IL RE DELLA FORESTA
Di tacchini ce n'era una infinità. Dei tacchini l'unica cosa che si rimarcava era questa, che li trovavi un po' dapertutto. Pioveva e loro lì, a zampettare nella fanghiglia. Al sole forte, quando normalmente avresti preferito il fresco di uno scavo nella terra sotto un cespuglio, se ne stavano a guardare di sbieco il paesaggio tremolante d'afa, o il sole stesso, nel bel mezzo delle rocce dove il caldo pareva infuocarsi. Che fosse un bene o un male, questa specie di atttitudine, nessuno allora avrebbe potuto dirlo, anche se, come sempre, le opinioni c'erano tutte.
Non era un brutto posto la foresta. Quando te la potevi godere era impagabile. Tutti quei colori, quei profumi. Mi ricordo certe sere. Capitava che salivi su un ramo, magari per caso non eri stanco. Trovavi un sedile comodo all'incrocio dei rami e poi, in mezzo alle foglie, s'apriva uno squarcio sul grande e scuro blu del cielo, che avresti detto messo lì solo per te. Magari era uno squarcio così bello da sembrare un quadro, un quadro che respirava, si sentiva quel poco di vento che ti accarezzava, ti solleticava. Anche il cuore pareva acquietarsi.
Beh, poi c'erano i tassi, tutti avrebbero voluto essere tassi. Potevano mangiare di tutto - non è che dovevano mangiare per forza o semi o carne o lattuga - e solitamente lo facevano. Qualcuno li aveva visti mangiare carogne, sebbene fosse difficile osservarli, essendo molto schivi. C'erano topi, volpi, istrici. Lo ripeto, erano i tacchini quelli che si vedevano di solito, però c'erano anche altre razze. I topi, per esempio, avevano il cervello fino. Però stavano perlopiù rintanati. Dicevano che il mondo puzzava abbastanza, lontano dai loro buchi.
E un giorno arrivò Pick. Pick era un tacchino, neanche tanto grande. Qualcuno dice che ci fosse qualcosa nel nome. Infatti, a forza di nominarlo, Pick, Pick, Pick, veniva in mente che fosse un suono quasi magico, specialmente per quello che successe dopo. Ebbè, dopo che Pick divenne quel che divenne, bastava dire Pick e si rizzava il pelo a tutti. Molti vedevano in lui un modo diverso di mettere le zampe a terra. C'è chi diceva che avesse dei nervi in più.
Pick divenne un capo. Il capo dei tacchini. Prima pensavo di avere paura di Pick perchè era speciale. Quando è finita, ho capito che lo pensavo speciale solo perchè avevo paura di lui. A dispetto di quello che mi ripeteva la testa, però, per un bel pezzo il mio corpo ha continuato a intimorirsi, se sentiva quel nome. Dopo ho anche capito che la stella di Pick brillava di riflesso. Più tacchini c'erano nel codazzo di Pick e più uno si sentiva intimorito da Pick e non dal codazzo, che invece era la cosa più importante. I tacchini erano tanti, non erano schizzinosi e godevano nel fare codazzo. E quando Pick li portò a bere sangue ci andarono. Pick divenne il re della foresta.
Una volta uno dei tacchini - lì per lì m'ero convinto d'aver sognato - s'era buttato su Pick. Non gli era arrivato abbastanza vicino; era stato finito a beccate e portato via. Non si seppe null'altro di lui e lo dimenticammo.
Poi è finita, com'era cominciata. Prima gli ha detto bene, poi male, a Pick. Tanti vogliono essere un capo, ma non c'è pera che diventi mela, se alle stelle non piace. I tassi sono grassi come prima, forse addirittura più di prima. I topi sono nei loro buchi. I tacchini sono tornati sotto il sole. Eh già. C'è anche questo. Che è difficile far finire i tacchini sulle braci. A meno che qualcuno non ce li porti, in fila, uno appresso all'altro.



