Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 29 febbraio 2008,16:08

 

Ho freddo.
Sono io, è il mio corpo questo, che sussulta sul materasso? Sono vuota. Vuota, vuota…
Cos’è questo straccio intorno alla testa, soffoco…toglietemelo…
Ho freddo, tanto freddo Claude. Dove sei. Tutte queste voci intorno…la tua…dov’è la tua. E’ bianco…
E’ neve quella. E’ il suo odore.
Sei fuori a dipingerla amore? Catturala! Prendila tutta…fai un bel quadro bianco…pregalo, diglielo… Hoschedè lo comprerà. Trova i soldi…Jean e Michel hanno le scarpe troppo strette.
Trova i soldi… Michel è tanto piccolo…
Oddio tremo, tremo, sempre più forte. La coperta è ruvida. Non sento niente, non sento niente. Sono pesante e leggera.
Aaah…che bello ora. No…forse sto morendo. Muoio Claude?
Strano…fluttuo…si…fluttuo…come loro…hai detto che fluttuavano i tuoi orientali. Ti piacciono tanto…
Bella la tua Camille in kimono vero? Modella… Mi hai preso il viso…si…una mano dietro al collo, la tua bocca… Sempre tutte sporche di colore le tue mani!
Quel kimono e poi…ah… la legna e la carne per me e Jean. Faceva tanto freddo. Le manine viola. Dipingi Claude, trova i soldi…Dipingi.
Come mi hai fatto vivere amore…tante volte ho creduto di morire.
Ma io ti amo.
La tua pittura…Mi hanno detto che ami più lei di me. Ma si, io amo anche questo. Sei fatto di colori. Sarai un grande pittore Claude Monet, l’orgoglio del Salon. E io…la tua bella moglie e modella. Si amore…niente più miseria, niente creditori. Tu hai le mani e gli occhi che sanno afferrare il mondo…Capiranno. Io ti amo…
Ho sete…
Stringimi…Ho paura…Aiutami!
La tua voce…la tua voce…Sei tu! Sei qui. Qui per me…non sono sola, non come a Parigi quando nacque Jean.
Ho un peso nel petto. Soffoco…soffoco.
Ascoltami amore. Io…i bambini…
…Ma se sono io questo suono, forse sto solo rantolando.
Oh amore mio, ecco, mi bastano i tuoi occhi.
Guardami.
Claude guardami. Guardami!
No, non così…non osservarmi. Hai gli occhi di quando divori le cose.
No, non guardarmi così, non voglio.
Claude ti prego!
Non sono la tua modella ora. Guarda me, tua moglie!
Guardami come Jean e Michel guardano la prima neve… Si…e come quando ero macchiata di sole nel giardino…si…a Ville d’Avray…Tutta di luce…sei tutta di luce mi hai detto.
Si, la tua bellissima luce…
Claude…la vedo anch’io…adesso…
Camille Doncieux fu la modella, compagna e poi moglie di Claude Monet. Morì a soli 34 anni lasciando due bambini piccoli, Jean e Michel. Per tredici anni condivise con Monet una vita di miseria e speranze, a volte ai limiti della sopravvivenza. Monet non cercò mai un altro lavoro per mantenere la moglie e i figli, come d'altra parte fecero tutti gi altri Impressionisti che versavano, chi più chi meno, nelle stesse condizioni. Quando, dopo una lunga estate di malattia, Camille morì, Claude confessò che mentre contemplava la moglie sul letto di morte all'alba, si accorse che , malgrado il dolore, i suoi occhi percepivano più di ogni altra cosa i colori del volto di Camille. Prima ancora di imprimere per sempre nella memoria il suo viso, il suo istinto di pittore aveva visto le tonalità azzurre, gialle, grige della morte. Con orrore si sentì prigioniero delle sue percezioni visive e paragonò la sua sorte a quella di un animale che gira la macina.
Entrambi i quadri che ho scelto e dai quali ho preso ispirazione, raffigurano Camille.
 
by ombrellina | commenti (32) | commenti (32)(popup)
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lunedì, 25 febbraio 2008,20:47

Quella notte...

hey you shitQuella notte mia figlia rientrò tardi dalla festa. Di solito è discreta. Ma quella notte pestava i piedi con rabbia. Ero in dormiveglia, lo stilnox non mi aveva ancora trascinata nel sonno profondo. Un sesto senso. Mi svegliai. La trovai al buio, seduta in salone. Il volto pulito e ancora infantile da 18enne stravolto da lacrime silenziose e la bocca serrata a contenere chissà quale segreto.
Era un periodo in cui lavoravo molto, ero spesso all’estero. Sapevo poco e niente di lei. La chiamai nell’oscurità e vidi in quegli occhi muti e disperati una ricerca di aiuto. Silenzio.

Mi chiese un calmante e dell’acqua. Accesi l’abat-jour. Non ci fu bisogno che parlasse, capii tutto.

Escoriazioni multiple, segni di violenza ai polsi. Un occhio gonfio i capelli imbrattati. Da un po’ di tempo usciva con un mio amico. Voleva fare la giornalista. *

Scattò qualcosa in me. Un istinto vendicativo senza legge né stato. Mio marito non esisteva più né come uomo né come padre. Assorbito dai suoi affari e dalle sue troie.

Sono le tre del mattino. Mia figlia è ricoverata in una casa di cura, stanno cercando di cucirle i tagli e le cicatrici dell’anima con qualche terapia. Lì è almeno al sicuro.

La mia casa è isolata, ho scelto la casa più isolata in cui vado solo d’estate. Tra un po’ salirà. E gli parlerò con i dovuti modi. Gli chiederò perché un amico che conosco da anni ha fatto questo a mia figlia. 18 anni e già con un’ala spezzata. Gli offrirò da bere, sarò politically correct, disposta al dialogo, a capire e forse disposta al perdono.
Lui non sa che io so.
Gli preparo un cocktail, in cui ho sciolto dell’ipnotico.
Gli sorrido.. quanto mi costa sorridergli e parlargli.
Due ore dopo. Le mie mani battono furiosamente i tasti di una vecchia macchina per scrivere. Sono fredda dentro. Fuori invece c’è una luce calda e avvolgente. Qualcuno nel bosco in fondo ha acceso un fuoco. Qualche barbone. Riverberi giungono dentro la stanza e sarebbe un rogo perfetto per bruciare questa assurda storia. Il fuoco purifica.
Apro la porta del bagno… lui è lì bloccato in un armamentario sadomaso. Non può muoversi. I suoi she was unhappyocchi terrorizzati attraverso la maschera implorano. Mi avvicino lentamente. Rigiro tra le mani un coltello e una chiave. Scuote la testa.
Gli appoggio il coltello in mezzo alle gambe. Un getto di urina bagna il pavimento. La paura. Capisci cos’è la paura, la violenza adesso? Gli dico, calma.
Scuote la testa come un burattino. Bene. Ora è il tuo momento stronzo. La lama lucente nell’oscurità si abbassa e recide i lacci.
Lo lascio libero.

by goodnightmoon88 | commenti (22) | commenti (22)(popup)
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venerdì, 22 febbraio 2008,06:32

Il silenzio non è mai stato così muto.

Trattengo il fiato e ho paura che il battito forsennato del mio cuore riecheggi per tutta la sala, eppure non cerco neanche di controllarne il ritmo: sono troppo rapita da te, da quello che vedo, in attesa di un suono che non avrei mai sospettato di poter desiderare con tanta impazienza.

Non sei niente per me, tra neanche un’ora uscirò da qui e non ci rivedremo più. Forse, se mai lo saprò, dimenticherò il tuo nome nel giro di pochi giorni. Ma ora mi sembra di dipendere da te e ho l’impressione che se non dovessi sentire da un momento all’altro la tua voce potrei impazzire. Siamo talmente vicine che potrei toccarti solo allungando una mano, ma non lo farò: non mi è permesso farlo e forse neanche lo vorrei. A un passo da te, ti guardo mentre te ne stai lì immobile, bellissima e delicata come un fiore appena sbocciato. È ciò che sei.

Piangi… Ti prego, piangi.

Quanto è passato? Un secondo, forse due, ma a me è sembrata un’eternità. Finalmente, il tuo vagito irrompe come un canto di angeli: respiri e anch’io riprendo a farlo, mentre gli occhi mi si gonfiano di lacrime e le labbra si aprono in un sorriso. Intanto, tu assapori il mondo per la prima volta. Come sarebbe bello se potessi ricordare che gusto ha avuto questo tuo primo assaggio. Lo dimenticherai… Ricorderai tante cose della tua vita, belle e brutte, ma non questa. Non ti sarà dato sapere come ti è sembrato il mondo non appena vi hai messo piede, non ricorderai se il tuo è stato un pianto di gioia o di stizza. E non lo saprò io. Io che me ne sto in piedi come una stupida, con le lacrime agli occhi senza saperne il motivo, felice dopo tanto tempo. Ha dell’inverosimile che sia proprio tu, che non esistevi fino ad un istante fa, a ridarmi di nuovo un attimo di pura gioia. Mi sento così ridicola…

«Hai mai visitato un neonato?»

Scuoto la testa, grata alla mascherina di camuffare in parte la mia debolezza.

«Se vuoi puoi farlo assieme a me.»

Ti guardo ancora, non riesco a staccare gli occhi da te, il tuo pianto è diventato all’improvviso il suono più bello che abbia mai ascoltato. Ti muovi nel lettino come se volessi mandarci via tutti, come se ce l’avessi con noi perchè abbiamo disturbato quella tua pace che durava da mesi. Hai ragione, anch’io sarei arrabbiata.

«No grazie, la visiti lei.»

Sei così piccola che non voglio toccarti. Ho paura che i guanti sterili non siano abbastanza sterili, che le mie mani non siano abbastanza delicate, che il mio occhio non sia abbastanza attento; mi sembra di poterti fare male anche solo guardandoti troppo da vicino.

«Posso vederla?»

Tua mamma ti reclama e la visita è finita. Un po’ mi dispiace, perché credo che sarei potuta rimanere a guardarti per sempre. Ti portiamo tra le sue braccia ed è lì che io ti lascio.

«Come l’ha chiamata?» mi ricordo di chiedere.

«Viola.»

Viola…

No, non credo che il tuo nome lo dimenticherò nel giro di pochi giorni.

by Ariendil | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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martedì, 19 febbraio 2008,19:41
SPLATTER


Avevo deciso di fare una passeggiata, nel fresco della mattina. Chiudermi dietro la discussione della sera prima, stare ad ascoltare solo la purezza dell'aria mischiata all'odore dell'erba. E così eccomi solo. Appena fuori dall'abitato, che poi era molto piccolo, esplodeva meravigliosamente la montagna.

Lasciai subito il sentiero per perdermi nei campi. Cercavo proprio la parte meno battuta, se possibile. Era una specie di trucco che mi portavo dietro da ragazzo. Quando mi sentivo confuso, niente di meglio che l'ignoto per riaversi. Allora lo facevo buttandomi alla cieca nelle stradine sconosciute del centro storico, nella città dove studiavo. E più un vicolo mi spaventava, più mi ci buttavo dentro.

Qui era un po' diverso. Sentivo la natura amica, non matrigna. Forse indifferente, ma non cattiva. Indifferente nella sua giustizia, nel suo distribuire imparzialmente gioia e dolore. Cosa mi sarebbe potuto succedere, qui? Una vipera. Un morso di qualcosa cui non avrei potuto rispondere nulla. Una bella fregatura, certo, Una cazzata. Morire qui per voler fare due passi. In città una coltellata, qui un morso. Forse preferivo il morso. Mi sembrava più naturale, per l'appunto.

Pensieri tetri. Intorno a me una bella giornata di sole, il cielo azzurro come una lacca, le narici piacevolmente stuzzicate. Un po' di pace. Tutto il resto cominciava ad essere lontano. Bene. Era quello che volevo.

Ero arrivato ad una piccola vallata. Ero arrivato da quell'altra parte, alla mia destinazione. Avrei potuto camminare per giorni, ora, senza stancarmi, solo confuso col resto. In questa orgia di colori e ronzare di insetti e schiuma di corolle. I pensieri tacevano, era questa la mia destinazione, i pensieri tacevano e la mente s'era aperta alla meraviglia.

Improvvisamente un odore forte mi toccò il naso. Mi svegliò, praticamente. Un odore forte e caratteristico, come ogni tanto si sente in campagna, quando vicino a noi c'è una carogna. Sì, era proprio quell'odore. Non che avessi paura, solo non mi andava di vedere carne morta. Non riuscivo però a capire da dove venisse. Intorno a me solo prati - l'erba era abbastanza alta, è vero - gli alberi solo a chiudere la valle in fondo. L'odore diventava più forte.

Ero un po' preoccupato. Che mi saltasse davanti agli occhi all'improvviso una carcassa, o peggio, che me la trovassi sotto i piedi. Che schifo. Pestare i tessuti disfatti e portarmeli appresso. O caderci sopra. Roba che marcisce.

Caminavo più accorto. Mi fermai. Sentivo la tensione. Potevo solo tornare indietro, perchè andando avanti pareva andassi proprio verso la fonte del fetore. E mentre mi ero deciso a fare dietrofront le vidi.

Si vedevano le punte nude di due piedi, un paio di metri avanti a me. Il sangue salì pompando alla testa e il cuore gli andò appresso. Non era qualcuno che dormiva. No, l'odore era troppo forte.

Non sapevo che fare. C'era un cadavere davanti a me e non sapevo che fare. Male non m'avrebbe fatto, ma innanzi tutto sapevo che m'avrebbe fatto senso. Pensai che potevo almeno dare una occhiata, fare qualche passo più avanti e poi andare via. Avrei avvisato qualcuno.

Sotto ai miei occhi passarono le caviglie e poi i polpacci. Camiminavo piano, timoroso di vedere oltre. Dai polpacci partivano delle linee scure. Poteva essere sporco. Sembrava piuttosto un liquido rappreso. Certo, che era un liquido rappreso. Certo, che era sangue.

Ero quasi attratto da quella visione. Mi tappai il naso. Ero in subbuglio. Quella perrsona era morta. Volevo vedere. Sapere.

Era una donna. Giovane, sembrava. Il vestito  strappato la toccava solo per un lembo, giaceva sul prato accanto a lei in perpendicolare. Strappato in fretta e buttato dove capitava. Guardai  sopra le ginocchia. Mi sentii morire.

Dalle ginocchia partiva un taglio, uno per entrambe la gambe. Si vedeva l'osso sottostante. Qualcuno le aveva aperte, quasi volesse lasciare i femori in evidenza in mezzo alla carne. Sulla carne profanata le mosche.

Era una donna. Anche il sesso era stato aperto a metà e di lì l'apertura seguiva la linea mediana del corpo arrivando fino al collo. Potevo distinguere la gabbia toracica. Gli organi che conteneva erano stati massacrati, come se qualcuno avesse voluto mischiarli insieme, tritandoli, maciullandoli.

Non ero più io a guardare. Dovevo ancora vedere la testa, che era coperta da un ciuffo d'erba più fitto. Intravedevo solo del bianco come se sul capo ci fosse stato un fazzoletto.

Ma non era un fazzoletto. La testa era ridotta al teschio. Dal collo in su tutto era stato strappato, tirato via. il teschio era quasi perfettamente ripulito. Mi venne il vomito. Mentre mi stavo piegando per dare di stomaco distinsi chiaramente che di lato il cranio era sfondato. Si vedeva il vuoto. Da quel buco di sicuro era stato tolto il cervello ed il resto. Gli insetti ci camminavano attraverso come fosse una galleria. C'erano vermi, formiche, mosche e, strano a dirsi, dei grilli.

E proprio per questo quella donna non mi piaceva. Già. Non mi piacciono le ragazze con troppi grilli per la testa.
 
by PAPPINA | commenti (15) | commenti (15)(popup)
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venerdì, 15 febbraio 2008,23:10

Arrivò con l'infornata di primavera. Fu scodellato assieme ad altri quattordici, tutti belli, nuovi e lustri. Naturalmente erano diversi fra loro: alcuni si prestavano soprattutto ai blog erotici, altri risultavano adatti a ragazze giovani e spiritose, una piccola minoranza era destinata a siti con pretese letterarie. Lui era uno dei più belli, un cervo che pascolava in una verde radura; disegno e colori risultavano semplicemente perfetti, l'erba sembrava fremere alle carezze del vento. L'avatar era molto orgoglioso di se stesso, e grato a chi lo aveva ideato. Incominciarono a presentarsi i blogger, passavano in rassegna l'assortimento e man mano sceglievano. Fu presa per prima una minigonna, il secondo fu un pulcino, la terza scelta ricadde su uno scenario che raffigurava un tramonto. Il cervo aspettava pazientemente. Poi toccò a un'immagine vagamente dark. Quindi, fu il turno del quinto e del sesto. L'avatar si stupiva che nessuno si affrettasse a prenderlo, ma incominciò a preoccuparsi veramente quando portarono via il dodicesimo. Prima o poi sarebbe venuto il suo momento, pensò, tuttavia iniziava ad essere preda di dubbi inquietanti.
Alla fine, restò solo: gli altri quattordici avevano trovato un padrone, lui non era stato preso in considerazione da nessuno. Eppure c'erano dei blogger che si affidavano ancora al punto di domanda, senza contare che esistevano delle sciocche vanesie, come Anneheche e Zoe, che invece di scegliersi un bell'avatar andavano in giro per la rete esibendo i loro visini smunti.
L'avatar sprofondò in una cupa depressione. Si sentiva irrealizzato e infelice: era stato concepito per un compito, che invece non poteva svolgere. La sua esistenza gli pareva priva di senso.
Ma una mattina...
Si presentò una bella ragazza, lo esaminò attentamente e, dopo aver riflettuto per alcuni minuti, se lo portò via. Finalmente l'avatar era felice. Si affezionò subito alla sua padroncina, che si chiamava Giulia; era una giovane intelligente e sensibile, scriveva bellissime poesie, piene di toccante lirismo, e lasciava sempre commenti arguti e originali. L'avatar era fiero di lei, e della simpatia con cui tutti la guardavano. Un sabato sera, dopo aver fatto un giretto in rete, lei spense il pc. L'avatar andò a dormire sereno. Sapeva che l'indomani, come di consuetudine, avrebbero esplorato vari blog, salutando i molti amici su cui potevano contare. Alla domenica Giulia non lavorava e ne approfittava per prolungare la sua presenza su Splinder. Quella sera Giulia si recò in discoteca con il moroso. Le piaceva molto ballare e si divertì moltissimo. Circa alle due di notte uscirono dal locale per tornare a casa. Salirono sulla vecchia Punto e a velocità moderata imboccarono la strada che li avrebbe riportati a destinazione. Videro chiaramente la macchina che arrivava a velocità folle; non potevano sapere che era guidata da un ubriaco, e il fidanzato di Giulia non riuscì ad evitare l'impatto. Morirono entrambi sul colpo.
La mattina dopo l'avatar si svegliò di buon'ora. Era ansioso di incominciare a visitare i tanti blog amici: mentre la sua padroncina avrebbe letto i post e scritto i commenti, lui si sarebbe fatto quattro chiacchiere con i suoi colleghi.
Ma il pc non fu mai più riacceso.


martedì, 12 febbraio 2008,18:43

Il pubblico del campo centrale di Wimbledon tratteneva il fiato. Serena Williams, la grande favorita del torneo, si era aggiudicata senza problemi il primo set della finale, poi dopo una furibonda battaglia aveva perso il secondo. E ora si trovava uno a cinque, zero a quaranta, nel terzo. Jane trasse un profondo respiro e si preparò a servire la palla del match point.
Jane rappresentava una sorpresa assoluta: proveniva dalle qualificazioni, era sconosciuta ai più e nel corso del suo cammino aveva eliminato, una dopo l'altra, Justine Henin e la sorella di Serena. Socchiuse gli occhi per un istante, infastidita dal sole, quindi prima di prodursi nel suo fantastico servizio, ripensò agli ultimi mesi.
Jane era nata a Windsor. Di famiglia benestante, aveva dimostrato sin da piccola una naturale predisposizione per lo sport. I suoi genitori le avevano regalato un cavallo che lei adorava; tuttavia eccelleva soprattutto nel tennis. Passata precocemente al professionismo, aveva partecipato a tre tornei minori, aggiudicandosi l'ultimo dei tre; dopodichè si era iscritta a Wimbledon. A differenza di molte ragazze prodigio, Jane non era una macchina costruita appositamente per macinare ore di allenamento. Talento innato e doti fisiche le permettevono di vivere una vita normale, senza dover sottostare alle privazioni che generalmente un'atleta deve affrontare. Nel corso di una festa aveva conosciuto Keith. Era un giovane bello e inquietante; aveva fatto sesso con lui quella notte stessa.
Con un gesto elastico e perfettamente coordinato lanciò in aria la pallina, quindi la indirizzò sul lato sinistro del campo. La violenta risposta della Williams la sorprese; non tentò nemmeno di opporsi a quell'autentico proiettile. Tornò alla battuta e commise doppio fallo. Quaranta a trenta.
Si era innamorata di Keith. Era la prima volta che le succedeva: ma lui era speciale. Realizzava quadri stupendi, scriveva poesie profonde e ispirate, e faceva l'amore in modo superbo. A seconda dei casi, poteva dimostrarsi tenero e affascinante oppure scontroso e cupo. Ma quando era dell'umore giusto la faceva sentire una regina.
Tre passanti micidiali di Serena Williams le tolsero il servizio. Perse il successivo game a zero. Adesso conduceva per cinque a tre, e aveva una nuova occasione di chiudere l'incontro.
Keith l'aveva portata a Parigi, dove avevano trascorso un weekend magnifico. Avevano esplorato il quartiere degli artisti e si erano fermati a mangiare nei deliziosi ristorantini della rive gauche. Avevano fatto all'amore per ore, regalandosi emozioni di un'intensità quasi sconvolgente. Keith era un pittore affermato e non badava a spese. L'aveva condotta a Cannes, donandole l'incanto del mare e delle palme. Nella lussuosa camera dell'hotel Carlton si erano letteralmente divorati a vicenda, fermandosi soltanto alle prime luci dell'alba per poi dormire teneramente abbracciati fino a mezzogiorno. Alla sera cenavano da Pierrot, e Jane mangiava avidamente una dozzina di ostriche sostenendo che erano il cibo più afrodisiaco che esistesse in natura. Passeggiavano mano nella mano sulla Croisette, soffermandosi ad osservare il meraviglioso scenario del mare illuminato dalla luna. Guardavano il cielo stellato e poi tornavano in albergo a fare nuovamente l'amore.
"Cinque a cinque", annunciò lo speaker con la voce resa metallica dall'altoparlante. Serena Williams era diventata incontenibile. Jane non riusciva più a ribattere ai suoi colpi, era sballottata per il campo come un pugile rintronato per i troppi pugni subiti. "Sei a cinque per la signorina Williams."
Tornati in Inghilterra, avevano continuato a frequentarsi raggiungendo un'intimità sempre maggiore. Jane era convinta che Keith l'amasse.A parte gli sbalzi d'umore, sapeva essere incredibilmente dolce con lei. Un giorno le fece un regalo stupendo: il suo ritratto. Aveva lavorato di nascosto, affidandosi solamente alla memoria. Il risultato era sorprendente: si trattava di un dipinto di prodigiosa bellezza, capace di raffigurare non solo il suo viso ma anche la sua anima.
Jane era stravolta dalla stanchezza. Madida di sudore, dolorante a un piede, accettò intimamente la sconfitta. Finalista alla sua prima partecipazione a Wimbledon! Era comunque uno sbalorditivo successo, pensò nella maniera che è propria dei perdenti. E' vero: si era trovata a un passo dalla vittoria, ma l'altra era troppo forte. Avrebbe ritentato l'anno successivo. Trascinata dalla sua stessa furia agonistica Serena commise tre errori gratuiti. Sei pari e conclusione al tie-break.
Una sera aveva voluto fargli una sorpresa. Senza avvisarlo si era recata da lui. Aveva con sè una bottiglia di champagne, desiderava essere coccolata, amata; voleva trascorre una notte indimenticabile. Entrò in casa con le chiavi che le aveva dato. Keith era in camera da letto, con la luce accesa. Jane pensò maliziosamente che ambedue preferivano la luce al buio; i loro corpi giovani e belli non meritavano di essere celati alla vista. Aprì la porta della stanza.
La Williams si aggiudicò il primo punto del tie-break con un passante di rovescio. Poi fece un ace. Due a zero.
Keith era letto con una ragazza. Una perfetta sconosciuta, per Jane. Era mora, molto avvenente; lo stava cavalcando. Jane guardò la scena impietrita, resistendo all'impulso di scagliarsi su di loro; non avrebbe saputo chi picchiare per primo. Keith la vide ma non fece nulla per fermarla. Lei uscì dalla camera, e dalla sua vita.
Jane si asciugò il sudore dalla fronte. Il caldo era insopportabile, il sole picchiava implacabile con la stessa forza dei colpi di Serena Williams. Alzò lo sguardo verso la tribuna, cercando con gli occhi suo padre. E li vide. Keith e la bruna, stretti l'un l'altra che ridevano e si accarezzavano, indifferenti alla partita e incuranti degli altri spettatori indignati.
Toccava a Jane servire.
Andò alla battuta per vincere.

venerdì, 08 febbraio 2008,09:20

Ti ritrovi ogni giorno nella stessa pelle.


Ogni notte, vicino al sonno, chiedersi se è stato fatto un solo sforzo per cambiare e poi rispondersi con la solita dura realtà. Non si cambia mai, in fondo. Credendo di avere una certa predilezione, una certa intuizione speciale, un bravura rara, uno stile imparagonabile ad altro. Sfogliare queste pagine virtuali e accorgersi che di speranza ne esiste ancora tanta, per chi sa tenere bene la penna in equilibrio e conosce e sa cogliere. Infine, sa dove trovare un punto d’appoggio. Per chi non sa cosa sia il blocco dello scrittore.




Un amico ormai lontano ti dice che chiunque decidesse di non pubblicarti sarebbe soltanto un pazzo, perché a leggere le tue storie si sta davvero bene, ci si sente parte di un mondo incantato, dove le nuvole scorrono rapide e il chiarore della fiducia fa sembrare le immondizie giacigli immacolati. Ti dice che basta credere e provarci. E che non puoi tirarti indietro. Sarebbe grave.




Questo il nostro artista di merda.




-Dicci un po’, artista, cosa hai pubblicato fin’ora?


-Beh, in realtà niente.


-E come fai a definirti uno scrittore comunque?


-So fare solo questo. A parte leggere, s’intende.


-E così vorresti farmi credere che sai scrivere. Bene. Che cosa scrivi: storie, romanzi, poesie, annunci immobiliari?


-Signore, ho una storia insensata da terminare, una raccolta di pensieri sparsi su mille fogli, un diario di massime, mille idee senza padrone.


Mi ritengo uno che usa molto la propria immaginazione.


-Quindi, lei vorrebbe che Noi l’aiutassimo a realizzare questi suoi progetti? Diciamo, un aiuto economico per farla emergere nel circuito dei letterati?


-No, signore, io le volevo soltanto chiedere se poteva offrirmi qualcosa da bere, nient’altro.


-Ma che razza di uomo siete!? Volete o no lavorare per diventare qualcuno? O preferite morire ubriaco, con una barba decennale, sotto uno dei binari della stazione centrale?


-Signore, in tutta onestà, ho lavorato una vita intera per diventare qualcuno, per essere almeno qualcuno, e ho finito per non essere nemmeno qualcosa.






Ti ritrovi ogni giorno, nella stessa pelle, raggrinzita e grigia. Tra le mura appena riverniciate e già piene di bozzi, in mezzo alle coperte macchiate di sperma secco, con l’odore del fallimento addosso. Allora ti stanchi davvero di essere il tragico te stesso, ti stanchi di fare le cose facili e ricevere complimenti poco sinceri, smetti di andare in giro a portare rogna, a raccontare storie patetiche e inutili, storie che farebbero vomitare anche me. Oppresso dal senso d’insoddisfazione e sbalordito dall’inutilità che ti porti dietro, ti rechi fino alla scelta cruciale. O sei o non sei. O metti la carta sul fuoco o metti il fuoco sulla carta. O cogli o non cogli. Niente di più facile, i problemi verranno con il tempo.






-Deve decidere, Sig.Hank. O dentro o fuori. Noi le possiamo offrire quel piccolo finanziamento e lei sarà lo scrittore che vuole. Come piccolo onere dovrà soltanto prestare il suo nome a un'altra persona. Sa, l’aspetto è molto, oggigiorno, e temo che lei non abbia proprio la faccia adatta per entrare nella buona società. Lei scrive e tutti guadagniamo; Hank è la penna, Henry è la faccia. Ok?


-Mi scusi, signore, avrebbe la compiacenza di offrire un cicchetto a questo povere ubriacone?


-Sig. Hank, il suo comportamento è disdicevole. Sembra una bestia più che un uomo. Le assicuro che non lavorerà mai per nessun giornale sulla faccia della terra. Lei è un povero stronzo fallito.


-Lo so bene, signore. Sono solo un artista di merda e so già sotto quale albero scavare la mia fossa. Sono capace soltanto d’ essere chi sono, in ogni momento e so dire cose di me, così imbarazzanti e grottesche che nessun altro potrebbe fare. Non so di buone intenzioni e di stucchevole sorriso, non so parlare di cazzate intellettuali, né raccontare storie d’amori e passioni elegiache e di morti gloriose. Non sono un granché, lo so, ma questo so dirlo. Quanti di voi sanno dirlo di sé, senza risparmiare niente?




Quanti voi sanno d’essere mediocri?


E quanti, come me, sanno d’essere immortali?




La sacralità delle pagine, il tenue sospiro che passa tra le parole e le fa diventare vive. Le dita che si muovono lentamente nel mattino marzolino. Gli occhi che si aprono appena, tagliati dalla luce del nuovo cielo. L’odore pungente dell’alcol del giorno prima, di quello prima ancora e di tutta una vita di avvilente perdizione.Scrivendo per non perdersi ulteriormente. Parole senza musica, senso senza verso, sesso mistica poesia mondana allegoria di una vita che scorre come un tappeto impolverato giù da una scalinata. E nessuno gli ha detto che dovrebbe salire. Questo estenuante ripetersi negli errori e non capire mai d’essere nel giusto. I negri che cantano a cappella, le immagini che s’inseguono dietro l’obbiettivo, il basso che fa tremare il pavimento e io sopra a galleggiare come se l’esistenza fosse fatta solo di questo. Per chi si aspettava una storia è tradita l’attesa, per chi voleva versi non ha trovato niente di somigliante.




Quanto vale tutto quanto?




C’è poco da dire ancora, amici del bar, anzi, lasciamo che questo piccolo spazio espressivo si commenti da solo. O 0 o 1.




Allora Hank proseguì per il suo cammino. Avrebbe trovato qualcuno che potesse offrirgli da bere, da saziare la gola avida e urlante. Spesso rimaniamo solo io e lui, in questa stanza verde, e mandiamo tutto al cazzo. E’ così divertente che non saprei dire.






Questa è arrivata da uno dei miei scrittori preferiti:





Oggi non vorrei vedere neanche il sole, vorrei alzarmi da questo letto e non trovare più nessuno. Uscire per le strade deserte e camminare per chilometri.. per chiudermi in una stanza vuota a scrivere una lunga lettera che lascerò lì, sul tavolo, proprio sotto la penna. Vorrei tornare a casa.. e con le mani sporche d’inchiostro.. suonare LadyV come non mai.. in un nuovo modo.. con una nuova strabiliante energia. E come sarei contento, in quel momento, che ad ascoltarmi lì non ci sia nessuno! Quando tutti saranno tornati, io sarò già via.. già lontano, già disperso nella luce ancora fredda e umida.. di un sole che avrei preferito non dover vedere, una lettera. Sopra il tavolo. Sotto la penna.


(A.A.)








 

by klawd | commenti (21) | commenti (21)(popup)
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martedì, 05 febbraio 2008,07:32

Erano in cucina immersi nel silenzio della campagna. Lui, seduto sulla sedia blu, guardava fuori senza muovere gli occhi. Lei per un po’ gli girò attorno poi si accucciò sui talloni per aggiungere un ciocco di legna alla stufa già piena.
«È stato un gran bel gesto da parte tua occuparti del funerale di Toldo…» Il marito non mosse un muscolo, sbatté solo le ciglia. «Tutti in paese pensavano tu lo odiassi dopo quello che era successo». Un passero rigò il cielo con il suo volo discontinuo nel tentativo di vincere la gravità. «Offrirti di pagare il funerale, la cassa, il cimitero è stato proprio un bel gesto di conciliazione verso la vedova». La moglie si levò in piedi stringendosi le mani una dentro l’altra fino a farle diventare bianche, squadrò il marito standogli di fianco per intercettare il suo sguardo. «Per un attimo, quando Toldo è morto, ho finanche pensato l’avessi ucciso tu». L’ultima parola rimase appesa nell’aria, impigliandosi nelle tendine grigie di fumo, rimbalzando sui tegami antichi di rame per poi infilarsi nella canna fumaria e sparire nel cielo livido di pioggia. L’uomo mosse appena le gambe facendo cigolare la sedia: con un movimento secco si alzò e senza dir nulla se ne uscì in giardino. La moglie sospirò nel vuoto cominciando a metter via le poche cose che erano servite per la colazione, anche se l’uomo non aveva mangiato nulla e il caffè si stava raffreddando nella tazza. Fece rumore con i piatti per vincere quel silenzio che dilagava nella casa e nel cuore. Gli riscaldò il caffè nella moka: forse l’avrebbe bevuto. Uscì in giardino con la tazza fumante cercandolo con gli occhi. Gli arrivò alle spalle nel garage che lui utilizzava come legnaia e per i lavori del campo. E quando l'uomo la sentì che gli era già dietro non provò neppure a chiudere lo sportello.
«E quello cos’è?» chiese lei avvicinandosi cupa. Il marito si spostò di lato lasciando intravedere un monitor e al centro il viso di un morto. Lei si tappò la bocca per non urlare facendo cadere la tazza che schizzò caffè tutt’attorno.
«Ho fatto piazzare una webcam nella bara di Toldo, puntata dritta dritta sulla sua faccia» confessò lui inespressivo. Ogni giorno che passa vengo qui a godermi lo spettacolo di come la morte riduce quel porco… La mia vita ora ha un senso».

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venerdì, 01 febbraio 2008,07:58
20070819-214010

San Francisco, anni '30.

Edgar entrò nella stanza d’albergo di Lidia e si guardò distrattamente intorno. Non male come ambiente; intimo e sofisticato. Si adattava perfettamente alla personalità della sua amante. Lidia intanto gli aveva versato da bere e gli porgeva il bicchiere con una strana luce negli occhi. Era sempre stata una persona enigmatica. Spesso si era chiesto da cosa derivasse il suo interesse per lui eppure ancora non era riuscito a darsi una risposta. Dapprima aveva creduto che fosse interessata al denaro, ma poi, quando era risultato evidente che a possedere un ricco conto in banca era sua moglie e non lui, questa ipotesi era sfumata. Che fosse amore? Piuttosto assurdo, visto che non era minimamente infastidita dalla presenza di un’altra donna nella sua vita. Si sa, le donne innamorate sono possessive, non tollererebbero una rivale. Forse Lidia era semplicemente attratta da lui. In fondo erano simili; entrambi scaltri e senza scrupoli. Il pensiero di lei che lo desiderava follemente lo eccitò al punto che posò il bicchiere e la spinse contro la parete. Nella fretta urtò un tavolino, ma per fortuna non rovesciò nulla. Lei fu scossa da una sommessa risatina. “Quanta foga, amore mio. Dunque ti sono mancata!” In risposta lui le abbassò la spallina dell’abito a sottoveste che indossava, mentre con l’altra mano le sollevava la gonna, scoprendo la coscia vellutata di lei.

“Che c’è? La tua mogliettina non ti soddisfa come faccio io?” lo stuzzicò ancora la donna. Poi la bocca di Edgar si posò sulla sua e non ci furono più scambi di parole ma solo le loro lingue che si rincorrevano in una danza sensuale ed erotica. Avvertì le dita di lui insinuarsi all’interno delle proprie mutandine e si sentì sciogliere dalla calda sensazione che ne derivò. Lui giocherellò a lungo col suo clitoride, fino a sentirla completamente bagnata. Poi sorrise soddisfatto. “Beh, non vorrai dirmi che tu non mi desideri. Mi pare piuttosto evidente.” Lidia ricambiò il sorriso e si sfilò le mutandine, inutile ingombro per quel loro incontro serale. Poi allungò la mano verso i pantaloni di lui, tirò giù la zip e ricambiò il favore accarezzando il suo membro con movimenti esperti. Edgar chiuse gli occhi. Stranamente gli venne da pensare ad Alicia, così fragile e timida. Fare certe cose con lei era a dir poco impossibile. Prenderla in piedi, contro la nuda parete di una stanza d’albergo… non glielo avrebbe mai permesso. Invece con Lidia poteva fare qualsiasi cosa, con lei non doveva recitare nessuna parte e questo era altamente eccitante. Entrò dentro di lei con un movimento deciso del bacino e la sentì gemere mentre si muoveva con gesti rapidi e in profondità. Gli piaceva sentirla godere e ben presto arrivò anche lui all’apice del godimento. In un attimo ogni pensiero riguardo ad Alicia fu spazzato via da un orgasmo travolgente.

Tornando a casa, tuttavia, ebbe una sorpresa ancor più travolgente. La sua camera da letto era deserta e sul suo comodino spiccava un bigliettino. La grafia era quella della moglie, precisa e ordinata. Denotava pienamente il suo modo di essere, calmo e pacato.

 

Caro Edgar,

pensavi che non sapessi della tua relazione con Lidia, ma ti sei sempre sbagliato.

Ho chiuso gli occhi, pensando stupidamente che prima o poi ti saresti stancato di lei.

Ebbene, mi sono stancata io invece, di te.

Verrai contattato al più presto dal mio avvocato per l’avvio delle pratiche per il divorzio.

Temo che ti lascerò senza un soldo, mio caro. Dopotutto non mi sarà difficile provare il tuo tradimento.

 

Edgar rimase senza parole. Pensava di farla franca, che la moglie fosse troppo stupida e ingenua per accorgersi che la tradiva. Pallido in volto si accese una sigaretta. Paradossalmente era tutto ciò che gli era rimasto.

by Luna70 | commenti (23) | commenti (23)(popup)
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