Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 30 maggio 2008,08:15

C'era una volta, in un regno lontano, una terribile principessa megalomane. Il suo passatempo preferito era scaraventare oggetti addosso agli sfortunati membri della corte ed in particolare, amava seviziare la dama di compagnia leggendole storie scritte di suo pugno. La principessa megalomane infatti, era convintissima di essere una grande scrittrice e proclamava ad alta voce versi sconclusionati, autodefinendosi raffinatissima ermetica.

La dama di compagnia d'altro canto, oltre ad aver imparato a schivare specchi, spazzole e portagioie, aveva fatto propria l'arte della dissimulazione, indossando perennemente un sorriso inespressivo e annuendo silenziosamente con la testa. In realtà, durante la lettura, chiusa nel mondo ovattato dei tappi in cera accuratamente nascosti da due strategiche ciocche di capelli , immaginava di veder rotolare la principessa dalle scale o di affogarla nella sua vasca da bagno di centoventicinque metri.

La principessa megalomane odiava essere contraddetta. Chiunque in passato aveva tentato di presentarle il mondo sotto un  altro punto di vista, era stato immediatamente defenestrato. Aveva fatto costruire una torre altissima fatta di caramelle - perchè adorava le cose dolci, alcuni sovrani di regni vicini malignavano che fosse per compensazione - e da lì ogni dissidente osservava il suo ultimo panorama.

Altra sua peculiarità era il non poter accettare che ci fosse qualcuno migliore di lei. In tutti i campi si proclamava onnisciente e ogni sera, prima di andare a letto, accarezzava il martelletto tempestato di pietre preziose, con il quale emetteva le sue sentenze.

Un giorno però, arrivò a corte un giovane hippy che non aveva paura di nessuno e chiese di essere ricevuto da Sua Altezza. La principessa megalomane si presentò sfoggiando il suo più bell'abito di piume di pavone e sedette sul suo altissimo trono.

"Dimmi giovane sfrontato, cosa ti porta qui da me? La tua impudenza credo, dato l'abbigliamento."

"Altezza, vi propongo un esperimento. Sapete, mi sto laureando in scienze della comunicazione e mi hanno incaricato di fare un sondaggio."

"Svelto per carità, che ho una defenestrazione tra poco e un verso meraviglioso che mi bussa in testa e che devo assolutamente annotare"

"Vedete altezza, all'università da qualche anno hanno istituito un criterio di valutazione degli insegnanti da parte degli studenti. Si tratta di riempire in forma anonima una scheda. Così i professori sanno cosa pensano di loro gli allievi."

"Cosa credi che me ne importi di queste fandonie? Arriva al dunque."

"Vi propongo di fare un test di questo tipo con il vostro popolo. Magari non così diretto, chiedete cosa adorano di più, può esservi utile."

"Che idiozie, è ovvio che adorino tutti me più di qualsiasi altra cosa."

Il giovane venne defenestrato.

Durante la notte, il sonno della principessa megalomane fu molto agitato. Si svegliò tutta sudata e la cosa la irritò moltissimo. Alle tre di notte fece buttare giù dai letti tutti gli scribi del regno affinchè compilassero al computer le schede che le aveva consigliato il giovane impudente.

La mattina dopo, davanti ad ogni porta fu deposto un plico col bollo della sovrana in glassa di zucchero. Alle sei del pomeriggio ai piedi del trono giaceva  un'enorme catasta di fogli. La principessa megalomane entrò fasciata in un abito d'oro massiccio che la rendeva alquanto goffa e appesantita, ma la faceva splendere più di qualsiasi altro mobilio in sala. Con un gesto della mano ordinò che iniziasse lo spoglio delle schede.

"Il pollo arrosto. La lasagna al pesto della zia Pina. Il sole al tramonto. Le cosce di mia moglie. Il calendario di Jhonny Depp. Le offerte 3x2 al supermercato dietro l'angolo..."

"COOOOOOSAAAAAAAA?????" La principessa megalomane si alzò sbattendo le maniche del vestito sui braccioli del trono e provocando un'onda metallica  assordante che inondò la sala. Lo spoglio delle schede continuò fino alla fine e non ci fu una scheda che la indicasse come oggetto di adorazione.

La principessa megalomane divenne prima bianca, poi rossa, infine leggermente verdognola. Si alzò, si portò al centro della sala e poi urlò:

"DEFENESTRATELI TUTTI!!!!!!!!!!!!!!"

Tutti rimasero pietrificati. Poichè nessuno era stato escluso dal compilare le schede, comprese le guardie di palazzo, si resero conto che avrebbero dovuto defenestrarsi a vicenda. Perciò rimasero immobili.

Fu così che Sua Altezza ebbe un attacco isterico in piena regola. Finito l'attacco, restò nel normale stato semi allucinatorio e si avviò verso la torre della defenestrazione. Iniziò a mangiarne la base, con foga, desiderosa di sentire il dolce in bocca. Dopo qualche minuto, sentì un rumore sordo provenire dall'alto. Alzò la testa con la bocca piena e anch'essa vide il suo ultimo panorama, ma dal basso.  La torre veniva giù, centoquaranta metri di dolciumi incastrati fra di loro, un mare di dolcezza che in pochi secondi la seppellì.

Il popolo e i rappresentanti della corte diedero fuoco alla montagna di dolci, che divenne un unico blocco di zucchero cristallizzato. Poi ridendo, se ne andarono tutti in massa a mangiare le lasagne al pesto dalla zia Pina.

by ombrellina | commenti (18) | commenti (18)(popup)
Link | categoria:la principessa megalomane
martedì, 27 maggio 2008,15:07

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Correndo

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Giaccio immobile osservando soffitti abituati a cambiare ormai troppo spesso.

Non mi sento bene.

Non mi sento a casa.

Mai.

Sensazioni umide, gelide come notturni spifferi che danzano inafferrabili nelle notti autunnali fra le piante in riva ai boschi.

Mi alzo.

Non è vero, sono rimasto  sdraiato, inerte, quasi liquefatto. Piangerei ma non credo che sia il caso, in questo momento; sarebbe più un modo per distrarmi, per spiazzare me e l'andamento naturale delle cose. Ora solo pensieri.

Sembro morto, effettivamente, ma in realtà sto correndo.

Osservatemi attentamente...

Io corro.

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by maestrobuitre | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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mercoledì, 21 maggio 2008,18:56

Sin da bambina sono stata attratta dai libri. Quando mi immergevo nella lettura, incurante del mondo che mi circondava, riuscivo a crearmi degli universi personali, a seconda di ciò che in quel momento stavo leggendo. Benché fossi spesso malinconica, non ero tendenzialmente una bimba solitaria: giocavo volentieri con le mie amiche, tuttavia con un preciso limite di tempo cui non intendevo derogare; lo spazio dedicato ai romanzi, alle fiabe, ai racconti di viaggi, doveva in ogni caso occupare lo spazio principale della mia giornata.
Crescendo, non sono cambiata. Sebbene ami in modo perverso le scarpe, con i tacchi, ballerine, stivali e stivaletti, sandali e calzature sportive, la mia meta prediletta di shopping rimarrà sempre e comunque la libreria. Entro, mi guardo attorno, prendo i volumi per soppesarli, sfogliarli, annusarli (l'odore della carta ha un sapore unico, irresistibile, paragonabile soltanto a quello del mare, quando è battuto dal vento del nord, oppure di un bosco, nel momento magico del tramonto, dove sole e sera incombente si disputano il privilegio di accarezzare alberi e foglie, muschio e zolle erbose, o ancora di un'alba vissuta sulla sponda di un lago, mentre a oriente, in direzione di Lecco, la vita riprende lentamente il suo corso, mulino a vento che macina i giorni sempre uguali ma al contempo differenti di tutti). A Milano, le mie scelte sono quasi obbligate. Feltrinelli, Messaggerie, book shop moderni e ariosi, provvisti di tutte le ultime novità. Ma, potendo scegliere, preferisco le vecchie librerie di provincia, polverose e odoranti di antico, dove forse è ancora possibile scovare tomi misteriosi e sconosciuti, che poche mani hanno accarezzato.
Un giorno, entrai in uno di questi ultimi avamposti di un tempo che fu. Era avvolto nella penombra, e i libri sembravano collocati a caso nelle scaffalature di legno, o forse seguivano un ignoto ordine, sconosciuto ai più, che il proprietario aveva stabilito, non saprò mai con quale intento, forse per scoraggiare gli avventori che giudicava indegni di rispetto. Gente frettolosa, superficiale, incurante, alla ricerca di un best seller segnalato dai giornali, da riporre nella propria libreria con l'unico scopo di mostrare ad amici e conoscenti di essere alla paige, del tutto disinteressata agli scrigni preziosi e profondi, in cui si celano infiniti prodigi di scrittura. Il padrone di quel negozio era un uomo anziano, corpulento, provvisto di una folta barba bianca; gli occhi, di un azzurro color del mare, lasciavano trapelare una luce a mezzo fra l'ironico e il bonario, in palese contrasto con l'espressione del viso, improntata a un burbero distacco.
Mentre rovistavo, chinandomi su pile di libri accatastati sul pavimento, li spostavo, cercando di ignorare la polvere che li ricopriva, li esaminavo e (come sempre) li odoravo, lui mi guardava di sottecchi, fingendo di leggere un giornale. Probabilmente mi pesava e mi valutava, e la sua bilancia nasceva da un'esperienza di anni e, credo, da un innato spirito di osservazione. Gli scaffali salivano quasi fino al soffitto, e in certi punti i libri erano sistemati in doppia fila, oppure posti l'uno sull'altro, quasi quella fosse una biblioteca personale, aperta agli sguardi altrui per una sorta di gentile concessione, e non già un normale negozio di provincia, destinato, come tutti i negozi, alla vendita, alla fine non importa di quale titolo.
Ignorerò per sempre il motivo che a un tratto spinse quell'uomo ad alzarsi, ad avvicinarsi lentamente a me e, dopo aver frugato in una delle molte cataste che correvano lungo le pareti, quasi create a bella posta per intralciare i movimenti della clientela, a porgermi un libro. Mi sono chiesta tante volte cosa avesse visto in me, quali meriti avesse attribuito a una ragazza bionda, magra, vestita con un enorme maglione di lana e un paio di vecchi jeans stinti.

venerdì, 16 maggio 2008,21:50

Varie 1072

L'acqua del lago era densa scura come melassa
e qualche fonte in mezzo ai salici perdeva oro

il vento decise di infastidire i traghetti
e soffiava soffiava ghiaccio tutto ad un tratto

ti vedevo andare via
non ci eravamo ancora conosciuti non ancora non del tutto

e la mia faccia e i tuoi capelli frustati
niente t'avrebbe fermato



L'acqua del lago era densa scura come melassa
e qualche fonte in mezzo ai salici perdeva oro

il vento decise di infastidire i traghetti
e soffiava soffiava ghiaccio tutto ad un tratto

speravo le guance venissero via
speravo m'uscisse del sangue

come scorreva disperdendosi nel gelo nell'oro il mio sorriso
speravo m'uscisse del sangue per farti tornare


by PAPPINA | commenti (7) | commenti (7)(popup)
Link | categoria:mille e una pappa
martedì, 13 maggio 2008,08:02

Giulia guardò furtivamente il nuovo compagno di scuola. Era un ragazzo riservato e taciturno che dimostrava più dei suoi 18 anni. Le altre ragazze della classe già scommettevano su chi fra loro sarebbe riuscita a conquistare quel bel tenebroso e non facevano altro che girargli attorno.

Ma Giulia no, lei se ne stava in disparte ad osservare le compagne coi loro sorrisini maliziosi, troppo timida per prendere parte al gioco anche se, forse, non le sarebbe dispiaciuto avere per sé la sua attenzione.

“Marco, studiamo insieme questo pomeriggio?” propose improvvisamente Vanessa all’oggetto dei suoi pensieri “I miei genitori sono fuori casa e potremmo dedicarci alla ricerca di scienze senza essere disturbati.” Le altre ragazze sogghignarono.

“Sì, alla ricerca di scienze!” esclamò Barbara divertita e velocemente scansò la gomitata che Vanessa le aveva indirizzato. Giulia scosse la testa disgustata. Trovava di pessimo gusto proporsi in quel modo sfacciato a un ragazzo. Diversamente dalle sue compagne lei sognava una storia romantica, lunghe passeggiate al chiar di luna e una dichiarazione d’amore in piena regola.

Purtroppo dubitava di poter avere tutto questo un giorno. Eppure non era brutta, tutt’altro; chiunque la conoscesse la considerava decisamente carina, coi suoi lunghi capelli castani e quegli occhi verdi sognanti. Il suo problema era la timidezza. Non avrebbe mai avuto il coraggio di far capire a un ragazzo che era interessata a lui, né tanto meno di invitarlo ad uscire. Eppure Marco le piaceva da morire. Aveva un non so che di affascinante col suo carattere chiuso e scontroso, un James Dean dell’era moderna! Mentre era persa nelle sue riflessioni, quasi non si avvide che lui si era avvicinato proprio a lei e le stava parlando.

“Come?” balbettò confusa, “Non ho capito…”

Il sorriso sbarazzino di Marco la fece arrossire.

“Ti ho chiesto se ti va di preparare insieme la ricerca.”

“Pensavo la facessi con Vanessa!”

Lui fece spallucce.

“Chi? Quella? Non credo sia seriamente intenzionata a studiare ed io non ci tengo a prendere un brutto voto a causa sua. Quest’anno abbiamo l’esame e dobbiamo impegnarci a fondo.”

I suoi occhi azzurri la scrutarono per un lungo istante poi aggiunse con un leggero imbarazzo:

“E poi tu sei la più brava della classe, no?”

A quelle parole Giulia si sentì avvampare di nuovo. Detestava il rossore che le colorava le guance quando qualcuno la metteva a disagio. Non poteva sapere che quella era una delle cose che più piacevano a Marco di lei.

“Va bene”, rispose infine con un filo di voce “Ci vediamo alle tre in biblioteca, allora!”

“Sarò puntuale!”

La storia di Giulia e Marco cominciò così, in una mattina di fine ottobre, fra i banchi di scuola.

In seguito ci furono interi pomeriggi a studiare insieme, ore passate a parlare di tutto e a confidarsi i propri piccoli segreti. E infine venne il bacio. Quello tanto sognato e desiderato, come nei film, quando ci si giura amore eterno. Per Giulia fu una forte emozione che avrebbe ricordato per sempre. Quel giorno passeggiarono a lungo, tenendosi per mano come una qualsiasi coppia di innamorati, col cuore in tumulto per aver scoperto per la prima volta l’amore.

Continua...

by Luna70 | commenti (11) | commenti (11)(popup)
Link | categoria:al chiaro di luna
domenica, 11 maggio 2008,10:51

Il vecchio si dondolava lentamente alla sedia, scrutando la linea offuscata dell'orizzonte con i suoi occhi grigio azzurri. Quell'estate la sua campagna non era mai stata così rigogliosa.
Centinaia, forse migliaia spighe di grano si muovevano pigre, spinte da sussurri di brezza calda. Il sole batteva ma il tramonto era ormai vicino.
L'uomo continuava a dondolarsi, riflettendo sul tempo e sul destino. Argomenti da vecchi, da gente che odia di esserlo ma sa che non si può tornare indietro.
Era rimasto solo da anni. Era abbastanza abituato da poterci convivere senza ulteriori affanni, senza chiedere aiuto. Forse non era poi così vecchio.
Il grano continuava a danzare davanti al portico della sua casa, un deserto sconfinato di bastoncini flessibili.
Ripensò per un attimo ai cani randagi. Ripensò subito dopo all'urlo di sua moglie. La loro bambina, la loro unica figlia stava per cadere dalla bicicletta, circa trent'anni fa. Sua moglie aprì la porta appena in tempo per vederla vacillare. Fu allora che gridò spaventata. Il motivo non fu il rischio di una normale caduta dalla bicicletta. Dal grano, da quelle spighe danzanti, comparve il muso ringhiante di un cane nero.
Sua moglie gridò più volte e lui accorse dalla rimessa sul retro; la bambina cadde su un lato ferendosi al ginocchio e al polpaccio, macchiandosi di terra il vestitino, iniziando a piangere. Però non vide mai quell'animale intruso che sembrava volesse avanzare minaccioso e uscire allo scoperto sotto il sole acceso di luglio.
Ora, a distanza di così tanto tempo, il non più giovane vedovo si ricordò di quell'episodio apparentemente senza senza significato.
Si aspettò quasi di vedere ricomparire quel cane, invecchiato magari quanto lui.
Allungò la mano destra tremante e afferrò il bicchiere. Mentre sorseggiava il suo vino immaginò la scena.
Quel bastardo di cane, che all'epoca aveva aggredito a sangue vari bambini di altre case nei dintorni, si faceva largo tra le spighe, il pelo ispido, i baffi sporchi di sangue secco, i denti accuminati. Solo che adesso non era proprio un cane vivo. Il tempo non trascorre allo stesso modo per animali e uomini, lo sanno anche i sassi.
Quel cane barcollava, come se volesse aggrapparsi alle poche forze residue, barcollava e ringhiava, non rinunciando al proposito di seguire l'istinto famelico, di attaccare. Attaccare e uccidere.
Il vecchio, che non era mai stato un uomo onesto nella vita e che aveva più volte abusato di sua figlia a insaputa della moglie, mantenendo con prepotenza dei torbidi segreti, sghignazzò al sole morente di quell'ennesimo giorno.
Vuotò il bicchiere e si pulì l'angolo della bocca con il polso ruvido. Quell'estate era speciale, non solo per la campagna florida. C'era qualcosa nell'aria, la si fiutava come un leone con il sangue e il sudore della preda. C'era qualcosa di magico e di perverso, di nero come il pelo di quel fottuto cane.
Magico e perverso. La fine di qualcosa e l'inizio di un'altra.
Quando si alzò dalla sedia a dondolo di legno consumato, il sole era già basso e le ombre stavano per inghiottire gli spazi. La ragazza che torturava quotidianamente, rinchiusa in cantina, lo stava aspettando. Chissà se oggi quella troia avrebbe gradito un po' di fragole fresche prima di essere violentata. Il vecchio se lo domandò, corrugando la fronte come se fosse di fronte a un dilemma universale.
Il vento cessò ma qualcosa continuò a muoversi nel mare di grano, qualcosa pronta ad attaccare. Il vecchio però non potè accorgersene, la sua mente era altrove.

by Univers | commenti (20) | commenti (20)(popup)
Link | categoria:ti porterò lontano
martedì, 06 maggio 2008,06:21

Era passata circa mezz’ora da quando avevo preso la zolletta di zucchero imbevuta di acido. Durante quei minuti mi erano venute in mente le lezioni del professore di farmacologia sulle sostanze d’abuso, c’era qualcosa che aveva detto che avevo la sensazione fosse importante, qualcosa che dovevo ricordare ma che al momento mi sfuggiva.

«LSD, l’allucinogeno comunemente chiamato “acido”: è la dietilamide dell’acido lisergico, una sostanza sintetica scoperta nel 1938. È la più potente in assoluto tra le sostanze d’abuso dal momento che sono sufficienti appena 25 microgrammi affinché sia attiva.»

Adoravo quel professore, il modo in cui parlava, come riusciva a tenere cristallizzata su di sé l’attenzione di tutti. Era uno dei pochi che riuscivo a vedere come una persona oltre che come un docente, che sembrava avere una vita vera al di fuori delle mura delle aule. Forse era perché ogni tanto veniva a lezione con il borsone da tennis. Doveva essere uno di quei giocatori che basavano tutto sulla resistenza fisica e che per fermarli dovevi sparargli. Mi ero messa in testa di sfidarlo un giorno, ma solo dopo aver dato l’esame: non volevo che pensasse che il mio fosse un mezzuccio per arrivare al 30.

Buttata sul divano, quei giorni mi sembravano più lontani che mai. Neanche ricordavo come ero finita lì o di chi fossero quella casa e quel divano. Dalla stanza accanto, la musica arrivava come una serie di martellate contro la parete e incitava la gente a ballare e ballare e ballare. Io odio ballare.

«L’LSD agisce stimolando i recettori per la serotonina e ha quindi effetti sulla trasmissione del dolore, sulla regolazione dell’umore, dell’appetito e della sessualità. Gli effetti più importanti sono però di natura dispercettiva: illusioni ed allucinazioni soprattutto di tipo visivo, con impressione di sdoppiamento tra anima e corpo, alterazione dei colori che virano prevalentemente verso il rosso e una visione definita caleidoscopica. C’è inoltre il fenomeno della sinestesia, ossia si vede ciò che si ascolta e si ascolta ciò che si vede.»

La percezione del mondo era qualcosa che mi aveva sempre affascinato, volevo vedere, volevo conoscere, anche al di là dei miei sensi. Vedere quello che ascolto e ascoltare quello che vedo… Vedere un suono, una parola, una voce… Ascoltare un volto. Ricordo di essermi voltata verso i miei amici: non ero solo io, tutti eravamo tentati. E tutti sapevamo che non l’avremmo mai fatto.

Fu in quel momento, su quel divano anonimo, che mi ripromisi di usare la parola mai con minor disinvoltura in futuro. E fu lì che definii meglio il concetto di visione caleidoscopica. Le figure intorno a me giravano lente le une attorno alle altre, si confondevano e si sovrapponevano, si scomponevano per ricomporsi subito dopo in immagini nuove che tuttavia mantenevano la loro identità. Era come se il tutto divenisse una sola cosa e la singola cosa fosse proiettata in tutto quello che mi circondava. I colori non erano rossi come mi aspettavo, ma si mescolavano anch’essi in tinte a cui non avrei saputo dare un nome perché un nome non l’avevano. Iniziai a sudare e i battiti accelerarono.

«C’è un’attivazione lieve e transitoria del sistema nervoso simpatico con ipertensione, tachicardia e sudorazione.»

Giusto, attivazione del simpatico nella fase iniziale. Andava tutto bene, stavo solo iniziando il viaggio. Improvvisamente mi bloccai. La cosa che dovevo ricordare! Aveva a che fare col viaggio!

«A differenza delle altre droghe, l’LSD può essere considerata sicura: non causa intossicazione, non dà dipendenza fisica o astinenza. Ma è una droga psichedelica, chiamata per questo anche “mind expander”: fa riaffiorare nell’io i contenuti del subconscio ed, eventualmente, le componenti ansiogene rimaste sepolte. Se questi contenuti sono positivi si avranno effetti piacevoli e si farà un “good trip”. Ma può anche accadere che vengano amplificate e materializzate fobie che erano state relegate nel subconscio e allora si andrà incontro ad un “bad trip”: in questo caso, prevale la componente angosciosa e terrifica, si possono avere visioni mostruose e violente, incubi reali, sensazioni di persecuzione e di panico; non si ha euforia come nel good trip ma atteggiamento disforico che può portare ad aggressività e, molto spesso, al suicidio.»

C’ero quasi. Era quello che dovevo ricordare. Mi stavo avvicinando.

«Ricordate, ragazzi. Nel caso in cui decidiate di assumere un allucinogeno, è fondamentale che ci sia con voi qualcuno lucido che vi assista, che vi faccia restare. Una guida. Questa viene chiamata col nome di una popolazione delle montagne del Nepal…»

Sherpa… Ricordai. Ecco qual era la cosa tanto importante… Non avevo uno Sherpa. Non avevo nessuno che mi facesse restare.

Vidi entrare qualcuno dalla porta e scattai sul divano mentre la figura scura avanzava verso di me, con la stanza e il resto del mondo che vorticavano intorno e all’interno di essa. Ali da angelo sporche e spezzate, un viso che amavo. Lo riconobbi subito in mezzo alle centinaia di altri volti che avevo visto nella mia vita e che componevano il viso di quell’angelo del terrore. Ebbi paura perché sapevo che quell’incubo, il mio bad trip, sarebbe potuto durare anche fino a dieci ore. Troppe. Non avrei mai resistito tanto. Mentre l’angelo torturava la mia mente, la memoria volò fuori dall’aula, anni prima, nei giorni della mia felicità.

«Mi farai tu da Sherpa, amo’?»

«Non dirlo neanche per scherzo!»

«E va bene… Ma resta una ficata!»

«Piantala, scema. Promettimi che non prenderai mai niente.»

«Dai, ti ho detto che va bene…»

«Promettimelo, tesoro.»

«Te lo prometto, angelo mio.»

by Ariendil | commenti (19) | commenti (19)(popup)
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