Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 20 luglio 2007,19:13

Quando la vide provò un tuffo al cuore. Ricordava la piccola immagine racchiusa nell'avatar, raffigurante un volto giovane e grazioso, quello di una fanciulla pulita e serena, affamata di vita. Ma dal vivo era molto di più: una splendida ragazza, alta almeno un metro e settanta, i lunghi capelli neri che incorniciavano un viso semplicemente stupendo, un corpo perfetto, e soprattutto una luce profonda negli occhi scuri pieni di vita. Antonio Malinverno si incamminò verso di lei, quasi esitando; abbozzò un sorriso timido, simile a quello di un ragazzo al primo appuntamento. E invece aveva sessant'anni.

Dopo la morte della moglie, era andato in pensione e aveva aperto un blog. Non contava molti amici, non gli interessava uscire di casa ed affrontare il mondo esterno senza di lei; la casa rappresentava un rifugio sereno e il computer uno svago che gli permetteva di scordare la sua solitudine. Incominciò a scrivere. Poesie meravigliose, ricche di immagini che scaturivano direttamente dal suo cuore; racconti realizzati con una prosa perfetta, squarci di vita vissuta oppure avventure incantate in mondi lontani e suggestivi. Il primo post ebbe dieci commenti, il secondo quindici, poi, in rapida successione, diventarono trenta, quaranta, cento, duecento. Molti gli mandavano messaggi privati. Antonio rispondeva sempre. A tutti. Diventò un punto di riferimento: dispensava consigli, parole di incoraggiamento, frasi gentili e sempre sincere, perchè era buono d'animo. Poi arrivò Isabella. Era la sua prima lettrice, la prima fan. Ormai egli sapeva che avrebbe trovato il suo commento pochi minuti dopo aver postato, e si trattava di commenti profondi che rivelavano intelligenza e sensibilità. Il passo successivo fu rappresentato dai messaggi. Isabella si era innamorata di lui. Voleva conoscerlo. Malinverno aveva scelto un avatar che raffigurava un pinguino, gli erano sempre piaciuti i pinguini; le rispose che aveva sessant'anni...non gli sembrava il caso. Ma Isabella insisteva. Con la caparbia tenacia dei giovani gli spiegò infinite volte che non era interessata all'aspetto fisico, ma alla sua anima. Al suo ingegno tanto vasto. Alla fine, Antonio Malinverno acconsentì. Provava molta paura all'idea di incontrare una ragazza così giovane, sapeva che, al di là della differenza di età, egli non era prestante, nemmeno da ragazzo era stato bello. Tuttavia Isabella era riuscita a stregarlo. Non sapeva cosa sarebbe successo, non voleva porsi domande alle quali non avrebbe potuto rispondere. Ma desiderava vederla. Parlare con lei. Assaporare il suo profumo. Bearsi della sua avvenenza. Fissarono un appuntamento in una città a metà strada. Entrambi descrissero come si sarebbero vestiti.

Sebbene fosse il 14 febbraio, il clima era mite. Nel cielo azzurro splendeva un sole che sapeva di primavera. Antonio Malinverno si fermò a pochi passi da Isabella. Sorrise nuovamente. Questa volta in modo più convinto. Ma poi...vide un'ombra passare nello sguardo della ragazza. Cercò di interpretare l'espressione di quel viso tanto bello, di dare un senso alla nuova luce che passava in quegli occhi, di capire il motivo della strana piega che aveva assunto la sua bocca. Non ne ebbe il tempo. Isabella si voltò e fuggì
  via.

martedì, 17 luglio 2007,07:51
"A mille ce n'è nel mio cuore di fiabe da narrar
venite con me nel mio mondo fatato per sognare..."
 
 
Una polverosa cantina, un oscuro sottoscala affollato di vecchie cose utili ed inutili lasciate lì per anni. Nessun motivo per far girare rumorosamente la chiave arrugginita nella toppa; nessuna voglia di respirare l’acre odore di umidità che nel tempo aveva intriso mura, scatole ormai consunte e tanto altro. Ci sono porte che vengono chiuse con apparente noncuranza ma con l’inconscia consapevolezza che non vi sarà mai più ragione per aprirle. Ma in quella tiepida notte di un tempo che non c’e’ bisogno di definire, i miei passi si volsero verso quel sottoscala. La mente brulicante di pensieri: il mio ieri, l’oggi; ansie e problemi, fallimenti e speranze perdute; sogni svaniti e tenerezza inespressa e mai ricevuta. Ma qualcosa di diverso aleggiava nell’aria. Il silenzio, rotto in lontananza dai suoni festosi di una festa paesana, sembrava volermi parlare e lo fece. Scendere le scale, andare a cercare quella vecchia chiave e dirigermi verso la porta della cantina furono gesti che compii movendomi come un sonnambulo, che solo nel sonno vive la realizzazione dei propri desideri, e vaga invano nella speranza di vederli esauditi. Eppure ero sveglio, lucido come forse mai ero stato e consapevole di ciò che stavo andando a cercare.
Uno stridulo cigolio e l’aria umida mi avvolse. Fatto scattare l’interruttore, non appena la luce fioca e giallastra mi permise di scorgere tutto quel passato accatastato, iniziai a cercare. Non ci volle molto per trovare il mio indimenticato libro di fiabe e, presolo tra le mani con la stessa cura che si ha nel maneggiare una reliquia, soffiai sulla copertina e sul dorso per cacciare la polvere prima di sedermi su un vecchio sgabello ed iniziare a sfogliarlo. Non so quanto tempo passò, ma ricordo che, mentre leggevo l’avventura di uno dei miei eroi di infanzia, una voce iniziò a parlarmi direttamente dal cuore invitandomi con decisione mista a dolcezza ad ascoltare:
“Tu sai chi sono; forse non vorresti saperlo ma è giunto il tempo in cui tu mi riconosca e, soprattutto, che riconosca a te stesso che io esisto, vivo in te e sono te…” .
“Continua…” mi scoprii a risponderle… “Sei tu ad avermi portato qui, vero?”
“Si! Sono stato io o forse dovrei dire che sei stato tu perché, anche senza rendertene conto, mi hai permesso di guidarti”
“Allora tu sei…”
“Io sono colui che tu ti neghi di essere; il tuo amor proprio, il tuo coraggio, la padronanza di te, il tuo sorriso, l’amore che hai da dare e che fino ad ora non hai avuto motivo alcuno di dare”
“Ne abbiamo avuto filo da torcere, vero?” continuai…
“Già. Ma ora siamo qui e questo significa che il momento di agire è arrivato; hai fatto il primo passo, il primo di tanti. Ti sei dato la meta e lei sa che sei già in viaggio e la raggiungerai…”
“Mi aiuterai?” chiesi
“Ormai mi hai permesso di rivivere, ti sei riconosciuto il diritto di vivere. Ci hai messo tanto tempo ma cel’hai fatta. Ora andiamo avanti, passo dopo passo, e il tuo desiderio sarà esaudito”.
Rimasi immobile per pochi istanti; poi mi alzai, guardai tutte quelle vecchie cose impolverate con l’espressione di chi le sta salutando per sempre e uscii dal sottoscala richiudendo la porta a chiave.
Tra le mani, il mio libro di favole ancora aperto alla pagina dalla quale iniziava l’avventura di Aladino e la lampada meravigliosa. Il genio, il mio genio, finalmente era tornato a parlarmi ed io, già l’indomani, sarei riuscito a fuggire dalla tetra caverna nella quale mi ero rinchiuso per correre al castello a realizzare me stesso.
by laltroio | commenti (3) | commenti (3)(popup)
Link | categoria:rinascita
venerdì, 13 luglio 2007,06:30
Deve fare un gran freddo là fuori, oltre il vetro, al di là di questa finestra che mi separa da un mondo che, ora, voglio tenere distante. Non vedo nulla di quello che sta fuori, se non un pallido riflesso di me, che si appanna al ritmo del mio respiro.
Penso.
Lo so, pensare a volte fa male, come schiantarsi contro un muro.
O come vedere il proprio sogno ridursi in mille pezzi, così, in un soffio.
Come mi sento? In questo momento, male. Ho voglia di piangere. Posso?
Voglio sentire una mia lacrima che scende giù per la guancia e arriva fino al limite delle labbra per poi rimanere appesa lì, indecisa se cadere o aspettare. E voglio sentire quella successiva che segue la strada percorsa dalla precedente e spingerla giù oltre il gran salto.
Mi sento fatta di sospiri e brividi.
Mi sento come quella nebbia che ogni tanto si alza al mattino presto, sopra i campi fuori dalla caotica realtà cittadina. Una nebbia che non si sa mai se sta per sparire o per diventare più fitta.
Forse svanire sarebbe la soluzione migliore... anche se, in effetti, la nebbia se ne va con l’arrivo del sole, giusto? ...questo credo voglia dire qualcosa, ma non ho voglia di cercarne il senso, non adesso.
Non lo so, non so più niente.
Vorrei essere solo quel pallido riflesso di me sul vetro.
Un riflesso che non sente, non vede, non pensa e non sogna.
Eppure sono qui, con la testa appoggiata alla finestra, a giocare col fiato e i miei sogni, a guardarmi trasparente, a vedermi del colore del cielo, con le nuvole al posto degli occhi, il volo di una rondine sulle labbra e gocce di pioggia al posto delle lacrime, o forse è tutto il contrario, ma non importa.
Lascio che lacrime, sogni e respiro mi scaldino ancora un po'.  
Deve fare un gran freddo là fuori, oltre il vetro.
by AnimaNera | commenti (7) | commenti (7)(popup)
Link | categoria:di luce e di ombra
martedì, 10 luglio 2007,13:31
Non si è mai capito perché i cani son sempre soli, a me pare invece il contrario. Si nasce soli soffocati da un singhiozzo di pianto nell’apprendere quanto è doloroso respirare, si muore soli nella paura di esserlo. Nella vita ho sempre cercato di fuggire dalla solitudine, a volte chiedendo a volte dando, sono stato compagno di sassi trovati in riva al mare, di carte da gioco scompagnate, di sguardi altrove, e di quella vaga sensazione di smarrimento dove ti chiedi dove sei e se ci sei. Ma come sempre avviene prima o poi si devono sempre fare i conti con noi stessi, gli amici, gli amanti, è gente che nel tragitto della vita scende sempre a una fermata diversa della tua. Allora è li che affiora la paura di guardarsi dentro, di parlarsi, di accettarsi, e piuttosto di cedere a se stessi si scandaglia l’agenda per capire se è rimasta una vaga possibilità per pensare ad altro anche a ciò che non ti è mai interessato. A Berlino rimasi incantato da un giovane che parlava di fronte a una seggiola vuota, forse sapeva che quella tazza di te davanti a lui sarebbe sempre rimasta piena, forse sapeva che la sua discussione era dentro se stesso e non c’era nessuno ad ascoltarlo. Quante volte seguivo il flusso della folla all’uscita dagli uffici annullandomi, perché talvolta più numerosi si è e più ci si sente soli. Nella solitudine l’io si amplifica e si finisce sempre immancabilmente per piangersi addosso. Non siamo fatti per essere soli, si dice comunemente ma a volte è necessario rimanerci, per riflettere se stessi, per prepararsi un piatto di pasta o la colazione per il giorno dopo.
by miskin | commenti (5) | commenti (5)(popup)
Link | categoria:scritto nel sottosuolo
venerdì, 06 luglio 2007,10:13

Nelle grandi città come Milano esistono mondi sotterranei in cui migliaia di persone dai profili totalmente differenti si allineano come formiche laboriose: modelle con book fotografici, casalinghe, tate peruviane, donne e uomini in carriera, studenti. Io sono fra queste persone,una delle tante. Nel mondo sotterraneo c’è  caldo e puzza, odori spesso insopportabili, il più potente e’ quello di ferro bruciato. Mangio la cioccolata dei distributori automatici, ne solo golosa. Mi lecco le dita sporche di cacao e di città. I treni rumoreggiano sui binari spostando l’aria, raffreddandola per un istante fra folate e fumo. Salgo su un vagone a caso, mi sistemo sui sedili ed osservo le facce di chi è seduto davanti o di fianco. Talvolta desidererei estrarre il quaderno dalla borsa per poter prendere appunti sulle persone. La volontà persistente di non volere incontrare  uno sguardo e’ del tutto manifesta. Nessuno si cura di me, l’anonimato e’ d’obbliga nel mondo sotterraneo. Mi piace prendere il metrò, a volte mi siedo senza badare alla destinazione, fisso la mia immagine sui finestrini opachi dai vapori,aliti, pensieri. Ogni volta che c’e un superficie su cui rispecchiarmi lo faccio,ma non per vanità,solo per scrutare le continue e impercettibili trasfigurazione del mio viso. Ho bisogno di tenere sotto controllo i miei lineamenti in caso mutassero improvvisamente. Non si sa mai, da un momento all’altro potrei diventare un insetto,un cappello,una vecchia. Quello che vedo questo pomeriggio: una ragazza con  i capelli in ordine, forse troppo lunghi.Due occhi bianchi come vetro o come margherite. Segni sulle schiena, vecchie ferite, graffi procurati prima della perdita delle ali, o forse, solo dell’innocenza. Tutto qua. Mi faccio cullare dalla musica delle fisarmoniche di bambini zingari,porgo nei loro cilindri di cartone monetine mentre un transessessuale con calle di pizzo volteggia come una ballerina di carrilon. Fermata Porta Garibaldi. Scendo.

 

by stella2682 | commenti (18) | commenti (18)(popup)
Link | categoria:linea rossa
domenica, 01 luglio 2007,16:44
Accorgiti dei papaveri,
in un campo di grano.
Accorgiti dei colori del tramonto,
che svaniscono piano piano.
Accorgiti del cielo stellato,
paesaggio solitario e dolce.
Accorgiti che fai parte di un mondo,
che sei tu stesso creatura.
Ricordati della tua naturalezza 
e sentiti ancora felice perchè tu
fai parte di un mondo.
Vivi come un falco che vede il mondo dall'alto
e sa cogliere tutto il paesaggio.
Ricordati, non sei essere
staccato dalla natura.
Ma sei uomo! E come esso devi vivere.
Non attaccarti a cose materiali,
sentiti libero, poichè esse ti tengono,
come un prigioniero triste.
Vivi come un'allodola
che si accontenta di poco.
Senti il profumo dell'erba,
bagnata di rugiada.
Cammina piano,
non lanciarti nel successo e nella ricchezza,
poichè il vero eroe non è il potente,
ma colui che protegge questo mondo
e lo innaffia d'amore: come un fiore delicato.
 
by Lallylake | commenti (9) | commenti (9)(popup)
Link | categoria:le onde della breva