Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 30 ottobre 2007,07:04
-         Che cosa sei?
-         Perché?
-         Che cosa sei?
-         Al massimo puoi chiedermi chi io sia, non che cosa sia.
-         Invece insisto… perché nella mia domanda c’è il senso del tuo mistero.
-         Dici?
-         Chiedersi chi siamo ci riporta indietro, al tempo dei giochi e delle caramelle, dei rossori e del “chissà”.
-         E tu non hai più voglia di giocare?
-         Certo che ne ho ma se ieri giocavamo ad essere adulti, oggi ci scaviamo dentro giorno dopo giorno, in un gioco nuovo… Tu scavi in me, io scavo in te.
-         Quante parole… mi ricordano un duetto che ha fatto epoca…
-         Si ma noi, né attori né cantanti, siamo pur sempre artisti, o esploratori se preferisci…
-         Esploratori?
-         Si… di noi. Ecco perché ti chiedo che cosa sei e tu forse, dentro di te, ti poni la stessa domanda.
-         In fondo si, anch’io di giorno in giorno esploro il mio sentirmi amata da te e mi interrogo su questa meraviglia.
-         Hei… mi stai dando ragione…
-         Si, ma non vorrei che ti ci abituassi…
-         Abituarmi io? Io che ti conosco ogni giorno e mi scopro diverso ogni istante?
-         Si, proprio tu perché non c’è nulla a cui ti devi abituare e neppure io, perché l’abitudine non deve appartenerci in alcun modo.
-         Allora… ho fatto bene a chiederti “che cosa sei?”. Se ti avessi chiesto “chi sei’” sarebbe stato scontato…
-         Ma adesso è tardi… dai… spegni la luce.
-         Senti? Fuori piove…
-         Non vorrai anche chiederti perché stia piovendo vero?
-         sssssssssss… senti… che bel rumore.
by laltroio | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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venerdì, 26 ottobre 2007,09:35

Accanto al marciapiede, un' auto sta accostando. Dal finestrino s'intravede la sagoma del conducente.
Eulalia, che cammina per la strada, incrocia per un istante il suo sguardo; ha occhi porcini, incastonati in un viso aguzzo: una sottile barba a punta color setter irlandese ne sottolinea l'espressione ambigua.

L'uomo apre la portiera per uscire; appena posa il piede a terra, Eulalia nota con stupore che al posto delle scarpe indossa due zoccoli neri. Lo sconosciuto ha lunghe orecchie a punta, ride da solo ed alza il volto spiritato verso le nuvole.
Dopo di lui scende dalla vettura una donna dalla pelle diafana, non molto slanciata, vestita di foglie e tralci di vite. Tiene per mano una ragazza che le somiglia: forse una sorella, che esce ridendo dall' abitacolo. Subito dopo, altre figure sbucano dalle portiere; qualcuna e' vestita di rovi, altre sono coperte di pelli, grappoli d'uva e castagne.

Eulalia e' a pochi passi dal gruppo, ma nessuno fa cenno di notarla.
L'uomo, agitando la coda, estrae un piccolo flauto ed intona una melodia semplice, ma gradevole.
Intanto, dall'auto parcheggiata continuano a scendere persone in vesti stravaganti: donne in abiti succinti e ragazzi dai capelli ricci coperti da strisce di camoscio.
Sciolte le trecce ramate, una ragazza si cosparge le chiome di una mistura profumata, mentre una compagna s' appresta ad accenderle d' un fuoco destinato ad ardere tutta la notte.

Si balla al suono dei sistri, mentre dall'auto escono ceste di frutta, giovinetti imberbi e uomini tarchiati seminudi dalle strane gambe animalesche. Alcuni recano con se' dei capri neri, che scuotono la testa nervosi.

L'uomo che era al volante ride d'un riso sguaiato, ed e' a lui che due ragazze dai capelli cinabro offrono i seni strabordanti e la frutta matura. Lui prende tutto, con ingordigia, affondando un
pugnale nel cuore di una mela, che si spacca a meta', liberando semi neri e profumo.
La morde, per bramosia piu' che per fame, ma e' gia' pronto a volgere la lunga lama affilata verso la gola del capro piu' vicino.


Eulalia inizia a sentirsi a disagio; qualcuno, forse intenzionalmente, l'ha urtata, facendola finire contro il muro.
Ragazze inghirlandate di foglie d'edera e serpenti danzano e ridono, col capo rovesciato all'indietro, al ritmo ossessivo dei tamburi di budello; sul fuoco acceso in mezzo alla strada vengono gettate pigne e rami che grondano resina.


Il delirio contagia i presenti, ebbri di vino e lascivia. Nuove creature escono dal bagagliaio per unirsi alla festa lubrica, e sul selciato, gia'  coperto di foglie, si consumano con violenza i primi amplessi. Al ritmo del ditirambo gli invasati ballano e gridano, in preda a un'esaltazione che presto raggiungera' l'apogeo: e' l'ora della caccia rituale.

Occhi maligni guardano Eulalia, come si guarda una splendida preda selvatica da cacciare a mani nude e sbranare sul posto: fatta a brandelli, ancora calda e pulsante di sangue e terrore, Eulalia appare un nutrimento prezioso da ingoiare a fauci spalancate.

Eulalia, pero', ritiene di non dover pagare di persona il prezzo della festa.
Corre a perdifiato, col cuore in gola e mille stiletti alle spalle.
Eulalia ha gambe di cerbiatto e scatto da lepre: finalmente trova rifugio in un tempio, forse di Apollo.
La tragedia non le si addice, almeno per oggi.

by soffiodimaggio | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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martedì, 23 ottobre 2007,06:55
Io sono pietra. E fango e acqua. E sono le tue lacrime. Il riflesso sghembo negli occhi tuoi di meraviglia. Il tuo sospiro sopra le nubi che assalgono i monti prendendoli alle spalle. Sono la vita che si scorda d’esser viva e la foglia che cade e cade senza mai toccar terra. Avrei voluto spiegarti, far compagnia ai tuoi pensieri, essere la mano invisibile che ti sorregge negli equilibri di vita. Il vuoto ha finito invece per sovrastare ogni parola. Ha divorato pareti, alberi, colori. I piedi si son fatti radici e le mani nido per preghiere mal dette. Ecco, ti sorrido nel mio sorriso di brina, ma in verità da tempo non esisto più. Ti accarezzo con la mia immagine divenuta sottile, un’ombra della sera uscita dalla tua vita come acqua nella sabbia.
by briciolanellatte | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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sabato, 20 ottobre 2007,09:04

Arrivò con l'infornata di primavera. Fu scodellato assieme ad altri quattordici, tutti belli, nuovi e lustri. Naturalmente erano diversi fra loro: alcuni si prestavano soprattutto ai blog erotici, altri risultavano adatti a ragazze giovani e spiritose, una piccola minoranza era destinata a siti con pretese letterarie. Lui era uno dei più belli, un cervo che pascolava in una verde radura; disegno e colori risultavano semplicemente perfetti, l'erba sembrava fremere alle carezze del vento. L'avatar era molto orgoglioso di se stesso, e grato a chi lo aveva ideato. Incominciarono a presentarsi i blogger, passavano in rassegna l'assortimento e man mano sceglievano. Fu presa per prima una minigonna, il secondo fu un pulcino, la terza scelta ricadde su uno scenario che raffigurava un tramonto. Il cervo aspettava pazientemente. Poi toccò a un'immagine vagamente dark. Quindi, fu il turno del quinto e del sesto. L'avatar si stupiva che nessuno si affrettasse a prenderlo, ma incominciò a preoccuparsi veramente quando portarono via il dodicesimo. Prima o poi sarebbe venuto il suo momento, pensò, tuttavia iniziava ad essere preda di dubbi inquietanti.
Alla fine, restò solo: gli altri quattordici avevano trovato un padrone, lui non era stato preso in considerazione da nessuno. Eppure c'erano dei blogger che si affidavano ancora al punto di domanda, senza contare che esistevano delle sciocche vanesie, come Anneheche e Zoe, che invece di scegliersi un bell'avatar andavano in giro per la rete esibendo i loro visini smunti.
L'avatar sprofondò in una cupa depressione. Si sentiva irrealizzato e infelice: era stato concepito per un compito, che invece non poteva svolgere. La sua esistenza gli pareva priva di senso.
Ma una mattina...
Si presentò una bella ragazza, lo esaminò attentamente e, dopo aver riflettuto per alcuni minuti, se lo portò via. Finalmente l'avatar era felice. Si affezionò subito alla sua padroncina, che si chiamava Giulia; era una giovane intelligente e sensibile, scriveva bellissime poesie, piene di toccante lirismo, e lasciava sempre commenti arguti e originali. L'avatar era fiero di lei, e della simpatia con cui tutti la guardavano. Un sabato sera, dopo aver fatto un giretto in rete, lei spense il pc. L'avatar andò a dormire sereno. Sapeva che l'indomani, come di consuetudine, avrebbero esplorato vari blog, salutando i molti amici su cui potevano contare. Alla domenica Giulia non lavorava e ne approfittava per prolungare la sua presenza su Splinder. Quella sera Giulia si recò in discoteca con il moroso. Le piaceva molto ballare e si divertì moltissimo. Circa alle due di notte uscirono dal locale per tornare a casa. Salirono sulla vecchia Punto e a velocità moderata imboccarono la strada che li avrebbe riportati a destinazione. Videro chiaramente la macchina che arrivava a velocità folle; non potevano sapere che era guidata da un ubriaco, e il fidanzato di Giulia non riuscì ad evitare l'impatto. Morirono entrambi sul colpo.
La mattina dopo l'avatar si svegliò di buon'ora. Era ansioso di incominciare a visitare i tanti blog amici: mentre la sua padroncina avrebbe letto i post e scritto i commenti, lui si sarebbe fatto quattro chiacchiere con i suoi colleghi.
Ma il pc non fu mai più riacceso.

venerdì, 12 ottobre 2007,13:10



IPNAGOGICAMENTE



Lo sapevo.

Era meglio se andavo a dormire subito, che avevo ancora quella sunnulensa. Adesso che sono le tre potrei stare sveglio fino a dopodomani e intanto devo svegliarmi alle sei. Non lo reggo. Non oso pensarci. Fra tre ore. Avrò gli occhi che non si aprono e la testa intontita e i pensieri che bruciano e non vogliono uscire.

Devo dormire un po'. Quasi quasi provo a contare le pecore. La funzione del contare le pecore è come recitare un mantra, immagino. Ti stufi e via.

L'ho fatto qualche volta quand'ero piccolo. Contare le pecore, dico. Non mi ricordo come andava a finire, ma non mi piaceva. Però quasi quasi ci riprovo.

Una pecora, due pecore. 

Se non sbaglio dovevano saltare un recinto. Oppure potrei fare il piccole pastore sardo che le conta quando le sta rinchiudendo nell'ovile. Meglio di no. Il piccolo pastorello mi mette tristezza. Conterò delle briose pecore che saltano uno steccato con vigore e vitalità. Non troppa. Che mi devo addormentare.

Ricominciamo. Una pecora ... due pecore.

La seconda ha belato da sè. La terza no. Così non va. Tuttte o nessuna. Ho come la sensazione che non mi addormenterò facilmente con questo sistema. Ma sarò più forte io. Un piccolo belato a tutte, glielo faccio fare, certo. Chiodo contro chiodo.

Ero riuscito a disciplinarmi abbastanza.

Alla quarantatreesima bestia, la circolazione nel mio corpo aveva preso un andamento uniforme, regolare. Ero piacevolmente caldo e rilassato. Sembrava un preludio.

Era piacevole questa situazione. Hai capito l'ovino.

La cinquattottesima pecorella, me lo ricordo abbastanza bene dato quello che successe, appena saltato lo steccato tornò indietro. Mentre la vedevo venirmi incontro feci in tempo a farne saltare altre due. Ma poi fui catturato dal suo sguardo. Aveva due occhietti, come dire, innocenti, lamentosi, con una punta di languore. Cominciò a strofinare il musetto sulla mia coscia. Un musetto sfrontato. Strofina e strofina, alla fine mi diede un morsetto e poi volse il capo verso di me, ed ora era solo malizia. Non lo so. Non sono un pervertito, ma credo di essermi eccitato. Senonché la pecorella si tira su una zampetta, fino al collo, e comincia a tirarsi giù una zip che era evidentemente nascosta dal pelo. Come se si stesse sfilando una giacca, forse di pura lana vergine. E da dentro la giacca viene fuori una ragazza rosa e luminosa e calda e sorridente che vuole me.

Credo che fossi già un pochino addormentato, ma non lo giurerei. Ci sono momenti più veri nei sogni che nella veglia.

Comunque ero lì con questa ragazza che veniva levitando verso di me, e il mio sguardo le scendeva dai seni verso il ventre, a cercare il principio del pelo pubico (cercavo forse di evitarmi altre sorprese?) quando un rumore di campanaccio mi costringe a voltarmi.

Era una frate con tanto di chierica e saio e sandali e pancia. "Le mie pecore... - diceva a voce alta - le mie pecore...". Se la prima immagine era enigmatica, questa lo era ancora di più. Non riuscivo a capirlo, 'sto frate. Mi dava l'impressione di essere un gran laido, e che stesse cercando pecorelle da pascolare su questa terra. E la mia pecorella? Dov'era finita?

Non c'era più. Non c'era neanche il gregge. Era notte. L'ingresso di una caverna. Vedevo delle macchie arancioni sulle pareti, come se ci fosse un fuoco da qualche parte. 

Stavo quasi per svenire. A venti centimetri da me c'era un toro.

Per meglio dire la faccia di un toro. Era una specie di satiro. Vedevo vicinissimo il muso nero, e, attratto dal rumore, distinsi chiaramente le zampe pelose che finivano in zoccoli. Mi sembrava di sentire la ruvidezza di quell'essere.

Mentre risalivo con lo sguardo dagli zoccoli al volto, vidi lo sguardo del caprone stupito, quasi l'avessi colto in fallo per il suo aspetto. E improvvisamente il caprone diventa un certo giovane nobiluomo, con una giacca da camera, una coda lunghissima e ugualmente ampia, nera e viola, arabescata. Era seduto su uno scranno alto. Mi guardava e sorrideva. Aveva un sorriso che arrivava sempre più avanti del mio, per quanto potessi immaginare. Non era un sorriso che metteva di buon umore, però.

Anzi mi metteva abbastanza a disagio. Mi faceva sentire in imbarazzo, come fossi un bambino messo di fronte alla propria incapacità. Quasi a conferma, mi domanda: "Bene bene bene... e cosa stai facendo della tua vita?" e mi è venuto un senso di peso. Mi si sono parati davanti tutti i miei problemi del quotidiano, non quelli giganteschi, ma proprio i piccoli di ogni giorno, che sembrano ammassarsi giusto per confondermi, per sommergermi, per farmi tirare la carretta e non alzare mai lo sguardo.

Mi sono visto come se fossi legato ad una macina, nella canicola, che spingevo senza sapere perchè. Se stavo crescendo per diventare più forte o per farci guadagnare qualcuno. Avrei voluto volare. Ho cominciato a volare. Volavo in un cielo grigio e senza confini, che era ugualmente angosciante proprio perchè non ne vedevo. Mi sarebbe piaciuta almeno qualche nuvola, per sentirmi meno smarrito, meno solo.

Mi veniva in mente l'aria della colomba kantiana. Sì. Quell'aria che la colomba odia perché le frena il volo. E di cui la creatura pensa: "Se non ci fosse, volerei velocissima e leggera". E invece no. Perchè è la stessa aria che la frena a sostenerla in volo. Almeno se ho capito il senso della metafora.

Per me è come dire che non si può voler volare e non volere l'aria. E  che se uno capisce questo, tutto ha un senso. Epperò è anche vero che la verità non libera le persone. Il buon caro vecchio Paul.

Volavo ancora. il grigio era diventato più cupo. Forse era una nebbia, ora. O una nuvola. Non ricordo oltre. Forse m'ero addormentato.

Mi sono svegliato. Mi son messo a sedere nel letto. Nella mente avevo brandelli di nudo, di belati, di sensazioni crude, cupe e angoscianti. C'era un bel sole. Sembrava quasi primavera, quando il sole scalda abbastanza da farti sentire di troppo i vestiti. Quella luce mi invase delicatamente, prima che me ne accorgessi. Ero ancora nel letto, ma mi sentivo come se fossi fuori, seduto nell'erba e con la testa abbandonata all'indietro, gli occhi chiusi in faccia al sole.

Mi risuonarono dentro quelle parole. "Non giudicare Dio: amaLo". Come se mi svegliassi da un sogno. Mi sembravano così spesse, ora. Mi sembrava avessero uno spessore che non avevo mai conosciuto.

 

by PAPPINA | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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sabato, 06 ottobre 2007,11:49

fate di plastica

 

Martina

Mattina

La luce scivola sui muri come una pittura dai colori insostenibili. Osservo l’ampolla di vetro in cui c’e il mio pesce rosso. Immagino che anche lui abbia un segreto. Vorrei confidargli che esiste un oceano,che esistono mari e fiumi in cui immergersi e sentirsi liberi. Ma cosa sto dicendo?,quella sono io…sono io che vorrei trovare finalmente un luogo dove sentirmi  libera. Libera dalle immagini che mi perseguitano come ombre perfette,tapparmi le orecchie da tutte le informazioni superflue che mi confondono. Camminare senza vesti e senza provare vergogna del mio corpo. Donne su pagine patinate sventolano come piume nere,ed io vorrei essere un po’ piu’ simile a loro che a me. Una ragazza di 23 anni dall’anima talmente gonfia che anche la mia pelle si e’ allargata per contenerla. Non ho storie da raccontare.

Sento solo una musica di violini che arriva da un luogo sconosciuto,una specie di valzer funebre che rintocca nel mio cuore.

Non riesco a fare a meno che guardarmi allo specchio. Mi guardo da tutte le possibili angolature ma ne alla destra,ne alla mia sinistra mi piaccio. I violini si sostituiscono ad una voce terribilmente profonda. La riconosco,e’ lui. Il divoratore di anime,lui tramuta il cibo in veleno ed io non  posso non compiacerlo. Il suo comando e’ troppo feroce. Lui ordina ed io mi alzo dal letto per obbedire,mi chiudo in bagno sperando che nessuno si accorga di nulla. Il respiro si strozza nella mia gola per poi,farsi sempre piu’ calmo.

FINE PRIMA PARTE....

(questo racconto non vuole essere e non è un testo che positivizza l'anoressia)

by stella2682 | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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martedì, 02 ottobre 2007,19:59

La grande distesa del mare arrivava sino all'orizzonte: era grigia, del colore dell'acciaio, battuta dalla pioggia e attraversata dal vento di settentrione. I gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci; una barca di pescatori procedeva lentamente diretta al piccolo porto. L'aria sapeva di salsedine, e di pioggia, e del fumo del venditore di caldarroste. Pochi passanti infreddoliti camminavano stringendosi nei cappotti; un bambino osservava curioso lo spettacolo incomparabile della natura, capace di creare prodigi in ogni stagione, a seconda di stati d'animo eterni che puntualmente si rinnovano anno dopo anno.
Viviana distolse lo sguardo dalle acque profonde percorse dalla tramontana e tornò a rivolgere la propria attenzione a Fabio. In quegli ultimi minuti aveva viaggiato nel tempo, componendo un quadro che era fatto di mille tessere, un mosaico che adesso le appariva chiaro e comprensibile, ma che in passato le era sempre sfuggito, troppo frammentario e oscuro per poter essere realizzato.
"Ma perchè?", mormorò a voce bassa, appena percettibile.
L'uomo esibì un sorriso stanco che non arrivava agli occhi. "Non ho mai avuto il coraggio.", disse.
Viviana scosse la testa, facendo ondeggiare i capelli. "Ma è assurdo! Ti rendi conto?"
"La mia vita è sempre stata assurda."
La donna era frastornata. Come in un film rivisse tutto: le poesie che trovava nella cassetta della posta. Erano scritte su foglietti sgualciti, tracciate da una calligrafia incerta, quasi infantile: ma erano le più belle poesie che avesse mai letto. La dipingevano come un angelo, i cui lunghi capelli neri ricordavano l'incanto della notte, e gli occhi verdi la meraviglia del mare, e la voce la suggestione di una suonata di Mozart. Rilette a posteriori forse erano un pò ingenue, ma poi ne erano arrivate altre, e si erano succedute nel corso degli anni, diventando sempre più mature e profonde. Parlavano di un amore senza confini, assoluto, destinato a durare per sempre, trovando linfa nella disperazione di chi non viene corrisposto, irrobustendosi per la sofferenza, sino a diventare qualcosa di mistico. Un giorno le poesie si trasformarono in prosa, ed erano lettere che svelavano l'animo di un uomo colto, intelligente, sensibile, un uomo perdutamente innamorato, tuttavia come per un sortilegio maligno destinato a rimanere solo, in una vita desolata i cui unici sprazzi di sole erano quelli serali, quando, dopo aver cenato, si sedeva alla scrivania, prendeva un foglio bianco e scriveva.
Viviana incominciò a desiderare quelle lettere, a cercarle nella cassetta della posta quasi con ansia, rimanendo delusa se non ne trovava una nuova, e felice come una bambina se riconosceva l'inconfondibile busta.
Si sposò a trent'anni, e le lettere continuarono ad arrivare. Diventarono un raggio dorato che in qualche modo illuminava un'esistenza infelice, causata da un matrimonio sbagliato. Viviana compì i quarant'anni, e le lettere arrivavano ancora. Avrebbe voluto rispondere, svelare a sua volta i misteri del proprio cuore, raccontare le miserie della quotidianità: ma era impossibile. Iniziò a scrivere su un diario, che custodiva gelosamente in un cassetto, nascosto sotto una pila di maglioni. E nel diario parlava a lui, rispondeva a quello che lui le diceva.
E in questo trovava conforto.
Poi le lettere non arrivarono più.
Quel meraviglioso flusso di emozioni si interruppe, simile a un ruscello che all'improvviso rimane privo d'acqua. Per Viviana non fu facile elaborare il lutto; era come se una parte di lei fosse morta, e forse quella parte era stata la più bella della sua vita.
Trascorsero dieci lunghi anni. Una sera squillò il telefono. Era Fabio Campari, il suo compagno di banco al liceo. Desiderava rivederla. Viviana acconsentì con piacere. Si ricordava ancora di lui: un ragazzo intelligente, timido, sensibile. Benchè fosse generalmente taciturno, era anche simpatico. E indubbiamente bello. Viviana si era presa una cotta per lui, ma senza trovare il modo per scalfire le sue difese. Fissarono l'appuntamento per l'indomani, davanti al mare.
"Ma perchè solo ora?", gli chiese quasi con rabbia.
Fabio spostò lo sguardo sulla grande distesa d'acqua che arrivava sino all'orizzonte, grigia del colore dell'acciaio. La barca dei pescatori aveva guadagnato il rifugio sicuro del porto, i gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci.
"Sto per morire.", disse. "Cancro."