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mercoledì, 29 agosto 2007,15:45

La grande distesa del mare arrivava sino all'orizzonte: era grigia, del colore dell'acciaio, battuta dalla pioggia e attraversata dal vento di settentrione. I gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci; una barca di pescatori procedeva lentamente diretta al piccolo porto. L'aria sapeva di salsedine, e di pioggia, e del fumo del venditore di caldarroste. Pochi passanti infreddoliti camminavano stringendosi nei cappotti; un bambino osservava curioso lo spettacolo incomparabile della natura, capace di creare prodigi in ogni stagione, a seconda di stati d'animo eterni che puntualmente si rinnovano anno dopo anno.
Viviana distolse lo sguardo dalle acque profonde percorse dalla tramontana e tornò a rivolgere la propria attenzione a Fabio. In quegli ultimi minuti aveva viaggiato nel tempo, componendo un quadro che era fatto di mille tessere, un mosaico che adesso le appariva chiaro e comprensibile, ma che in passato le era sempre sfuggito, troppo frammentario e oscuro per poter essere realizzato.
"Ma perchè?", mormorò a voce bassa, appena percettibile.
L'uomo esibì un sorriso stanco che non arrivava agli occhi. "Non ho mai avuto il coraggio.", disse.
Viviana scosse la testa, facendo ondeggiare i capelli. "Ma è assurdo! Ti rendi conto?"
"La mia vita è sempre stata assurda."
La donna era frastornata. Come in un film rivisse tutto: le poesie che trovava nella cassetta della posta. Erano scritte su foglietti sgualciti, tracciate da una calligrafia incerta, quasi infantile: ma erano le più belle poesie che avesse mai letto. La dipingevano come un angelo, i cui lunghi capelli neri ricordavano l'incanto della notte, e gli occhi verdi la meraviglia del mare, e la voce la suggestione di una suonata di Mozart. Rilette a posteriori forse erano un pò ingenue, ma poi ne erano arrivate altre, e si erano succedute nel corso degli anni, diventando sempre più mature e profonde. Parlavano di un amore senza confini, assoluto, destinato a durare per sempre, trovando linfa nella disperazione di chi non viene corrisposto, irrobustendosi per la sofferenza, sino a diventare qualcosa di mistico. Un giorno le poesie si trasformarono in prosa, ed erano lettere che svelavano l'animo di un uomo colto, intelligente, sensibile, un uomo perdutamente innamorato, tuttavia come per un sortilegio maligno destinato a rimanere solo, in una vita desolata i cui unici sprazzi di sole erano quelli serali, quando, dopo aver cenato, si sedeva alla scrivania, prendeva un foglio bianco e scriveva.
Viviana incominciò a desiderare quelle lettere, a cercarle nella cassetta della posta quasi con ansia, rimanendo delusa se non ne trovava una nuova, e felice come una bambina se riconosceva l'inconfondibile busta.
Si sposò a trent'anni, e le lettere continuarono ad arrivare. Diventarono un raggio dorato che in qualche modo illuminava un'esistenza infelice, causata da un matrimonio sbagliato. Viviana compì i quarant'anni, e le lettere arrivavano ancora. Avrebbe voluto rispondere, svelare a sua volta i misteri del proprio cuore, raccontare le miserie della quotidianità: ma era impossibile. Iniziò a scrivere su un diario, che custodiva gelosamente in un cassetto, nascosto sotto una pila di maglioni. E nel diario parlava a lui, rispondeva a quello che lui le diceva.
E in questo trovava conforto.
Poi le lettere non arrivarono più.
Quel meraviglioso flusso di emozioni si interruppe, simile a un ruscello che all'improvviso rimane privo d'acqua. Per Viviana non fu facile elaborare il lutto; era come se una parte di lei fosse morta, e forse quella parte era stata la più bella della sua vita.
Trascorsero dieci lunghi anni. Una sera squillò il telefono. Era Fabio Campari, il suo compagno di banco al liceo. Desiderava rivederla. Viviana acconsentì con piacere. Si ricordava ancora di lui: un ragazzo intelligente, timido, sensibile. Benchè fosse generalmente taciturno, era anche simpatico. E indubbiamente bello. Viviana si era presa una cotta per lui, ma senza trovare il modo per scalfire le sue difese. Fissarono l'appuntamento per l'indomani, davanti al mare.
"Ma perchè solo ora?", gli chiese quasi con rabbia.
Fabio spostò lo sguardo sulla grande distesa d'acqua che arrivava sino all'orizzonte, grigia del colore dell'acciaio. La barca dei pescatori aveva guadagnato il rifugio sicuro del porto, i gabbiani disegnavano traettorie diseguali a caccia di pesci.
"Sto per morire.", disse. "Cancro."

by anneheche | commenti (3) | commenti (3)(popup)
Link | categoria:abbandonato lungo il sentiero
sabato, 18 agosto 2007,10:50
Lo davano tutti per morto, e infatti il funerale e la sepoltura avevano avuto luogo regolarmente, ma gli amici se lo ritrovarono al bar che si beveva un grappino. Era divertente vedere come la gente reagiva a una cosa che non poteva concepire, alcuni erano inorriditi e spaventati, altri insensibili e noncuranti, continuavano le loro cose come se niente fosse. Lui però era li tranquillo e testardo anche dopo la morte. Le persone che gli volevano bene cercarono di parlargli e di dirgli di tornare al cimitero, che non stava bene fare così, ma lui niente continuava a fare da morto quello che faceva da vivo. In casa non gli permisero di entrare ma lui se ne stava in veranda sulla sedia a dondolo a guardare il tramonto. Passavano i giorni e siccome come tutte le cose anche noi siamo prodotti in scadenza, l’odore della morte aleggiava densa intorno a lui, ma non sembrava preoccuparsi per questo, anzi tutto questo sembrava divertirlo, anche la voce era cambiata e i pochi denti che gli erano rimasti cadevano come foglie secche per terra. Dopo una settimana il parroco venne a trovarlo con i becchini pronti a prelevarlo, ma lui trascinando il suo corpo come un rottame iniziò a picchiare con tutte le forze che aveva il prete e il suo seguito ma non si rese nemmeno conto che a ogni colpo che dava perdeva un pezzo. Si sciolse al sole più tardi come un moccolo di una candela e se lo riprese la terra che per tutta la vita aveva lavorato.
by miskin | commenti (6) | commenti (6)(popup)
Link | categoria:scritto nel sottosuolo
venerdì, 10 agosto 2007,08:17
In quella notte infinita dove le stelle impolveravano il cielo e la cometa indicava il cammino, non è poi così vero che tutti sarebbero stati più buoni. In un antro malsano dove l’acqua putrida stagnava nel lavandino con i piatti da lavare di un mese, dove appena il giorno prima il curatore fallimentare aveva portato via quel poco che rimaneva, dormiva un bambino appena nato. Sua madre corrosa dall’astinenza sospirava esausta maledicendo il suo uomo che quando aveva capito che non c’era più trippa per gatti se l’era data a gambe. Era rimasto solo un lembo del manifesto attaccato alla parete della gloriosa pellicola musicale Jesus Christ superstar, poco da dire su quella montagna di bottiglie vuote di vodka e birra abbandonate in un angolo. Suonò il campanello e la donna improvvisamente impallidì, poi con grande resistenza si alzò e andò ad aprire. Davanti a se si trovò tre strani individui sembravano scappati da un circo o da una rappresentazione teatrale, avevano dei costumi sfarzosi e le loro facce avevano una strana espressione solenne. La donna proruppe con una risata spasmodica, che nella convulsione si tramutò in un attacco di tosse nervosa.
Siamo giunti a dare omaggio al messia dissero con grande enfasi, mentre la donna già pensava come ripulirli ben bene. Agli occhi di si tanta magnificenza prese una sigaretta e li guardò con divertita curiosità, del resto anche la televisione gli avevano portato via e vedere quei tre alberi di natale usciti da un filmone storico non gli pareva vero. Poi i forestieri si avvicinarono al bambino ed ebbero un conato di vomito vedendolo impiastrato di croste di muco rappreso e con un gran silenzio di spirito lasciarono i doni e se ne andarono da dove erano venuti. Appena usciti di casa videro una capanna illuminata c’era un bue e un asinello e nella mangiatoia c’era un altro bambino pulito e profumato, nemmeno profumato da quanto era pulito. Una processione di poveracci venivano a vedere incuriositi come quando succede per un incidente, chi in bicicletta chi a piedi trascinando trolley giganteschi. I re magi si guardarono preoccupati tra di loro e in un lampo rientrarono in casa della donna riprendendosi oro incenso e mirra.
by miskin | commenti (4) | commenti (4)(popup)
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