La porta della classe si apriva spesso durante la mattina, da più di un mese ormai. Le maestre accompagnavano sempre gli altri bambini, soprattutto per andare al bagno.
Ma da qualche tempo alcuni bambini venivano accompagnati fuori, in un'altro edificio vicino.
Riccardo guardò adesso il suo compagno preferito di giochi, Nicola, che rientrava dopo due ore in aula. Aveva gli occhi tristi e il viso pallido. Sembrava che provasse dolore, ma senza piangere. Nicola era noto a tutti per la sua risata e gli scherzi incredibili che combinava ogni volta. Ora però era cambiato. A dire la verità, erano cambiate anche le tre maestre. Loro osservavano a lungo tutti i bambini, li accarezzavano anche quando facevano chiasso e sbattevano sul pavimento le sedie di plastica colorate, poi da un giorno all'altro ne accompagnavano alcuni fuori per riportarli qualche ora dopo, come era successo a Nicola. E poi avevano i loro fogli di carta, con gli elenchi dei nomi di tutti gli iscritti della scuola materna.
Riccardo stava per avvicinarsi a Nicola, per chiedergli cosa fosse successo e per sapere se voleva giocare con lui, quando una delle maestre chiamò il suo nome.
L'ombra della donna, alla luce del sole proveniente tra le tendine della finestra, sovrastava il corpicino di Riccardo.
- Riccardo, oggi farai un gioco diverso. Vedrai, ti piacerà. Ti accompagno, seguimi.
Il viso del bambino dai riccioli castani era incuriosito ma esitante.
La donna gli ammiccò e sorrise radiosa, indicando la porta a vetri.
- Coraggio, ci sono altri tuoi compagni lì. Sarà bello. Poi torneremo qui.
Riccardo allora la seguì a piccoli passi, voltandosi indietro soltanto una volta per guardare Nicola. Stava piangendo in un angolo e un'altra maestra cercava di consolarlo, sempre sorridendo.
Appena fuori dall'istituto, svoltarono a piedi verso destra, superando il cortile interno. Riccardo notò che le altalene erano desolatamente vuote, dondolate appena dal vento.
La maestra lo tirò leggermente per la sua manina e lo condusse al portone di un palazzo altissimo, di fronte alla scuola, dopo aver attraversato le strisce pedonali al semaforo.
Riccardo salì le scale insieme alla donna, raggiungendo il primo piano. Si respirava un cattivo odore di umidità. La porta d'ingresso era chiusa e la donna si affrettò ad aprirla, facendo tintinnare un grosso mazzo di chiavi. Poi spinse con delicatezza Riccardo.
Nel grande salotto della casa, le finestre erano chiuse e il buio era quasi totale. C'erano delle candele accese in fila sul tavolo di marmo. Il divano era ricoperto di stracci, mentre alcuni grandi cuscini ricoprivano il pavimento. La donna gettò le chiavi sul ripiano in cucina, dopo aver sbarrato accuratamente la porta. Il bambino non riusciva a distinguere le forme e i contorni delle altre persone, non ancora, ma sentiva che c'erano. Un odore di zolfo riempiva il corridoio e si udivano dei lamenti.
La maestra affiancò il bambino, sempre titubante e un po' impaurito. Riccardo avrebbe voluto scappare via. Non riusciva a capire quale gioco bello ci fosse lì dentro. Voleva solo ritornare indietro, dai suoi compagni. Si voltò verso la donna ma prima che potesse parlare, lei lo bloccò con una mossa fulminea delle braccia e la sua mano gli tappò la bocca, premendo sulle labbra.
- Ascoltami Riccardo: non devi gridare. Se lo fai, il gioco finisce ancora prima di iniziare e dirò ai tuoi genitori che sei stato un bimbo cattivo e che non meriti di stare in mezzo agli altri compagni di scuola. Ora stacco la mia mano, ma devi prima promettermi che non griderai. Per nessun motivo. Chiaro?
I suoi occhi erano opachi e spenti, sembravano senza anima. Riccardo li guardò a lungo prima di abbozzare un si con la testa.
La donna sorrise, mostrando denti anneriti dal vizio del fumo. Poi prese un fazzoletto dalla borsetta, sempre tenendo a bada il bambino.
Dal salotto, nel frattempo, provenivano suoni diversi che sembravano prima lamenti e poi sospiri e qualche urlo. Riccardo si spaventò moltissimo, sbarrando gli occhi per riuscire a vedere meglio. Tutto ciò che riconobbe il bambino in quella stanza rivestì i suoi peggiori incubi di sempre.
C'era la giovane bidella arrivata da poco, Tiziana, senza vestiti addosso che stava accovacciata su una bambina che si lamentava. La bidella faceva degli strani movimenti e delle strane cose che Riccardo non aveva mai visto. Altre due donne, maestre di diverse classi a scuola, ridevano e bisbigliavano qualcosa agli altri bambini, cinque in tutto, seduti sul divano e immobili come fossero imbambolati.
La maestra spinse Riccardo nel salotto, stavolta più bruscamente. Il bambino vide del sangue sul pavimento e degli strani oggetti appuntiti sul tavolo. Iniziò a piangere e a implorare di voler andare via, perchè il gioco non gli piaceva, non gli era mai piaciuto.
La donna raccolse un crocifisso di legno imbrattato di sangue e iniziò a bruciarlo alla fiamma della candela.
- Guardami Riccardo, guarda verso di me. Se continui a piangere e a lagnarti, sarò costretta a farti male. Il gioco non è ancora iniziato e tu non vuoi più farlo? Vergognati.
Il bambino singhiozzò a lungo, senza riuscire a calmarsi. La bidella si voltò verso di lui e sorrise, mentre teneva ferma la bambina con una mano sul suo piccolo torace nudo.
- Gesù non vuole che bruci il crocifisso. Dirò tutto alla mia mamma. Voglio tornare a casa, non voglio giocare!
La maestra, delirante, continuava a bruciare l'oggetto sacro. Le altre due ridevano e toccavano i bambini nelle loro parti intime, imbrattandoli di sangue, lo stesso sangue che era sparso sulle mattonelle.
- Gesù è cattivo, più cattivo di te, brutto bambino che non sei altro! Se non la smetti di piangere, ti farò prendere dal diavolo nero! Mi hai capito?
Riccardo urlò ancora alla vista del crocifisso annerito dal fumo e dalle fiamme che la donna scagliò contro il soffitto. Poi lei iniziò a spogliarsi e a trascinare il bambino che era in preda al terrore lancinante. Prima di perdere completamente i sensi, stordito dalla maestra con una pezza bagnata, Riccardo vide il corpo nudo della bidella fremere sulla bambina distesa e in trance, vide gli altri compagni che fissavano senza muoversi le fiammelle guizzanti della candela, vide le tre donne usare quegli strani strumenti di ferro su di loro, vide tutto il sangue brillare nell'oscurità. Il bambino dai capelli ricci mormorò la parola mamma prima di chiudere gli occhi.
Il gioco stava per iniziare, anche se non era il bel gioco che la maestra gli aveva promesso. E sarebbe durato ancora a lungo.
Il signor V. decise che quella mattina il caffè era troppo bollente e che il buongiorno della barista non era stato sufficientemente cordiale. Il sole, nonostante i vetri opachi, era troppo luminoso e il giornale troppo grosso da sfogliare seduti al tavolino del bar.
Quel bambino con le dita appiccicose di cornetto era eccessivamente colorato nel suo cappottino sgargiante e ostacolava il fornitore di panini troppo frettoloso di consegnare le scatole.
Il signor V. si guardò le scarpe e pensò che erano troppo piene di piedi.
Tre quarti d’ora prima, il signor V. si era svegliato anticipando di un minuto la radio che poi aveva iniziato a parlare da sola delle previsioni del tempo come ogni mattina e toccandosi la faccia, l’aveva trovata più ispida del solito.
Si era poi alzato infilando i piedi pelosi nelle ciabatte di pelle perfettamente allineate sul tappetino persiano e si era dunque diretto verso la finestra per rendersi conto che le persiane erano un sistema troppo antiquato e le sue in particolare, troppo vecchie e scrostate per essere definite decorose.
Il signor V. trascorse un quarto d’ora davanti allo specchio per poi decidere che non doveva guardarsi: era troppo grigio e storto. Così, prima era uscito dalla vestaglia bordeaux a pied de poule e poi dalla porta per mettere qualcosa nello stomaco.
Aveva comprato il solito giornale e si era seduto al solito tavolino, per un sano caffè.
“Ha sentito che
La barista orgogliosa, iniziava la giornata così, lucidando di chiacchiere il bancone, mentre la signora Cesira l’ascoltava con la crema pasticcera sospesa agli angoli della bocca.
Anche il signor V. ascoltò e mentre ascoltava guardò il pavimento a quadri. Ritenne che sicuramente sarebbe stato meglio a mattonelle ondulate e dunque lo trovò orribile.
“Signor V., lei ci va al matrimonio della Maria?” gli disse
“No.”
“No? Pensavo di si, ma non la conosce da tanti anni?”
“No.”
“Eppure mi sembrava. Non sembrava così anche a lei, cara? E non conosce anche lo sposo, come si chiama…quel brav’uomo…Salvatore?”
“No.”
Il signor V. pensò che la signora Cesira era un enorme e stucchevole croissant alla crema pasticcera ricurvo sullo sgabello.
“Ma certo che li conosce il nostro signor V.”, disse la barista lucidando energicamente una mensola. “Solo che questa mattina…è un po’ così!” ed esplose in un sorriso mostrando una fila di denti altrettanto lucidi.
“Mi dia altri tre cornetti alla crema per i miei nipotini, cara. Sono i miei piccoli tesori, quei due.”
Al signor V. vennero in mente i nipoti grassocci della signora Cesira, con i loro anelli di ciccia ai polsi.
“Arrivederci cara, Arrivederci signor V.”
“Arrivederci.”
Il signor V. si alzò e pagò il caffè lasciando gli spicci sul tavolo. Uscì e si rese conto che non aveva nulla di particolare da fare e la cosa lo irritò ancora di più, così si diresse verso le panchine della piazzetta dispiegata attorno al monumento ai caduti sentendosi con fastidio l’inchiostro del giornale sulle dita. Intorno a lui iniziarono ad arrivare signorine orientali con neonati occidentali nel passeggino, ed alcuni suoi più o meno coetanei che si scioglievano lentamente le ossa al sole.
Il signor V. pensò che quella piazzetta era troppo uguale a tante altre, esattamente come quella mattina. Si avvicinò alla ringhiera per guardare meglio il panorama e il freddo del metallo sulle gambe gli passò attraverso i pantaloni, dandogli una sensazione spiacevole. Posò lo sguardo sulla cascina in fondo, a pochi passi dal ponte di legno.
Rivide mentalmente Maria ventenne che passava il ponticello avanzando in un vestitino di cotone a fiorellini, scollato sul davanti, con i seni che facevano su e giù ad ogni passo e la braccia alzate nel tentativo di tirarsi su i capelli neri per sentire meno caldo.
“Ciao Maria” le aveva detto allora con la voce strozzata.
“Ciao Alberto. Che fai qua? Hai staccato prima oggi?” Si copriva gli occhi con una mano per ripararsi dal sole del primo tramonto.
“Si, sono corso qui per vederti, perché so che passi qua a quest’ora e volevo vedere quanto sei bella quando cammini così con questo sole”, aveva pensato.
“Si.” Aveva risposto.
“Alberto, lo sai, mi sposo.”
“Ah”. Un semplice sussurro unscì dalle sue labbra, mentre gli sembrava che la terra sotto la staccionata sulla quale era appollaiato lo risucchiasse e che nello sprofondamento fosse aiutato da un masso che gli premeva sulla testa e sulle spalle.
“Giovanni è un brav’uomo, anche mamma è contenta…”
“Mi scusa signore, sai dire che ora è?”
Il signor V. si voltò scocciato verso quella voce straniera. “Le dieci meno un quarto”.
“Grazie. Ah,senti tu forse non sai, sai dove posso trovare banca?”
“Certo che lo so, mi conoscono tutti qua, ho lavorato quarantacinque anni in banca, se tu non fossi giovane e di chissà che posto, lo sapresti da sola che la banca qua non la conosce nessuno meglio di me”, fu un lampo, ma pensò tutto questo mentre le rispondeva con un poco cortese e stizzito “Laggiù”.
Il signor V. pensò che non poteva far niente di meglio che passeggiare. Del resto non aveva grandi alternative e ritenne opportuno dar retta alla barista che decantava le virtù del moto ad ogni età. Camminando se la prese con le aiuole troppo ricche, con i marciapiedi stretti, con gli automobilisti indisciplinati, con i cartelli pubblicitari che erano troppo idioti e con il callo del piede sinistro che ricominciava a fargli male. Rallentò passando di fronte alla merceria di Maria, facendo finta di non vedere. Ma arrivato all’angolo, se la trovò di fronte.
“Alberto, ciao!”
“Ciao Maria, ti trovo bene”.
Lei si passò una mano inanellata e con la pelle sottile fra i capelli corti illuminati dal riflessante argento. Gli sorrise, quasi timida.
“Sicuramente l’avrai saputo, qua chiacchierano tutti…”
“Si, congratulazioni. Salvatore è davvero un brav’uomo. Vi auguro di essere felici”.
“Ti ringrazio. Sai, all’inizio mi sembrava un po’ assurdo risposarmi a quest’età. Certo poi…ne parlo a te che non ti sei mai sposato”.
Il signor V. fece un mezzo sorriso che non sembrava tanto tale. “”Si, io non sono un esperto in materia. Comunque tu sei anche più giovane di me, quindi…”
Maria si girò e vide che di fronte al suo negozio stava parcheggiando un furgoncino blu.
“Alberto scusami,ti devo lasciare che ho i fornitori. Comunque ti aspetto al matrimonio, eh? Ciao caro”.
“Ciao, buon lavoro”.
Il signor V. la guardò allontanarsi nel soprabito color prugna, un po’ appesantita, ma sempre bella. Si mise il giornale sotto al braccio e girò l’angolo.
Iniziò a pensare che ancora un volta aveva dimenticato di dire a Svetlana, la donna delle pulizie, di non spostargli il sapone da barba dalla mensola a destra e di non togliere il plaid dal divano per rimetterlo nell’armadio. Si ricordò che l’ultima volta, mentre cantava a squarciagola canzoni russe passando l’aspirapolvere, Svetlana aveva risucchiato per distrazione il suo calzino grigio fumo, andato irrimediabilmente perduto.
Accelerò il passo per arrivare prima a casa; aveva un’andatura nervosa, stizzita, in più il callo gli faceva sempre più male. Si, Svetlana si sarebbe certamente anche dimenticata di passare lo straccio nello stanzino e avrebbe fatto cadere le molliche della tovaglia sul balconcino della signora di sotto. Stavolta non gliel’avrebbe fatta passare liscia. Anche perché quella era un pessima giornata, se ne era accorto subito lui che aveva un sesto senso per queste cose.
Ed erano solo le dieci del mattino.
. I mesi si susseguirono nella più perfetta armonia. Giulia e Marco si vedevano tutti i giorni, sia a scuola, sia oltre gli orari di lezione. I compagni avevano cominciato a prenderli in giro.
“A quando le nozze?” aveva esclamato malignamente Barbara.
Vanessa invece si era dichiarata profondamente disgustata.
“Sono talmente appiccicosi, diabetici oserei dire!”
Ma loro non si curavano dei pettegolezzi e vivevano serenamente la loro storia alla luce del sole.
Una sera lui la portò in spiaggia a guardare le stelle. Sapeva essere molto romantico e questo era uno dei lati che Giulia maggiormente apprezzava in lui. Si sedettero in riva al mare; lei aveva le guance arrossate dal freddo ma si sentiva talmente felice che avrebbe potuto rimanere lì, insieme a lui, per tutta la vita. “Hai freddo?” Le chiese all’improvviso Marco, vedendo che tremava.
“Un poco”, rispose lei stringendosi forte a lui.
“Ti riscaldo io, non temere!” E si chinò a baciarla dolcemente.
Quella sera fecero l’amore per la prima volta. Lì, sulla spiaggia deserta, cullati dalle onde del mare. A Giulia sembrò di toccare il cielo con un dito mentre le mani di lui l’accarezzavano dolcemente ed i suoi baci le sfioravano la pelle come lingue di fuoco. Inutile dire che il freddo le passò all’istante per lasciar posto a una marea di sensazioni indimenticabili.
Eppure anche la storia fra Giulia e Marco era destinata a finire. Successe i primi giorni di maggio. Lui da un po’ di tempo era più taciturno e spesso trovava la scusa di dover studiare pur di non stare con lei. “Tra non molto la scuola finirà e avremo gli esami”, le disse una mattina, dopo le lezioni, “Ed io non sono affatto preparato. Ho bisogno di ripassare ancora alcune materie, da questo esame dipende tutto il nostro futuro!”
Giulia sapeva che aveva ragione, ma qualcosa nel suo atteggiamento le fece dubitare che non ci fosse dell’altro; qualcosa che lui le nascondeva.
“Dimmi la verità, Marco. Cos’è che ti turba?”
Lui sospirò, distogliendo lo sguardo, quasi non avesse il coraggio di incontrare i suoi occhi.
“Stiamo facendo le cose troppo in fretta, Giulia!”
“A cosa ti riferisci?” le parole le uscirono di bocca in un sussurro. Tremava, ma stavolta non era per il freddo.
“Mi riferisco alla nostra storia. Stiamo correndo troppo. Cavolo, siamo ancora troppo giovani!”
Giulia sentì le lacrime affiorarle e le ricacciò indietro. Non voleva che lui la vedesse piangere, era stata sempre molto orgogliosa.
“Che c’entra la nostra età? Non capisco…”
Marco parve spazientirsi.
“C’entra eccome, Giulia! Ti rendi conto che abbiamo una vita davanti? E tantissime esperienze da fare? Hanno ragione i nostri compagni a prenderci in giro, noi siamo sempre appiccicati come la colla! Io ho bisogno di conoscere gente nuova, di vivere la mia vita appieno…”
“Stai cercando di dirmi che vuoi lasciarmi?” le faceva male il petto mentre pronunciava quella frase, ma doveva sapere. Ormai fingere che nulla fosse successo non si poteva più.
“Sì, Giulia. Probabilmente sarò io a pentirmene ma non ce la faccio più a continuare così. Rivoglio la mia libertà.”
Quelle parole la ferirono profondamente. Aveva parlato come se il loro amore fosse una gabbia da cui scappare. Per lei era una cosa diversa. Per lei era la massima espressione della vita, la gioia, l’emozione più grande.
Rimase per un istante a guardarlo in silenzio, come se volesse imprimersi nella memoria i lineamenti del suo viso. Poi lentamente si voltò e scappò via.
Continua...
Un giorno verrò da te. Senza invito e senza preavviso busserò alla tua porta e le gambe tremeranno mentre aspetterò di vederti, il cuore prenderà a correre rubandomi i respiri, la testa sarà leggera e solo il tuo nome si muoverà tra i pensieri immobili. I tuoi passi così vicini saranno gocce di impazienza che, anziché placare la mia sete, simili a un miraggio la aumenteranno. Ma non sarà un’illusione né un sogno, aprirai quella porta e non ci sarà bisogno di parole: tu saprai perché sono lì, forse non lo saprò io, ma tu sì. Guarderai il mio sorriso incerto, ma non penserai neanche per un secondo che io non sia felice: la colpa sarà dell’emozione, una volta di più, quella stupida emozione che mi impedirà di guardarti negli occhi e ti farà leggere nel mio rossore tutto quello che non riuscirò mai a dirti. Che l’ho sempre saputo che un giorno sarei venuta da te. Verrò senza sapere come reagirai, perché nella frenesia di raggiungerti avrò sicuramente scordato di domandarmelo, e solo dopo che avrò bussato arriveranno quei mille dubbi che, se si fossero mostrati prima, mi avrebbero fatto tremare, rinunciare. Dopotutto, potresti anche mandarmi via… Ma io me ne andrei lo stesso sorridendo per aver visto finalmente il tuo viso. Però non credo lo farai, no… Un giorno verrò da te e tu mi farai entrare. Ci sarà della musica, immagino ci sia spesso nella tua casa, una musica che a me non piace poi molto ma che in quel momento mi sembrerà bellissima. Tutto mi sembrerà bellissimo. Fuori il sole farà brillare d’azzurro un cielo che conterrà l’infinito, il vento sarà il respiro di un dio in cui tornerò a credere e la città sparirà per diventare tutto ciò che immagineremo. E poi… E poi non lo so… Io so solo questo… Che un giorno verrò da te.