Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 28 dicembre 2007,08:26
Ricordo una canzone di tanti anni fa, diceva che… “è tutto un attimo”. Mi ritorna indietro in questa mattina che vede azzurro e nuvole contendersi  il cielo che sovrasta il borgo e la vita che inizia ad animarlo. Dall’alto del terrazzo scorgo la distesa di tende del giorno di mercato e un pensiero mi attraversa fulmineo la mente, è già Venerdì. Ma non era ieri che acquistavo un maglioncino proprio qui sotto? Non era ieri che passeggiavo tra le bancarelle per assaporare quell’atmosfera così cara e per me, uomo di città, altrettanto insolita? No, non era ieri. Così come era una settimana fa che attraversavo il mondo per giungere qui dove tutto inizia e tutto continua. Guardo l’orologio e un’ora è già trascorsa nella calda atmosfera casalinga. Ma non era un minuto fa che aprivo gli occhi? Non è passata solo una manciata di secondi dall’aver detto buongiorno nella morbidezza di un bacio? No, non era poco fa. Due mani lisce come seta mi poggiano addosso  un plaid mentre guardo un film alla TV. Ora? No, ieri sera. E’ tutto un attimo.
by laltroio | commenti (4) | commenti (4)(popup)
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lunedì, 24 dicembre 2007,09:58
In quella notte infinita dove le stelle impolveravano il cielo e la cometa indicava il cammino, non è poi così vero che tutti sarebbero stati più buoni. In un antro malsano dove l’acqua putrida stagnava nel lavandino con i piatti da lavare di un mese, dove appena il giorno prima il curatore fallimentare aveva portato via quel poco che rimaneva, dormiva un bambino appena nato. Sua madre corrosa dall’astinenza sospirava esausta maledicendo il suo uomo che quando aveva capito che non c’era più trippa per gatti se l’era data a gambe. Era rimasto solo un lembo del manifesto attaccato alla parete della gloriosa pellicola musicale Jesus Christ superstar, poco da dire su quella montagna di bottiglie vuote di vodka e birra abbandonate in un angolo. Suonò il campanello e la donna improvvisamente impallidì, poi con grande resistenza si alzò e andò ad aprire. Davanti a se si trovò tre strani individui sembravano scappati da un circo o da una rappresentazione teatrale, avevano dei costumi sfarzosi e le loro facce avevano una strana espressione solenne. La donna proruppe con una risata spasmodica, che nella convulsione si tramutò in un attacco di tosse nervosa.
Siamo giunti a dare omaggio al messia dissero con grande enfasi, mentre la donna già pensava come ripulirli ben bene. Agli occhi di si tanta magnificenza prese una sigaretta e li guardò con divertita curiosità, del resto anche la televisione gli avevano portato via e vedere quei tre alberi di natale usciti da un filmone storico non gli pareva vero. Poi i forestieri si avvicinarono al bambino ed ebbero un conato di vomito vedendolo impiastrato di croste di muco rappreso e con un gran silenzio di spirito lasciarono i doni e se ne andarono da dove erano venuti. Appena usciti di casa videro una capanna illuminata c’era un bue e un asinello e nella mangiatoia c’era un altro bambino pulito e profumato, nemmeno profumato da quanto era pulito. Una processione di poveracci venivano a vedere incuriositi come quando succede per un incidente, chi in bicicletta chi a piedi trascinando trolley giganteschi. I re magi si guardarono preoccupati tra di loro e in un lampo rientrarono in casa della donna riprendendosi oro incenso e mirra.
by miskin | commenti (2) | commenti (2)(popup)
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lunedì, 24 dicembre 2007,08:33

Tanti auguri per un Natale che sia felice e sereno!

by anneheche | commenti (1) | commenti (1)(popup)
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venerdì, 14 dicembre 2007,11:31

Poe  sia...

Cime cupe e ruvide attendono o ne danno l'illusione

tetra e sporca di ansia incontenibile.

Brillanti spie nell'ombra

immaginarie

osservano movimenti e sospiri

pensieri nemici loro alleati ti schiacciano a terra

sconfiggendoti senza fatica.

Ossessioni come acqua fredda in vecchie pentole su un'insistente

piccola fiamma

creano movimenti insospettabili ribollendo

anime ree.

Instabili forme scolpiscono insicurezze

intimi tremori.

 

by maestrobuitre | commenti (5) | commenti (5)(popup)
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martedì, 11 dicembre 2007,06:48
Appena entrò nell’acquario Bepi esplorò i dintorni della vasca. Quando sfiorò le rocce, all’improvviso comparvero tre pesci.
«Ben arrivato!!!» gli gridarono tutti insieme.
«Ma siete impazziti? Per poco non mi facevate venire un infarto!»
«Ehi, non te la prendere così…» borbottò Pinky pesceciambella.
«Ti abbiamo visto arrivare e abbiamo pensato di darti un simpatico benvenuto» chiarì Danny pescesapiente.
«Salve, io sono un’anguilla…» si presentò Giò l’anguilla.
«Non fatelo mai più»  sbottò Bepi. «Mi dovete rispetto!»
«E perché mai?!?»
«Perché sono figlio di squali bianchi e quando sarò grande vi dovrò divorare senza pietà».
«Non è carino…» osservò il pesceciambella.
«E anche seccante…» sentenziò pescesapiente.
«Sì, e io sono un’anguilla…» confermò Giò l’anguilla.
Ma come spesso accade nelle piccole comunità i quattro pesci, un po’ per vedere meglio la televisione, un po’ per ammazzare la noia, finirono per diventare grandi amici. Fino a quando Bepi cadde in una profonda depressione. Gli altri pesci preoccupati pensarono che Bepi stesse male. Ma poi, sotto l’incalzare delle domande, confessò piangendo che non se la sentiva, una volta diventato un temibile pescecane come i suoi genitori, di doverli divorare: si era affezionato a loro.
«È rassicurante» disse ironico Pinky.
«Vuol dire che anziché andare ai Caraibi rimarrò qui» fece molto più ironico Danny.
«Sì, e io sono sempre un’anguilla…» ribadì Giò l’anguilla.
Passarono i giorni. Bepi, più depresso che mai, aveva smesso di mangiare e dormire. Poi un giorno pescesapiente lo prese da parte e gli disse:
«Ieri ho visto un interessante documentario alla televisione». Bepi lo ascoltava indifferente. «E ho due cose da dirti: una simpatica e una così così. Quale vuoi sentire per prima?»
«Quella simpatica».
«Non sei uno squalo, bensì un pescepalla».
«Sei sicuro?!?» chiese incredulo Bepi.
«Sicurissimo».
«È stupendo! Non dovrò più mangiarvi. Saremo per sempre amici! E la notizia così così?»
«Credo tu sia stato adottato».
by briciolanellatte | commenti (7) | commenti (7)(popup)
Link | categoria:tracciato nel vuoto
venerdì, 07 dicembre 2007,07:57

20 agosto 1819

 

Caro Ferdinando,

ti scrivo questa lettera col cuore in tumulto. Ho conosciuto la più soave delle creature, una fanciulla di soli vent’anni, bella come il sole e dolce come la brezza di primavera.

Si tratta della figlia minore della contessa Beatrice Serbelloni Trivulzio ma, nonostante le sue nobili origini, non v’è in lei la minima alterigia; al contrario il suo cuore è permeato dei sentimenti più soavi. Ahimé, se solo potessi avere la possibilità di conquistare quel cuore!

L’altro giorno, di ritorno da una delle nostre passeggiate solitarie, ci siamo fermati a dissetarci, tanta era la calura estiva che ci affliggeva, e la fanciulla che mi ha rapito il cuore, dopo aver portato alle sue labbra un bicchiere di latte, si è affrettata a porgermi quello stesso bicchiere.

Puoi immaginare il mio turbamento, amico mio, io che quelle labbra le coprirei di baci!

Eppure non mi è dato d’amarla, caro Ferdinando. Tra noi non potrà esserci null’altro che una sincera amicizia, dal momento che la mia amata è promessa a un altro uomo. Qualcuno di nobili natali come lei che la sua famiglia tiene in grande considerazione.

Si tratta del conte Luigi Archinto, un apprezzato violinista per giunta, cosa che lo accomuna a questa soave fanciulla di cui ti parlo, in quanto anch’ella è appassionata di musica e si diletta a suonare l’arpa.

Tutte queste ragioni fanno del mio sentimento un amore impossibile da realizzare, tuttavia non so resistere a quegli occhi e a quel sorriso, quasi fossi sotto un terribile incantesimo.

Una sera, per esempio, ero con gli amici alla Cascina; si era un po’ stanchi e il caldo non ci dava tregua così che eravamo sul punto si assopirci sopra un sofà, quand’ecco compaiono tre cappellini di donna e una voce soave riempie la stanza, come la più dolce delle melodie.

Sono balzato su in piedi come un innamorato di 15 anni e mi sono fatto rosso per la vergogna e l’imbarazzo. Le ho visto un guizzo nello sguardo, come una punta di malizia, mentre nascondeva un sorriso dietro al ventaglio.

Credo che lei conosca bene i miei sentimenti. Li avrà indovinati durante le nostre chiacchierate, poiché non sono in grado di nasconderli e temo che prima o poi tutti indovineranno ciò che provo.

Devo andare via di qui, amico mio. E’ più prudente. Per me e per lei.

Scusami se ti ho tediato con questo sfogo da innamorato non corrisposto ma tu sei l’unico a cui posso confidare il mio tormento.

A presto, dunque. Ti darò mie notizie.

 

 

15 novembre 1820

 

Caro Ferdinando,

ti scrivo anche se ben so che non potrò farti avere questa mia lettera. Sono stato imprigionato e non so se uscirò vivo da questa mia avventura. Le mie idee liberali di libertà e indipendenza mi hanno condotto a questa prigione, anche se non rinnego nulla di ciò che ho fatto perché è stato per una giusta causa. E’ accaduto tutto così in fretta: la mia adesione alla Carboneria e l’amicizia con Piero Maroncelli hanno decretato la mia condanna. Volevamo l’indipendenza dall’Austria e abbiamo ottenuto solo una gelida cella. Ma non rinnego nulla, come ti ho già detto. L’unico mio rimpianto è quello di non poter più rivedere il viso della donna che amo. Sai bene a chi mi riferisco, amico mio, sebbene io non abbia alcun diritto di amarla in quanto lei ora appartiene a un altro uomo. Del resto chi sono io per poter aspirare al suo amore? Un ribelle che, per amor di patria, andrà incontro a un triste destino. No, non mi spaventa la morte, qualora dovesse arrivare. E’ il non potermi più specchiare in quegli occhi belli il mio rammarico. Qui la vita è molto dura; subiamo ogni giorno violenze e umiliazioni. Ci obbligano persino a fare la calzetta! E se non consegniamo in tempo il frutto del nostro lavoro ad attenderci sono le bastonate. Una volta, per punizione, sono stato privato degli occhiali e questo è stato per me peggio delle percosse perché non potevo scrivere. E tu ben sai che è proprio l’amore per la scrittura che mi tiene in vita, oltre al ricordo del sorriso di Cristina. Quando chiudo gli occhi e penso a lei è come se uscissi da questa prigione e corressi incontro alla vita, ma si tratta solo di illusioni, purtroppo. Lei non è qui con me, né mai lo sarà.

Qualora dovessi incontrarla un giorno, ti prego dille quanto l’ho amata.

 

 

10 novembre 1947

 

Caro Ferdinando,

finalmente riesco a farti avere mie notizie. Dal giorno della mia scarcerazione vivo quasi come un recluso, sebbene siano ormai passati anni da allora. La mia salute traballa, il carcere mi ha provato ed ora mi sento un uomo stanco e debilitato. Eppure sono felice. Grazie alla marchesa Giulia di Barolo ho un lavoro rispettabile e una dimora in cui vivere. La mia antipatia nei confronti dell’Austria non ha fatto di me un uomo da evitare; sono tante le manifestazione di stima e affetto che ricevo. Eppure non è questo il motivo della mia felicità.

A te posso confidarlo, giacché si tratta di un segreto. Ricordi quella fanciulla di cui ti parlai in gioventù in una delle mie lettere? La fortuna ha voluto metterla nuovamente sul mio cammino e, dopo la prigionia, ho potuto rivederla. E’ sempre una creatura buona, schietta e spontanea come quando era ragazza e la sua bellezza non è affatto sfiorita con gli anni.

Ebbene, amico mio, non ci crederai ma ora ella ricambia il mio amore, sebbene la nostra relazione debba essere taciuta per non creare pettegolezzi.

Non farei mai nulla di sgradito alla mia amata, in quanto ella è il mio cuore, la vita stessa.

Ci siamo sposati che è poco, nella chiesa dell’oratorio di S.Filippo, poiché ella è riuscita ad ottenere l’annullamento del suo precedente matrimonio.

Chi l’avrebbe mai detto che alla mia veneranda età avrei ritrovato l’amore!

Eppure è proprio così, mio caro. Nella vita non bisogna mai scoraggiarsi, ma lottare e andare avanti.

E’ quello che ho cercato di fare sempre.

Il tuo amico

Silvio Pellico

by Luna70 | commenti (6) | commenti (6)(popup)
Link | categoria:al chiaro di luna
martedì, 04 dicembre 2007,20:47

Guardò ancora l'acqua di sotto, ancora una volta.
Non aveva ancora contato nella mente come si era ripromesso. Il mare era calmo, tranquillo. Lui era agitato, disperato.
La luna splendeva all'orizzonte scuro, infinito. Da bambino immaginava con un certo terrore che quando la luna splendeva così piena e irraggiungibile di notte, il mare potesse liberare i mostri che si celavano durante il giorno nei suoi abissi. Mostri giganti che affioravano a pelo d'acqua, così grandi da occultare la faccia pallida di quel pianeta affascinante.
Mostri come lui. Solo un mostro poteva buttare così la sua vita.
Mosse la scarpa destra, facendo precipitare qualche sassolino che rimbalzò con tre tocchi sugli scogli sottostanti. Da lassù poteva vedere le barche dei suoi amici che esploravano il largo, come ogni notte. Il loro misero guadagno non compensava neanche di un quarto la fatica di quel lavoro maledetto. E quando il lavoro è maledetto, quando la società intorno è così piena di rischi e di opportunità, non è facile resistere da uomo onesto.
Lui lo sapeva e al tempo stesso si malediceva. Un mostro senza criterio. Un mostro che ha già dato in pasto all'illusione quel che restava di buono.
Altri sassi caddero dalla cima del promontorio e lui ritardava il conto alla rovescia.
Il mare è sempre stato scuro per uno come lui. E' sempre stato monotono, calmo, piatto, soprattutto d'estate.
Quelle macchinette al bar erano colorate, vivaci. Non erano mai spente, sempre generose. Ti facevano pensare a quanto può essere facile vincere e ottenere le grazie della fortuna. Ti facevano vedere lati di una vita che non conoscevi, come spiare da una fessura il mondo che c'è a fianco del tuo. Bastava infilare le banconote, nulla di più. Era tutto ciò che chiedevano. E iniziava il gioco. In fondo, la vita stessa non è un gioco? Si può vincere sempre, ma qualche volta capita di perdere.
Guardò di nuovo sotto. Il rumore sordo dell'acqua contro la terraferma era come una nenia. La luna aspettava la sua mossa, silenziosa come un gatto.
I suoi pantaloni stavano quasi per scivolare per il peso del piombo, retti alla meglio dalla cintura di cuoio. Scrutò l'orizzonte e nell'aria sentì quasi il profumo del pesce appena pescato, del ferro arrugginito dalla salsedine.
Stavolta il ragazzo cominciò a contare sul serio. Non poteva più tergiversare. Le somme erano fatte.
10, 9...
Le macchinette erano generose con chi lo meritava, con chi sapeva giocare. Ma capitava anche di perdere, anche solo una volta, perdere tutto e subito. Succedeva e bisognava rimediare in qualche modo.
...7, 6...
Nessuno l'avrebbe pianto, nessuno l'avrebbe ricordato. Nemmeno il suo cane. Nemmeno la sua povera vecchia mamma, in dialisi da quasi quattro anni. Forse bisognava solo pagare il conto salato. Niente altro. Il mare avrebbe capito e avrebbe accolto un altro mostro. Tutto qui.
...5...
Chiuse gli occhi, i muscoli delle cosce pronti e rigidi. Ripensò alle luci ingannevoli delle macchinette, ai suoni elettronici, alla plastica dei pulsanti. L'oro e la redenzione.
...4, 3...
Respirò tre volte di seguito, ritmicamente. Tutto il suo corpo era pronto al grande salto. Sapeva che la luna stava aspettando, lo sapeva senza guardarla. Ritto, in piedi sull'orlo del precipizio, il ragazzo contava a ritroso, riconoscendo appena in tutto quel buio dei numeri colorati. Verdi, poi gialli, poi rossi, poi arancioni, poi viola, come le luci di quegli schermi. Luci assurde, luci fantastiche, luci che ti ammaliavano e che promettevano la felicità, una via d'uscita alla monotonia, alla fatica, alla tristezza.
...2, 1...
Una voce languida subito gli parlò, in quel silenzio profondo e infinito quanto il mare.
Aspetta.
Lui tremò e poi si irrigidì. Un lamento lieve gli sfuggì dalle labbra ancora umide di liquore.
Aspetta. Aspetta ancora. Non è tempo.
Sbarrò gli occhi e osservò la luna di fronte, maestosa e superba nella sua bellezza.
Una nube passeggera ne aveva coperto un angolino in basso, come polvere di carbone. Gli apparve non più bianca e pallida, ma variopinta di colori sgargianti.
Udì la voce per l'ultima volta, indistinta.
Aspetta.
Non guardò più verso la distesa d'acqua. Non tremò più e non esitò. Sorrise appena e indietreggiò lentamente.
Prima di tornare al suo quartiere e alla sua auto, si liberò di tutto quel piombo.
Mentre lo faceva, continuò a sorridere
.

by Univers | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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