Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 30 novembre 2007,09:26

adorabile stregaUn uomo anziano camminava in un bosco. Era il primo giorno d’estate, un tardo pomeriggio limpido e ventoso; il cielo si stagliava azzurro, e lungo il sentiero che correva in mezzo alle piante l’aria era fresca e profumata. L’uomo rifletteva sulla sua vita. Era stato un bambino infelice, solitario e malinconico; aveva avuto pochi amici, dato che spesso la sua compagnia risultava deprimente. Crescendo, non era cambiato: aveva trovato un impiego grigio, ed era vissuto per molti anni da solo. Ricordava che gli unici momenti piacevoli delle sue giornate erano quelli serali, quando, dopo essere rincasato dal lavoro, si sedeva in veranda a godere lo spettacolo incantato del tramonto, a guardare le fronde degli alberi accarezzate dalla brezza serotina, ad assaporare l’odore magico della natura che si prepara ad abbracciare la notte.
Un giorno, conobbe Michela, una bella donna bruna di circa quarant’anni, divorziata e senza figli. Lei vide in Gianni, questo era il nome dell’uomo, tutto quello che gli altri non avevano saputo scorgere: la profonda sensibilità, la bontà d’animo, l’amore per gli animali e per la natura. Si trattò del classico colpo di fulmine; si sposarono, e la vita di Gianni cambiò, diventando meravigliosa. Era un matrimonio perfetto, fra due persone molto simili, entrambe riservate, di carattere mite e dai gusti semplici, la lettura, le passeggiate, la scoperta quotidiana dei piccoli miracoli che, giorno dopo giorno, la vita offre a chi sa coglierli. Il volo di un uccello sullo sfondo immacolato del cielo, l’affettuosa compagnia di un cane, l’alito fragrante del vento.
Dieci anni dopo, Michela morì. Gianni rimase nuovamente solo: ma ora quella solitudine era peggiore, perché aveva conosciuto la felicità, per poi perderla per sempre. La sua esistenza si trasformò in un cammino grigio e triste, che lui nella sua mente paragonava al desolato sobborgo di una metropoli, confrontato a una verde vallata, incuneata fra dolci colline perennemente baciate dal sole.

Questi erano i pensieri che lo accompagnavano quel pomeriggio, mentre il tramonto dipingeva i colori più belli nel cielo e l’aria assumeva un sapore fragrante, che a lui rammentava il gelsomino. Fu allora che la vide. All’improvviso se la trovò davanti, come scaturita dal nulla. Gianni strabuzzò gli occhi. Per quanto da sempre amasse le fiabe, tuttavia sapeva che le streghe non esistevano. Così come non c’erano le fate, gli elfi o gli hobbit. Eppure, la splendida giovane che lo stava osservando da pochi passi era inequivocabilmente una figura magica, non soltanto per com’era vestita, ma anche per l’aura che emanava, e che quasi lui riusciva a intravedere. Era un’aura che trasmetteva bontà. E compassione. Completamente sconcertato, Gianni la fissò in silenzio. Non osava parlare, né muoversi, aveva quasi paura che un gesto affrettato, una mossa avventata, l’avrebbero fatta fuggire.
Poi lei parlò. Aveva una voce stupenda, simile alla melodia di un ruscello che corre fra i campi, o al suono della risacca in un mattino di primavera. “Oggi è il ventuno giugno”, disse, “e mi è consentito esaudire un tuo desiderio. Ma sbrigati ad esprimerlo, perché sono attesa da un bambino. E’ tanto infelice e io farò qualcosa per lui. Però, ora tocca a te!” Gianni non rispose subito. Era confuso. Frastornato. Gli sembrava di vivere un sogno, anche se nel profondo del suo cuore capiva invece che quello che stava accadendo era assolutamente reale. Lei gli sfiorò delicatamente un braccio. “Presto!”, lo incitò. “Altrimenti sarò costretta ad andare e tu perderai la tua opportunità.”
Stupendosi dell’assurdità della sua richiesta, Gianni disse:”Vorrei tanto rivedere Michela!” Lei gli rivolse un sorriso colmo di tenerezza, quindi annuì. Un istante dopo era scomparsa. Quella notte, Gianni andò a coricarsi verso le undici. Prima di addormentarsi, rivisse lo straordinario incontro nel bosco, convincendosi definitivamente che si era trattata di un’allucinazione.
Il mattino dopo non si svegliò.

martedì, 27 novembre 2007,11:06
Colore, stupore, magia, sogno. Si può essere bravissimi ad incatenare una parola ad un’altra e ad un’altra ancora, nel tentativo di raccontare un’emozione; ma nessun fiume di parole potrà mai descrivere il palpitare del cuore dinanzi ad uno spettacolo della natura che porti il pensiero a volare.
Penso al tramonto di ieri, al mio volarci dentro, al mio scendere attraverso il cielo seguendo i colori messi in fila, come se ciascuno fosse il gradino di una scala immaginaria. Cosa ho sognato? Non so. Cosa ho pensato? Non ricordo. Avrei dovuto fermare il pensiero seduta stante, prima che il volo terminasse ed il sogno rimbalzasse sul suolo della realtà. Ma una penna al momento giusto non c’è, dimenticata chissà dove o semplicemente riposta, insieme alla giacca, nella cappelliera. Così ho respirato istante dopo istante, ho ammirato ciascuna sfumatura mutare nella successiva, attraversando ogni stato d’animo e giocando a dare un colore a ciascuno. Che matto!? Ma è pazzia da elogiare, da vivificare ogni istante, perché sia sempre culla di una nuova emozione. In fondo cos’era? Solo un volo di rientro, novanta minuti di tristezza colorati all’improvviso dalla mano di un imperituro pittore.
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venerdì, 23 novembre 2007,06:47
Il professore apparve in piazzetta con l’aria stralunata. La barba, cresciuta da quando era in pensione, sembrava tremare. All’improvviso gli si accese in volto un largo sorriso e con un movimento fin troppo rapido per la sua età afferrò qualcosa a mezz’aria e cominciò a tirare.
«L’ho presa, l’ho presa» si mise a gridare. Alcune persone che stavano prendendo il caffè al bar si spaventarono e gli corsero vicine.
«Cosa succede, professore, si sente male?»
«No, no, anzi… aiutatemi non ce la faccio da solo…» Nello sforzo di tirare qualcosa a sé, nel vuoto, all’anziano cattedratico erano venute bianche le dita delle mani e aveva preso ad ansimare.
«Ma cosa sta facendo, professore? Perché fa così?» domandarono non vedendo nulla davanti a loro.
«Prendetemi per la vita, presto, tirate anche voi! Per carità!» Un po’ per la perentorietà del comando, un po’ per la stima incondizionata di cui l’uomo godeva in paese, i pochi astanti lo aiutarono. Il primo si mise dietro al professore cingendolo ai fianchi con le braccia. Gli altri a loro volta si piazzarono alle loro spalle a formare una catena umana.
«Cosa stiamo facendo, professore?» gli chiesero tutti.
«Non ce la facciamo, chiamate altre persone!» quasi implorò. E l’ultimo della coda andò di casa in casa, di negozio in negozio. Bisognava aiutare il professore… non ce la poteva fare da solo, si trattava di un’emergenza, bisognava far presto. Così si unì il fabbro con i suoi centotrentadue chili di muscoli ferriginosi, i gemelli Taddeo, la squadra di canottaggio al completo, Bepi, il Toledo, Rumi il boscaiolo. Ma nonostante la fila si ingrossasse e la gente facesse del suo meglio, la forza stava avendo la meglio, guadagnando terreno.
«Cos’è che tira così tanto, professore? Eppure non si vede un bel niente» chiese il maresciallo che accarezzava la pistola d’ordinanza pronto a usarla.
«È l’Utopia» balbettò il pensionato per lo sforzo. Se riusciamo a trattenerla tra noi non avremo più malattie, non invecchieremo più, non dovremo più faticare per vivere, rivedremo le persone care che non ci sono più, saremo felici insomma… È tutta la vita che l’aspetto e ora all’improvviso è arrivata».
«Luto Pia?» fece il maresciallo aggiustandosi il berretto. E poi vedendo che non riceveva risposta e constatando con quale impegno la cittadinanza stava lottando per qualcosa che non si vedeva neppure, si unì anche lui imitato ben presto da tutti gli altri abitanti, comprese le donne e i bambini. Ma l’Utopia continuò a tirare e tirò ancora, metro dopo metro, portandosi a spasso il serpentone per le vie del borgo. Un paio di volte sembrò persino che stesse per cedere, ma poi a un certo punto diede uno strattone irresistibile e si portò in cielo tutto il paese.
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martedì, 20 novembre 2007,08:02

Vittoria Puccini 14

Roma, anno 1625

 

Anna si raggomitolò su se stessa. Un vento gelido proveniva dall’unica finestra della stanza, ma non era quello a farla rabbrividire. Era il freddo che aveva nel cuore il suo nemico peggiore.

Dicevano che era pazza e che doveva vivere rinchiusa in quel castello. Menzogne. L’unica pazzia che aveva commesso nella vita era stata amare ed essere amata. Ed era una pazzia che avrebbe commesso ancora, non una, ma cento volte. Il suo peccato era stato concedersi a un uomo che non fosse suo marito, un uomo dagli occhi grandi e scuri che con un solo sguardo sapeva penetrarle l’anima. L’aveva visto la prima volta a un ballo e da allora la sua immagine l’aveva tormentata per il resto dei suoi giorni. Era bello. Molto. Ma, oltre a questo, possedeva una sorta di magnetismo, qualcosa che l’attraeva e da cui non poteva fuggire. Non era stata sua intenzione essere infedele; semplicemente non aveva avuto altra scelta. Era stata una necessità del cuore unirsi a lui in quella notte di primavera. Ricordava i suoi timori di essere scoperta, in quel frangente, e, al tempo stesso, la bramosia di essere sua, almeno per una volta. I gesti lenti e impacciati, lui che le sfilava la veste e la copriva di baci. Le sembrava di sentire ancora sulla pelle le labbra del suo amante, il suo alito caldo su di lei ed il vortice di sensazioni che aveva provato. Poi quell’improvvisa irruzione nella stanza. Qualcuno li aveva traditi e il loro destino si era compiuto. Suo marito lo aveva barbaramente ucciso innanzi ai suoi occhi e poi aveva rinchiuso lei nella torre del castello. Le faceva male persino ricordare. Quando la lama gli aveva trafitto il cuore le era sembrato che fosse il suo cuore ad andare in frantumi. E, da allora, aveva vissuto ogni giorno nel rimorso di essere stata la causa della sua morte. Chiuse gli occhi. Era stanca ed il suo unico desiderio era lasciarsi morire per potersi riunire a lui.

 

Roma, anno 2007

 

Lucia fu attratta da quel quadro non appena l’ebbe visto. Era in visita al castello in compagnia di un gruppo di amici; gli altri erano chiassosi e divertiti, mandavano messaggini coi cellulari e ridevano forte. Ma lei si era ammutolita di fronte a quel quadro. Sembrava che gli occhi di quella giovane donna volessero dirle qualcosa. All’improvviso un alito di vento sembrò sfiorarle una guancia. No, non era il vento. Non vi erano finestre in quella stanza e la porta era chiusa, non poteva essere entrato uno spiffero. Era un respiro, ora lo sentiva bene. Un respiro che all’improvviso si era trasformato in un gemito. Lucia rabbrividì. Non era stato nessuno del gruppo e unicamente lei poteva sentirlo. Solo in seguito scoprì che la donna del ritratto era stata imprigionata dal marito in quel castello per essergli stata infedele e che, tra quelle mura era morta.

 

by Luna70 | commenti (10) | commenti (10)(popup)
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venerdì, 16 novembre 2007,15:36
Un freddo terribile.
Eulalia ripensa alle tante volte in cui ha sentito freddo.
 
   
Eulalia, da bambina, andava spesso dalla nonna: uno dei pochi luoghi felici della sua infanzia.
Eulalia entrava sorridente nel portone; superato l’ingresso, correva nel grande cortile, fino ad arrivare al giardino pieno di fiori, gatti e cose strane: sassi aguzzi, qualche lumaca nei giorni di pioggia, e una buffa casetta in muratura. Sbirciando dalla finestrella, poteva vedere un piccolo affresco, un ritratto di Madonna con il bambino, probabilmente opera di un pittore dilettante, che non poteva dirsi un capolavoro.
A Eulalia, pero’, piaceva molto guardarlo alla sera, quando si accendevano le luci e intorno al dipinto illuminato da una vecchia lampadina appesa per miracolo a un filo, brillavano i ceri votivi e le candele mezze consunte: a lei sembrava una piccola casa fatata.
Eulalia amava salire per le scale, che odoravano di chiuso e di mistero.
Da piccola, si era dovuta aggrappare alla ringhiera per superare gli scalini (anche quelli bassi), ma col passare degli anni, era riuscita perfino a salirli a due a due.
Le porte degli appartamenti erano le stesse, da sempre: targhette di ferro, con incisi nomi che erano li’ da generazioni, inchiodate a portali poco piu’ che immaginari di legno e vetro, dietro ai quali si celavano volti sconosciuti.
Ogni tanto, una voce sgusciava sotto la porta e arrivava fino alle orecchie di Eulalia. Talvolta, qualche nota di una canzone trasmessa alla radio, si infilava tra gli stipiti e correva su per le scale, per rallegrare l'ambiente poco illuminato.
Eulalia, pero’, non si curava di tutto questo: per lei, passati i ventiquattro gradini, il momento migliore iniziava appena suonava il campanello e, subito dopo, si spalancava la porta.
La nonna era buona, come dovrebbero essere e tutte le nonne. Abbracciava Eulalia, poi correva in cucina a finire di preparare il pranzo.
A tavola, Eulalia era sempre contenta: c’erano i suoi piatti preferiti, la televisione accesa e nessuno che la rimproverasse in continuazione.
Dopo pranzo, la nonna chiacchierava con la mamma e il papa’ di Eulalia: cose inutili, cose da grandi.
A quel punto, Eulalia era autorizzata ad entrare nell’altra stanza; si arrampicava sul grande letto e iniziava a leggere un fumetto.
Eulalia non riusciva a capire un fatto molto strano: a casa sua, non c’era mai posto a sufficienza per tenere i suoi fumetti, e infatti la sua collezione, quando uno meno se lo aspettava, se ne andava chissa' dove.
La casa della nonna era piu’ piccola, ma un posto per i fumetti di Eulalia si trovava sempre: in un angolo di un armadio, in una scatola di metallo sotto il letto, oppure tra i piedini della cassettiera. Questo Eulalia proprio non riusciva a spiegarselo, pero’ era felice di quella piccola magia, che le permetteva di leggere le cose che  preferiva.
 
La stanza da letto della nonna era poco riscaldata.
Eulalia aveva freddo, molto freddo.
Per scaldarsi, andava a infilarsi sotto il copriletto di raso a fiori rosa antico, continuando a battere i denti.Quasi sempre, finiva con l’addormentarsi, per poi risvegliarsi tra i brividi. Allora si alzava, scendeva dal letto e cominciava a esplorare la stanza.
Dalla nonna, i mobili erano sempre gli stessi, ma ogni volta, Eulalia trovava qualcosa di nuovo: un gomitolo di lana di un colore diverso, oppure una rivista della settimana prima.
La nonna teneva vecchie spille, scialli di lana, calze, uncinetti, nastri e bottoni spaiati, ed Eulalia, ogni volta, inventava un gioco nuovo e una storia originale. Per esempio, se il Re dei bottoni voleva imprigionare un piccolo bottone di madreperla, reo di aver corteggiato la principessa Bottondoro, erano davvero guai per tutti.
Eulalia frugava sistematicamente tra i cassetti e non mancava di infilarsi negli armadi per esplorare ogni centimetro; purtroppo, proprio sul piu’ bello, arrivava sempre qualcuno. Eulalia correva a rimettere tutto a posto, prima che si aprisse la porta : a volte ci riusciva, altre no, e allora veniva rimproverata per la troppa curiosita'.
Per fortuna, le sue scorribande non sembravano dispiacere alla nonna,  e questo era cio’ che piu’ importava.
La casa della nonna era un posto in cui era bello avere freddo.
 
by soffiodimaggio | commenti (14) | commenti (14)(popup)
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lunedì, 12 novembre 2007,18:17

blasted9zzEra dicembre. La laguna aveva un aspetto spettrale, marcia di malinconia e agitata dai fantasmi dei ricordi. Si era rifugiato in un antico palazzo protetto da una vegetazione pletorica. Era esaurito. Aveva smesso di lavorare, di scrivere, di amare, di uscire. Aveva combattuto tante battaglie personali contro l’invidia e il bigottismo. Era un vincente sociale, un uomo di successo, ma un perdente sentimentale. Questo non lo poteva accettare. Lei se ne era andata una mattina in cui Venezia era fasciata da una luce sfatta che aveva il sapore della decadenza. Era sparita verso il sole tropicale dopo un coito che non avrebbe mai dimenticato. Rivedeva come in un film muto l’immagine di lei che ansimava sul letto sfatto.. le lenzuola di lino che si accartocciavano sotto il peso dei corpi. Era giugno. Era caldo. Lei era bella e sensuale. Bionda e fredda. Dolce e crudele, affascinante angelo puttana, madonna non timorata. Santa votata all’inferno. Lei era tutto quello che aveva desiderato. In quei mesi di passione gli aveva succhiato cervello uccello e dieci anni di vita… aveva avuto altre donne dopo, ma non era la stessa cosa. Era mezzanotte. Una nebbia allucinante e diabolica si levava per le calli e divorava la laguna come in un girone infernale. Appoggiò la bocca alla finestra e con forza le mani. Pronunciò il suo nome, disperato. Il suo profumo si sparse nell’aria. Delicato e intenso profumo di donna. Urlò il suo nome. Sentì dei passi leggeri, la porta si aprì. Guardò la donna. Le fece cenno con la testa. Era una professionista. L’aveva pagata apposta. Un solo e unico bang ed era morto.

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venerdì, 09 novembre 2007,12:17

Strade

Girava

Vincent

strisciando inquieto

su questi ciottoli

i piedi

in cerca di una carezza sull'anima.

Dondolandosi.

Dal suo mondo di dolorosi pensieri impalpabili

filtrava realtà

Le sue mani

immagini 

avrebbero riproposto.

Colori

Segni.

Maurice

 una casa Rosa  

 data all'eternità.

Visi dipinti da tutto il mondo in tutto il mondo

in una piazza.

Edgar ne fa danzare un'altra

su un sogno

non sognato.

Corpi a spicchi per dare la vita

ad una verità.

Pablo.

Strade

che ci uniscono nello spazio.

Involontarie cancellano Tempo.

E incontro Édouard

e Jacob Camille.

Così Montmartre. 

by maestrobuitre | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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martedì, 06 novembre 2007,23:10

FIABILANDIA

La bambina, una cascata di boccoli d’oro su di un viso d’angelo, si avvicinò in punta di piedi alla madre.
«Mamma… cos’è la Realtà?»
«Cosa fai in piedi ancora a quest’ora, Emmie?»
«Cos’è la Realtà? Dimmelo, dai».
«Chi te ne ha parlato?»
«Gli animali del bosco».
La madre si riempì gli occhi del tramonto dai mille colori che illuminavano Fiabilandia, poi disse: «so che la Realtà non è piacevole ed è molto diversa da quello che c’è qui. Tu per esempio non saresti così dolce, né io così giovane e questa stessa casa non sarebbe di marzapane».
«Però avrei pur sempre la mia nuvoletta su cui dormire…»
«No, neppure quella».
«E gli uccellini con cui parlare?»
«Neppure. Niente nuvoletta, né Fatina Nelly, né Riccio Parlante. Poi ci sono le malattie, la morte, il Male».
«Ma anche qui nelle favole ci sono gli orchi e la Matrigna cattiva…»
«Sì, però servono solo per far trionfare il bene. Noi alla fine siamo sempre tutti felici e contenti, non è vero, piccolina mia?»
La bambina l’abbracciò forte. «Certo, è così. È meglio vivere qui, con te che sei la mamma più bella del mondo».
«Adesso vai a dormire, però» le sussurrò dandole un finto scappellotto sulla tutina rosa confetto. «Sennò ti si raffredda la tua nuvoletta».
La donna la vide trotterellare via, chiuse gli occhi su quel tramonto da pittore impazzito. I colori la inebriarono di profumi e di suoni. Poi li riaprì.
‘Un altro maledetto sogno’ fece scuotendo la testa. Si sentì daccapo i dolori alle gambe e al collo, gli anni addosso di disperata solitudine. Guardò il flacone sul comodino. ‘Devo diminuire la dose. È troppo forte’ ammise a bassa voce pur sapendo che non lo avrebbe fatto. Poi si arrese alla sua stanchezza e chiuse di nuovo le palpebre per ritrovare da qualche parte nella mente quella bambina che non aveva mai avuto.

Il post è firmato da me solo per motivi tecnici. L'autore è Briciolanellatte
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by anneheche | commenti (22) | commenti (22)(popup)
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venerdì, 02 novembre 2007,22:39



TU


 

ll percorso è questo.

Ho mille motivi per starti lontano e mille parole per dirti "no". E qualche volta penso anche di essermi stancato, che possa incontrarti come incontro la circolare, mentre sonnecchio, mentre vado al lavoro, al mattino. 

Ma per quanto stufo e stanco possa essere, per quanto capisca che le mie parole con te siano fin troppo scontate, e anche le tue con me, e insomma che tutte le apparenze possano condannarci, c'è di te che, quando tutte le parole cessano ed anche le apparenze, ti guardo come se io guardassi me.

Come se guardassi il mio diario, o una certa antica intimità che nascondermi non posso.

Suoni musica che non conosci, e la suoni di un bene. Suoni quella musica, e non sai come.

Ecco. La tua pelle appiccicata alla mia. 

  

by PAPPINA | commenti (4) | commenti (4)(popup)
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