Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
lunedì, 28 aprile 2008,09:15
Il milite noto
Seconda e ultima parte

Fu una notte d’inverno molto fredda a tradirmi e forse anche quelle buste di Cordiale che mi ero procurato, forse quell’odore di polvere appiccicato all’unto del tempo. Fatto sta che una notte ero di guardia, entrai in camerata e mi addormentai sul mio letto abbracciato al fucile. Solo un attimo dicevo tra me e me, la mattina mi resi conto che quell’attimo era durato ore, davanti a me l’ufficiale di guardia scriveva nervosamente il rapporto. Questa è la fine pensai, non esistono punizioni per una cosa così grave, di solito si finisce in carcere militare. Ma fui graziato per miracolo, forse un generale in pensione aveva telefonato, ero libero, e mi misero a pulire le strade con l’idrante.
Pensavo ai mesi scorsi con quella bella casacca con i bottoni d’oro a servire da bere al circolo ufficiali, quella si che era vita! Ma non durò a lungo nemmeno quello perché una notte che avevo finito presto chiamai tutti gli amici per festeggiare, che cosa bene non lo sapeva nessuno, ci ubriacammo tutti fino a ridursi in uno stato ignobile, e anche lì ci scoprirono la mattina accasciati sui tavoli gonfi di veleno. Naturalmente ero diventato cameriere del circolo ufficiali perché ero stato trasferito dall’incarico di ufficio che mi era stato assegnato all’arrivo in caserma. Mi ricordo bene quell’ufficio con quel verde polveroso sulle pareti e i mobili di venature chiare, striate, spesso mi ritrovavo a contarle quelle lunghe linee tortuose, ma c’era sempre qualcosa che non tornava. Il Capitano C., che ben presto divenne Maggiore era nella stanza accanto, era uno spavaldo grassone che si divertiva a fare degli scherzi che capiva solo lui. C’era una piccola finestra a scomparsa che ogni tanto apriva per chiamare qualcuno e non dimenticherò mai quel ghigno con quei baffetti sale e pepe incorniciato dallo squallore di quella stanza. Era un continuo ticchettio della macchina da scrivere, quella era la musica giusta per il Maggiore, appena finiva apriva la finestrella scorrevole e guardava. Eravamo arrivati al punto di scrivere a caso interi fogli di “t”, di “e” tanto che sembravano dei fazzoletti ricamati, piuttosto che vedere la sua faccia. C’era anche il Maresciallo ma lui non diceva mai niente la sua più grande preoccupazione era dar da mangiare ai gatti. Alto e allampanato, con una divisa vecchia e corta era quello che in caso di guerra contava di più di un generale. Ero stato scelto per andare a prendere la posta al quartier generale e a me non mi pareva vero di poter uscire e andare in giro per la città. Ma un giorno per strada incontrai un mio vecchio compagno di Liceo che nel frattempo faceva il vigile, passammo l’intera mattinata a chiacchierare e siccome era già diventato tardi andammo al parco a stravaccarci sull’erba, fu in quella occasione che al mio ritorno a notte fonda mi trovarono in stato confusionale con i vestiti stracciati accuratamente prima e senza la borsa della posta che avevo buttato nel naviglio. Dopo numerosi giorni di consegna mi misero al centralino ma mi mandarono via subito perché mi dimenticai di chiudere la comunicazione mentre facevo il verso alla moglie del generale. Prima di essere assegnato a questa caserma ero al C.A.R., Centro Addestramento Reclute, anche in una grande caserma come quella che ospitava tantissimi soldati freschi di leva mi feci subito riconoscere. Una mattina ci portarono al poligono a sparare, gli autisti del camion ci sciagattavano come carne da macello, io caddi e spaccai il fucile. Quando fummo arrivati chiesi subito le cuffie perché il mio udito è debole, ma nessuno mi diede retta. Fu così che dovettero chiamare una ambulanza e farmi portare in ospedale. Solo dopo alcuni giorni mi dissero di avere una otite purulenta media con timpano perforato. Dopo una settimana ero in giro per l’ospedale a far battaglie con le castagne matte. Capitò proprio che una raffica di castagne fini sulla macchina di un graduato che scese inferocito e chiese, di che reparto sei? Psichiatria dissi molto calmo. Mi cercò per tutto l’ospedale e mi ritrovò rimandandomi subito in caserma senza giorni di licenza. Un giorno d’estate torrido e afoso si marciava sotto il sole nel cortile, sentivo urlare “passo” e quell’infinità di anfibi lucidati a specchio provocavano un suono sordo un po’ sinistro, io ero costantemente fuori tempo e scomposto, quando poi mi urlarono di presentarmi io m’impappinai tra compagnia e plotone. Fu un inizio difficile io ero appena arrivato in Italia, e il cibo del rancio mi creava problemi d’intestino tanto da restare in bagno per mezza giornata. Fui subito adocchiato come lavativo e accuratamente citato dai superiori come esempio da non seguire mai!
by miskin | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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giovedì, 24 aprile 2008,23:20
SPOSA VEDOVA SUO DONATORE CUORE, POI SI UCCIDE COME LUI
WASHINGTON - Un uomo che dodici anni fa aveva subito un trapianto di cuore - e che poco più tardi aveva sposato la vedova del suo donatore - si è tolto la vita nello stesso modo della persona da cui aveva ricevuto l'organo.
E' accaduto a Vidalia, nel sud-ovest della Georgia. Sonny Graham, di 69 anni, si è ucciso nel giardino di casa con un colpo di pistola alla gola, proprio come aveva fatto Terry Cottle, il 33enne che gli donò il cuore nel 1996. In seguito al trapianto che gli ha permesso di sopravvivere, Graham aveva iniziato a scrivere una serie di lettere alla famiglia del suo donatore, arrivando a conoscere personalmente la moglie di Cottle - Cheryl - allora 28/enne. Tra i due è nata una relazione così intensa che nel 2004 - dopo che lui è andato in pensione - si sono sposati e sono andati a vivere a Vidalia. Qui l'uomo, per motivi che non stati accertati, ha deciso di togliersi la vita nello stesso modo in cui fece dodici anni prima il suo donatore. Rendendo vedova per la seconda volta la stessa donna.



 
Eulalia, dritta come un fuso, osserva le attività frenetiche che si svolgono in sala operatoria.
Il chirurgo ha appena terminato il lavoro: un cuore umano, che sembra pulsare in modo innaturale, viene rinchiuso in un contenitore blu.

Non c’e’ tempo da perdere: tra pochi minuti, nella stanza in fondo al corridoio, un cardiopatico in fin di vita ricevera’ il dono inaspettato della seconda opportunita’.
Tornera’ a sorridere, parlare, camminare, fare le scale.

Andra’ a lavorare di nuovo, tornera’ a  seguire gli spettacoli al cineforum, mangera’ le patatine fritte e il venerdi’ sera frequentera’ un corso di ballo: imparera’ a ballare il tango, come aveva sempre sognato, e finalmente, nel secondo quadrimestre di lezione, incontrera’ la donna dei propri sogni.
Dopo una vita di attese, amori sbagliati, rinunce, rimpianti e liti furibonde, che lo avevano portato all’ infarto piu’ di una volta, capira’ di aver trovato il vero amore, che avra’ il viso dolce e triste di una quarantenne: un volto segnato profondamente dalla vita e dal tempo, ma non ancora appassito.

L’amera’, come nessuno ha mai amato prima, non dormira’ di notte per mesi interi, consumato dai dubbi e dal timore, fino al giorno in cui trovera’ il coraggio di dichiararsi e impazzira’ dalla gioia, scoprendo di essere ricambiato.
Ci sara’ un matrimonio, in un bel giorno di primavera;  le campane suoneranno a festa e gli stessi parenti che avevano pianto piu’ di una volta al suo capezzale, sorrideranno e lo abbracceranno, lanciando riso e benedizioni.

Passeranno gli anni, uno dopo l’altro, in pace ed armonia in una bella casa lungo la riva del fiume, e i ricordi delle stanze d’ospedale, dei giorni della paura e della speranza, della solitudine e del dolore, si faranno, giorno dopo giorno, sempre piu’ sfuocati.

Un bel giorno d’estate, lui camminera’ fino  all’argine, scendera’ fino al limitare dell’acqua, guardera’ i pesci, che tutto sanno e nulla dicono, e all’improvviso comprendera’ ogni cosa.


Tornera’ a casa con passo leggero, attraversera’ la grande sala arredata in legno d’acero e mettera’ nuova legna nel camino, perche’ il fuoco non si spenga.
Andra’ in cantina, per mettere a posto le vecchie fotografie del matrimonio ed estrarra’ dalla scatola di legno le piu’ belle, per guardarle l’ennesima volta. Vedra’ se’ stesso, con dodici anni in meno sulle spalle, e ammirera’ la bellezza della moglie, cosi’ solare, nonostante la doppia vedovanza che ne aveva funestato la vita, prima del loro incontro.

Sorridera’, rimettera’ a posto le foto e da un’altra scatola, di latta rossa, prendera’ una pistola e se la puntera’ alla gola.
Un colpo soffocato risuonera’ tra la polvere e i vecchi elettrodomestici sparsi per la cantina: lui morira’, ma il suo cuore sara’ salvo, pronto per un uovo ospite.

Tutto questo accadra’ senz’ altro: e’ una promessa segreta, un impegno da mantenere ad ogni costo.

Eulalia, inorridita, cerca di afferrare la scatola blu dalle mani del paramedico, che si e’ gia’ avviato in direzione dell’ altra sala operatoria, ma qualcuno la trattiene.

Mentre Eulalia cerca di divincolarsi, il cuore assassino viaggia verso la nuova vittima, cantando, sottovoce, una canzone d’amore.
 
 
by soffiodimaggio | commenti (5) | commenti (5)(popup)
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mercoledì, 23 aprile 2008,20:40
Ultimate Papp’s Woman Cooking Method
 
Uno non si stancherebbe mai di mangiare la Donna. Ma “mangiare”, come termine, mi sembra fuori luogo. Gustare, gustare è il termine più adatto. E in quanto dilettuoso dell’argomento, mi permetto di dare il mio piccolo e modesto contributo, a fronte di più alti e meritori scritti. Il benevolo lettore comprenderà l’animo della trattazione. A gran voce si chiede un corrispondente scritto sul Maschio, di cui io però confesso l’inesperienza. Ben vengano i preziosi contributi.
Della donna, mi si perdoni la citazione, non si butta via nulla. Ma ci sono cose assolutamente da fare, se si vuole per l’appunto gustare il meglio di questo superbo rappresentante del Regno Animale.
 
La testa.
La testa è un pezzo particolare della Donna. Delle cervella c’è chi dice che sanno d’anitra, ma non sono d’accordo. Il fatto è che è un organo estremamente coriaceo e quindi abbisogna di un lungo periodo a marinare. E nonostante ciò potrebbe non bastare. In parecchi esemplari l’unica cosa da farsi è masticarlo e mandarlo giù, come fosse un nervetto, fosse pure per il solo gusto di suggerne il sapore. E state tranquilli che sarete ripagati: nulla a che fare col sapore piatto e monotono del cervello del Maschio.
In Natura la pelle della faccia della Donna assorbe una quantità indicibile di creme, lozioni, unguenti, pigmenti e cosmetici vari, il tutto per i meccanismi riproduttivi. Sarà perciò bene trattare adeguatamente la parte con bagni e risciacqui dell’acqua di  ammollo.
Se avete la fortuna di avere una testa col collo, assicuratevi di togliere le corde vocali, unica parte veramente indigesta della Donna.
 
Il cuore.
Il cuore è un organo a sorpresa. Potrebbe infatti contenere una grande quantità di tossine e quindi risultare venefico, oppure essere di una purezza sconfinata. Meglio cautelarsi, dato che esteriormente non è dato conoscere le condizioni di questo muscolo. E meglio servirsene a pranzo, quando il corpo e la mente sono più reattivi. A cena, per chi vuole rischiare, si aprono le porte o di una nottata in bianco o del paradiso.
 
Glutei & co.
Qui si entra in un territorio dove il gusto personale la fa meramente da padrone. Alcuni trovano il consumare certe parti del corpo semplicemente improponibile. Alcuni invece impazziscono proprio a ragione della rustichezza della cosa. Come per il musetto del maiale, o la lingua col bagnetto: tutte specialità che sono giudicate prelibatezze o cibi intoccabili.
Il “Ciciaron”, detto alla Cremonese, ossia il Chiacchierone, date alcune sue performance universalmente riconosciute,  va consumato come Natura crea. Così com’è va bene, comunque esso sia.
L’”Origine del mondo”, come la dipinse Courbet,  può anch’essa consumarsi come cruditè. Pure sulla griglia va benissimo, dato che il fuoco, ma che sia di tronchi ben scelti, ne esalta le caratteristiche organolettiche.
L’unica cosa da non farsi è il lesso, per evitare che i tessuti perdono quella tonicità tanto ricercata.
 
Il dorso, costine, et similia.
Queste parti vanno fatte frollare con lunghi massaggi e olii balsamici. Come il Polpo va  “arricciato”, Puglia docet, in modo da annullarne l’eccessiva tensione, così la schiena ed il ventre vanno accuratamente accarezzati per farli sciogliere e prepararli ad un magnifico incontro con l’assaggiatore.
 
Gambe e piedi.
Queste appendici vanno trattate alla stregua dei frutti di mare. Fresche e profumate, si possono prendere così, oppure con un velo di agro. Si crede che dette propaggini vadano passate sulla fiamma per evitare di incappare nella peluria, ma esperienza insegna che è la stessa Donna, quasi presaga del suo destino, che provvede ossessivamente all’eliminazione della stessa. Quindi, a meno di rare sorprese, si può andare sul sicuro.
 
 
Mammelle.
Fortunatamente la Donna offre al palato mammelle di varie dimensioni e turgore. Negli esemplari più giovani la mammella rende alla masticazione una sana consistenza che si perde via via che l’esemplare invecchia. Alcuni allevatori, per ovviare a questo inconveniente inseriscono delle protesi per dare all’organo le sembianze adatte ad ingannare l’inesperto avventore.  Ma, lasciatevelo dire: è proprio perché l’occhio vuole la sua parte che queste protesi fanno sorridere. Anche la Mammella morbida, che pare voglia riposare sul ventre, ha un fascino indiscutibile e per ciò stesso spesso costituisce la delizia di chi le si avvicina. Frollare con latte con massima cura senza dimenticare alcun centimetro di pelle. Oltre questo limite, la Mammella può essere gustata come un fico secco, e, ancora più avanti, come le Romane mosciarelle.
 
Pezzo intero.
C’è una Donna che può essere consumata intera. Stesa sulla tavola imbandita si può ricoprire a scelta delle cibarie preferite: spaghetti al pomodoro, frutta esotica, verdura (in questo caso con un filo d’olio extravergine d’oliva), purchè ci sia un minimo di sugo per accompagnare il tutto. Alcune Donne potrebbero non accompagnarsi volentieri con questi abbinamenti, meglio optare allora per panna montata, lamponi e un sano Spumante italiano.
 
La Donna brasata.
In ogni caso, qualunque pezzo vogliate della Donna, brasatela e non sbaglierete. La cottura lenta, a fuoco continuo e sostenuto, con un buon vino, promette meraviglie anche a cuochi inesperti. La fiamma rapida e vivace, invece, è un’arma a doppio taglio. Come dice la bionda Albione, un buon pranzo si giudica quattro ore dopo. La Donna brulè, a la flame, è gustosa al momento, ma evaporano presto tutti i sentori, gli afrori e gli umori e nel ricordo potrebbe dispiacere di aver sciupato così l’occasione di un pezzo unico.
 
Conclusioni.
Sappiate che quando gustate una Donna, avete davanti un piatto ricco, da stomaci forti. Se siete gastricamente deboli, vi conviene evitare, potreste avervene a pentire. Quasi sempre, infatti, la Donna, lascia effetti devastanti sul fegato del consumatore e peggiora pregressi problemi quali coliti, gastriti, ecc. 
I diabetici dovrebbero consumare preferibilmente esemplari di una certa età, che non si siano accoppiati da qualche tempo, così si evitano il problema di trovare dolcezza eccessiva nelle carni, cosa peraltro assai rara.
 
 
by PAPPINA | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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martedì, 22 aprile 2008,07:29


Terminal d’amour.



Eravamo io e lei e il mondo che ci correva dietro con indifferenza. Eravamo solo io con lei, la somma perfetta delle parti e non volevamo nient’altro. Alla stazione la gente era una doccia d’acqua che non bagna e scorreva con frenesia su ogni posto libero del suolo; professori, suore e stranieri, vagabondi, vecchie e puttane. La bellezza della varietà, di questa sporca esistenza, il sole, l’estate, le gonne corte: niente al pari della grandezza di lei che s’ergeva imponente al mio fianco, davanti agli occhi e dietro. Avevamo passato la notte insieme e fu così stupefacente quello che provammo che giurai che un giorno l’avrei raccontato. Fu la notte, la prima in cui smisi di stringere il cuscino e di temere l’uomo nero che dimorava sotto il mio letto e non aspettava altro che le mie paure per divorare la mia anima. La gioia d’averla esplodeva in me e l’estasi ancora mi lasciava fluttuare sopra il suo corpo di mela e lungo i binari di quell’idillio finale, fino al termine più malinconico che si possa vivere.



Terminal d’amour. Non è l’amore che se ne va via. Il treno sarebbe arrivato e l’avrebbe portata via, come una botta di spugna sulla tavola del pranzo che ho mangiato con voluttà senza potermi saziare. Il dolore così concreto afferrava le nostre valigie rendendole più pesanti mentre urlava dai binari gelidi del temuto addio. Lo stridio violento dei freni destò entrambi dalle fantasie estatiche della notte appena trascorsa. Arrivò ruggendo quel maledetto treno senza portare un solo minuto di ritardo, senza indugiare portò con sé tutti i malanni della mia anima. Il cuore si spaccò sulla banchina e ne regalai metà a lei senza che se ne accorgesse. I suoi occhi di cielo s’erano gonfiati di pena mentre con la bocca tremante provava a dire parole che non uscivano. Sospiri d’amore e d’inumana sofferenza. Ti amo alla follia. Portava tra i capelli e tra le gambe la bellezza di luoghi lontani e io, dopo aver visto lei, non sarei potuto morire mai più. L’attesa fu breve quanto mai. Doveva partire. L’avrei accompagnata fin sopra il vagone, dentro la sua cuccetta e, una volta partita, tra le lacrime, sarei tornato a casa a contemplare i giardini negletti della mia solitudine. Sarei rimasto lì per giorni a versarmi nel bicchiere whiskey e cicuta. Sarei rimasto segregato per giorni e giorni nella mia stanza, steso su quel letto che ci ha abbracciati insieme a respirare l’odore di lei lasciato lì a darmi compagnia. fin quando non sarebbe finito tutto. Ti amo nel ricordo. Cosa avrei fatto poi? Sarebbe giusto morire e dimenticare? Sarebbe più giusto così.



Il treno arrestò la sua corsa proprio davanti a noi che ancora ci tenevamo per mano come ci fosse tra le nostre dita la possibilità di parlare senza aprire bocca. Le porte s’aprirono con uno scatto netto e irrevocabile; guardai dentro per vedere se ci fosse dignità in quel posto ora che doveva accogliere una regina, ma nessun dove se non il mio fianco poteva sembrarmi adatto a lei. L’amavo con ogni poro e ogni nervo, con la mente e con ogni dolore soffrivo quell’addio. Per me lei è salvezza, ancora, nave e scialuppa. E’ acqua piovana, fuoco dell’anima, nuvola e sole, perpetua redenzione della mia follia. Era qualsiasi forma di bellezza si possa immaginare e tutto ciò che sfugge all’immaginazione. Il momento in cui lei stava andando via era molto più di quanto una banalissima penna come questa può descrivere. Era la fine della mia vita.



Salì sul treno con passo tremante e io la seguii attirato dall’odore che la sua pelle emanava, inebriando l’aria intorno e spalancando le tendine per salutare il sole. Tutto sorrideva a lei e lei a tutti dava gioia. Una tristezza antica si faceva lentamente strada dal fondo vitreo dei suoi occhi e una smorfia di sincero dolore comparve sulla sua bocca frustando la mia anima; le nostre anime così disgraziate che, dopo tanto cercarsi s’erano potute trovare solo per un attimo, su quel letto sudante, vascello impazzito in balia di una mera fisicità che svuota il corpo mentre riempie l’anima di colore. La baciai ancora come si bacia la luna, assaporando il dolce miele della sua bocca e la strinsi così forte che potemmo udire i nostri cuori strofinarsi. Non potevamo essere ancora niente, dopo che c’eravamo amati così tanto, dopo che eravamo stati un uno e soltanto uno. Anima e corpo mischiati assieme sull’uscio dell’eterno perché. Chiusi la porta del vagone dove stavo per lasciarla e andai ad aiutare dio a inondare il mondo di lacrime. Era finita. Davvero.



 

Le lasciai due righe nella tasca della giacca.



Lo sguardo cobalto

della serenità.

Trovo in te

una pace infinita.

Questo l’amore

e l’amore non perde mai.

Passeranno i giorni

come uccelli bui,

incalzati dai ricordi

più cari.

Passerà il dolore

ma al tuo posto

non ci sarà più nessuno.

T’ho infilato il cuore

nella tasca della giacca

perché vorrei

lo tenessi tu

che io sono già stanco

di sentirlo sanguinare.

Agli addii

non ci si abitua mai

e ugualmente

non possiamo soffrire

di sapere

che senza noi

non siamo in

nessun luogo.



Dimmi come finisce. Se c’è ancora speranza di potersi avvicinare. L’amore deve vincere. L’amore lo sento e m’arde dentro e mi innamora ancora.

Sei la vita, per tutta la vita vorrei tu fossi la mia vita. Ti amo.



by klawd | commenti (7) | commenti (7)(popup)
Link | categoria:dalle nuvole
venerdì, 18 aprile 2008,14:35

.

Aleatoria

.

Manca qualcuno!?

.

...perché? perché? chichi? CHI? Perché?

.

perchè?

.

CHI? o CHE COSA?

.

Da soli siamo incapaci di...

TA-CE-RE!!!

...suoni illusori.

Casuali come gocce in una grotta

grotta

grotta

grotta

grotta

clock!

Parlami ancora.

Lei se ne andò con la sua valigia colma di affetti a me sconosciuti e proibiti.

Caso volle ciò!

sciò!!!

.

...scivolasti dalle mie sensazioni quotiane

lasciandomi

scie

di speranze...

PROFUMO d'illusione

ascoltavo la mia voCE

solo dall'interno pareva sensata

.

Questo cuoio ai polsi mi lacera.

.

.

by maestrobuitre | commenti (10) | commenti (10)(popup)
Link | categoria:vibrazioni disperse
lunedì, 14 aprile 2008,07:00

Se ne stava seduto sul suo trono, imponente come il più grande dei re. C’era qualcosa di misterioso in lui, era come se non si riuscisse mai a guardarlo davvero: ogni volta che si tentava di posare lo sguardo sul suo viso, l’immagine sembrava dissolversi per ricomporsi appena fuori dal campo visivo, come se a nessuno fosse concesso di soffermarsi a contemplarlo. Al contrario, la sua voce era nitida come pochi altri suoni al mondo. Era il tuono che squarciava il silenzio della notte, la risacca che dava la parola al mare, era leggera come una corda appena pizzicata e forte come l’acuto di un tenore.

A suo modo la cosa aveva un senso, pensò la ragazza seduta con gli altri in fondo alla sala. Certo, aveva sempre creduto che a quel punto i giochi sarebbero ormai stati compiuti e le carte scoperte, ma non era poi tanto sorpresa di quello che aveva trovato. Non tutti i misteri alla fine vengono svelati.

Esaminò rapidamente la gente che era con lei: alcuni sembravano felici di essere lì, quasi soddisfatti, e pensò che dovevano essere quelli che non avrebbero avuto problemi a passare indenni le prossime ore, ammesso che di ore e di tempo si potesse ancora parlare; altri si gettavano a terra fingendo una devozione che persino lei capiva che non era mai esistita e che comunque non sarebbe servita; altri ancora erano rabbiosi, avevano dentro un rancore covato per anni che ora poteva finalmente schiudersi contro chi ritenevano la causa dei loro mali; la maggior parte, tuttavia, manteneva un atteggiamento di attesa, si guardava intorno, come faceva lei, e aspettava di capire o, almeno, aspettava che le cose seguissero il loro corso anche al di là della ragione. Non c’era nessuno che conosceva. C’erano tante persone, tante ancora ne continuavano ad arrivare, ma nessuna faccia nota. Per un attimo si sentì sola come non mai e desiderò avere qualcuno accanto, ma rivalutò subito la situazione: che diavolo stava dicendo? Tanto meglio se non conosceva nessuno!

Un grido la fece voltare di nuovo verso il trono. Sui gradini ai piedi di esso, un uomo cadde in ginocchio con la testa tra le mani e le lacrime agli occhi.

«Niente?» bisbigliò qualcuno tra la folla.

«Non è andata neanche stavolta» rispose un altro.

La ragazza si girò un momento verso di loro, poi tornò a guardare davanti a sé. Tra tutte le espressioni che potevano comparire sul volto di qualcuno, quella di quell’uomo era la più straziante che lei avesse mai visto: era l’essenza stessa della disperazione, il muro contro cui si schiantavano tutte le speranze.

Fu fatto alzare e trascinò le gambe per uscire da palazzo e seguire chi era stato stabilito che seguisse. Nel momento in cui le passò accanto, l’uomo alzò gli occhi verso i suoi e lei provò pena per lui e pena per sé. Quanto era convinta di essere migliore per poter sperare in una sorte diversa? Senza neanche accorgersene gli asciugò una lacrima sulla guancia, rendendosi conto del suo gesto solo dal brusio della gente intorno. Poco male, arrivati a quel punto cosa importava quello che faceva?

«Perché?» le domandò l’uomo, sorpreso quanto gli altri.

Lei gli sorrise stringendosi nelle spalle: «Tanto tra un po’ anche tu consolerai me…»

Un istante dopo sentì pronunciare il suo nome da quella voce che aveva in sé la voce di tutti.

Lanciò un’ultima occhiata all’uomo che intanto veniva portato via e infine avanzò con passo risoluto: qualunque fosse la decisione era meglio saperla subito, non le piaceva quando le cose andavano troppo per le lunghe. Si fermò a pochi passi dal trono, continuando a cercare di catturare lo sguardo di colui che ora avrebbe deciso cosa ne sarebbe stato di lei per tutta l’eternità.

La voce fu corda appena pizzicata: «Paradiso.»

by Ariendil | commenti (13) | commenti (13)(popup)
Link | categoria:sogni elfici
venerdì, 11 aprile 2008,07:59

Parigi. Anno 1675.

 

Quella mattina una donna stava per essere condotta al patibolo, dopo essere stata selvaggiamente torturata e infine esposta agli insulti della folla. Non era una mattina normale e quella non era una donna come tutte le altre. La si accusava di innumerevoli crimini, persino di stregoneria, sebbene a guardarla paresse più una martire che una strega. Immagino vi chiederete chi fosse e come finì sul patibolo quel giorno. Forse è meglio cominciare questa storia dal principio.

Marie Madeleine d’Aubray era nata in Francia quarantacinque anni prima. Di famiglia nobile e agiata, a ventuno anni fu data in sposa, senza amore, com’era d’uso all’interno della classe sociale a cui apparteneva, a un uomo molto più anziano di lei, ma assai ricco.

Antoine Gobelin, marchese de Brinvilliers, era decisamente un vecchio satiro e, oltre a non occuparsi di lei, la tradiva ignobilmente, cosa per nulla inusuale a quell’epoca e in quell’ambiente. Forse, si fosse trattato di un altro tipo di donna, la nostra Marie avrebbe sopportato stoicamente la sua situazione, rifugiandosi nella preghiera e nella conduzione delle attività domestiche, come si conveniva a una buona moglie. Tuttavia, questa nobile dama, perennemente affamata di sesso, denaro e ambiziosa come poche, non era facile alla rassegnazione, né tanto meno all’astinenza. Fu così che cominciò a non disdegnare certe compagnie nel suo letto, stalloni coi quali si diceva facesse faville e che non rovinavano più di tanto la sua immagine, in una società dedita al libertinaggio.

Eppure Marie non era mai soddisfatta, voleva sempre di più e sembrava che i suoi amanti non la appagassero mai sufficientemente. Almeno fino a quando non comparve sulla sua strada un certo Gaudin Sainte-Croix, un affascinante libertino che, evidentemente, seppe come conquistarla.

Si erano conosciuti una sera a un ballo e lei era rimasta affascinata non solo dal suo aspetto, bensì dalla nomea di grande amatore. Di lui si diceva che non aveva mai lasciata insoddisfatta una dama e, di certo, ne aveva avute tante. Non aveva opposto resistenza, quindi, quando, ammaliato dalla sua bellezza, l’aveva condotta in un angolo nascosto del parco per farla sua.

“Siete così bella”, le aveva sussurrato, mentre insinuava una mano sotto la veste dell’avvenente marchesa. Lei aveva chiuso gli occhi estasiata e non aveva avuto la forza di rispondere nulla.

Tutto sarebbe filato liscio se, quell’adorabile malfattore, non fosse stato sgradito alla famiglia di lei, data la sua indubbia fama. Un conto erano gli amanti occasionali, ma addirittura un avventuriero senza scrupoli era veramente troppo da sopportare. E, se lo fece, il marito tradito, diversamente agì il padre della fanciulla che, smuovendo mari, monti e conoscenze politiche, riuscì a farlo imprigionare con un’accusa, dopotutto nemmeno tanto campata in aria.

Fu così che, la povera fanciulla, fu privata di quei piaceri della carne a cui non poteva fare a meno, almeno fino a quando il suo amante non uscì di prigione. Appena poté di nuovo stringerlo fra le braccia, o fra le gambe, Marie si rese conto di desiderare ardentemente la vendetta. Per sua fortuna, il caro Gaudin, durante il suo soggiorno forzato in carcere, aveva imparato alcune cosette che non avevano tanto a che fare col darle piacere fra le lenzuola, bensì con l’arte dei veleni. Ed ecco che, fra una scopata e l’altra, la nostra marchesa apprese come eliminare le persone a lei scomode. Dopo un breve apprendistato all’ospedale Maggiore, dove la d’Aubrey andava ad elargire la sua elevata compassione e dove cominciarono, casualmente, ad avvenire morti sospette, venne a mancare, per cause misteriose, il padre di Marie, deceduto nel suo castello di Offemont. Mai intromettersi nelle faccende di due cuori innamorati, perché non si sa cosa potrebbe accadere! Non soddisfatta, tuttavia, la marchesa decise di eliminare due sue sorelle e un fratello, nonché un suo lacché che forse non l’aveva soddisfatta sufficientemente a letto. Ebbene sì, forse si lasciò prendere un po’ la mano, al punto che le venne in mente di avvelenare anche il suo povero marito, tanto non le serviva a granché. Peccato che, a quel punto, il suo amante e complice cominciò a nutrire dei rimorsi e sbagliò la dose di veleno da somministrare al malcapitato. E questa cosa non andò giù alla marchesa, ansiosa di darsi alla bella vita, senza l’impiccio del marito. Cosicché, un giorno, il libertino ex galeotto, fu trovato morto fra le rovine del suo laboratorio, dopo un incendio. Il caso volle che, per sfortuna della bella Marie, insieme al cadavere, fu ritrovato un diario in cui erano state annotate le confessioni del defunto riguardo ai precedenti omicidi. Alla d’Aubrey non restò altro da fare che rifugiarsi in un convento, ambiente poco consono a una come lei, ma che le garantiva la sicurezza, poiché, come proprietà dello stato della Chiesa, non concedeva l’estradizione. Ora, immaginatevi la nostra povera puledrina senza il conforto dei suoi stalloni, in un convento sperduto; poteva mai resistere? Ma, inaspettatamente, le si presentò l’occasione di fornicare con niente di meno che un abate. Poteva dire di no? Pertanto, in  una notte dal cielo stellato e una luna grossa come un cocomero, la marchesa uscì di soppiatto dal convento, pronta per l’incontro galante col suo abate che, tuttavia, si rivelò essere un luogotenente di polizia. Lontana dalla protezione del convento, Marie fu arrestata, ma, dopotutto, si trattava solo di passare da una cella a un’altra.

Forse avrebbe potuto cavarsela recitando l’aria contrita e pentita della vittima sacrificale, non fosse per una sua tardiva confessione scritta, in cui enunciava tutte le sue marachelle, fra cui storie di letto avute con cugini, fratelli e chi più ne ha più ne metta. Salvarla dalla forca sarebbe stato alquanto problematico. Ebbene, questo è il motivo per cui, in quella mattina, la povera donna si ritrovò sul patibolo fra gli insulti dei suoi concittadini. La cosa strana? Che, subito dopo la sua morte, ella venne acclamata come una santa, dagli abitanti di Parigi. Così la marchesa de Brinvilliers, pluriomicida, ninfomane e visionaria, maniaco compulsiva e autolesionista ora è venerata al pari di Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orleans.

by Luna70 | commenti (11) | commenti (11)(popup)
Link | categoria:al chiaro di luna
mercoledì, 09 aprile 2008,07:10
Era sempre stato un tipo superstizioso. Ne aveva di difetti, anche se non li ammetteva, ma quello era il più penoso. Così quando nello svegliarsi si accorse che un grumo di lenzuola stropicciate aveva creato un gioco di luci e di ombre tale da farlo sembrare un teschio, rabbrividì. Era un chiaro avvertimento. Davanti allo specchio si ispezionò minuziosamente per cogliere altri segnali evidenti della fine imminente. Forse gli occhi erano un po’ rossi, forse era un po’ troppo pallido, ma nulla che potesse far presagire il peggio. Si misurò la pressione con lo sfigmomanometro elettronico, ma era regolare come pure la temperatura. Si sentiva bene, dopo tutto, eppure sapeva che i segni non mentivano, quasi mai, almeno. Quando fu in strada si sforzò di pensare ad altro, al lavoro, agli appuntamenti della mattina, sapeva che se si fosse fissato su quella visione funesta sarebbe stato peggio. Alzò gli occhi al cielo e scorse proprio sopra la propria testa una nuvola scura. Non c’era dubbio: era a forma di teschio. Era la morte che lo reclamava avvertendolo di tenersi pronto. Il cuore gli sparì dentro alle scarpe e lui sobbalzò con tutto il corpo quando il cellulare gli vibrò nel taschino. Era la segretaria che gli chiedeva se andava bene il solito posto accanto al finestrino sull’Eurostar del martedì successivo. Ma lui non riusciva a rispondere. Stava pensando a come fosse stata breve la sua vita, a quante poche soddisfazioni si fosse preso, di quanti pochi affetti si fosse circondato. Si sentì solo, con un macigno cresciutogli addosso come un bubbone maligno. Chiuse la comunicazione che ancora la segretaria gli stava parlando: era rimasto immobile sul marciapiede, le braccia abbandonate, guardando il semaforo verde che dall’altro marciapiede lo invitava ad attraversare la strada. La gente lo sfiorava, la gente lo urtava.
«Che fai lì imbambolato?» gli chiese l’amico prendendolo a braccetto per portarlo con sé; lui fece resistenza e non si mosse. «Hai un aspetto orribile» seguitò: «sembra che ti sia morto il gatto…»
«Non puoi capire…» gli mormorò abbassando gli occhi e scorgendo accanto alla propria scarpa un’altra macchia dalla chiara forma di testa di morto.
«Se lo dici tu…» fece l’amico attraversando la via, proprio mentre un furgone gli arrivava di lato investendolo in pieno.
by briciolanellatte | commenti (19) | commenti (19)(popup)
Link | categoria:tracciato nel vuoto
lunedì, 07 aprile 2008,22:48

Tommaso correva nel cortile della scuola, in mezzo ai cespugli, tra gli alberi di pino, calpestando le foglie secche cadute sul vialetto.
Correva goffo, con movimenti imprecisi e lenti, una buffa macchietta tra tanti ragazzini sorridenti e perfetti. I suoi pantaloni di lino, che molti dei suoi compagni avrebbero definito sfigati, svolazzavano ad ogni piccola falcata.
Gliel'avevano promesso già dall'inizio di quella maledetta settimana e di solito loro mantenevano sempre le promesse. L'unico ragazzo down dell'istituto era rosso in volto, ormai senza fiato e alcune lacrime gli rigavano le guance. Correva da solo, sentiva il vento di aprile spirargli sulla faccia. Ancora qualche metro e avrebbe svoltato l'angolo. Avrebbe raggiunto il professore che stava sistemando la rete per la consueta partitella di pallavolo. Avrebbe...
Un sassolino delle dimensioni di una biglia lo colpì con forza tra le scapole. Tommaso gemette e rallentò la sua corsa. Fu raggiunto dai suoi inseguitori, quattro compagni di classe che ridevano come pazzi. Uno di loro, quello più vicino a Tommaso, lo bloccò prima che lui potesse raggiungere l'insegnante.
Il tipo che aveva lanciato la pietra, con gli occhiali da sole e i denti storti, gli assestò un calcio ai testicoli. Tommaso si inginocchiò subito, dolorante.
- Dove cazzo credevi di scappare, brutto coglione?
Tommaso non li guardò nemmeno, intento a fissare per terra e a stringersi le parti intime.
- Tienilo e non farlo gridare. Non abbiamo molto tempo.
Quello con gli occhiali da sole e un altro compare iniziarono a colpirlo più volte con schiaffi e pugni, mentre il terzo ragazzo gli bloccava le braccia.
Il quarto trafficava con il suo telefonino per attivare l'opzione della fotocamera, ridendo con divertimento. Sarebbe stato un video perfetto, meglio di quello che avevano registrato Luca e gli altri dell'altro liceo.
- E questo non è abbastanza, maledetto deficiente!
- Te l'avevamo detto che ti prendevamo, idiota!
- Prendi questo, cazzone mongoloide!
Tommaso continuava a subire le botte senza opporre resistenza e senza lamentarsi più di tanto. Era già successo altre volte e sapeva che in questo modo passava più in fretta.
Il segreto era non fissarli negli occhi. Tutto sarebbe scivolato via meglio.
- Stai riprendendo, Giacomo? disse uno dei picchiatori.
- Dal primo all'ultimo secondo, non preoccuparti...
Dopo altro pestaggio, i tre ragazzi si guardarono tra loro e fecero un cenno di assenso con la testa. Tommaso restava inginocchiato e a testa bassa. Tremava, senza emettere un suono. Giacomo spense la fotocamera con un'espressione di soddisfazione immensa. Gli altri lo rialzarono e lo spinsero con le spalle al muro. La loro vittima aveva il volto livido, dei graffi sul naso e una ferita calda sul labbro inferiore.
- Guai a te se parli con qualcuno. Dirai che sei caduto come un povero coglione ritardato. E' sempre un'ottima scusa per te.
- E se ti scopro a guardarmi in quel modo come hai fatto l'altro giorno, te ne pentirai. Ti inseguiremo di nuovo per rifarti il culo, mi hai capito?
Tommaso chiuse gli occhi e fece un lieve segno affermativo con la testa.
Monica, la ragazza più bella e fighettina della sua classe, aveva assistito di nascosto a tutta l'intera scena. Quando i quattro assalitori se ne andarono fischiettando e chiacchierando come se nulla fosse successo, Tommaso restò lì qualche minuto a singhiozzare. Poi scappò via, diretto verso gli spogliatoi, nella speranza di non incontrare nessuno.
Monica lo osservò a lungo. Succedeva spesso un casino del genere. Si scrollò le spalle, poi riprese il suo cellulare e finì di scrivere il messaggio al nuovo tipo con cui usciva la sera. Si sarebbero rivisti e l'avrebbero fatto di nuovo, stavolta fumando qualche spinello. Era una bellissima giornata di primavera, in fondo. Non era necessario rovinarla per immischiarsi in un casino del genere. Dopo aver chiuso il cellulare, raggiunse le altre amiche al campo sportivo.
L'ora di educazione fisica era iniziata da una decina di minuti.

by Univers | commenti (34) | commenti (34)(popup)
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giovedì, 03 aprile 2008,19:43

Una mattina come tante altre, i coniugi Civitelli condividevano a metà il momento del risveglio.

“Tesoro, cos’è questa puzza? Non abbiamo buttato l’immondizia ieri sera?” disse Carlo  annodandosi la cravatta mentre dava le spalle all’ ammasso di coperte che doveva essere la moglie.

“Non lo so…” rispose lei ad occhi ancora chiusi e con la bocca impastata di sonno. “Vedi se sta in cucina…fammi dormire, è presto…”

“Oggi sono in riunione fino alle sei. Poi passo da mia madre, iera sera mi ha detto che vuole che vada ad assaggiare il polpettone. Ci vediamo stasera amore!”

“Mmm…si si, ciao…ti chiamo dopo…” lo salutò senza scoprirsi, ancora addormentata, con l’immagine della suocera grassa e onnipresente che svaniva lentamente.

Tre ore più tardi, un piacevole tepore dorato inondava la stanza. Maria Civitelli allungò la mano verso la sveglia sul comodino e improvvisamente inorridì.

 

Cosa era successo alla sua mano? Sembrava frutta marcia. Credette di sognare ancora, sgranò con fatica gli occhi mentre le pupille si restringevano per la luce.

Niente da fare. La mano era veramente ricoperta di macchie marroni.

 Con gesto energico uscì dal letto rovesciando il piumone e due piedi verdognoli poggiarono sulla moquette. Non appena li vide, Maria iniziò a batterli velocemente sul pavimento gridando “Oddio oddio oddio!!!”

Fu col movimento che le narici percepirono un terribile tanfo di spazzatura. Si lasciò scivolare addosso la camicia di seta e corse nuda al bagno. Aveva il terrore di guardarsi allo specchio. Lo specchio può essere il migliore amico o il peggior nemico delle donne. Quella mattina il suo le rivelò con tutta la crudeltà possibile che il busto fino al collo era tutto un lanugginoso strato di muffa.

La povera Maria scoppiò in un pianto disperato e affondò le mani nei capelli, parecchi dei quali le rimasero fra le dita. 

Sembrava una singhiozzante pera macchiata e ammuffita.

Le sue mani tremanti si impadronirono del telefono. Aveva bisogno di Carlo e la macchina era dal meccanico. Quello scassone di automobile durante l’anno era più in officina che parcheggiata nel garage. Fu costretta a lasciare un piagnucoloso e incomprensibile messaggio sulla segreteria del marito irraggiungibile “Carlo…mi sto decomponendo…vado dal dottore…” e poi a uscire, opportunamente schermata da un gigantesco foulard, occhiali neri, guanti e cappotto lungo fino ai piedi. Una volta in strada, si diresse verso la fermata dell’autobus. Le sembrava che la superficie  della parte malata – parte malata? Che aveva poi? Fino alla sera prima si sentiva solo molto stanca ed ora era marcescente- si estendesse pian piano.

Con il foulard in testa e gli occhialoni, era una diva di Hollywood avariata in attesa del 148.

Quando salì sull’autobus, fu accolta da facce palesemente disgustate. Si sedette ad un angolo in fondo, con il viso rivolto verso il finestrino e chiuse gli occhi, ripetendosi che era tutto un sogno.

Alla quinta fermata una mano le sfiorò il braccio.

“Signora, biglietto prego”.

Maria Civitelli scoppiò a piangere.

“Non ce l’ho…” disse all’uomo evidentemente perplesso, asciugandosi coi guanti lacrime giallastre.

“Ce l’ha un documento?”  chiese il controllore in un misto di nausea e compassione.

Lei frugò nervosamente nella borsa e singhiozzando gli porse la carta d’identità.

“Ah…non ci siamo proprio…” disse lui subito dopo aver dato un’occhiata. “Deve seguirmi” le comunicò con sollievo generale dei passeggeri.

Quando scese dall’autobus, per la disperazione, Maria diede una violenta gomitata allo stomaco del controllore e tentò di scappare, ma cadde inciampando nella cinta del cappotto e venne arrestata.

 

Al commissariato furono estremamente gentili. La disgraziatissima Maria Civitelli emanava un tanfo sempre più forte, quindi il suo caso venne esaminato prima degli altri, senza che nessuno se ne lamentasse.

Il commissario Scartozzi, colpito da una forte rinite allergica, sembrava soffrire meno la presenza dell’arrestata. “Allora, mi ascolti bene” le disse, squadrandola, “ il qui presente signor Mario Monetti dice di essere stato aggredito da lei nel tentativo di non pagare la multa. Come mai si è comportata in questo modo signora…”

“…Civitelli…Maria Civitelli” completò lei ormai catatonica. “Io vorrei mio marito…io sto male…”

Il commissario notò la pessima cera dell’accusata. “Ehm, Carducci, abbiamo un documento della signora per favore? Vediamo se possiamo risolvere velocemente la situazione”.

Il giovane Carducci si avvicinò all’orecchio del commissario e gli sussurrò qualcosa.

Scartozzi si illuminò, poi rise.

“Ah! Signora Civitelli! Ma che combina! Carducci, passami la carta d’identità. Ecco signora, mi dica, che giorno è oggi?”

Maria sollevò la testa e guardò con aria smarrita la faccia rotonda di quell’uomo attraverso le lenti scure .

“Ve…ventotto febbraio duemilasedici, perché?”

“Guardi qui” le porse il documento “ cosa c’è scritto? Scadenza?”

“Sette agosto duemilaquindici…aah…”  le parole le morirono in bocca e deglutì a fatica la poca saliva rimasta.

“Lei è scaduta signora! Capisce? Sono ben sei mesi! E’ SCA-DU-TA! E poi si meravigliava di stare male. Ufficialmente lei non esiste più da agosto.”

Maria iniziò di nuovo a piangere. “Ma io…ma io…”

Il controllore Monetti intervenne.

 “Nelle nuove carte d’identità c’è scritto che in caso di mancato rinnovo si avvia un processo di decomposizione, è scritto in piccolo, ma c’è scritto. Mia moglie aveva un alluce grigio quando siamo andati a rinnovare la carta. Ma non pensavo si potesse arrivare così…”

Il commissario Scartozzi guardò l’orologio e sentì lo stomaco brontolare.

“Non si preoccupi, una volta rinnovata tornerà come nuova. Insomma, signor Monetti che vogliamo fare con questa denuncia?” si rivolse al controllore con un tono che invitava a soprassedere per andare prima a pranzo.

“Beh, veramente… data la situazione…signora lasciamo stare, anzi l’accompagno in circoscrizione” disse Monetti in un improvviso impeto di generosità e masochismo.

Maria  sollevò commossa il mento tremante ormai coperto di muffa. “Grazie…” sibilò.

I due si allontanarono dopo aver salutato il commissario. Quando la porta a vetri si chiuse, Scartozzi si stiracchiò mentre Carducci apriva tutte le finestre dell’ufficio per arieggiare.

Il giovane poliziotto era pensieroso.

“Carducci, che hai, andiamo a pranzo!”

“ No, niente commissario. Mi chiedevo soltanto…ma ci pensa lei? La Civitelli, per il rinnovo adesso…come farà per le foto tessere…”

 

by ombrellina | commenti (41) | commenti (41)(popup)
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