dimenticare.
by miskin | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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martedì, 08 luglio 2008,08:11

Il giorno dopo fu molto difficile rimanere in classe cercando di non incontrare il suo sguardo. Sapeva che se lo avesse fatto sarebbe scoppiata in lacrime. E all’uscita della scuola sentì come un macigno sul cuore quando lo vide allontanarsi insieme a Vanessa, ridendo e scherzando.

Ad un tratto Barbara le si avvicinò e le disse:

“Non te la prendere, Giulia. I ragazzi sono tutti stronzi!”

Ella si volse a guardarla con un’infinita tristezza. Ma fu contenta che Barbara le avesse rivolto una frase di incoraggiamento, proprio lei che l’aveva sempre presa in giro.

Nei mesi successivi, dopo l’esame, Barbara diventò la sua migliore amica. Si iscrissero alla stessa facoltà universitaria e la compagna cercò in tutti i modi di aiutarla a dimenticare Marco.

Non fu facile. Giulia giurò a se stessa che non avrebbe mai più permesso a un ragazzo di farla soffrire in quel modo e si chiuse a riccio. Per lei ora contavano solo lo studio e le amicizie. Grazie a Barbara era entrata in una compagnia di gente simpatica ed insieme organizzavano parecchie serate divertenti. D’estate andavano anche in vacanza insieme. Non aveva bisogno d’altro o almeno lo credeva, finché Marco non ricomparve all’improvviso nella sua vita.

Erano trascorsi due anni dall’ultima volta che lo aveva visto eppure non le parve affatto cambiato. Lo vide davanti all’ingresso della biblioteca universitaria, proprio mentre stava uscendo.

“Cosa ci fai tu qui?” lo apostrofò con fare un po’ scontroso.

“Vorrei parlarti, Giulia.”

“Chi ti ha detto dove trovarmi?”

Marco fece spallucce, era un gesto particolare che lo caratterizzava e Giulia si sentì trasportare in un attimo nel passato, ai tempi della loro storia d’amore.

“E’ stata Barbara”, spiegò infine lui, “L’ho incontrata poco fa e ci siamo messi a chiacchierare. Mi ha detto che siete diventate amiche e che ora studiate insieme. Allora le ho chiesto dove fossi e mi ha indicato la biblioteca.”

Giulia era furiosa.

“Non avrebbe dovuto farlo! Sapeva quanto ho sofferto a causa tua e che non desideravo vederti!”

Marco tuttavia cercò di difenderla.

“Non è stata colpa sua, sono io che ho insistito. Le ho promesso che non ti avrei fatto del male. Te ne ho fatto già troppo in passato.”

“E’ troppo tardi per chiedere scusa”, furono tuttavia le sue parole taglienti.

Marco le confessò di aver commesso un grosso errore lasciandola. Pensava col tempo di riuscire a dimenticarla invece il suo ricordo era sempre nei suoi pensieri. Non l’aveva abbandonato un attimo in quei due lunghi anni ed aveva capito che era inutile vivere nuove esperienze se non aveva lei con cui condividerle. Tuttavia Giulia non gli diede ascolto. Aveva sofferto troppo e non si fidava più di lui. Voleva solo dimenticarlo. “Avresti dovuto pensarci prima”, disse con una durezza che non le apparteneva. Sembrava che la dolce Giulia che lui aveva conosciuto fra i banchi di scuola fosse scomparsa. Ma Marco non si diede per vinto. Cominciò ad aspettarla ogni mattina alla fermata dell’autobus. La sommergeva di sms o telefonate e un giorno si presentò addirittura con un mazzo di fiori che Giulia rifiutò categoricamente. Spazientito dal suo atteggiamento distaccato, un giorno lui sbottò: “Cavolo, cosa devo fare per essere perdonato da te? Vuoi che mi metta in ginocchio? Lo faccio se vuoi…” ed anche in quell’occasione ella si comportò con una sorprendente freddezza:

“Non posso perdonarti, Marco! Mi hai fatto troppo male.”

Scappò via con le lacrime agli occhi e da allora non lo vide né sentì più. Pensò che si fosse stufato di correrle dietro e quasi ne fu dispiaciuta. In realtà non aveva mai smesso di amarlo. Aveva solo una gran rabbia dentro e tanta paura di soffrire di nuovo. Eppure lui le mancava da morire; le mancavano i suoi baci,le sue carezze, le risate insieme e le lunghe passeggiate sulla spiaggia. Davvero voleva rinunciare a tutto questo? Se lo chiese in un momento di sconforto e per la prima volta interrogò il suo cuore. D’impulso afferrò il telefono e compose il numero di Marco che ormai sapeva a memoria.

Lui rispose al terzo squillo con voce sorpresa.

“Pronto?”

“Ti amo”, fece Giulia tutto d’un fiato, pensava che non avrebbe più pronunciato quelle parole eppure le uscirono di bocca naturalmente, quasi come se quella frase non aspettasse altro che essere proferita.

Dall’altro capo del telefono si udì un lungo silenzio e poi la voce di Marco rispose:

“Ti amo anch’io, Giulia.”

In un attimo tutto il dolore provato in quegli anni si dissolse. Riaffiorarono i dolci ricordi che li legavano l’uno all’altro e la voglia di stringersi fra le sue braccia emerse all’improvviso.

“Vengo da te, aspettami!” esclamò mentre calde lacrime le rigavano il volto.

“Ti aspetterei tutta una vita”, disse lui con un timido sorriso.

Giulia gli stava dando una seconda possibilità e questa volta non l’avrebbe sprecata.

 

by Luna70 | commenti (16) | commenti (16)(popup)
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venerdì, 04 luglio 2008,17:05

Quando sentì una carezza sfiorarle la mano, la prima cosa che fece fu sorridere. Poi aprì lentamente gli occhi, ma non le serviva la vista per sapere chi c’era accanto a lei: avrebbe riconosciuto il suo tocco anche se avesse avuto una corazza al posto della pelle e percepito il suo odore anche se avesse perso l’olfatto.

«Sapevo che ti avrei avuto al mio fianco» disse.

«Mi avrai sempre al tuo fianco.» La carezza divenne una stretta tanto forte da farle male, ma lei non se ne sottrasse. Era così felice che fosse lì. Anche se stavano piangendo.

«Non piangere, amore.»

«Chiudi gli occhi» si sentì rispondere. «Voglio portarti in un posto.»

Fece come le veniva chiesto. Il buio la avvolse e per un attimo ne ebbe paura, ma le immagini presero presto forma, restituendole un sogno che lei credeva infranto.

«Ricordi la casa che avevamo visto insieme? Quella in quel bel vialetto alberato? Avevi ragione: sarà perfetta per noi. Ridipingeremo le pareti di bianco come volevi tu, ci saranno vetrate per lasciare entrare la luce e fiori sul balcone in tutte le stagioni. Metterò il pianoforte a coda nel salone e suonerò Bach ogni giorno, solo per te, finché non mi dirai di smetterla. Ci sarà un caminetto davanti al quale ci scalderemo d’inverno: leggerò in silenzio le tue storie mentre tu aspetterai col fiato sospeso il mio giudizio. Troverò sicuramente qualcosa da ridire ogni volta, però ti confesso che spesso lo faccio apposta, così poi possiamo stare a parlarne per ore. Tanto lo so che ogni tua storia parla di me… Come tu sei in ogni mia tela… Ti dipingo a memoria, ma un giorno ti ruberò un ritratto, magari mentre dormi. Poserai per me senza neanche saperlo e quando ti sveglierai mi sorprenderai con i pennelli in mano e ti nasconderai sotto le coperte, fintamente in imbarazzo: non sarà più tempo di dipingere allora, perché l’amore al mattino ha tutto un altro sapore che finora abbiamo potuto gustare così poche volte che vorremo recuperare il tempo perduto. So già che saremo sempre in ritardo, ovunque dovremo andare, perché ogni volta sarà difficile uscire da quella casa in cui esistiamo solo noi due. Perché dovremmo uscire poi? Fuori il mondo avrà il coltello tra i denti, come sempre. Non ci serve il mondo, non ci è mai servito. Ma alla fine usciremo ugualmente: con o senza coltello, è lo stesso mondo che ci ha fatto incontrare e qualcosa gli dobbiamo. Sapremo disarmarlo, te lo prometto, io con i miei pugni chiusi e tu con la tua solita alzata di spalle. Forse finiremo persino con l’amarlo. Perché, vedrai, sarà splendida la nostra vita insieme.»

Lei sorrise, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime che non trovavano la forza di cadere. Non avrebbe voluto riaprirli, sapeva che se lo avesse fatto il suo sogno sarebbe svanito di nuovo, ma ormai la decisione era presa. Le palpebre si alzarono a fatica e lo sguardo vagò per la stanza deserta. Sarebbe stato bello sentire davvero quelle parole, tenere la sua mano, immaginare insieme quella vita che non avevano avuto. Sarebbe bastata anche solo la sua presenza a renderla felice, a non farle sentire il rumore del respiratore artificiale accanto al letto e la paura della morte nel cuore. Finalmente una lacrima sfuggì alle ciglia. Poi il medico entrò, lei gli fece un cenno d’assenso e la macchina che la teneva in vita fu spenta.

 

(NdA: il finale del racconto non è conforme all’Art. 37 del codice deontologico “[…] il sostegno vitale dovrà essere mantenuto sino a quando non sia accertata  la perdita irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.”)

by Ariendil | commenti (26) | commenti (26)(popup)
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martedì, 01 luglio 2008,18:37

PAROLE

Questo dovrò fare.

Istruire le mie parole e conoscerle,
allenarle:

portarle in mezzo alle persone per conoscere anche loro,
e lasciare che si addomestichino,
tra i porri e le pigne e, più all'ombra,
lasciare che striscino sul muschio,
come lumache assetate.

E tutto perchè, Mydel?

Tutto per te, Mydel;
perchè il viaggio dalle tue parti
è rischioso.

Non ci deve essere una parola che tu possa dire:
l'ho già sentita.

Non ce ne deve essere una che tu dica:
non scalda.

Tutte devono saper operare,
in terra nemica e infida,
quale la tua è.

Devono abbattere le tue barricate,
e quand'anche tu le lasciassi aperte,
devono trovare un passaggio tra i tetti,
per arrivarti addosso inaspettate

e tu indifesa, sempre.

Devono imparare a come toccare i tuoi abiti
per farli cadere
e darti il brivido della stoffa che sfrega piano la pelle
scendendo.

Devono imparare a darti la freschezza delle mie labbra
quella freschezza che accende
la superficie del tuo essere.

Impareranno a svegliare le radici della tua voglia
non quella che ti viene per strada
non quella che dura quanto odora uno spiffero

Sveglieranno quella che non sai ancora di avere
quella che ti prende
e quando si nutre
ti dimentichi di te
e senti tutto

tutto

tutto quello che è stato detto
quello che è stato fatto e che si farà
tutta la storia delle piante
dei pesci e dei segni lasciati nelle grotte
tutti i canti cantati e quelli rimasti in una gola chiusa
e i segreti e le verità
e gli armadi e gli anelli e i veleni

tutto, Mydel

sarai la goccia nel mare

porte e finestre significando nulla.

Sta attenta, Mydel:
c'è l'aria del primo mattino,
quando chi pesca e i cacciatori si mettono in viaggio.

Attenta,

Mydel.

 
 

by PAPPINA | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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