Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 29 gennaio 2008,19:19

Luci, c'erano tante luci colorate, riflessi e bagliori di un mondo subdolo che ti si attorcigliava come un ragno travestito da farfalla. Un mondo facile, dove tutto è permesso, basta prenderlo e afferrarlo. La bella vita che si veste di classe e che ha la merda dentro.
Luca continuava a guardarsi attorno, seduto al tavolino in fondo alla sala del privè. Era spaesato e confuso. Aveva ingerito pochissimo di quella roba assurda ma gli sembrò già abbastanza.
La musica era martellante, dapprima solo lounge e poco a poco sboccava nella house più aggressiva. Intorno a lui solo gente rampante, esibizionista, euforica, fuori di testa.
I barman al bancone si lanciavano le bottigliette al volo, in perfetto tempismo.
I corridoi che conducevano ai bagni erano affollati di tipi che tiravano droga come forsennati, tutti in allegra compagnia, comitive intere che si preparavano le dosi e poi tornavano in pista ancora più sballati di prima.
File di persone fuori dal locale erano tenute a bada dal robusto buttafuori di turno, in occhiali da sole e cravatta scura. La lista dettava legge e non c'erano molti santi.
Luca girava il bicchiere del cocktail tra le dita. Era venuta già la prima delle ragazze e gli aveva mostrato due pasticche bianche e una azzurra. Poi era iniziato il suo viaggio.
Adesso continuava a giocare con le rotondità del bicchiere, stravolto dal glamour di quella serata.
Seduto di fronte all'altro tavolo c'era un uomo, vestito come un banchiere o un imprenditore d'alto livello, uno squalo della finanza forse. Capelli lucidi e pettinati all'indietro, completo blu scuro e un ghigno indefinibile sulla faccia. Sorseggiava un bicchiere di vino e parlottava con un altro tizio, con una maglietta griffata e tanti piccoli disegni tribali tatuati sul braccio destro che si intravedevano ad ogni lampo di luce.
Parlavano e ogni tanto fissavano Luca, poi riprendevano a parlare e ridevano di chissà quale idiozia.
Luca posò il bicchiere sul fazzoletto di carta e cercò di non pensare a quella coppia di stronzi patinati.
Ripensò per un istante al suo amico, finito all'ospedale per uno stupido incidente dall'altra parte della città. I vigili stavano ancora raccogliendo i rottami del suo scooter quando Luca era riuscito a superare la folla all'ingresso. Mors tua, vita mea.
Ad un tratto una bionda si avvicinò al tavolo dei due sciacalli. Portava dei tacchi alti e una scollatura vertiginosa. L'uomo vestito da banchiere la fece sedere accanto e le sorrise, i suoi denti erano bianchissimi. La ragazza si sfilò un anello dal dito, mostrando in un semplice gesto tutta la sua avvenente bellezza. Probabilmente la classica puttana che combinava guai agli ormoni dei vip. Luca registrava ogni movimento di quella scena, osservandoli con circospezione.
L'altro ragazzo con i tatuaggi al braccio mise al centro del tavolo un paio di contenitori neri, simili a quelli delle pellicole fotografiche.
L'imprenditore rise ancora e la ragazza fece una smorfia di disappunto.
Luca sorseggiò il suo drink e fece finta di nulla, anche quando una coppia di gay passò tra i tavoli.
Circolarono dei contanti sul tavolo, oltre alle pellicole e ad alcune foto stampate. Le banconote passarono dalle mani tozze dell'uomo a quelle magre del ragazzo.
Poi la bionda si alzò con calma, baciò sulla guancia l'imprenditore e sgusciò tra la folla, forse alla ricerca del bersaglio accordato.
Luca temeva di essere scoperto e cercò di fare il disinvolto per gran parte del tempo, nonostante avesse la mente annebbiata.
Si avvicinò un'altra donna, stavolta una ragazza dai capelli lunghi e rossi, con un culetto niente male.
Gli passarono davanti agli occhi dell'immaginazione i ricordi del suo amico che adesso probabilmente era disteso su un letto d'ospedale con fratture multiple, diapositive sbiadite che si sostituivano una dopo l'altra.
La ragazza, che poteva avere una ventina d'anni, baciò a lungo la bocca dell'uomo. Il ragazzo tatuato si accese una sigaretta, buttando con noncuranza il pacchetto vuoto per terra.
Luca guardava e intanto ripensava al suo amico. Alla sua fissa per le moto e la velocità. A quella volta che si persero con quei drogati della cricca di Lorenzo.
La rossa si inginocchiò sotto il tavolo e l'uomo le fece spazio, spostando un po' le gambe. Lei si dimostrò abile e svelta ad armeggiare con i suoi pantaloni.
Luca ripensava alle nottate in spiaggia, giù alla villa degli zii, quando l'amico faceva il buffone con le altre tipe al bar della spiaggia.
L'uomo ammiccò con un accento di trionfo e indicò al ragazzo tatuato con un gesto rapido la figura di Luca.
Ma Luca non era più lì, almeno non con la mente.
Pensava al suo amico e pensava ai suoi discorsi di sempre.
La grande città è una bestia amara, gli disse una volta.
L'imprenditore, o almeno ciò che sembrava, rise di piacere mentre la rossa glielo succhiava con altrettanto gusto. Il ragazzo ghignò, continuando a fumare.
Luca finì il suo bicchiere, restituendo lo sguardo senza emozioni ai due coglioni.
La città è una bestia, avrebbe voluto rispondere al suo amico, ma qualche volta bisogna essere più bestie di lei.
E la serata scivolò così fino all'alba.

by Univers | commenti (12) | commenti (12)(popup)
Link | categoria:ti porterò lontano
venerdì, 25 gennaio 2008,10:46

Mattia arrivò all’alba, senza preavviso, sorprendendo tutti con la sua voglia di scoprire con anticipo i colori del mondo. Tutto era pronto da tempo ma mancavano ancora due settimane alla scadenza naturale. Nella piccola casa affacciata sulla valle del Belice, la vita scorreva secondo i suoi ritmi consueti. Maria era in movimento continuo, casalinga instancabile e mamma premurosa. Il pancione le imponeva ritmi più quieti rispetto a quelli che le erano abituali, ma nonostante la gravidanza fosse quasi al termine, il modo in cui si dedicava alle faccende domestiche era pressocchè lo stesso. Anche il passo col quale andava a cercare Marco, il primogenito, sempre in ritardo quando era ora di rientrare a casa dopo una partita di pallone, manteneva quella nota militaresca che non riusciva a celare la dolcezza dei suoi modi. Dall’altra parte del mondo, Tano indossava la sua divisa blu, quella nella quale ogni giorno affrontava la noia ed il pericolo del controllare la porta d’ingresso della banca. Già, perché anche un posto da guardia giurata può essere difficile da conquistare nella propria terra e Tano lo aveva trovato a Milano, nel grigio dei palazzi e nel traffico frenetico, lontano dalla campagna nella quale era cresciuto. Una vita all'insegna della distanza, senza neppure avere il tempo di chiedersi che cosa fosse e se avesse un peso. Di certo doveva averne avuto, forse ne aveva ancora ma né Tano né Maria avevano mai permesso che gravasse sulla loro storia. Avevano accettato i ricongiungimenti festosi e i distacchi difficili; qualche lacrima, quella si, pur volgendo lo sguardo altrove perché né l’uno né l’altra potesse cogliere il luccichio degli occhi. Immagine tratta da http://www.candeli.comLa rimozione del dolore era diventata normale, come per Tano lo era scendere sorridente dalla corriera e risalirvi cupo e silenzioso come un’ombra. La mancanza era parte della loro vita, di fidanzati prima, di sposi e genitori poi. Entrambi figli di famiglie numerose, disperse tra Italia, Germania e Stati Uniti, si erano conosciuti d'estate, quando Tano tornava al paese. Succedeva a Natale, a Pasqua, in Agosto e le poche volte in cui un collega benevolo si offriva di sostituirlo in un paio dei suoi turni. Lo stesso collega che quella mattina lo aveva accompagnato all’aeroporto. “E’ nato Mattia, è nato Mattia e io non ero lì…” Era questo il cruccio di Tano. “Capisci?” diceva al collega “avevo il biglietto del treno per la prossima settimana…”. Ma nonostante l’emozione ed il dispiacere di non aver potuto essere accanto a sua moglie al momento del parto, appariva tranquillo come se il dolore per non essere arrivato in tempo fosse mitigato da una serenità superiore se non dalla rassegnazione. “Io non riuscirei a viverla così, amico mio” disse il collega e proseguì “e forse non avrei mai saputo vivere una storia come quella tua e di Maria…”. Intanto erano arrivati davanti all’area partenze nazionali dell’aeroporto di Linate. Tano aprì lo sportello, strinse la mano al collega e provò a spiegare…”Vedi, porto in me il senso della partenza come tutti i siciliani e lo vivo con una pacatezza che chi non comprende può scambiare per distacco”. Un cenno con la mano e scese dall’auto. Il suo aereo sarebbe partito un’ora dopo.

by laltroio | commenti (7) | commenti (7)(popup)
Link | categoria:
giovedì, 24 gennaio 2008,21:09
Eulalia apre la finestra. Un soffio d’aria gelida sussurra la notizia: un anno e’ morto, un nuovo anno ha preso il suo posto.
Il vento del Nord, foriero di pioggia, grandine e neve, annuncia, con voce stentorea, il tempo a venire: come antipasto, tre mesi freddi, tra gente che muore ammazzata senza motivo e malattie incurabili che esplodono improvvise, uomini pavidi coi sacchi di sabbia alle finestre e kamikaze in azione in pieno giorno.

A seguire, i giorni della fame e della sete, delle piaghe infette e del disfacimento dei corpi, giorni di lacrime nelle stanze, disperatamente bianche, dove le medicine vengono iniettate a forza:  al suono dei serpenti a sonagli, i pazzi e gli assassini balleranno con gli occhi sbarrati e i pensieri in fuga.
Per finire, nel delirio collettivo che seguira’, gli uomini disperati si caveranno gli occhi da soli, e la strada delle stelle sara’ coperta da un drappo nero.
 
 
Eulalia si veste, esce e cammina per le strade, per capire. Vuole parlare con i passanti, per chiedere loro cosa stia accadendo, ma non incontra nessuno: un silenzio innaturale attutisce il suono dei suoi stessi passi sul suolo gia’ ghiacciato, eppure non ancora bianco.
E’ buio, senza le stelle in cielo. La luna e’ fuggita gia’ da qualche giorno, ed Eulalia teme che il sole, ormai stremato, la segua lontano dalla propria orbita.
 
Eulalia guarda nelle case e intuisce cio’ che si trova dietro le tende avvizzite delle poche finestre illuminate: anziani soli, infreddoliti davanti a un fuoco che non si lascera’ riattizzare, bambini laceri con lo stomaco e l’anima ugualmente vuoti e gente senza nome, ne’ voglia di pensare a un domani.
 
Gli animali se ne sono andati da tempo; solo qualche insetto si attarda tra gli avanzi di infausti banchetti ormai decomposti, rovistando tra i rifiuti, in gara con i senzatetto affamati.
 
La colomba bianca, chiusa in gabbia, guarda mestamente il ramoscello d’ulivo. Una mano tremante si e’ avvicinata e ha aperto lo sportello, forse per pena, forse per distrazione. La creatura alata si alza di slancio e punta verso il cielo.
Sa che la lotta sara’ impari: dovra’ evitare i fucili dei bracconieri e le fionde dei teppisti, eppure non ha lasciato ancora ogni speranza, perciò non tutto e’ perduto.
 
Eulalia, dalle bianche piume, vola, sempre piu’ in alto, fino a quando la citta’ diventa un punto grigio inghiottito dalla tempesta.
Le strade sono fili neri, e le piazze paiono lacrime d’asfalto; da lontano, tutto puo’ sembrare poetico: basta volerlo.
Eulalia si sfila una remigante, la intinge in una nuvola, e inizia a vergare con eleganza versi e rime bianche su un cielo sorprendentemente blu.
Chissa’ : forse domani andra’ meglio.
by soffiodimaggio | commenti (12) | commenti (12)(popup)
Link | categoria:eulalia
martedì, 22 gennaio 2008,00:02

Il suo profondo malumore ricadeva sul mondo intero, comportandosi in modo che questo avvenisse, non faceva altro che ostinarsi ad amareggiare la vita di chi la circondava : un atto deplorevole giustificabile, se solo fosse stato di qualche utilità. Era frustrata, irritata, perplessa…furiosa. Con una rabbia arbitraria, sicuramente sproporzionata che le bruciava dentro. Nessuno era responsabile della sua tristezza, al contrario, l’aveva senz’altro seccato, braccato, costretto a gesti, espressioni che mai avrebbe mosso da solo e per di più lo accusava addirittura di non sentire come lei. Era tuttavia vero che l’adorazione che aveva per lui le aveva fatto credere d’essere in diritto di pretendere una risposta adeguata ai suoi desideri; quando aveva sentito il distacco, l’impulso di schiaffeggiarlo le aveva invaso il cuore. Indubbiamente era stata lei a lanciarsi all’abbordaggio di una nave, una nave che seguiva la sua rotta, non in pace o in felicità, ma con l’orizzonte in vista, senza essere invitata, aggredendolo a sorpresa e reclamando-esigendo- la sua dedizione.

Elly non credeva di essere in errore se pensava di aver contribuito a una certa –logica-vanità da parte sua, la voglia di prolungare la piacevole sensazione di essere ammirato; e se a questo si voleva aggiungere il fascino della differenza di età, che lo aveva lusingato  e l’incentivo della sua bella presenza, il gioco risultava d’una semplicità elementare.

 

Karl non rispose all’ennesima telefonata notturna.

Da quando si erano lasciati, il salvacondotto temporale finiva verso le tre, tre e mezza della notte, quando immancabilmente sbronza Elly piombava in una nostalgia tormentata e tempestosa e le bastava sentire la musica della sua voce salmodiante che nella notte le suonava come una sinfonia.

Era che lui non aveva più voglia di rispondere con onestà ai suoi  …”ma..” , “perché?”, non aveva più voglia di patteggiare con l’affetto, l’amicizia e i suoi tentativi di rimettere in scena, di materializzare un amore che forse non c’era mai stato.

 

E l’uomo straordinario e attraente che l’aveva spinta oltre ogni logica era divenuto barbaro, crudele, feroce e inclemente.

Le aveva lottizzato il cuore, i pensieri in modo minuzioso e strategico e ora, con una manata la scansava come fosse stata un  oggetto che non rientrava più nel suo concetto di utilità.

Con totale indifferenza applicava la formula magistrale di negarsi al telefono, con cinismo e sfacciataggine  lasciava i chilometri che li separavano, come una montagna sicura che divide i confini e lei, Elly, pur essendo molto intelligente, da sbronza amplificava quella solitudine alla quale la condannava.

 

I gesti non sono mai in perfetta concordanza con ciò che veramente si sente: Karl percepiva nell’ostinatezza di Elly uno schema che faceva cilecca, impotente e incapace di realizzare cosa la spingesse a insistere tra l’inutile e il necessario.

Provava angoscia quando iniziava a squillare il telefono e il tempo costruiva ragni mentre lui sperava che silenzio e distanza avrebbero giocato un silenzio d’assi.

 

Lei che cercava la carezza d’arpa di una sua risposta, lei che inventava nuovi baci mentre il telefono squillava a vuoto, iniziò a intraprendere il percorso ossessivo della mente.

“Non mi rispondi, ma la tua voce c’è ed è talmente grave quanto provo. Ti amo, ti amo, ti amo. Rispondimi”

E aveva altre sensazioni fisiche, anch’esse molto sorprendenti se solo pensava di non essergli indifferente e che quello era solo un momento che avrebbero recuperato. E più la preda si allontanava e più si sentiva ridicola in quella relazione disuguale. Stordita, ridicola e sola.

 

Giunse alla conclusione che forse non era conveniente turbare la pace notturna di Karl,  perché ogni volta che capita una cosa del genere è meglio parlare di persona, spiegare. Se prendi in mano il libro delle istruzioni leggi che il dialogo è la formula migliore. Elly lo fece nel modo migliore possibile: chiamò un taxi invece che lui e si fece portare alla stazione.

Prese il treno certa che non si doveva vergognare dei propri sentimenti e tenne per tutto il tempo del percorso lunghissimo un giornale tra le mani che non lesse. Un altro taxi la porto fino a Holbelgrad a proseguire quel viaggio istintivo verso il mare, laddove la città perdeva definitivamente il suo nome.

 

Suonò ritmicamente e incessantemente alla porta di Karl e la porta venne aperta da un giovane dall’aspetto del principe indiano in esilio, effetto accentuato da un pigiama bianco che gli nascondeva i piedi trasformandolo in una figura d’alabastro.

 

La colse di sorpresa la sostituzione d’immagine che si era materializzata nella mente durante il viaggio.

“Karl c’è?” riuscì a dire con un tono di voce stridulo mentre lo costringeva a uscire dall’immobilità spingendolo all’interno della casa.

 

Il giovane dall’aspetto d’un principe indiano chiuse la porta e la seguì consenziente.

“Karl è già uscito. Il giovedì mattina esce sempre prestissimo”

Smise di essere la ragazza mitomane, la pazza che nutriva un’ossessione per l’uomo con il quale era finita a letto e sedette nel divano incapace di ricordare il suo cognome e il suo passato. Era un’estranea in quella casa e sul viso il dubbio della sua stessa presenza e su quanto fosse stata giusta quell’incursione la fece tremare.

“Lei mi ricorda il titolo d’un film: La donna astratta” disse l’uomo che pareva un principe indiano.

“Che strano titolo” rispose Elly come un fagotto di umanità che trova voce.

“Karl è un signore di mezza età . Lei prova attrazione per lui, se ne innamora ma sono entrambi consapevoli di non potersi amare per via della differenza di età, di mondi, di codici”

“Finisce male?”

“Dipende dal punto di vista. Si separano e lei continua a provare un senso di inquietudine nel sapere che forse non si erano detti quello che tutti e due volevano sapere. Io vivo con Karl da dieci anni madàme”  e cullò con una punta di perfidia la frase, sgranandola con estrema sicurezza.

 

Non si stava inventando un cast; Elly vide quel film anche se non l’aveva mai visto e neppure ne aveva mai sentito parlare. Lo vide srotolare come una pellicola e il suo ruolo evidente di comparsa in un luogo di vacanza estivo, le apparve mostruosamente fastidioso.

Per una volta le piacque suscitare compassione in quello sconosciuto bello e arrogante, per una volta vide con chiarezza che stare sola senza Karl non era la cosa peggiore che stare da sola. Avrebbe voluto chiedere un atto di solidarietà, non sapeva esattamente cosa.

Si alzò con una dignità sorridente e innocua; quello che pareva un principe indiano le dette la schiena per accompagnarla alla porta e lei pensò che innamorarsi di Karl era stata la cosa più solitaria che avesse fatto in tutta la sua vita.

La rottura d’ogni linea di condotta aprì una strada senza ritorno:afferrò un fermacarte di quarzo poggiato sulla consolle e dovette girare il busto di un quarto per imprimere tutta la forza che le era salita come un rigurgito nel corpo. Ripetè la prodezza quando lui fu a terra e di nuovo si lasciò cadere in ginocchio per colpirlo ancora e ancora. Quando si fermò vide che il finto principe indiano aveva la testa piena di sangue e non si muoveva più. Gli assestò un calcio con la punta della scarpa nel fianco e quello rimase immobile, senza un lamento. Muto.

Trovò qualche secondo ancora per lavare il fermacarte di quarzo. Mise all’incontrario il cappotto schizzato di sangue, si ripulì d’ogni macchia visibile e guadagnò il vano della porta scavalcando il cadavere.

Camminò lungo il viale verso il mare mentre le sue labbra mormoravano alcuni versi che le venivano da un sedimento di vecchia memoria scolastica.

 

 

 

 

 

by argeniogiuliana | commenti (15) | commenti (15)(popup)
Link | categoria:rinascita
giovedì, 17 gennaio 2008,15:42

luxor 5 the end11 settembre 2001. Il mondo ha fatto nuovamente crash. Questa volta per l’attentato alle Twin towers della Grande mela. Le tv di tutto il mondo trasmettono la disintegrazione del maggior simbolo americano. I giornali si danno molto da fare per diffondere lo stillicidio. Così dopo giorni di bombardamento mediatico salta alla ribalta un tale Osama Bin Laden, figlio scomunicato di un ricchissimo sceicco saudita. Mr Osama Bin Laden rivendica in un video l’attentato e dichiara guerra aperta al satana occidentale. Il leader della guerra santa contro il capitalismo occidentale appare su tutte le reti e giornali fino alla nausea. E io ho modo di studiarmelo attentamente. Il Leader della “guerra santa” contro il capitalismo occidentale è un volto scavato con due occhi neri languidi profondi come un lago di origine glaciale, è una voce pacata, velata di fredda raziocinante calma, è la convinzione di un’intelligenza acuta votata al male. Mr Osama Bin Laden puzza di morte. È un drogato furbo.
Si fa le pere di smania di potere, altro che dialisi perché malato ai reni! Una dose in più ogni giorno e più le sue dosi aumentano, più lui è drogato; e più figli di Allah vengono drogati, con un lavaggio di cervello programmatico e sistematico, più figli di Allah diventano kamikaze –ma più giusto sarebbe definirli assassini -. È molto furbo il tizio, furbo e bugiardo come i tossici che vogliono a tutti i costi ottenere la droga, nel caso suo il Potere.
Hai mai pensato venerato Osama di costruire abitazioni decenti, ospedali ,scuole, reti di fognatura, di comunicazione,oppure un fottuto ospizio per quella massa indigente di figli di Allah che non hanno kamikazeSsperanza su questa terra? No che non l’hai pensato. Hai mai pensato Osama, che, la guerra santa, prima che contro l’occidente, avresti dovuto combatterla contro tutti quegli sceicchi che affamano il loro popolo e passano l’estate in Costa Smeralda, che nei loro passatempi idioti si divertono a innaffiarsi con pregiatissime bottiglie di champagne? Che si costruiscono bagni d’oro e possono permettersi tante mogli e altrettante amanti, queste però troiette rigorosamente occidentali che per aver un minimo di spazio sui giornali vendono il culo? Lo sai che i musulmani ortodossi ricchi fanno affari con il Satana occidentale? Certo che lo sai perché tu appartieni allo stesso back-ground sociale, e sai anche che non si sputa nel piatto in cui si mangia. È ovvio allora sfruttare l’odio, che nasce dalla povertà, dalla mancanza di cultura ed informazione, verso l’Occidente, risvegliando nelle masse antichi dissapori, vendette mai sopite, rispolverando deviate teorie desunte da un Corano interpretato da fanatici con cervello distorto. Saranno loro i figli di Allah drogati di menzogna a imbottirsi di tritolo, mentre tu Osama ti dai alla macchia scappando per le impervie montagne afghane. Ed è proprio così che tu, personaggio leggendario raffigurato in groppa ad un bianco cavallo, diventi un leader carismatico che incita tutti ad imbottirsi di tritolo. Ma tu no, tu non lo fai. Anche se come premio per i tuoi killer prometti allettanti paradisi carnali post mortem. Ma a te interessa stare vivo, nascosto come un topo vigliacco, figlio rinnegato della C.I.A. In preda all’ispirazione prendo carta e penna e scrivo questo incomunicabile comunicato che mai arriverà a destinazione: “MR OSAMA BIN LADEN DIMOSTRI DI AVERE LE PALLE E SI FACCIA SALTARE IN ARIA LEI CON IL TRITOLO, VEDRÀ QUANTI PROSELITI FARÀ!”. AH DIMENTICAVO: INSCIALLAH.

by goodnightmoon88 | commenti (22) | commenti (22)(popup)
Link | categoria:moon
martedì, 15 gennaio 2008,07:04

Quella notte nell’accampamento si udivano solo i lamenti dei feriti e i pianti soffocati dei vivi. Ai piedi della collina, il terreno di battaglia somigliava a una fossa comune. L’odore di sangue era tanto intenso che potevo sentirne il sapore metallico nella gola: non ero mai stata particolarmente sensibile ad esso, non ero una di quelle che non riuscivano a sopportarne la vista. Eppure, mentre andavo a riempire i catini al fiume e lo sguardo vagava su quella distesa di dolore, mi sentii quasi mancare. Mi concessi qualche minuto, poi mi affrettai a fare ciò che dovevo: al campo c’era bisogno anche di me.

Per giorni abbiamo cercato di salvare quante più vite potevamo, contendendo alla morte i nostri soldati, alternando la gioia di una vittoria all’amarezza devastante di una sconfitta. Ancora oggi non riesco a capire perché la gioia dura un solo istante mentre l’amarezza continua a logorare l’anima finché qualche altra emozione non arriva a soppiantarla. Certo è che in quei giorni c’era ben poco di cui rallegrarsi: molto spesso anche salvare una vita rappresentava una sconfitta.

«Come vi sentite, signore?»

Cambiai la pezza bagnata sulla fronte dell’uomo, notando che la febbre non accennava a diminuire nonostante le cure e la sua forte tempra. Era il nostro generale, il nostro condottiero, il filo che teneva uniti tutti noi: senza di lui non eravamo niente. Doveva sopravvivere, a tutti i costi. Lo sguardo corse ai piedi del letto, dove le lenzuola sprofondavano nello spazio in cui avrebbero dovuto esserci le gambe. Sopravvivere… A quale prezzo…

Le sue palpebre si sollevarono a fatica e i suoi occhi sembrarono guardarmi supplichevoli. Sapevo che non era così: aveva perso la vista quando il nemico lo aveva colpito alla nuca con tanta violenza da spaccargli il cranio. Le altre ferite, così come il coma dei giorni scorsi, erano state un’inevitabile conseguenza.

Se c’era un sentimento che odiavo provare per lui era la pena: lui, il mio eroe, il mio mito.

«Ti prego…» sussurrò. Io feci finta di non aver udito. Avevamo già affrontato quell’argomento e gli avevo già detto che non avrei mai potuto farlo. «Ti prego!» La forza con cui lo disse mi costrinse a cercare in fretta una nuova risposta. Trovai la più banale.

«Presto starete meglio…» Quella frase suonò bugiarda e offensiva anche alle mie orecchie e mi sentii un verme quando lo vidi sorridere amaro.

«Non ci credi neanche tu.»

Abbassai lo sguardo, vigliaccamente lieta che lui non potesse vedermi. Assalita dalla vergogna e da un senso di inutilità che mi bloccava, rischiai di perdere le parole che invece decisero il corso della mia vita.

«Ho paura» disse, e la dignità con cui ammetteva la propria debolezza lo rese ancora più grande.

«Della morte, mio signore?»

Lui portò la mano alla spada, amica fedele di mille battaglie.

«No» rispose. «Di tremare e mancare il bersaglio… E ancora di più di non trovare il coraggio per farlo e accettare di vivere così.» I suoi occhi vuoti si fissarono nei miei ed ebbi l’impressione che mi vedesse meglio di quanto io vedessi lui. «Per questo devi farlo tu. Prima che io mi rassegni, prima che perda la speranza.»

Non capivo: come poteva esserci speranza senza vita?

Scossi la testa. «Io non posso… Salvo vite, non le tolgo!»

Non so come riuscì ad afferrarmi la mano. «Allora salva la mia. Nell’unico modo in cui può essere ancora salvata.» Esitai. «Sono un generale, un soldato, e voglio una morte da guerriero. Ti prego, non rendermi prigioniero di una vita che non voglio.»

Mi mise la spada tra le mani ed io piansi tutte le lacrime che avevo nel momento in cui affondai la lama nel suo cuore.

Prima d’allora non avevo mai pensato alla morte come liberazione… Curioso che non mi sia mai pentita del mio gesto nonostante sia stato proprio questo a condurmi qui. Conosco i soldati scelti per la mia esecuzione, sono bravi uomini e hanno il braccio fermo. Non ho tentato di difendermi, ho accettato la condanna senza replicare, come è giusto che sia: dopotutto ho ucciso il generale. E questa è ancora la nostra legge. Forse in futuro le cose cambieranno, forse un giorno si potrà scegliere come vivere e anche come morire.

Mentre raggiungo il muro che ospiterà i miei ultimi istanti, le parole del generale rimbalzano nella mia mente.

«Ho paura.»

«Della morte, signore?»

«No, di tremare e mancare il bersaglio.»

Quel giorno mi ero chiesta come poteva esserci speranza senza vita. Proprio ora che la mia vita finisce, mi ritrovo a sperare come non ho mai fatto prima ed è strano che la mia unica speranza sia che i miei giustizieri non tremino. In fondo, credo di aver trovato la risposta.

by Ariendil | commenti (15) | commenti (15)(popup)
Link | categoria:sogni elfici
domenica, 13 gennaio 2008,16:14

Mi rivolgo a voi pubblicamente, tanto ormai "Caffè Letterario" non lo legge, nè  lo commenta, praticamente più nessuno. All'inizio di ogni mese io stilo un calendario e lo inserisco nel template. Ciò nonostante, malgrado cioè il largo preavviso, ultimamente avete saltato i vostri turni a ripetizione. Inoltre, nessuno di voi pubblicizza più il suo post nel proprio sito, facendo così perdere visibilità a un blog, che non essendo un soggetto e non potendo perciò mai commentare, non ha altri mezzi per farsi conoscere.

A questo punto: fatemi sapere. O dentro o fuori. "Caffè Letterario" è stato concepito in modo diverso da altri esperimenti collettivi: pochi autori di valore (e infatti gli scritti sono tutti di alto livello), due soli post alla settimana, e un sentimento di coesione che ci unisse tutti. Questo non è il mio blog, bensì il nostro blog!

Ma, a partire da oggi, rimarrà solo chi lo desidera veramente, e intende seguire quelle poche regole che furono stabilite all'inizio. Attendo risposte. Grazie!

by anneheche | commenti (15) | commenti (15)(popup)
Link | categoria:
martedì, 08 gennaio 2008,08:02

Il pittore pareva concentrato sulla tela ma in realtà il suo sguardo si perdeva in quello della ragazza che posava per lui. Lei aveva un viso angelico ed occhi grandi e luminosi. Una profonda emozione lo coglieva ogni volta che i loro sguardi si incontravano. Che era mai questa sensazione mai provata prima? Era diventata un’ossessione. Non pensava che a lei, non vedeva che lei, persino quando chiudeva gli occhi ella era lì che lo osservava, le labbra incurvate in un sorriso così sensuale da togliere il fiato. Avevano un non so che di erotico quelle labbra rosee. Forse avrebbe dovuto parlarle  ma temeva di rovinare tutto. Non era mai stato bravo lui, con le parole. Eppure era completamente avvinto da quella donna. Poi lei si alzò. La vide avvicinarsi a lui con passi leggeri e sinuosi, respirò il suo profumo quando fu così vicina da poter quasi udire il battito del suo cuore. Ora fissava il dipinto con aria assorta, quasi non fosse lei la persona ritratta ma una perfetta sconosciuta. Era un’opera straordinaria e, mentre la studiava, un’ondata di calore la colse, pervasa dall’ennesima passione che vedeva negli occhi del pittore e che la sua opera rappresentava così bene. Si chinò a baciarlo, come spinta da una forza misteriosa; le labbra appena dischiuse che quasi tremavano sotto le labbra di lui e la lingua esigente che si intrecciò alla sua. Il pittore capì all’istante che avrebbe ricordato quel bacio tutta la vita, così come il pulsare del proprio cuore. Poi si destò. Era stato solo un sogno. Il bacio, la ragazza; nulla era esistito veramente. Solo il battito del suo cuore era reale. Un cuore palpitante d’amore.

 

by Luna70 | commenti (8) | commenti (8)(popup)
Link | categoria:al chiaro di luna