Un uomo anziano camminava in un bosco. Era il primo giorno d’estate, un tardo pomeriggio limpido e ventoso; il cielo si stagliava azzurro, e lungo il sentiero che correva in mezzo alle piante l’aria era fresca e profumata. L’uomo rifletteva sulla sua vita. Era stato un bambino infelice, solitario e malinconico; aveva avuto pochi amici, dato che spesso la sua compagnia risultava deprimente. Crescendo, non era cambiato: aveva trovato un impiego grigio, ed era vissuto per molti anni da solo. Ricordava che gli unici momenti piacevoli delle sue giornate erano quelli serali, quando, dopo essere rincasato dal lavoro, si sedeva in veranda a godere lo spettacolo incantato del tramonto, a guardare le fronde degli alberi accarezzate dalla brezza serotina, ad assaporare l’odore magico della natura che si prepara ad abbracciare la notte.
Un giorno, conobbe Michela, una bella donna bruna di circa quarant’anni, divorziata e senza figli. Lei vide in Gianni, questo era il nome dell’uomo, tutto quello che gli altri non avevano saputo scorgere: la profonda sensibilità, la bontà d’animo, l’amore per gli animali e per la natura. Si trattò del classico colpo di fulmine; si sposarono, e la vita di Gianni cambiò, diventando meravigliosa. Era un matrimonio perfetto, fra due persone molto simili, entrambe riservate, di carattere mite e dai gusti semplici, la lettura, le passeggiate, la scoperta quotidiana dei piccoli miracoli che, giorno dopo giorno, la vita offre a chi sa coglierli. Il volo di un uccello sullo sfondo immacolato del cielo, l’affettuosa compagnia di un cane, l’alito fragrante del vento.
Dieci anni dopo, Michela morì. Gianni rimase nuovamente solo: ma ora quella solitudine era peggiore, perché aveva conosciuto la felicità, per poi perderla per sempre. La sua esistenza si trasformò in un cammino grigio e triste, che lui nella sua mente paragonava al desolato sobborgo di una metropoli, confrontato a una verde vallata, incuneata fra dolci colline perennemente baciate dal sole.
Questi erano i pensieri che lo accompagnavano quel pomeriggio, mentre il tramonto dipingeva i colori più belli nel cielo e l’aria assumeva un sapore fragrante, che a lui rammentava il gelsomino. Fu allora che la vide. All’improvviso se la trovò davanti, come scaturita dal nulla. Gianni strabuzzò gli occhi. Per quanto da sempre amasse le fiabe, tuttavia sapeva che le streghe non esistevano. Così come non c’erano le fate, gli elfi o gli hobbit. Eppure, la splendida giovane che lo stava osservando da pochi passi era inequivocabilmente una figura magica, non soltanto per com’era vestita, ma anche per l’aura che emanava, e che quasi lui riusciva a intravedere. Era un’aura che trasmetteva bontà. E compassione. Completamente sconcertato, Gianni la fissò in silenzio. Non osava parlare, né muoversi, aveva quasi paura che un gesto affrettato, una mossa avventata, l’avrebbero fatta fuggire.
Poi lei parlò. Aveva una voce stupenda, simile alla melodia di un ruscello che corre fra i campi, o al suono della risacca in un mattino di primavera. “Oggi è il ventuno giugno”, disse, “e mi è consentito esaudire un tuo desiderio. Ma sbrigati ad esprimerlo, perché sono attesa da un bambino. E’ tanto infelice e io farò qualcosa per lui. Però, ora tocca a te!” Gianni non rispose subito. Era confuso. Frastornato. Gli sembrava di vivere un sogno, anche se nel profondo del suo cuore capiva invece che quello che stava accadendo era assolutamente reale. Lei gli sfiorò delicatamente un braccio. “Presto!”, lo incitò. “Altrimenti sarò costretta ad andare e tu perderai la tua opportunità.”
Stupendosi dell’assurdità della sua richiesta, Gianni disse:”Vorrei tanto rivedere Michela!” Lei gli rivolse un sorriso colmo di tenerezza, quindi annuì. Un istante dopo era scomparsa. Quella notte, Gianni andò a coricarsi verso le undici. Prima di addormentarsi, rivisse lo straordinario incontro nel bosco, convincendosi definitivamente che si era trattata di un’allucinazione.
Il mattino dopo non si svegliò.





Era dicembre. La laguna aveva un aspetto spettrale, marcia di malinconia e agitata dai fantasmi dei ricordi. Si era rifugiato in un antico palazzo protetto da una vegetazione pletorica. Era esaurito. Aveva smesso di lavorare, di scrivere, di amare, di uscire. Aveva combattuto tante battaglie personali contro l’invidia e il bigottismo. Era un vincente sociale, un uomo di successo, ma un perdente sentimentale. Questo non lo poteva accettare. Lei se ne era andata una mattina in cui Venezia era fasciata da una luce sfatta che aveva il sapore della decadenza. Era sparita verso il sole tropicale dopo un coito che non avrebbe mai dimenticato. Rivedeva come in un film muto l’immagine di lei che ansimava sul letto sfatto.. le lenzuola di lino che si accartocciavano sotto il peso dei corpi. Era giugno. Era caldo. Lei era bella e sensuale. Bionda e fredda. Dolce e crudele, affascinante angelo puttana, madonna non timorata. Santa votata all’inferno. Lei era tutto quello che aveva desiderato. In quei mesi di passione gli aveva succhiato cervello uccello e dieci anni di vita… aveva avuto altre donne dopo, ma non era la stessa cosa. Era mezzanotte. Una nebbia allucinante e diabolica si levava per le calli e divorava la laguna come in un girone infernale. Appoggiò la bocca alla finestra e con forza le mani. Pronunciò il suo nome, disperato. Il suo profumo si sparse nell’aria. Delicato e intenso profumo di donna. Urlò il suo nome. Sentì dei passi leggeri, la porta si aprì. Guardò la donna. Le fece cenno con la testa. Era una professionista. L’aveva pagata apposta. Un solo e unico bang ed era morto.