Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 29 giugno 2007,11:24

IL RE DELLA FORESTA

Di tacchini ce n'era una infinità. Dei tacchini l'unica cosa che si rimarcava era questa, che li trovavi un po' dapertutto. Pioveva e loro lì, a zampettare nella fanghiglia. Al sole forte, quando normalmente avresti preferito il fresco di uno scavo nella terra sotto un cespuglio, se ne stavano a guardare di sbieco il paesaggio tremolante d'afa, o il sole stesso, nel bel mezzo delle rocce dove il caldo pareva infuocarsi. Che fosse un bene o un male, questa specie di atttitudine, nessuno allora avrebbe potuto dirlo, anche se, come sempre, le opinioni c'erano tutte.

Non era un brutto posto la foresta. Quando te la potevi godere era impagabile. Tutti quei colori, quei profumi. Mi ricordo certe sere. Capitava che salivi su un ramo, magari per caso non eri stanco. Trovavi un sedile comodo all'incrocio dei rami e poi, in mezzo alle foglie, s'apriva uno squarcio sul grande e scuro blu del cielo, che avresti detto  messo lì solo per te. Magari era uno squarcio così bello da sembrare un quadro, un quadro che respirava, si sentiva quel poco  di vento che ti accarezzava, ti solleticava. Anche il cuore pareva acquietarsi.

Beh, poi c'erano i tassi, tutti avrebbero voluto essere tassi. Potevano mangiare di tutto - non è che dovevano mangiare per forza o semi o carne o lattuga - e solitamente lo facevano. Qualcuno li aveva visti mangiare carogne, sebbene fosse difficile osservarli, essendo molto schivi. C'erano topi, volpi, istrici. Lo ripeto, erano i tacchini quelli che si vedevano di solito, però c'erano anche altre razze. I topi, per esempio, avevano il cervello fino. Però stavano perlopiù rintanati. Dicevano che il mondo puzzava abbastanza, lontano dai loro buchi.   

E un giorno arrivò Pick. Pick era un tacchino, neanche tanto grande. Qualcuno dice che ci fosse qualcosa nel nome. Infatti, a forza di nominarlo, Pick, Pick, Pick, veniva in mente che fosse un suono quasi magico, specialmente per quello che successe dopo. Ebbè, dopo che Pick divenne quel che divenne, bastava dire Pick e si rizzava il pelo a tutti. Molti vedevano in lui un modo diverso di mettere le zampe a terra. C'è chi diceva che avesse dei nervi in più.

Pick divenne un capo. Il capo dei tacchini. Prima pensavo di avere paura di Pick perchè era speciale. Quando è finita, ho capito che lo pensavo speciale solo perchè avevo paura di lui. A dispetto di quello che mi ripeteva la testa, però, per un bel pezzo il mio corpo ha continuato a intimorirsi, se sentiva quel nome. Dopo ho anche capito che la stella di Pick brillava di riflesso. Più tacchini c'erano nel codazzo di Pick e più uno si sentiva intimorito da Pick e non dal codazzo, che invece era la cosa più importante. I tacchini erano tanti, non erano schizzinosi e godevano nel fare codazzo. E quando Pick li portò a bere sangue ci andarono. Pick divenne il re della foresta. 

Una volta uno dei tacchini - lì per lì m'ero convinto d'aver sognato - s'era buttato su Pick. Non gli era arrivato abbastanza vicino; era stato finito a beccate e portato via. Non si seppe null'altro di lui e lo dimenticammo.   

Poi è finita, com'era cominciata. Prima gli ha detto bene, poi male, a Pick. Tanti vogliono essere un capo, ma non c'è pera che diventi mela, se alle stelle non piace. I tassi sono grassi come prima, forse addirittura più di prima. I topi sono nei loro buchi. I tacchini sono tornati sotto il sole. Eh già. C'è anche questo. Che è difficile far finire i tacchini sulle braci. A meno che qualcuno non ce li porti, in fila, uno appresso all'altro.

by PAPPINA | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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martedì, 26 giugno 2007,07:18
Come un vampiro scivolo nella notte, incurante del vento pungente che si accanisce sul mio volto. E’ finita. E malgrado il dolore terribile che mi prende a botte come fossi in un incontro di boxe, mi sento anche più leggero.
Non ce la facevo più e nello stesso tempo ne ero assuefatto. Drogato. Drogato di quell’amore così intenso e passionale e ispirato, che se capita una sola volta nella vita puoi dirti fortunato. Lei era ...tutto ciò che desideravo, il mio sogno realizzato. Peccato che fosse il momento sbagliato per entrambi. Quante notti abbiamo trascorso insieme con la paura di incontrare qualche amica di mia moglie o collega di suo marito. E quante volte invece sfrontati e ribelli ci siamo abbracciati in mezzo alla folla, col sole negli occhi e nel cuore, baciandoci come se l’unico nostro scopo al mondo fosse quello. Assaporando ogni istante, giocando con le nostre lingue e le labbra. Dio quanti ricordi. Mi appoggio al parapetto di questo ponte e cerco di riprendere fiato. Ogni angolo di questa dannata città sembra essere lì apposta per torturarmi. Ecco laggiù per esempio. C’era musica quella notte, un suonatore che sull’altro ponte più turistico anche a quell’ora stava rallegrando i passanti, e le note arrivavano fino a noi, trasportate dal vento. Io ti ho preso la mano e ti ho invitato a ballare, soli, sotto la luce debole di quel lampione: tu mi ha sorriso, quel sorriso che mi faceva finire in paradiso quando era rivolto a me. E così quella manciata di secondi si è trasformata in un ricordo eterno. Ancora mi sembra di rivederci mentre ci muoviamo seguendo la musica, mentre ci guardiamo ogni centimetro del viso, mentre le nostre labbra si uniscono in un bacio che nella nostra mente non avrà mai fine. Per far si che le parole ti amo riuscissero ad esprimere davvero tutto la mia passione, le mie emozioni e i miei sentimenti per te, avrei dovuto ripetertele all’inifinito.
Alzo gli occhi al cielo e le lacrime rimangono lì in bilico per un attimo. Non ti vedrò mai più. Non ci sarà nessuna come te amor mio. Ormai sarò costretto a vivere senza cuore, perchè tu me l’hai rubato. Non so come saranno i giorni che mi aspettano. Dovrò fingere con mia moglie e i miei figli di essere un marito e un padre soddisfatto? Sono un vigliacco lo so, sono un dannato vigliacco. Loro meritano di più. Dio, ho sempre odiato questa frase. E ora ecco che la dico persino a me stesso. Ma nessuno può capire! Nessuno! Sono una pianta a cui hanno tagliato le radici. Sono una farfalla con un’ala strappata. Sono una foglia su un albero, in attesa del mio momento di cadere e morire. E si che mille volte ho giurato e spergiurato che non sarei mai diventato schiavo d’amore. E ora guardatemi! Ho perso l’anima, la dignità, il cuore. Tutto.
Ho ripreso a camminare e senza accorgermene sono tornato sotto casa tua. Le finestre al primo piano sono chiuse e buie. Ma accanto al portone d’entrata c’è una piccola scatola quadrata con un biglietto. Il mio nome, la tua calligrafia. Quando la apro, sento il sangue scorrere più in fretta e questa volta lascio che le lacrime scendano libere, accompagnate dai singhiozzi di un pianto in cui, in nessun altro momento della vita, avrei avuto il coraggio di abbandonarmi. Le mie mani tremano mentre lo tiro fuori dalla scatola e lo stringo forte: un cuore rosso morbido e vellutato, con un biglietto appuntato sopra: “ti restituisco ciò che ti appartiene. Non perderlo più, e lascia che ogni battito ti porti sempre più lontano”  
Scappo via, corro nella notte, lontano, stringendo il cuore nella mano, ascoltando quel battito cui da troppo tempo avevo smesso di prestare attenzione.
by AnimaNera | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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venerdì, 22 giugno 2007,08:44
La tangenziale si srotola senza fretta sotto i cavalli della mia auto; un aeroplano decolla alla mia sinistra; è il volo del mattino per Bruxelles, sempre puntuale, sempre quello da anni. Lo osservo mentre la sua sagoma regolare esplode in mille riflessi quando un raggio di sole, ancora arrossato, lo accarezza. Mi sento come se stessi salutando un vecchio amico col quale a volte ho viaggiato e che tutte le mattine osservo mentre parte per una destinazione nota. Quando scompare nel blu la mia attenzione torna alla strada, al mio percorso nel quale musica, quotidianità, gioia immensa e malinconia si intrecciano, si fondono, generando stati d’animo diversi di secondo in secondo. Guido piano, senza fretta; sono in anticipo ma non è il frutto di un errore né colpa della sveglia. Essere in anticipo significa più tempo per essere uomo, prima che i doveri del giorno mi rendano macchina; mi permette di parlare a me stesso, di dedicare pensieri affettuosi a chi, nello stesso momento, si sta chiedendo dove io sia e come mi senta. E’ un momento di comunione di anime affini che si cercano anche quando la realtà non è quella desiderata. Il suono di un clacson mi dice che forse dovrei permettere alla mia auto di liberare più energia ma chi mi ha rivolto quel gesto di insofferenza evidentemente non sa che un autovelox è a soli duecento metri, pronto ad immortalare un piccolo peccato di velocità. Conosco così bene questo tratto di strada che la prudenza e i luoghi dove questa deve essere maggiore non necessitano l’ausilio della vista per essere individuati. In fondo sono così anche nella vita o almeno mi adopero per esserlo: ci sono momenti e circostanze nelle quali non c’è, o non dovrebbe esserci, bisogno di un segnale tangibile per rendersi conto che è il momento di essere cauti. Eppure l’errore è lecito; succede che il piede si faccia d’improvviso più pesante sul pedale anche senza che l’accorto automobilista se ne avveda. Succede che la delicatezza dell’anima e la bontà delle intenzioni si lascino d’un tratto fuorviare da uno stato d’animo passeggero che, maligno, filtra lo splendore della realtà. Ancora poche centinaia di metri ed eccomi al parcheggio, il punto dal quale dovrei diventare macchina e tale rimanere per le otto ore successive. Ma non cederò, non rinuncerò ad essere io, non impedirò al batticuore di togliermi il fiato anche solo per un istante. Voglio essere così, ancora capace di commuovermi per il rosso di un alba o per la poesia di un volo che inizia.
by laltroio | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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martedì, 19 giugno 2007,10:49

Il Grande Salto

Non puoi farlo! Non credere che basti sempre la volontà! Dove li metti i mezzi, le possibilità, le disponibilità, le capacità?

Non riuscirai a vedere nemmeno un bordo del tuo sogno materializzarsi dal fumoso tratto in cui ora esiste. Lascialo lì, magari saprà introdursi in altri mattoni più solidi, stabili, possibili. Ed avrà una vita.

Ora no, non è tempo.

Non puoi farcela.

Ogni cosa al suo tempo. Volere è potere hanno lo stesso rapporto di mare e sabbia. Coesistono in un quadro meraviglioso, il primo crea l'altro. Ma, a volte, capita che ci siano solo rocce. Il panorama può essere ugualmente affascinante, ma è più subdolamente pericoloso, più inavvicinabile.

Stai attento! Ripensaci!

Ma non le diede retta.

E per qualche istante almeno, volò.

 

by maestrobuitre | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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giovedì, 14 giugno 2007,23:22
Una vecchia arcigna con un grande naso aquilino, piena di rughe scavate sul viso, mi guarda con aria di rimprovero, è bassa e ha gli occhi umidi velati di bianco, ha un neo sporgente proprio sulla punta del naso e una collana di perle nere al collo lungo e cadente, ansima e rantola rancori assopiti, della sua bocca vedo solo una cavità scura, i denti sono piccolissimi limati dal digrignare notturno. Ha un mantello nero di velluto che le nasconde tutto il corpo, solo in un punto fuoriescono le mani dalle dita tozze e inanellate da gingilli barocchi. Si muove lentamente e il suo volto non cambia espressione, è una maschera sporca di rancore e risentimento, la sua anima è impenetrabile, il suo cuore raggrinzito e atrofizzato. I capelli candidi sono raccolti dietro, in una crocchia appuntata da un fermaglio rosso scuro che brilla. La stanza dove mi trovo ha i pavimenti in marmo verde a scacchi bianchi. Le pareti sono coperte da tappezzeria consumata che raffigura paesaggi fiabeschi, rovine di castelli, laghi avvolti nella nebbia, navi in tempesta. Vicino a me una vecchia poltrona damascata con passamaneria dorata e ricamata, appoggiati allo schienale alcuni cuscini colorati di verde, smeraldo, giallo di Napoli, blu oltremare, tutto sembra essere lì da tempo immemorabile, il soffitto a cassettoni è dipinto con una sequenza di segni zodiacali. Le tende sono di un velluto spesso e lavorato, raccolte da cordoni con fiocchi attorcigliati su se stessi. C’è un odore di talco e di aria stantia, quello che si sente nelle stive delle navi. La porta in mogano scuro e lavorata a bassorilievo è aperta e da su una piccola sala d’attesa dove al centro vedo un tavolo rotondo con il piano in marmo rosso.Sul tavolo c’è una chiave che si riflette in un veccchio specchio fumè. Vicino alla chiave un piccolo cofanetto racchiude un carillion che suona un motivo opalescente, magico. Il motivo è il solo suono che sento, è ripetitivo, meccanico, perpetuo. La vecchia si gira, apre lentamente la finestra, l’aria fredda mi invade il viso, fuori nell’oscurità vedo le luci fioche di un lontano villaggio, la luna avvolta nelle nuvole emana un bagliore sfocato. Si sente un treno passare, l’orologio a pendolo rintocca le dieci e si mescola al suono in lontananza del carillion. La vecchia alza le braccia e il suo mantello si trasforma in due grandi ali nere, poi il vento la alza nell’aria e planando nell’oscurità vola via.
by miskin | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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martedì, 12 giugno 2007,00:37

UNTERGANG

1.

"Che bella pelle hai. Così chiara. Con questa luce sembra quasi azzurra." Guardava il corpo di lei, disteso. Con la punta delle dita le sfiorava l'incavo del braccio destro. Con lo sguardo continuava a percorrerne la linea delle gambe, distese l'una sull'altra. I piedi ben fatti, dolci a dirsi, le unghie curate, dolci anch'esse, le caviglie, i polpacci e le cosce che parevano ancora calde di profumo. "Come sei bella. Come sei giovane. Tu sei l'amore." L'amore si poteva godere e capire solo a quest'età. Più avanti si sarebbe capito il sesso, la meccanica, l'idraulica, i tempi perfetti; come spremere da ogni fibra il succo da bere. Ma quell'incanto, quella golosità, quell'innocente cogliere, pieno e appassionato si poteva avere solo a quell'età. Pochi anni, prima di sfiorire. Lui era sfiorito senza cogliere nulla. Nè corpi, nè passioni. Neanche una idea appassionata, neanche un interesse. Aveva camminato per la vita come se l'avesse fatto lungo il corso di una città, vestito come si doveva, senza che gli piacesse la città, il vestito, il corso e nemneno il giorno in cui stava camminando. E adesso che era arrivato alla fine della strada, e adesso che davanti a lui c'era solo un lungo tetro fosso in cui scivolare, e s'era reso conto di quanto fosse stato misero, meschino, quel suo camminare, aveva solo paura. E rabbia. 

2.

Cadde prima una goccia abbastanza grossa e densa. Poi due più piccole, quasi attaccate. Dopo di loro cominciò a colare un filo di sangue, pendeva dal collo giù fino al pavimento. Guardò a quel filo bruno con un po' di fastidio. Lo distraeva dalla contemplazione di quella bellezza azzurrina, nuda vicino a lui. Nuda e stesa e così azzurrina. Forse non avrebbe voluto ucciderla. Ma si sentiva come in un tempio. Il mondo era un tempio, un tempio profanato, il tetto crollava, le colonne crollavano, quasi tutto sprofondava nel buio, e la luce c'era, sì, splendeva ancora oltre le nuvole così nere e spesse da togliere il fiato, ma certo era una luce troppo lontana da raggiungere. Era qualcosa che si ritraeva, piuttosto, si ritraeva dal tempio. E lui era solo l'ultimo a commettere un piccolo peccato, l'ultimo fra gli altri. Non aveva mai assaggiato nulla e tra poco sarebbe stato troppo vecchio per farlo. Ma aveva ancora i denti, e la luce se ne andava e lui non era che un sughero nel gorgo, un gorgo che risucchiava gli utlimi suoi anni, e le umane cose, dove ognuno strappava la benedizione del cielo all'altro, rapinoso come più poteva essere, più voglioso del fondo, visto che il fondo s'avvicinava.

3.

- Quando uno è vecchio non lo vuole nessuno. Meno che mai una ragazza giovane. Ed è giusto che sia così. Cosa c'entra una vita pulsante, cosa c'entrano due gambe sode e nervose come una trota con due mani secche, con una bocca sfatta, con una carne annacquata e incapace? Ma perchè? Perchè? Perchè non si può tornare indietro?  Perchè le cose si perdono per sempre? Perchè tu, che ora giaci, non ti innamorerai più di me? Perchè non avrai più gioia per il mio corpo affranto? -

4.

Più di tutto, ora che gli era passata l'eccitazione, avrebbe voluto quasi morire. "Quasi" perchè in realtà sognava solo di essere traghettato da qualche divinità su una specie di barca luminosa, una grande nave luminosa, una nave che salpasse serena e cancellasse, viaggiando su un mare d'oro, la sofferenza. La sua, piccola. E poi tutto il dolore che si portava appresso ogni storia di ogni uomo, da quando c'erano gli uomini. E il male, naturalmente. Il male che gli rimbombava in testa, e nel petto, opprimente a volte, a volte stranamente generoso.    


by PAPPINA | commenti (12) | commenti (12)(popup)
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domenica, 10 giugno 2007,13:24

IL MONDO FATATO DI PLASTICA

 

"Rendimi perfetta o mia beata bambola di plastica. Tu che non hai difetti,tu che non invecchierai mai e per l'eternità incanterai per le tue tette perfette che sfidano le leggi della gravità. Tu che non hai problemi di soldi, ma vivi nella modaiola villa malibù, hai persino un camper completamente rosa,una carrozza trainata da cavalli bianchi,una barca,una vespa,bambini che nascono già grandi,abiti appropriati per ogni occasione. Tu che hai tutto quello che il mondo di plastica possa offrire. Tu oh mio santo modello di immacolata armonia dei sensi. Tu che non hai cuore, ma solo gomma, non soffrirai mai per amore perchè Ken non ti tradirà mai con nessun'altra bambola perchè tu sei la più bella. L'unica, la magnifica,quella che tutti vogliono e non solo a natale" disse la bambina piccola e grassa spogliando Barbi e di seguito ken,facendoli adagiare vicino  e con rabbia feroce sbattere una sopra l'altro

"Cosi' si fa l'amore" pensò la bambina piccola e grassa,ricordando quello che aveva visto fare dalla sua cara mammina- perfetta- ricca-ubriaca con i suoi amici del branch."Una volta erano persino in quattro a giocare a fare l'amore,fra i quattro c'era anche il preside della mia scuola e il papà di Sara la mia compagna di banco" disse sospirando,quasi con invidia. La bambina piccola e grassa chiuse gli occhi. Con le mani giunte continuò a pregare la sua adorata barbie.

Pregò invocando la supplica a lei tanto più cara, da grande sperava e voleva incontrare anche lei un ken di carne e muscoli,tanto ricco da poterle regalare delle tette belle come le sue,un mento nuovo,una bocca nuova,la liposuzione, degli zigomi nuovi e magari anche una ricostruzione dell'imene, dato che tanto quella zona del corpo (che la sua cara mammina -perfetta-ricca-ubriaca le aveva spiegato che avrebbe dovuto utilizzare al più presto per entrare nel mondo delle favole) si era tanto mobilitato nella ricerca del ken perfetto,della villa perfetta, della macchina cabrio che avrebbe scambiato con il camper e la carrozza, tanto lei avrebbe viaggiato con l'aereo privato. In cambio aveva deciso di rinunciare al cuore ,tanto anche barbie era senza, cosi' comene era priva la sua cara mammina-perfetta-ricca-ubriaca,a cosa mai poteva servire? Quale scalpore esagerato per una minuscola parte del corpo insignificante. La notte arrivò, ma nella stanza della bambina non si spensero le luci e i sogni rimasero sospesi nel mondo fatato della plastica perfetta.

 

by stella2682 | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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lunedì, 04 giugno 2007,06:42
Piero pensava di farcela a oltrepassare l’incrocio, ma l'occhio giallo del semaforo, spalancatosi su di lui all’improvviso, lo convinse a frenare. L’area era video sorvegliata e di multe ne aveva già prese abbastanza. Fissò il rosso tamburellando sul volante: andava di fretta, come sempre. Davanti a lui i pedoni camminavano sulle strisce al rallentatore e questo acuiva il suo malumore. Poi il semaforo si spense del tutto. Piero lo guardò in modo interrogativo e, come lui, tutti quelli che aspettavano il via libera. Nessuno però si mosse, né nell’uno né nell’altro senso di marcia. Fu lo spaesamento generale, senza più quella regola su cui contare. Passarono altri secondi quindi il semaforo si mise a proiettare luce blu. Al posto del verde un profondo sognante color blu. Piero, anziché muoversi, uscì dalla macchina. Il conducente della vettura che lo seguiva si mise a suonare il clacson fino a quando, vedendo anche lui quell’inusuale colore, scese a sua volta, imitato da tanti altri. Il semaforo dava davvero luce blu. Un colore intenso come il cielo di alta quota o la profondità di un oceano ricco di pesci. Se ne stettero così, a bocca aperta, mentre la fila di macchine dietro di loro si allungava. Si era fatto un silenzio di pietra, per quell’ora, tanto che si sentiva il leggero brusio aleggiare tra gli astanti che non rimasero delusi. Dopo il verde scattò infatti il rosa, di un dolcissimo, tenero color pastello. «Ma è rosa!» esclamò uno indicando la luce come un bambino avrebbe potuto fare con un palloncino. «Sì, e prima era blu» fece un altro incredulo. Ma lo stupore era contagioso ed altri additarono quel colore lezioso, ridendo e scherzando, tirandosi per la maglia e chiamandosi l'un l'altro entusiasti. Quindi fu il turno del viola, come quello dei giaggioli a calendimaggio e poi del metallico verde di cui solo le foglie di ulivo si sanno vestire. E in rapida successione diversi altri colori imprevedibili in un caleidoscopio variopinto da far invidia a un arcobaleno. Un vigile urbano, intervenuto per ripristinare la circolazione, si avvicinò alla scatola dei comandi. In un punto era rotta e ne mancava un pezzo. Appena l’aprì si levò veloce una rondine che, spinta da un sospiro di vento, subito volò in alto. Tutti avevano ancora il naso per aria, per seguirla mentre rigava il cielo con il suo acuto stridio, quando il semaforo proiettò luce verde e il traffico lentamente scivolò via.
by briciolanellatte | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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venerdì, 01 giugno 2007,10:21
Amo addormentarmi
con il tuo profumo imprigionato nei capelli,
quando piombo nel sonno così come sono,  
troppo stanca per togliermi il mascara dalle ciglia,
troppo stanca per lavarmi i denti,
troppo stanca per piegare i vestiti sulla sedia.
Non mi viene a trovare nessun pensiero,
solo il sapore dei tuoi baci nella bocca
e un sonno da bambina incosciente
capace di farmi credere
che la vita è tutta lì,
che non c’è domani,
che non c’è oggi,
che non c’è dolore,
che non c’è libro,
che non c’è sapere,
che non c’è problema.
Mi accortoccio nel letto
stravolta e scomposta.
Dormo da impudica,
dormo da innocente.
Dormo.
by Lallylake | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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