Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
martedì, 29 maggio 2007,06:16
Penombra.
Muri.
Corridoi.
Un grigio silenzio avvolge i sensi.
Se ti trovi in un sogno? Sì, una specie... Entra pure, ma non fare rumore.
C’è qualcuno qui, qualcuno che forse conosci o forse no, non è importante, non per ora.
Guarda, là oltre quella porta. Nel buio della stanza, è solo un’ombra, seduta sul bordo del letto.
Le parole si sono perse nella sua mente e ora solo un’eco fantasma si muove dentro di essa. I suoi occhi stanno fissando il pavimento ma non vedono, non riescono a vedere i frammenti dello specchio che sparsi ovunque riflettono la sua immagine distorta e spezzata. Non vedono le macchie di sangue che, come in quadro astratto, creano strane forme dai contorni morbidi e sinuosi.
Nella sua testa non ci sono più parole, non ci sono più voci, quelle voci che urlavano e laceravano ogni cellula del suo essere, e che ad ogni grido le spalancavano le porte dell’inferno.
Sospese a mezz’aria, ferme, piume candide, come se fossero punti di un disegno visibile solo da molto lontano.
I tuoi occhi si stanno abituando al buio? Allora guarda bene sul letto. Il lenzuolo, una volta bianco, ha perso la sua purezza. Sfumature d’ombra nell’oscurità. Tra le pieghe, le riesci a vedere? ali, dello stesso colore dell’anima di un bambino, imbrattate da sangue ancora fresco. Le ferite sulla sua schiena nuda sono due larghe strisce verticali parallele da cui fuoriescono due monconi laceri e insanguinati. Sai quanta forza, quanta disperazione e quanta follia ci vogliono per fare questo?
No, non è un angelo. E’ solo un’anima, un’anima qualunque. Sai, tutti noi abbiamo le ali. Le ali dentro. Le percepiamo in momenti molto particolari, per esempio quando siamo innamorati, o quando siamo così felici che ci sembra di volare... ecco, ti svelo un segreto: non è solo una sensazione, la nostra anima vola davvero. Può portarci talmente in alto che il paradiso lo vedremmo solo guardando verso il basso. La maggiorparte di noi raramente dispiega le ali se non per brevi istanti, per poi tornare alla vita normale. Ma ci sono persone che percepiscono molto di più, persone che vivono costantemente al confine tra follia e normalità, che vanno oltre, capaci di guardarsi dentro, fin nel profondo di sè, fino a vedere le proprie ali. E a volte scoprire di poter volare, scoprire che la felicità non dipende dal caso ma da sè stessi, può paradossalmente distruggere ogni certezza su cui è basata la nostra piccola vita, come una folata di vento che spazza via il nostro bel castello di carte.
Ed è questo che ora stai guardando, l’attimo della scoperta. Talmente breve che sembra essere tutto immobile nel tempo e nello spazio. Ciò che credeva di sapere è stato frantumato in un solo istante, e ora non può altro che accettare e ricostruire. O lasciarsi morire. E’ una sua scelta.
Ma nulla è davvero definitivo, questo devi capire. Le ali ricresceranno, nonostante tutto, e le ferite si rimargineranno. Forse quando osserverà la propria immagine allo specchio, la vedrà in qualche modo diversa, forse chi guarderà attentamente nei suoi occhi capirà che qualcosa è cambiato, che la sua anima è stata in un posto dove pochi riescono ad arrivare. Forse avrà più paura di prima. Forse ogni passo che farà, sarà semplicemente uno in meno che deve fare.
Non rimarrà sempre così, come la vedi ora. Perchè niente rimane fermo per troppo tempo. Fuori di qui, il suo corpo sta aspettando che questa goccia d’eternità si decida a cadere, per poter ricominciare, capire, vivere o morire. E’ un momento delicato, nel quale il già esile confine tra sanità e follia si assottiglia diventando quasi impalpabile. Se è abbastanza forte, tornerà ad essere una persona, diversa da com’era, anche se di tutto questo non le rimarrà che una sensazione evanescente, come di un sogno fatto in un’altra vita. E lo stesso vale per te. Sei in un posto, in un momento che non ti appartiene, e non sarebbe giusto, capisci, che ricordassi tutto questo, perchè forse un giorno potresti essere tu quell’anima seduta su quel letto.
Ora via, esci da questo luogo, da questo sogno. Torna alla tua vita e che di questo ti resti solo una vaga impressione di già vissuto, un dejà-vu che ti sfiorerà la mente quando incontrerai una persona che già si è trovata di fronte alle sue ali dentro.
by AnimaNera | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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mercoledì, 23 maggio 2007,12:05

Buio

Silenzioso scivolo pesantemente fuori dal piccolo vano metallico. Luce artificiale dentro. Luce artificiale fuori.

I passi non sono, come quasi sempre, proposti con particolare attenzione da farmi rendere conto dell'impegno che il mio corpo ci mette per spostarsi.

Frugo fra le chiavi.

Troppe.

Trovo quella che mi serve. Apro la porta impedendo alla luce artificiale di sporcare il buio.

Chiudo tutto dietro le mie spalle. E m'immergo nel mio buio.

Lo conosco già così bene! Credo che il mio buio sia sempre lo stesso, in qualunque posto mi trovi, impiego sempre così poco tempo, per riconoscere tutto ciò che ricopre col suo nero unico, da essere ormai convinto di avere trovato un amico. Schivo, silenzioso, riflessivo.

Faccio tutto.

Tutto al buio.

Niente luce artificiale che ferisca il mio buio.

Niente luce artificiale che ferisca il suo sonno.

Continuo la mia infinita scivolata stancamente maestosa.

Qualche giravolta, pochi passi di una danza solitaria e mi spingo verso il riposo.

Anche oggi è finito.

E lei è sempre qui.

by maestrobuitre | commenti (13) | commenti (13)(popup)
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martedì, 22 maggio 2007,19:20

Stefano De Gregorio guidava per le vie del centro, in preda a una profonda insoddisfazione. Aveva scritto un libro, strappando le ore al sonno, rubando ogni attimo possibile alla giornata, finendo per perdere Silvia, che si era stancata dei suoi continui sbalzi d'umore e del suo atteggiamento distratto e lontano, come perso in altri mondi. Aveva scritto un libro bellissimo, e lo sapeva: in quel romanzo era riuscito a riversare le sue più profonde emozioni, aveva dato vita a personaggi che sembravano vivere sulla carta, tanto erano credibili e ben caratterizzati. La sua storia aveva un senso, era avvincente e ricca di poesia. Poi lo aveva mandato a dieci case editrici e, con l'eccezione di una che non si era nemmeno degnata di rispondere, aveva ricevuto nove risposte praticamente identiche. "La ringraziamo per averci inviato il suo manoscritto. Purtroppo siamo spiacenti di comunicarle che..." Stefano detestava il monotono lavoro di ufficio che gli era toccato in sorte, non amava i suoi colleghi, e aveva sognato di dedicare la sua vita alla scrittura. Ma evidentemente non stava scritto nelle stelle. Perso in quei cupi pensieri, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Era una serata gelida, sferzata dal vento del nord: nemmeno le luci e gli addobbi natalizi riuscivano a infonderle un minimo di calore. Si guardava distrattamente intorno quando notò il mendicante. Lo aveva visto molte volte su quella panchina, proprio di fronte al lago. Ora l'homeless sedeva tutto intirizzito, stringendosi nel sudicio cappotto che lo accompagnava da anni. "Poveretto!", pensò Stefano. Spinto da uno strano impulso, rallentò, parcheggiò la  macchina e si avviò in direzione del vecchio mendicante. "Vieni.", gli disse. "Stasera voglio che tu ti goda una buona cena, al caldo." Fece salire sulla Punto l'incredulo vecchio e lo condusse a casa sua. Quando entrarono nel piccolo appartamento, Stefano stappò una bottiglia di vino, e offrì un bicchiere al suo ospite. Poi apparecchiò la tavola, e preparò una cena a base di ravioli in brodo,  salmone, cestini gastronomici, prosciutto crudo e insalata russa. Il mendicante mangiò avidamente, e bevve quasi tutta la bottiglia di vino. Quando Stefano lo riaccompagnò sul lungolago e gli porse un biglietto da cento euro, il vecchio gli sorrise e gli disse:"Sei un uomo buono. Sicuramente la tua vita è bella e piena di soddisfazioni, perchè te lo meriti." Stefano alzò le spalle. Non intendeva sciupare l'atmosfera di quella serata parlando delle sue frustrazioni, del meraviglioso libro che aveva scritto e che nessuno avrebbe mai letto. Si salutarono, entrambi vagamente impacciati.

Due giorni dopo, Stefano De Gregorio andò a controllare la posta. C'era una lettera. Riconobbe immediatamente il marchio della casa editrice, l'unica che non gli aveva ancora risposto, la più importante. "Un  altro rifiuto!", pensò mentre apriva la busta. Scorse rapidamente il foglio. C'era scritto:"Siamo lieti di comunicarle..."

Quella sera, ubriaco di felicità, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Gli tornò alla mente il vecchio mendicante. Parcheggiò la Punto e si avviò in direzione della panchina. Voleva condividere con lui la sua grande gioia. Ma il mendicante non c'era.

lunedì, 21 maggio 2007,11:48
La sento chiamare in fondo alle onde del mare
viscida di vita s’aggrappa al faro della verità
e se io l’ho vista l’avranno vista tutti
sola nella notte d’inganno pronto a sfogliare la vita
come petali di paura

hanno regalato gli occhi
a chi si era dimenticato di averli

hanno nuotato tra giganti
e stretti a una crosta si respirava ancora

son ritornati narrando quello che cresce
chi dice e chi sente
by miskin | commenti (4) | commenti (4)(popup)
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venerdì, 18 maggio 2007,01:45
Il baccello dai fagioli d’oro.

Proprio stamattina mi trovavo nei paraggi di un baracchino che vende frutta e verdura da tutto il mondo, una sorta di santuario della freschezza. Sapevo che il proprietario teneva qualche fagiolo brasiliano da vendere ai clienti affezionati ma non pensavo certo di ammirare un enorme baccello di mezzo metro appeso al soffitto. Più che fagioli sembrano delle castagne schiacciate, se si scuotono sembra che abbiano un anima, io li ho sempre considerati dei portafortuna, quella avida voglia delle proprie cose che non servono a niente. So che in Brasile li grattano per ottenerne una specie di farina che poi cuociono. Come ogni portafortuna lo si regala a chi in quel momento ne ha bisogno e si finisce per rimanerne senza. Ho chiesto quanto costava il baccello, pensando che la mia fortuna si sarebbe moltiplicata e poi perchè mi divertiva camminare con un baccello di mezzo metro per le strade del centro. Il bottegaio con serietà conta il numero dei fagioli e mettendo a posto una prugna mi spara ottanta euro. Mi viene da ridere, ma poi mi monta una gran rabbia pensando a tutte le signore impellicciate che comprano con schizzinosa sufficienza primizie di ogni tipo che vanno contro al naturale corso delle cose. Me le immagino loro che per sconfiggere la noia fanno i selvaggi con il caviale. No dico non è proprio alla mia portata e poi questi fagioli in Brasile si scambiano con una manciata di riso o per qualche real. Si ma io sono l’unico che li ha in tutta la città e li metto al prezzo che voglio dice stizzito il negoziante, sarà dico io ma se li può anche tenere. Perchè lei cosa voleva spendere mi dice guardandomi dall’alto in basso con l’aria di chi non vuole perdere tempo, meno di quello che si può immaginare rispondo con poca importanza. Per giustificarsi mi dice sono sette euro a fagiolo e poi c’è il baccello che va calcolato a parte. Ringrazio saluto ed esco e mi dirigo verso la gioielleria di fronte, sentivo che la mia compulsione non si era placata e varcate le porte blindate con sollievo chiedo un anello d’argento che non superi gli ottanta euro.
by miskin | commenti (5) | commenti (5)(popup)
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martedì, 15 maggio 2007,10:44


D.T.

 

( si consiglia l’ascolto di brighton rock)




 

Questi giorni troppo uguali

Così chiari

Fino all’osso


 

Sveglia brioche solo oggi una volta a settimana il giorno dormire la sveglia e


 

Mi alzo dall’abbaino vedo la parete della montagna che lo riempie tutto copre il cielo la parete è spoglia solo molto più sotto la piccola cappella gli alberi


 

Mi alzo il parquet scricchiola sotto i piedi il tetto spiove sull’abbaino che s’apre sulle rocce alte troppo alte ma lassù io ci devo andare voglio vedere com’è


 

Mi alzo deve esserci una festa qualcosa la banda passa quasi all’ora della sveglia la montagna è sempre lì di fronte a me per i sentieri immagino il calore che s’alza dalle pietre secche e levigate


 

Il sentiero passa dietro la stalla costeggia una casa non avevo mai visto questi fiori gialli mentre li guardo mi sento osservato tre vecchi seduti sul piazzale – i proprietari dei fiori – mostrano la loro diffidenza dietro le sbarre della cancellata vado oltre


 

Ecco ora si comincia a salire mi lascio altre due tre case alle spalle entro nell’ombra del bosco il sentiero è tracciato per ora gli scalini sono solo la pendenza naturale della montagna e alcuni gradoni di roccia le cosce tirano


 

Il sentiero più avanti diventa una ripidissima salita fatta di scalini anche il cemento peccato preferisco quella scalette di metallo che vedo in alto passano in mezzo alle spine a volte tengo un tronco per andare su


 

Le cascate dell’Acquafraggia viste dal basso sono due trecce bianche mi era piaciuto starci sotto a sentire il bagnato sulla faccia non troppo è chiaro quanto basta per prendermi tutta la pioggia in faccia a me piace sentire l’acqua il freddo il caldo ricordarmi che sono per cui anche la fatica ma quello che mi portava su era quello che avrei potuto vedere la valle la nascita del precipizio in qualche modo qualche segreto


 

Il desiderio sì il desiderio la bellezza è il desiderio finché c’è il desiderio farò mille scale forse vincerò anche la paura il ponte di corda non lo so forse non lo desidero abbastanza


 

Una piccola piazzola tiro il fiato mi viene da pensare sì voglio proprio esserci lassù voglio proprio arrivarci se i due che sono con me non vogliono ci andrò da solo sarà anche più bello


 

Deve essere lì  manca poco


 

Ecco! Ci sono. Assieme allo sguardo persino il respiro sembra aprirsi. Altre cime più alte intorno, alcune innevate, tutto un vialone di luce e aria di fronte e in fondo, taciturno e piatto, il paese. La vegetazione è ancora fitta e io ci sto in mezzo. Arrivo fino ad una roccia piatta, ad un metro dai miei piedi l’acqua del fiume si riaccoglie in tre piccole pozze dove comincia a roteare e lentamente si avvia sembra strano ma lentamente si avvia a precipitare a diventare violenza e rumore. Solo poco più in là – con un paio di salti potrei arrivarci – lo sguardo non vede più nulla l’acqua va giù netta e si perde nessun digradare. Oltre questo piccolo deciso orizzonte si vede già il paesaggio sottostante, la dove finisce il salto e così il salto lo devi immaginare e così lo capisci, capisci quant’è grande.


 

Vorrei di più. Vorrei andare oltre. Posso arrivare dove comincia a piovere anche se ho paura di cadere giù. Ma gli è che come sono arrivato – e mi bruciavano le cosce quindi mi ero impegnato per arrivarci – già sentivo come se qualcosa  mi si consumasse dentro


 

E anche se arrivassi dove comincia a piovere lì in quell’esatto punto proverei qualcosa come se qualcosa mi si consumasse dentro – e questa cosa mi prende e sembra voler rovinare tutto


 

Mi piego mi sento come l’acqua che mi sta di fronte non è trasparente a quest’ora per via della luce e per l’angolo da cui la guardo è una massa grigiastra liscia sembra una roccia tra le rocce se non fosse che si muove che scorre ed è lucida


 

Anche lei cade

Anche lei cade

Anche lei cade


 

Anche lei torna

 

by PAPPINA | commenti (12) | commenti (12)(popup)
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giovedì, 10 maggio 2007,21:04

Sin da bambina sono stata attratta dai libri. Quando mi immergevo nella lettura, incurante del mondo che mi circondava, riuscivo a crearmi degli universi personali, a seconda di ciò che in quel momento stavo leggendo. Benchè fossi spesso malinconica, non ero tendenzialmente una bimba solitaria: giocavo volentieri con le mie amiche, tuttavia con un preciso limite di tempo cui non intendevo derogare; lo spazio dedicato ai romanzi, alle fiabe, ai racconti di viaggi, doveva in ogni caso occupare lo spazio principale della mia giornata.
Crescendo, non sono cambiata. Sebbene ami in modo perverso le scarpe, con i tacchi, ballerine, stivali e stivaletti, sandali e calzature sportive, la mia meta prediletta di shopping rimarrà sempre e comunque la libreria. Entro, mi guardo attorno, prendo i volumi per soppesarli, sfogliarli, annusarli (l'odore della carta ha un sapore unico, irresistibile, paragonabile soltanto a quello del mare, quando è battuto dal vento del nord, oppure di un bosco, nel momento magico del tramonto, dove sole e sera incombente si disputano il privilegio di accarezzare alberi e foglie, muschio e zolle erbose, o ancora di un'alba vissuta sulla sponda di un lago, mentre a oriente, in direzione di Lecco, la vita riprende lentamente il suo corso, mulino a vento che macina i giorni sempre uguali ma al contempo differenti di tutti). A Milano, le mie scelte sono quasi obbligate. Feltrinelli, Messaggerie, book shop moderni e ariosi, provvisti di tutte le ultime novità. Ma, potendo scegliere, preferisco le vecchie librerie di provincia, polverose e odoranti di antico, dove forse è ancora possibile scovare tomi misteriosi e sconosciuti, che poche mani hanno accarezzato.
Un giorno, entrai in uno di questi ultimi avamposti di un tempo che fu. Era avvolto nella penombra, e i libri sembravano collocati a caso nelle scaffalature di legno, o forse seguivano un ignoto ordine, sconosciuto ai più, che il proprietario aveva stabilito, non saprò mai con quale intento, forse per scoraggiare gli avventori che giudicava indegni di rispetto. Gente frettolosa, superficiale, incurante, alla ricerca di un best seller segnalato dai giornali, da riporre nella propria libreria con l'unico scopo di mostrare ad amici e conoscenti di essere alla paige, del tutto disinteressata agli scrigni preziosi e profondi, in cui si celano infiniti prodigi di scrittura. Il padrone di quel negozio era un uomo anziano, corpulento, provvisto di una folta barba bianca; gli occhi, di un azzurro color del mare, lasciavano trapelare una luce a mezzo fra l'ironico e il bonario, in palese contrasto con l'espressione del viso, improntata a un burbero distacco.
Mentre rovistavo, chinandomi su pile di libri accatastati sul pavimento, li spostavo, cercando di ignorare la polvere che li ricopriva, li esaminavo e (come sempre) li odoravo, lui mi guardava di sottecchi, fingendo di leggere un giornale. Probabilmente mi pesava e mi valutava, e la sua bilancia nasceva da un'esperienza di anni e, credo, da un innato spirito di osservazione. Gli scaffali salivano quasi fino al soffitto, e in certi punti i libri erano sistemati in doppia fila, oppure posti l'uno sull'altro, quasi quella fosse una biblioteca personale, aperta agli sguardi altrui per una sorta di gentile concessione, e non già  un normale negozio di provincia, destinato, come tutti i negozi, alla vendita, alla fine non importa di quale titolo.
Ignorerò per sempre il motivo che a un tratto spinse quell'uomo ad alzarsi, ad avvicinarsi  lentamente a me e, dopo aver frugato in una delle molte cataste che correvano lungo le pareti, quasi create a bella posta per intralciare i movimenti della clientela, a porgermi un libro. Mi sono chiesta tante volte cosa avesse visto in me, quali meriti avesse attribuito a una ragazza bionda, magra, vestita con un enorme maglione di lana e un paio di vecchi jeans stinti.

martedì, 08 maggio 2007,07:59

Appena fuori dal paese, là dove il torrente volge il suo corso verso Sud, la strada ferrata prende a correre parallela al nastro d’asfalto che conduce in città. E’ trascorso tanto tempo dall’ultima volta che ho stretto il volante tra le mani ma è la prima in cui il mio sguardo si divide tra la necessaria attenzione per la strada ed il passare rapido del treno alla mia destra. Siedo su di un comodo sedile in pelle, trainato dai tanti cavalli di una vettura di potenza sproporzionata rispetto alla modestia del tragitto che mi attende ed alla condotta che un saggio automobilista deve tenere. Ma non è la velocità né la forza del cuore meccanico del mezzo ad occupare la mia mente. Per la prima volta viaggio guardando il treno dall’esterno ed è come se stessi guardando me stesso, il mio mondo, quella quotidianità che sento appartenermi più di questo giorno alla guida di un’auto che è sproporzionata anche per il suo valore. Mi piace, la guido, mi diverto, ma non riesco a goderne pienamente. Il mio posto è là, su uno di quei lerci sedili, tra le lamiere rese gelide dal freddo del primo mattino e torride dal sole del giorno inoltrato. Lì, proprio in questo momento, Claudia, Alessandro e tutta la mia sfera di conoscenze pendolari stanno chiacchierando o sonnecchiando in attesa che l’ultima frenata annunci l’arrivo in città. Li immagino chiacchierare, al punto da avere l’impressione di poterli sentire, e mi chiedo se tra loro aleggi un po’ di nostalgia per il mio partecipare allegramente alle loro battute scherzose, talora cantando una vecchia e dimenticata canzone. Intanto la radio mi racconta il mio destino attraverso la voce di qualcuno che ha letto le stelle per me. Marte in opposizione mi suggerisce prudenza e istintivamente mi preoccupo che la mia guida sia accorta; poi lo sguardo torna al treno. La sua corsa curva leggermente verso sinistra ed io idealmente lo seguo con la complicità della strada che a sua volta cambia direzione quasi per non perdere di vista la linea infinita delle rotaie. Ascolto un vecchio brano di Dionne Warwick e freno un velo di commozione pronto a calarmi sugli occhi. Scorrono le note, e il testo mi invita a sorridere, a risplendere nella fiducia di poter contare sulla presenza dei miei amici in ogni circostanza; perché è quello il loro ruolo ed è lo stesso che ho io nelle loro vite. Loro sul treno, io automobilista per un giorno o due, prima di ricordarmi che i biglietti necessari per essere ancora loro compagno di viaggio costano molto meno del carburante che brucia, chilometro dopo chilometro, nel motore. Stiamo viaggiando verso la stessa meta, vite parallele come i binari e questa strada lungo la quale sto guidando. Vivremo la stessa vita di ieri e di domani, tra lavoro, casa, gioia, ansia e talora dolore. Solo il mezzo oggi ci allontana ma questo non basta a recidere l’affetto che abbiamo tessuto in sei anni che sembrano volati via piuttosto che trascorsi giorno dopo giorno. Sono all’ultima curva prima che le nostre strade prendano un corso diverso. Saluto il mio treno, saluto me stesso, quello che ero, che sono e che continuerò ad essere, viaggiando sulle rotaie o in automobile, qui o altrove, chi lo sa.

by laltroio | commenti (11) | commenti (11)(popup)
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venerdì, 04 maggio 2007,16:30
A CASA DI MARZIA
 
La casa di Marzia era una vera casa. Una villetta bellissima, con il parquet in ogni stanza, un pianoforte a coda e una parete di cristallo scorrevole che, a piacimento, proteggeva il salotto. C’erano due camerette, colorate e accoglienti, per lei e i suoi due fratelli più piccoli. Una si trovava al primo piano e si raggiungeva passando per un corridoio solcato da un lungo tappeto persiano. L’altra, la mia preferita, era uno splendido locale mansardato. Ogni camera aveva un bagno incluso, il suo era rosa. Ovviamente c’erano almeno altre tre stanze e una taverna spaziosa. Intorno alla casa si potevano ammirare altre villette sparse in una campagna  dai colori tenui, che pareva colorata ad acquarello. Il giardino era ben curato: un praticello all’inglese e un piccolo orto, coltivato da suo nonno e rallegrato dalla presenza del gatto Oliver, un ex-trovatello chiamato così in onore del più celebre Oliver Twist. Suo padre medico si rintanava in uno studio elegante; quando usciva di lì, io, lei e i suoi fratelli ci arrampicavamo furtivamente sulla poltrona di pelle girevole e ci spingevamo a vicenda. Capitava che dopo la scuola Marzia mi invitasse da lei a dormire, senza chiedere il permesso a nessuno, cosa che mi riempiva di stupore. Io al suo posto avrei dovuto telefonare, assicurarmi che la casa non fosse in disordine, o che non fosse successo qualcosa. Ma da Marzia il disordine non esisteva e non esistevano nemmeno i contrattempi. Ci riceveva sua madre, una mora di bell’aspetto, professoressa di lettere, dall’aria viziata ma gentile. Voleva che la chiamassi Cristina e le dessi del tu. Non so cosa esattamente facesse, a parte la scuola: Ghinga, la signora delle pulizie, ogni mattina tirava a lucido la casa e preparava il pranzo; una donnina  diligente e servizievole  riconsegnava i vestiti stirati; ogni tanto veniva la baby sitter che si occupava della sorellina di sei anni. Solo una volta vidi la signora Cristina sparecchiare la tavola… Di certo era presidentessa di un sacco di associazioni, oltre che coordinatrice culturale della biblioteca del piccolo paese.
Stare da Marzia significava immergersi in un’irreale oasi di pace. Facevamo le versioni di greco e di latino a tempi record (lei era la prima della classe), bevevamo il the con i biscotti al cioccolato e uscivamo a giocare con i vicini... Naturalmente ci raccontavamo anche i rispettivi segreti sentimentali nella sua stanza, mentre ci imbrattavamo le unghie di smalto e ci coprivamo le palpebre di ombretto color pastello. Anche se ero un maschiaccio che si morsicava le unghie, prendevo volentieri parte al gioco.
La nostra amicizia durò esattamente un anno di liceo classico, il primo. Io venni promossa con qualche debito formativo e iniziai a sentirmi a disagio a scuola, per motivi che sarebbe lungo spiegare. L’anno seguente, dopo l’estate, tornai in classe affranta e dimagrita, con i capelli cortissimi. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, la mattina davanti all’edificio scolastico mi costringevo ad entrare. Mi misi nell’ultimo banco, non riuscivo a parlare con nessuno. Pochi giorni dopo Marzia mi consegnò una lettera. Mi spiegava che essere mia amica non le era più possibile, che ci avrebbe perso. Non ero all’altezza.
L’avevo quasi rimossa e mi è tornata alla mente proprio oggi, che sono una persona diversa e oserei dire felice, la radice profonda della mia insicurezza.      
by Lallylake | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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martedì, 01 maggio 2007,10:01

E se mi chiamassi Alice?

 

Ho strane visioni.

Mi rivedo bambina.

I capelli rossi, ricci e ribelli,come fragole  sugli alberi. Un’anima spenta e distaccata, talvolta così silenziosa da sembrare in coma. Non avevo amici con cui giocare e gli insegnanti hanno sempre avuto difficoltà  a entrare in contatto con me,nonostante questo il mio rendimento scolastico non  ne ha mai risentito. Dimostravo di essere capace di apprendere,ma mi risultava piu’ facile entrare in rapporto con i libri che  con le persone. E così realmente fu. Ero costretta a cercare brandelli di immaginazione sulle parole scritte da qualcuno che non avrei mai conosciuto. Tra quelle pagine bianche,in cui le parole si ricamavano d’inchiostro,compresi che ogni libro era una porta su cui si affacciavano altri mondi. Il Piccolo principe entrò dalla  mia finestra parlandomi della sua rosa. La porta del giardino segreto si schiuse. Piansi insieme al piccolo Lord Credic e suo nonno. Navigai con Huck Finn sul fiume,lo aiutai con la pagaia a non cadere dalla canoa. Zanna Bianca scivolò dal soffitto trainando una slitta di legno e fiocchi di neve  caddero sul mio letto.

Poi sentì parlare d’amore. Compresi il senso del sacrificio. Fui sollevata quando Lancilotto rifiutò il sacro Graal per poter gustare l’amore proibito di Ginevra e  avrei voluto che anche Tristano e Isotta potesse avere il loro liete fine. Capi’ il geme folle della pazzia e la voglia di vendetta leggendo Dracula di Bram Stoker e la voglia di creare in comunione con la passione per l’arte,crescendo al fianco dell’orfano Pip di Dickens e sperai che lui potesse smettere al piu’ presto di essere turbato dal fascino di Estella.

L’aspetto più strano,che riuscì anche a sorprendermi,fu che la regina di cuori,mia madre,dopo una partita a Crekett mi incoraggiò a inseguire il bianconiglio. Di tanto in tanto,quando leggevo rannicchiata sulla poltrona della sala,allungava una mano facendomi una piccola carezza sulla testa,come la si fa a un cane che dorme disteso sul pavimento senza dare fastidio.

Ho sempre coltivato con grande cura i sogni che si materializzavano davanti ai miei occhi. Anche ora.

Gli atteggiamenti distaccati che mi caratterizzavano generavano preoccupazioni circa l’eventuale possibilità di un mio deterioramento nella vita adulta.

Le sagome di cartone del teatrino dei peccatori,che mi circondavano statiche senza mai piegarsi al vento, puntavano il dito.

Giudicavano. Blateravano. Ipotizzavano.

Analizzavano le mie composizioni letterarie,con occhio indagatore osservavano i miei designi. Ma nessuno capì.

Ero affamata di contatti umani. Ma nessuno capì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

by stella2682 | commenti (11) | commenti (11)(popup)
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