Seconda e ultima parte
Fu una notte d’inverno molto fredda a tradirmi e forse anche quelle buste di Cordiale che mi ero procurato, forse quell’odore di polvere appiccicato all’unto del tempo. Fatto sta che una notte ero di guardia, entrai in camerata e mi addormentai sul mio letto abbracciato al fucile. Solo un attimo dicevo tra me e me, la mattina mi resi conto che quell’attimo era durato ore, davanti a me l’ufficiale di guardia scriveva nervosamente il rapporto. Questa è la fine pensai, non esistono punizioni per una cosa così grave, di solito si finisce in carcere militare. Ma fui graziato per miracolo, forse un generale in pensione aveva telefonato, ero libero, e mi misero a pulire le strade con l’idrante.
Pensavo ai mesi scorsi con quella bella casacca con i bottoni d’oro a servire da bere al circolo ufficiali, quella si che era vita! Ma non durò a lungo nemmeno quello perché una notte che avevo finito presto chiamai tutti gli amici per festeggiare, che cosa bene non lo sapeva nessuno, ci ubriacammo tutti fino a ridursi in uno stato ignobile, e anche lì ci scoprirono la mattina accasciati sui tavoli gonfi di veleno. Naturalmente ero diventato cameriere del circolo ufficiali perché ero stato trasferito dall’incarico di ufficio che mi era stato assegnato all’arrivo in caserma. Mi ricordo bene quell’ufficio con quel verde polveroso sulle pareti e i mobili di venature chiare, striate, spesso mi ritrovavo a contarle quelle lunghe linee tortuose, ma c’era sempre qualcosa che non tornava. Il Capitano C., che ben presto divenne Maggiore era nella stanza accanto, era uno spavaldo grassone che si divertiva a fare degli scherzi che capiva solo lui. C’era una piccola finestra a scomparsa che ogni tanto apriva per chiamare qualcuno e non dimenticherò mai quel ghigno con quei baffetti sale e pepe incorniciato dallo squallore di quella stanza. Era un continuo ticchettio della macchina da scrivere, quella era la musica giusta per il Maggiore, appena finiva apriva la finestrella scorrevole e guardava. Eravamo arrivati al punto di scrivere a caso interi fogli di “t”, di “e” tanto che sembravano dei fazzoletti ricamati, piuttosto che vedere la sua faccia. C’era anche il Maresciallo ma lui non diceva mai niente la sua più grande preoccupazione era dar da mangiare ai gatti. Alto e allampanato, con una divisa vecchia e corta era quello che in caso di guerra contava di più di un generale. Ero stato scelto per andare a prendere la posta al quartier generale e a me non mi pareva vero di poter uscire e andare in giro per la città. Ma un giorno per strada incontrai un mio vecchio compagno di Liceo che nel frattempo faceva il vigile, passammo l’intera mattinata a chiacchierare e siccome era già diventato tardi andammo al parco a stravaccarci sull’erba, fu in quella occasione che al mio ritorno a notte fonda mi trovarono in stato confusionale con i vestiti stracciati accuratamente prima e senza la borsa della posta che avevo buttato nel naviglio. Dopo numerosi giorni di consegna mi misero al centralino ma mi mandarono via subito perché mi dimenticai di chiudere la comunicazione mentre facevo il verso alla moglie del generale. Prima di essere assegnato a questa caserma ero al C.A.R., Centro Addestramento Reclute, anche in una grande caserma come quella che ospitava tantissimi soldati freschi di leva mi feci subito riconoscere. Una mattina ci portarono al poligono a sparare, gli autisti del camion ci sciagattavano come carne da macello, io caddi e spaccai il fucile. Quando fummo arrivati chiesi subito le cuffie perché il mio udito è debole, ma nessuno mi diede retta. Fu così che dovettero chiamare una ambulanza e farmi portare in ospedale. Solo dopo alcuni giorni mi dissero di avere una otite purulenta media con timpano perforato. Dopo una settimana ero in giro per l’ospedale a far battaglie con le castagne matte. Capitò proprio che una raffica di castagne fini sulla macchina di un graduato che scese inferocito e chiese, di che reparto sei? Psichiatria dissi molto calmo. Mi cercò per tutto l’ospedale e mi ritrovò rimandandomi subito in caserma senza giorni di licenza. Un giorno d’estate torrido e afoso si marciava sotto il sole nel cortile, sentivo urlare “passo” e quell’infinità di anfibi lucidati a specchio provocavano un suono sordo un po’ sinistro, io ero costantemente fuori tempo e scomposto, quando poi mi urlarono di presentarmi io m’impappinai tra compagnia e plotone. Fu un inizio difficile io ero appena arrivato in Italia, e il cibo del rancio mi creava problemi d’intestino tanto da restare in bagno per mezza giornata. Fui subito adocchiato come lavativo e accuratamente citato dai superiori come esempio da non seguire mai!



