Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
lunedì, 31 marzo 2008,17:13

Da questo mese i post saranno tre alla settimana: lunedì, mercoledì e venerdì :-)

by anneheche | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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venerdì, 28 marzo 2008,10:24

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Sacrificio

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Donna divenuta

seguendo

 di natura

(docile obbligo)

il percorso segnato.

Rossa vitalità

riversata a segnare

indelebili ricordi d'inevitabili momenti.

Clessidra

lenta si riempie di queste prime volte. 

Donna.

Amante.

Madre.

.

.

a Voi. Maestro Buitre. 

..

.

by maestrobuitre | commenti (7) | commenti (7)(popup)
Link | categoria:vibrazioni disperse
martedì, 25 marzo 2008,10:37

Sandra al parco"Vuole sapere perché mia moglie mi ha lasciato?"
Sandra alzò lo sguardo dal block notes su cui stava scrivendo l'inizio della nuova puntata di "Corinne". Più tardi avrebbe completato il capitolo al pc, come sempre, ma quella era una splendida mattinata di sole, l'aria era tiepida e profumava di fiori, e lei aveva trovato irresistibile l'idea di trascorrere un'oretta al parco, che a quell'ora era quasi deserto. Concentrata sulla vicenda di Corinne e Nathalie, non si era nemmeno accorta che un uomo aveva preso posto accanto a lei, su quella panchina abbastanza lontana dal prato dove alcuni bambini stavano giocando a pallone. Osservò di sfuggita lo sconosciuto. Dimostrava circa cinquant'anni, era ben vestito e dava la sensazione di essere una persona pacata e dai modi cortesi. Un ulteriore, breve, esame le permise di cogliere una luce profonda negli occhi scuri, e un'espressione benevola nel viso largo e gioviale.
"Prego?"
"Mi scusi, signorina, non mi sono presentato. Mi chiamo Filippo Barbi. Ho notato che era sola, e mi sono detto che forse le sarebbe interessato conoscere la mia storia. Beninteso, se sta lavorando", e indicò il block notes, "non la disturberò oltre."
Sandra trasse un profondo sospiro. Prima di venire interrotta, si stava chiedendo se far rientrare nella saga Sandrine. Una Sandrine assetata di vendetta, e più cattiva che mai. Tuttavia era molto incerta: non voleva scadere nei luoghi comuni delle soap opera, sebbene fosse perfettamente consapevole del fatto che "Corinne" era comunque una soap opera. Decise di mostrarsi educata; inoltre, per qualche misteriosa ragione, era interessata a quella strana confessione. Ripose block notes e Montblanc e si sporse lievemente verso Filippo Barbi, nel classico atteggiamento di chi si appresta ad ascoltare.
L'uomo capì di essersi guadagnato la sua attenzione. Lanciò una rapida occhiata al prato dove la partita di calcio stava degenerando in una rissa, probabilmente a causa di un fallo contestato, e incominciò a parlare, con voce bassa e controllata. "Io e Sabrina siamo sempre andati d'accordo. Non mi prenda per sfacciato, o peggio ancora per un individuo volgare, di bassi istinti, ma è necessario che lei sappia che abbiamo sempre fatto sesso in modo stupendo. Non è un particolare irrilevante, ed è per questo che mi permetto di sottoporlo alla sua cortese attenzione. Ci siamo conosciuti al liceo, poi lei ha interrotto gli studi, mentre io mi sono laureato in filosofia. Quando ho iniziato a lavorare, ci siamo sposati. Non eravamo certo ricchi, tuttavia conducevamo una vita dignitosa. Lo stipendio di un professore è quello che è, perciò gli sprechi non erano ammessi, però abbiamo sempre trascorso delle belle vacanze, non ci siamo mai fatti mancare un libro o un film degno di nota. Andavamo a teatro, alle mostre, facevamo l'amore tutti i giorni. Insomma, eravamo molto felici."
Barbi fece una pausa, e sembrò immergersi in un mondo personale, costituito dai ricordi di una vita. Poi si rianimò. "Sabrina è una donna molto attraente, sa? Da ragazza era decisamente irresistibile, e con la maturità ha acquisito nuovo fascino. Una grande donna! Intelligente, colta, bella. Eppure mi ha lasciato."
Ci fu un silenzio, che Sandra pensò di interrompere. Forse il professore gradiva una domanda diretta, era possibile che si sentisse a disagio. "Perché l'ha lasciata, allora?"
Barbi esibì un sorriso malinconico. "Ho perso il lavoro.", disse. "Mi hanno licenziato, per via delle mie idee. I soldi scarseggiavano, ma il motivo vero, il motivo decisivo, è la mia mancanza di memoria. E' inutile girarci intorno, tutto si riduce a una strana forma di amnesia che mi ha colto, probabilmente causata dallo stress, dalla delusione. Non facevo più la spesa, mi ero completamente scordato che Sabrina aveva bisogno di mangiare. Alla fine, lei se n'è andata, e io sono rimasto solo. Solo e molto infelice."
Era un racconto sconcertante. Sandra si chiese se quell'uomo fosse normale. Eppure le sembrava una persona controllata e riflessiva, del tutto sana di mente. Non c'era nulla in lui, nel suo comportamento, nella gestualità, nella maniera di esprimersi, che lasciasse presupporre il contrario. Rimaneva il fatto che quello che aveva detto era alquanto bizzarro.
"Ma scusi", gli chiese, "lei non aveva fame?"
Per un momento, parve che Barbi non avesse capito la domanda. Poi rise. "Certo che no!", rispose. "Io mi ero dimenticato proprio di questo: che ero diverso da Sabrina." Indicò vagamente il parco, gli alberi, un piccolo sentiero che conduceva all'uscita.
"Io mi nutro di questa buona aria." Scosse il capo, come se trovasse assurdo quello che gli aveva chiesto Sandra.
"Noi marziani non abbiamo bisogno di cibo."

venerdì, 21 marzo 2008,09:26

Quante facce ha ciascuno di noi?

Quante identità si contendono la nostra anima?

Non ho le risposte per queste domande ma, come tutti, sono anch’io terreno di battaglia.

 

Dobbiamo parlare, tutte quante. Dobbiamo parlare e venire fuori da questa situazione, altrimenti Lei ci assalirà.

 

Non abbiamo voglia di confrontarci, non ora almeno. Ora vogliamo solo goderci questa doccia, sentire le gocce d’acqua picchiettare sulla pelle, annegare nel loro silenzioso scroscio.

 

Eppure è l’unica cosa da fare! Tutte noi La vediamo: ci segue da giorni, è lì, dietro ogni parola e ogni sguardo, rintanata nei nostri pensieri e in tutti i nostri sogni. Nessuna di noi vuole che Lei ci raggiunga, forse su questo siamo tutte d’accordo. Tutte tranne una, quella che noi chiamiamo bestia: forse a lei davvero non interessa.

 

D’accordo, parleremo. Ma con calma o finiremo per peggiorare le cose. Dobbiamo trovare qualcuno che faccia da paciere tra noi, che ci permetta di comunicare serenamente.

Tu? Tu che te ne stai lì nel fondo della nostra mente, una presenza discreta eppure costante… Come dici? Vuoi essere tu il nostro giudice? Bene, giudice: dai il via alle danze.

Chiedi come è iniziato tutto? È scontato: l’amore. L’amore che ti annienta, che ti lascia senza fiato, che prende tutte le emozioni dentro di te, le mescola e te le rimette in petto in ordine casuale. L’amore che ti fa dimenticare le paure, che ti fa vedere mondi che non esistono, che ti fa credere che tutto ciò che desideri ce l’hai già. L’amore. L’amore che poi se ne va.

Perché? Sei insistente, giudice, ma hai ragione: se vogliamo parlare non dobbiamo nasconderci nulla. Perché… Dice di amarci ancora, dice che siamo la sua luce, la ragione della sua vita, dice che senza di noi non sarebbe nulla. Ma non può più stare con noi, dice che è impossibile, complicato… Che c’è da ridere, bestia?

 

La nostra stupidità mi fa ridere, ecco cosa! Che ci importa di lui? Guardate lì fuori: il mondo è pieno di prede!

 

Smettila! Tu non hai voce in capitolo su questa questione! Tu sei morta non appena lui è arrivato. Ti ha zittita, polverizzata, distrutta. Tu che sei nata bestia, eri diventata un cucciolo nelle sue mani.

 

Quindi la bestia è fuori, chi rimane?

 

Rimango io, che per prima l’ho conosciuto. Siamo stati amici prima di ogni altra cosa e già quell’amicizia ci riempiva il cuore. Io lo capisco, ha ragione lui: così sarà più facile per tutti e due, è la cosa migliore da fare. Essere amici. Lo siamo stati, sinceramente. Possiamo esserlo ancora.

 

Giudice, rimango io. Io che volevo stare con lui senza tanti progetti, senza aspettarci troppo da una storia così difficile, vivendo alla giornata ciò che potevamo regalarci a vicenda. Ma lui mi voleva per sempre. Diceva di non poter sopportare l’idea che io non fossi sicura di volerlo vedere nel mio futuro. Quante promesse… E io gli ho creduto… Eccome se gli ho creduto. Finché le parti non si sono invertite. Ironia della sorte.

 

Giudice, ci sono anch’io. Io che sono stata lasciata da lui già altre volte. Tradita. Questa è l’occasione buona! Se l’è voluta e noi dobbiamo sfruttarla! Vuole stare senza di noi? Benissimo! Facciamogli vedere cosa significa non avere nulla. Facciamogli vedere che esistiamo anche senza di lui. Rendiamogli ciò che ci ha fatto!

 

No! No… Non potrei mai. Io lo amo ancora, lo amerò sempre. Chi sono io, giudice? Non lo so… Non lo so più… Le altre mi hanno relegata quaggiù, in questo angolo buio. Dicono che non posso parlare perché è la mia voce quella che fa più male. Sono le mie parole che rendono tutto più difficile. È amarlo che ci distrugge.

 

Bene, giudice, ci hai ascoltate. Adesso sta a te… Cosa dobbiamo fare per uscire da questo momento?

Lasciarci guidare da te, dici? Ma tu chi sei? Vieni sotto la luce. Così…

Ora capiamo… Tu sei Lei. Saremmo dovute arrivarci da sole: solo Lei poteva riunirci tutte e far sì che parlassimo tra noi. Solo Lei… Solo tu.

Il tuo nome? Dobbiamo pronunciarlo? Non so, giudice, è una parola che fa paura. Ma hai ragione, dobbiamo fidarci, dobbiamo lasciarci guidare da te…

Tu sei la Pazzia.

by Ariendil | commenti (26) | commenti (26)(popup)
Link | categoria:sogni elfici
martedì, 18 marzo 2008,07:36


Janvier




Camminavo fiancheggiando Notre-Dame e tu non c'eri. Non c'eri per la mezzanotte del giorno prima, non ci saresti stata in aereo, quando la hostess avrebbe mormorato le sue parolette. Non c'eri a guardare il fumo azzurro ghiaccio dell'acciaieria sul fondo della vallata a Saint-NIcolas, non c'eri a mangiare la cioccolata Galler al mercatino di Natale. E tutti questi nomi che svolazzavano, e aprivano porte nascoste nella mia testa, e richiamavano echi colorate, e tutti questi nomi carichi di alterità e suggestione, beh, tu non li avresti ascoltati insieme a me.

e io che pensavo, che mi veniva da pensare

Voglio essere la tua droga. Voglio essere la tua droga e la tua bibbia. Voglio essere la tua distruzione e la tua rinascita. Voglio essere la parte del mondo che non sei tu. Voglio essere la tua disperazione e la tua gioia. Voglio essere colui che tu possa dire: "Dobbiamo morire comunque, tanto vale farlo assieme."

Avevo questa fame di cose forti, come avessi la mente di un'adolescente, e benché sapessi di essere abbastanza nel torto, e abbastanza romantico, non mi importava purchè potessi considerare la mia vita come una cosa fatta insieme a te.

Spegnere la radio. Spegnere il navigatore. Rimanere a guardare mentre la neve fiocca e gli spazzaneve sono attivi solo curiosamente sull'altro lato dell'autostrada. Ancora di più. Rinchiudersi in una tana a svernare. Aspettare che le ferite si rapprendano, che si chiuda l'amarezza, che il guscio si secchi per far cadere il mallo e lasciare che la sepoltura compia il rito, che possa aprire la porta al vento di Marzo ed al sole di Aprile, che non c'è altro metodo. Lasciar fare. Uno spiraglio.

Alle 20.40 il 102 non girava più. La RER non era fattibile. Avevo bevuto tutto il gelido fiato che arrivava tagliando da sotto la Tour in giallo. Ero stanco. Toccava prendere il 121, sperare che lo chauffeur mi lasciasse a 400 metri dall'Hotel, anche se non c'era la fermata, e rientrare in quella stanza che mi rivoltava. Il gommoso pavimento arancione, quelle coperte - chissà cosa avevano sopportato -, il cuscino che annegava nella federa.

Ma lo so. Tu saresti entrata, cercando la mia pelle con le mani. Calda, come tu sai; con le lacrime agli occhi, come tu sei; profumando le lenzuola di bianco.

E gigli rossi nel ventre.

 

by PAPPINA | commenti (6) | commenti (6)(popup)
Link | categoria:mille e una pappa
venerdì, 14 marzo 2008,07:42
Fulvio sgomitò per arrivare al posto libero del tavolo d’angolo. Nel sistemarsi finì per urtare il vicino, che incurante della calca nel locale, stava leggendo il giornale con il vassoio davanti, ingombro del resto del pranzo. «Scusa» gli fece sforzandosi di sorridere.
«Figurati…» gli rispose l’altro mettendosi composto. «Riesci a sederti?»
Sembrava si fossero incontrati apposta provenienti da mondi lontani; avevano il piglio dell’appuntamento, lì, sotto quel soffio di vento tiepido che annunciava ufficialmente che la primavera era iniziata. I due cominciarono a parlare. Del cibo, di quel locale, delle donne, di un divorzio incattivitosi tra le scartoffie legali. Una mezz’ora piacevole, sufficiente perché il fastfood si svuotasse della clientela di passaggio.
«Guarda, non interpretarla male…» disse ad un certo punto Fulvio: l’uomo di fronte poteva avere all’incirca la sua stessa età, ma con un ciuffo fresco di parrucchiere su una fronte larga e un mondo colorato dentro allo sguardo.
«In che senso?»
Fulvio guardò fuori come per cercare qualcuno che gli suggerisse le parole giuste, quindi attaccò:
«Se io ti versassi ogni mese una certa cifra per essermi amico, ci staresti?»
Il tipo fece un balzo sulla sedia. «Ma cosa stai dicendo?»
«Sono sicuro che riusciremo a metterci d’accordo… potrei dare oggi stesso alla mia banca l’ordine di farti un bonifico e dopo un po’, io e te, non ce ne ricorderemmo neppure più: io di darti i soldi e tu di riceverli».
«Mi vuoi offendere? Che te ne faresti poi di un amico simile?»
«Quello che fanno tutti gli amici: potresti ogni tanto telefonarmi, chiedermi come sto, farmi gli auguri per il mio compleanno o per Natale. Potremmo andare a cinema, fare qualche passeggiata, parlare del più e del meno, una passione in comune ce l’avremo pure, no?»
«Non ci posso credere… un amico a pagamento? Che razza di amico sarebbe?»
«Un amico assiduo, solerte, che c’è davvero, sempre… un’illusione del resto dura molto più di una cruda verità, non credi? Pagandoti mi assicurerei di non avere un giorno la sgradevole sorpresa che ti sei dimenticato di me».
«Se non mi conosci nemmeno! Non sai neppure come mi chiamo…»
«Ti chiami Paolo, c’è scritto lì sul tuo portachiavi e poi so giudicare bene le persone, fidati. Allora cos’è, un sì?»
Paolo si alzò. «Non so, non saprei, la cosa mi imbarazza. Non mi è mai successa una cosa simile. Sei così tanto solo?» Fulvio non rispose. Si alzò anche lui sfilando il giubbotto dallo schienale della sedia. Paolo aspettò una risposta che non arrivò e,
incamminandosi verso l’uscita, disse: «E poi ora devo tornare in studio, si è fatto tardi e non è vicino».
«Non preoccuparti ti do uno strappo io, in macchina…»
«Faresti questo?»
«Scherzi? Per un amico? Questo ed altro».
by briciolanellatte | commenti (36) | commenti (36)(popup)
Link | categoria:tracciato nel vuoto
martedì, 11 marzo 2008,19:19

Camminava su quella strada deserta, calciando sassolini e polvere. Stava arrivando il buio e lui non aveva alcuna paura. Il buio gli era amico, bastava conoscerlo.
Poteva riuscire a distinguere a malapena il guardrail che separava la circonvallazione dalla piccola pista pedonale al lato. Sulla sua destra un dirupo che si perdeva all'orizzonte. Niente altro.
Aveva letto un cartello stradale pochi minuti prima ma non ricordava cosa c'era indicato. Ricordava solo la parola cimitero. Aveva la vista annebbiata.
Continuò a barcollare, strisciando le suole sulla brecciolina e l'asfalto umido.
Il buio era il suo miglior amico e non poteva mai tradirlo. Bastava davvero conoscerlo per bene.
Ogni suo passo era un movimento confuso e delirante.
Il ragazzo proseguiva nel suo viaggio, un percorso senza destinazione e senza nome. Aveva incrociato delle macchine e un branco di cani randagi quando aveva attraversato i casolari abbandonati nella campagna. Gli animali erano fuggiti via, ancora prima di avvicinarsi a lui. Forse loro erano invasi dal terrore per il buio. Lui aveva imparato bene.
Nelle orecchie sentiva dei suoni strani, come lamenti ovattati. Il silenzio intorno a lui lo tranquillizzava. Un'atmosfera calma e desolata.
Indossava una camicia azzurra strappata su più punti e un paio di pantaloni consumati; i tagli e i graffi sul volto e sulle braccia erano profondi e brucianti; i lividi ai polsi e al collo avevano assunto un colore bluastro.
Ora riusciva a udire meglio le voci nella sua mente. Risate e voci dure, sprezzanti, cattive.
Non avrebbe saputo ricordare il suo nome, nè la sua città di provenienza, nè che giorno fosse. Non avrebbe saputo rendersi conto di quello che era accaduto la notte precedente.
Sapeva che doveva camminare senza fermarsi e doveva imparare sempre ad amare il buio, l'oscurità e la solitudine.
Le voci ridevano di lui. Gli dicevano di continuare e di non fermarsi per alcun motivo.
Il ragazzo proseguiva, fissando ogni cosa presente di fronte. Una macchina scura sfecciò in prossimità della curva e il guidatore non notò nulla di strano. I fari illuminarono la sua camicia chiara e il numero 666 tatuato a sangue sul petto nudo. Poi l'auto scomparve nel vortice del tempo che scorreva via.
Il ragazzo non poteva ricordare nulla riguardo alla sua identità. Ma poteva avere qualche residua immagine impressa nella coscienza. Immagini rapide, come flash a scorrimento continuo.
Il pugnale dal manico ornato di teschi bianchi. Il tavolo di legno massiccio. Il colore scuro del suo sangue. Le voci che recitavano litanie in coro. Le scritte e i simboli dipinti sul muro.
Superò un altro cartello stradale che annunciava l'ingresso al nuovo paese di provincia. Il ragazzo non lo notò neppure.
La sua mente elaborava le immagini, i suoni e gli odori di notti fredde e perdute in un'estasi sconosciuta.
Lui voleva soltanto amare il buio, come gli avevano ordinato di fare. E voleva ricongiungersi al loro signore. Quel signore che creava e distruggeva tutto a suo piacimento, il signore che adoravano nelle notti senza luna. Il signore dei loro desideri e dei loro piaceri.
I suoi passi proseguivano senza fermarsi, lenti ma continui.
Le voci ridevano impazzite nelle sue orecchie.
Il buio lo accoglieva come una madre protettiva farebbe con il figlio incompreso dal mondo.
Sarebbe finalmente giunta la notte maestosa, la morte del giorno e lui avrebbe goduto del buio.
Perciò continuò a trascinarsi, silenzioso e solo.
Quando, qualche ora dopo, la pattuglia della polizia lo fermò ad un incrocio, il ragazzo mormorò frasi senza significato e vomitò sangue fresco.
Il suo cammino terminò così ma il buio, quello che lui aveva dentro, non ancora.

by Univers | commenti (25) | commenti (25)(popup)
Link | categoria:ti porterò lontano
giovedì, 06 marzo 2008,22:56
Per quel ricordo paziente
che ogni tanto ci fa sussultare
mentre ci tiene per le palle.

Eravamo io e te e l'automobile. Ci muovevamo piano, portando il motore ai giri più bassi, scandendo ogni fetta d'asfalto con il suono di Alton Ellis. Dicevi sempre che quella musica, in fondo, ti piaceva, specialmente se te la facevo ascoltare io, se c'ero io a ispirartela. Lo dicevi con una faccia che non so proprio come descriverla. Eravamo nella mia macchina, nel mio bel bidone di ferro battuto, pieno di difetti e di ricordi ed era un'occasione unica che ti trovassi dalle mie parti. Eri arrivata un paio di giorni prima con l'aereo poi, con il treno, fin da me. Nella mia triste abbandonata snervante città. Non pensavo l'avresti mai fatto e l'avevi appena fatto. Eri lì seduta accanto a me, sul sedile largo e morbido, avevi abbassato lo schienale leggermente all'indietro e ogni tanto mi lanciavi qualche occhiata. Guidavo e ti lanciavo qualche occhiata anch'io, più di qualcuna, e così distratto scavallavo dal battistrada o vedevo una curva all'ultimo momento. Andavamo per la campagna dopo una serata a casa di alcuni miei amici che tu non conoscevi ma che avevi subito saputo apprezzare; ti erano sempre piaciute le persone fuori dal comune perché anche tu lo eri, anche se ogni tanto provavi a farti i problemi della gente comune. Passavamo su quelle strade come lo farebbero due angeli, senza interferire, senza consumare, silenziosamente. Guardavamo fuori dal finestrino gli alberi che passavo velocemente e si perdevano nell'oscurità della notte e nella velocità. Era così emozionante la tua presenza che, tutt'a un tratto, non riuscivo a stare zitto; ogni cosa che vedevamo te la dovevo raccontare: "quella è casa di un mio amico" o "qui è dove ho conosciuto Cosetta" oppure "da lì t'ho spedito la prima lettera". Avevo raggiunto la possibilità di riportare a te ogni pensiero, riuscendo a rendere convincente ogni induzione. Tu ridevi, ogni tanto, e mi toccavi il braccio; non parlavi molto no, preferivi ascoltarmi. T'era costato tanto venire fin da me, avevi preso un bel rischio a scappare da quello lì, eppure l'avevi fatto. Sapevi che non sarei stato nella pelle vedendoti arrivare. Ora, seduta accanto a me non avevi più paura di essere lasciata sola, né il giorno del tuo compleanno, né in nessun altro momento. Avevi sempre creduto nel mio amore e in fondo lo sapevi anche tu che non eravamo fatti per stare lontani. Eravamo una cosa sola, lo eravamo da una vita tutt'altro che mondana. Lo eravamo per nascita. Io e te, tutto il resto era niente. Non contava niente.
Quella sera i miei amici avevano scherzato con te dicendoti che mentre eri lontana facevo esplodere i loro timpani urlando il tuo nome al cielo. Ubriaco, come un cane, urlavo. Mi avevi sentito tutte quelle volte, ne avevo la conferma. Poi, rispondendo ai ragazzi, avevi detto: "L'avevo sentito ululare." Grande.. Mentre tornavamo a casa eravamo così estasiati all'idea che avremmo passato la notte insieme, a dormire avvinghiati come una volta, a cercare per noi un materasso da cui non si possa cadere. Eri così candida che per un attimo t'avevo scambiata con la luna. Per un attimo avevo voluto rubarti e conservarti in un posto dove nessuno avrebbe potuto farti del male. Eravamo stati proprio due grandi sentimentali in passato, e quella sera lo eravamo più che mai. Ti meravigliavi per ogni cosa che ti facevo vedere ma non sembrava volessi essere affabile, sembrava che davvero ti meravigliassi, che non fossi stata mai così piena di gioia a basso costo. Parlavamo di noi, del tempo passato, dei progetti per il più prossimo domani. Ti dicevo che ti avrei portata al mare e guardavo i tuoi occhi che tagliavano la tela del buio come due smeraldi. Quanto avevo aspettato e quanto avevo perduto senza te, tutto quel tempo senza di te. Avevo voglia di stringerti fino a far fondere le nostre pelli. Nessuno ti avrebbe più portata via. Quella città, la mia città, a quel punto sembrava meravigliosa anche a me, sembrava davvero un bel posto dove crescere, dove avrei continuato a vivere con te e avrei potuto trovare un perché all'esistenza. Lo squallore era diventata poesia; questo era il tuo potere, il tuo dono. La poesia eri tu e ti snodavi sulle cose quotidiane, sulle volgari vicissitudini dei nostri anni per trasformarne i colori e la musica.
Sei la musica.
Eravamo quasi giunti a casa mia. Giravo l'ultima curva con decisone e salivo la piccola stradina per il garage. Mi avevi fatto mettere la chiave dietro la porta perché avevi paura che arrivasse qualcuno in casa, forse qualcuno che voleva portarti via. Che sciocca che eri: non sapevi che ormai eri al sicuro. Ci eravamo messi seduti sul letto, tu avevi messo su D'yer Mak'er dei Led Zeppelin e io avevo rollato uno spinello. Avevamo aperto una bottiglia di vino e parlato tutta la notte, fino a svenire. Non avevamo fatto l'amore perché eravamo già pieni di noi, eravamo così uniti. Così irrimediabilmente attaccati.
Mi svegliai il giorno dopo
e non c'eri.
Mi alzai il giorno dopo e
bestemmiai un calendario
di santi e di padroni.
Quello che chiamano
un lucido sogno.
Avrei dovuto capirlo.
Perché una volta tanto,
tutto era andato
come volevo.
Cazzo.
Tolsi la chiave dietro la porta
e questa cosa non mi
fece sospettare niente.
Uscii in strada
e iniziai a ululare al cielo.

Chissà se sarebbe servito a qualcosa..

by klawd | commenti (7) | commenti (7)(popup)
Link | categoria:dalle nuvole
martedì, 04 marzo 2008,07:59

Lisa si strinse nel suo vecchio cappotto di lana, in quella gelida mattina di dicembre. Ai suoi piedi una valigia, fatta di fretta e con le lacrime agli occhi. Aveva preso la sua decisione: sarebbe andata via dalla sua città, ormai non poteva più restare, troppe cose le parlavano di Stefano e lei voleva solo dimenticarlo. La stazione di Milano, a quell’ora, era gremita di gente, ma lei non si era mai sentita più sola. Aveva conosciuto Stefano molti anni prima, sui banchi di scuola. Era un ragazzo timido, con gli occhiali e un sacco di lentiggini. Nessuno se lo filava, ma a lei piaceva, soprattutto per la sua intelligenza. Era il primo della classe e nulla gli sembrava mai troppo difficile. Lisa aveva cercato in tutti i modi di essere notata da lui. Gli aveva chiesto aiuto per i compiti, all’uscita della scuola lo aspettava per fare un po’ di strada insieme, lo aveva persino invitato alla sua festa di compleanno. Ma ogni suo tentativo era risultato vano. Stefano era sempre stato gentilissimo con lei, sempre disposto ad aiutarla, a spiegarle gli esercizi di matematica, ma di lei come donna sembrava non importargli nulla. Eppure Lisa era la ragazza più bella della scuola. Alta, snella, con lunghi capelli biondi e occhi verdi. Il suo sorriso aveva fatto cadere ai suoi piedi centinaia di ragazzi, ma non Stefano, l’unico che lei desiderasse davvero. Poi c’era stata la maturità e infine le vacanze estive. Lisa aveva organizzato un viaggio in Sardegna con alcuni compagni e non aveva esitato a invitare anche Stefano. Immaginava lunghe passeggiate con lui sulla spiaggia, chiacchierate al chiaro di luna a confidarsi i loro piccoli segreti. E invece lui era sempre rimasto in disparte, a leggere per conto proprio. Alla fine si era messa con Andrea più per disperazione che per una sincera attrazione e poi sperava in quel modo di farlo ingelosire almeno un poco. Andrea era il ragazzo più carino del gruppo. Eccelleva in tutti gli sport e aveva un fisico da urlo; tutte le ragazze della scuola impazzivano per lui. Ma Lisa non riusciva a smettere di pensare a Stefano, anche mentre Andrea la baciava non poteva impedirsi di immaginare che a farlo fosse lui. Poi le vacanze erano finite. Lisa e Stefano avevano intrapreso studi diversi e le loro strade si erano separate del tutto. Alcuni anni dopo lei aveva sposato Andrea ed erano andati a vivere in una bella casa fuori Milano con il giardino e tanti fiori. Ma il matrimonio non era durato a lungo; Lisa e Andrea avevano caratteri troppo diversi per poter andare d’accordo. Lui tutto dedito ai suoi sport e agli amici, lei si divedeva fra il lavoro e la casa. Avevano finito per divorziare in una grigia giornata autunnale e Lisa si era ritrovata nuovamente sola. Un giorno, per caso, aveva incontrato Stefano in una libreria. Avevano scambiato qualche parola impacciata e lei lo aveva invitato a prendere un caffè. Lui era diventato un ambito avvocato, vestiva in giacca e cravatta e a lei sembrava ancora l’uomo più affascinante del mondo. Si erano rivisti un paio di volte e, lentamente, lui era tornato a far parte della sua vita. Parlavano di tutto, Lisa non faceva nulla senza prima chiedere un suo consiglio e lui le raccontava del suo lavoro e della sua famiglia. Era rimasto scapolo e viveva ancora coi suoi genitori, anche se diceva di desiderare un po’ di indipendenza. Lisa aveva sperato invano di riuscire a conquistarlo. Ma aveva dovuto arrendersi all’evidenza. Lui non la voleva. Durante la loro assidua frequentazione non aveva mai cercato di baciarla, mai una carezza o uno sguardo di desiderio. Eppure aveva tentato in tutti i modi di essere bella e seducente. Si presentava ai loro appuntamenti con gonne sempre più corte che mettevano in evidenza le sue gambe lunghe e ben tornite oppure magliette e camicie dalle profonde scollature. Stefano, tuttavia, sembrava non notare nessuna di queste cose e, se lei gli si avvicinava alla ricerca di un contatto più intimo, cominciava a parlarle di un problema di lavoro e raffreddava all’istante i suoi ardori.

Lisa aveva pianto tutte le sue lacrime per lui, finché non si era detta che non poteva passare il resto della sua vita a inseguire un sogno. E adesso si trovava lì, davanti a un treno, con l’impressione di aver buttato via parte della sua esistenza. A un tratto una voce alle sue spalle la fece voltare. Si ritrovò a fissare il viso di Stefano, pareva impacciato e nervoso. “Che ci fai tu qui?” Chiese con un filo di voce. “Sono passato da casa tua e non c’eri. Mi hanno detto che eri in partenza, perché non mi hai detto nulla?”

“Ti sarebbe importato?” Lisa aveva le lacrime agli occhi.

“Certo che sì. Come puoi dubitarne?”

“Ho cercato in tutti i modi di farmi notare da te, fin dai tempi della scuola”, la verità le uscì di bocca come un fiume in piena. Non poteva più tacerla. “Ma tu mi hai sempre vista come una confidente e basta. Non ce la faccio a continuare così, Stefano, ci sto troppo male. Ho bisogno dei tuoi baci, delle tue carezze e, se ti sono così indifferente, preferisco allontanarmi il più possibile da te, piuttosto che farmi del male. Lo capisci?”

“Io non…” Stefano pareva allibito. Aveva sempre amato Lisa, ma la vedeva così irraggiungibile. Bella, simpatica, sempre allegra e sorridente, aveva ai suoi piedi gli uomini più affascinanti; le bastava entrare in un locale che tutti si voltavano a guardarla ammirati. Lui cosa aveva da offrirle? Era timido, impacciato, nessuna donna si sarebbe interessata a lui, come poteva farlo Lisa? Tutte le volte che aveva pensato di rivelarle i suoi sentimenti aveva finito per darsi dello stupido e aveva cambiato argomento. Ora però non riuscì a tacere i propri sentimenti. “Ti amo”, mormorò attirandola a sé. Lisa trasalì. Non si sarebbe mai aspettata quelle parole. Non sapeva perché, ma non riusciva a frenare le lacrime. Erano lacrime di gioia.

by Luna70 | commenti (13) | commenti (13)(popup)
Link | categoria:al chiaro di luna