Luci, c'erano tante luci colorate, riflessi e bagliori di un mondo subdolo che ti si attorcigliava come un ragno travestito da farfalla. Un mondo facile, dove tutto è permesso, basta prenderlo e afferrarlo. La bella vita che si veste di classe e che ha la merda dentro.
Luca continuava a guardarsi attorno, seduto al tavolino in fondo alla sala del privè. Era spaesato e confuso. Aveva ingerito pochissimo di quella roba assurda ma gli sembrò già abbastanza.
La musica era martellante, dapprima solo lounge e poco a poco sboccava nella house più aggressiva. Intorno a lui solo gente rampante, esibizionista, euforica, fuori di testa.
I barman al bancone si lanciavano le bottigliette al volo, in perfetto tempismo.
I corridoi che conducevano ai bagni erano affollati di tipi che tiravano droga come forsennati, tutti in allegra compagnia, comitive intere che si preparavano le dosi e poi tornavano in pista ancora più sballati di prima.
File di persone fuori dal locale erano tenute a bada dal robusto buttafuori di turno, in occhiali da sole e cravatta scura. La lista dettava legge e non c'erano molti santi.
Luca girava il bicchiere del cocktail tra le dita. Era venuta già la prima delle ragazze e gli aveva mostrato due pasticche bianche e una azzurra. Poi era iniziato il suo viaggio.
Adesso continuava a giocare con le rotondità del bicchiere, stravolto dal glamour di quella serata.
Seduto di fronte all'altro tavolo c'era un uomo, vestito come un banchiere o un imprenditore d'alto livello, uno squalo della finanza forse. Capelli lucidi e pettinati all'indietro, completo blu scuro e un ghigno indefinibile sulla faccia. Sorseggiava un bicchiere di vino e parlottava con un altro tizio, con una maglietta griffata e tanti piccoli disegni tribali tatuati sul braccio destro che si intravedevano ad ogni lampo di luce.
Parlavano e ogni tanto fissavano Luca, poi riprendevano a parlare e ridevano di chissà quale idiozia.
Luca posò il bicchiere sul fazzoletto di carta e cercò di non pensare a quella coppia di stronzi patinati.
Ripensò per un istante al suo amico, finito all'ospedale per uno stupido incidente dall'altra parte della città. I vigili stavano ancora raccogliendo i rottami del suo scooter quando Luca era riuscito a superare la folla all'ingresso. Mors tua, vita mea.
Ad un tratto una bionda si avvicinò al tavolo dei due sciacalli. Portava dei tacchi alti e una scollatura vertiginosa. L'uomo vestito da banchiere la fece sedere accanto e le sorrise, i suoi denti erano bianchissimi. La ragazza si sfilò un anello dal dito, mostrando in un semplice gesto tutta la sua avvenente bellezza. Probabilmente la classica puttana che combinava guai agli ormoni dei vip. Luca registrava ogni movimento di quella scena, osservandoli con circospezione.
L'altro ragazzo con i tatuaggi al braccio mise al centro del tavolo un paio di contenitori neri, simili a quelli delle pellicole fotografiche.
L'imprenditore rise ancora e la ragazza fece una smorfia di disappunto.
Luca sorseggiò il suo drink e fece finta di nulla, anche quando una coppia di gay passò tra i tavoli.
Circolarono dei contanti sul tavolo, oltre alle pellicole e ad alcune foto stampate. Le banconote passarono dalle mani tozze dell'uomo a quelle magre del ragazzo.
Poi la bionda si alzò con calma, baciò sulla guancia l'imprenditore e sgusciò tra la folla, forse alla ricerca del bersaglio accordato.
Luca temeva di essere scoperto e cercò di fare il disinvolto per gran parte del tempo, nonostante avesse la mente annebbiata.
Si avvicinò un'altra donna, stavolta una ragazza dai capelli lunghi e rossi, con un culetto niente male.
Gli passarono davanti agli occhi dell'immaginazione i ricordi del suo amico che adesso probabilmente era disteso su un letto d'ospedale con fratture multiple, diapositive sbiadite che si sostituivano una dopo l'altra.
La ragazza, che poteva avere una ventina d'anni, baciò a lungo la bocca dell'uomo. Il ragazzo tatuato si accese una sigaretta, buttando con noncuranza il pacchetto vuoto per terra.
Luca guardava e intanto ripensava al suo amico. Alla sua fissa per le moto e la velocità. A quella volta che si persero con quei drogati della cricca di Lorenzo.
La rossa si inginocchiò sotto il tavolo e l'uomo le fece spazio, spostando un po' le gambe. Lei si dimostrò abile e svelta ad armeggiare con i suoi pantaloni.
Luca ripensava alle nottate in spiaggia, giù alla villa degli zii, quando l'amico faceva il buffone con le altre tipe al bar della spiaggia.
L'uomo ammiccò con un accento di trionfo e indicò al ragazzo tatuato con un gesto rapido la figura di Luca.
Ma Luca non era più lì, almeno non con la mente.
Pensava al suo amico e pensava ai suoi discorsi di sempre.
La grande città è una bestia amara, gli disse una volta.
L'imprenditore, o almeno ciò che sembrava, rise di piacere mentre la rossa glielo succhiava con altrettanto gusto. Il ragazzo ghignò, continuando a fumare.
Luca finì il suo bicchiere, restituendo lo sguardo senza emozioni ai due coglioni.
La città è una bestia, avrebbe voluto rispondere al suo amico, ma qualche volta bisogna essere più bestie di lei.
E la serata scivolò così fino all'alba.





11 settembre 2001. Il mondo ha fatto nuovamente crash. Questa volta per l’attentato alle Twin towers della Grande mela. Le tv di tutto il mondo trasmettono la disintegrazione del maggior simbolo americano. I giornali si danno molto da fare per diffondere lo stillicidio. Così dopo giorni di bombardamento mediatico salta alla ribalta un tale Osama Bin Laden, figlio scomunicato di un ricchissimo sceicco saudita. Mr Osama Bin Laden rivendica in un video l’attentato e dichiara guerra aperta al satana occidentale. Il leader della guerra santa contro il capitalismo occidentale appare su tutte le reti e giornali fino alla nausea. E io ho modo di studiarmelo attentamente. Il Leader della “guerra santa” contro il capitalismo occidentale è un volto scavato con due occhi neri languidi profondi come un lago di origine glaciale, è una voce pacata, velata di fredda raziocinante calma, è la convinzione di un’intelligenza acuta votata al male. Mr Osama Bin Laden puzza di morte. È un drogato furbo.
speranza su questa terra? No che non l’hai pensato. Hai mai pensato Osama, che, la guerra santa, prima che contro l’occidente, avresti dovuto combatterla contro tutti quegli sceicchi che affamano il loro popolo e passano l’estate in Costa Smeralda, che nei loro passatempi idioti si divertono a innaffiarsi con pregiatissime bottiglie di champagne? Che si costruiscono bagni d’oro e possono permettersi tante mogli e altrettante amanti, queste però troiette rigorosamente occidentali che per aver un minimo di spazio sui giornali vendono il culo? Lo sai che i musulmani ortodossi ricchi fanno affari con il Satana occidentale? Certo che lo sai perché tu appartieni allo stesso back-ground sociale, e sai anche che non si sputa nel piatto in cui si mangia. È ovvio allora sfruttare l’odio, che nasce dalla povertà, dalla mancanza di cultura ed informazione, verso l’Occidente, risvegliando nelle masse antichi dissapori, vendette mai sopite, rispolverando deviate teorie desunte da un Corano interpretato da fanatici con cervello distorto. Saranno loro i figli di Allah drogati di menzogna a imbottirsi di tritolo, mentre tu Osama ti dai alla macchia scappando per le impervie montagne afghane. Ed è proprio così che tu, personaggio leggendario raffigurato in groppa ad un bianco cavallo, diventi un leader carismatico che incita tutti ad imbottirsi di tritolo. Ma tu no, tu non lo fai. Anche se come premio per i tuoi killer prometti allettanti paradisi carnali post mortem. Ma a te interessa stare vivo, nascosto come un topo vigliacco, figlio rinnegato della C.I.A. In preda all’ispirazione prendo carta e penna e scrivo questo incomunicabile comunicato che mai arriverà a destinazione: “MR OSAMA BIN LADEN DIMOSTRI DI AVERE LE PALLE E SI FACCIA SALTARE IN ARIA LEI CON IL TRITOLO, VEDRÀ QUANTI PROSELITI FARÀ!”. AH DIMENTICAVO: INSCIALLAH.