Muri.
Corridoi.
Un grigio silenzio avvolge i sensi.
Buio
Silenzioso scivolo pesantemente fuori dal piccolo vano metallico. Luce artificiale dentro. Luce artificiale fuori.
I passi non sono, come quasi sempre, proposti con particolare attenzione da farmi rendere conto dell'impegno che il mio corpo ci mette per spostarsi.
Frugo fra le chiavi.
Troppe.
Trovo quella che mi serve. Apro la porta impedendo alla luce artificiale di sporcare il buio.
Chiudo tutto dietro le mie spalle. E m'immergo nel mio buio.
Lo conosco già così bene! Credo che il mio buio sia sempre lo stesso, in qualunque posto mi trovi, impiego sempre così poco tempo, per riconoscere tutto ciò che ricopre col suo nero unico, da essere ormai convinto di avere trovato un amico. Schivo, silenzioso, riflessivo.
Faccio tutto.
Tutto al buio.
Niente luce artificiale che ferisca il mio buio.
Niente luce artificiale che ferisca il suo sonno.
Continuo la mia infinita scivolata stancamente maestosa.
Qualche giravolta, pochi passi di una danza solitaria e mi spingo verso il riposo.
Anche oggi è finito.
E lei è sempre qui.
Stefano De Gregorio guidava per le vie del centro, in preda a una profonda insoddisfazione. Aveva scritto un libro, strappando le ore al sonno, rubando ogni attimo possibile alla giornata, finendo per perdere Silvia, che si era stancata dei suoi continui sbalzi d'umore e del suo atteggiamento distratto e lontano, come perso in altri mondi. Aveva scritto un libro bellissimo, e lo sapeva: in quel romanzo era riuscito a riversare le sue più profonde emozioni, aveva dato vita a personaggi che sembravano vivere sulla carta, tanto erano credibili e ben caratterizzati. La sua storia aveva un senso, era avvincente e ricca di poesia. Poi lo aveva mandato a dieci case editrici e, con l'eccezione di una che non si era nemmeno degnata di rispondere, aveva ricevuto nove risposte praticamente identiche. "La ringraziamo per averci inviato il suo manoscritto. Purtroppo siamo spiacenti di comunicarle che..." Stefano detestava il monotono lavoro di ufficio che gli era toccato in sorte, non amava i suoi colleghi, e aveva sognato di dedicare la sua vita alla scrittura. Ma evidentemente non stava scritto nelle stelle. Perso in quei cupi pensieri, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Era una serata gelida, sferzata dal vento del nord: nemmeno le luci e gli addobbi natalizi riuscivano a infonderle un minimo di calore. Si guardava distrattamente intorno quando notò il mendicante. Lo aveva visto molte volte su quella panchina, proprio di fronte al lago. Ora l'homeless sedeva tutto intirizzito, stringendosi nel sudicio cappotto che lo accompagnava da anni. "Poveretto!", pensò Stefano. Spinto da uno strano impulso, rallentò, parcheggiò la macchina e si avviò in direzione del vecchio mendicante. "Vieni.", gli disse. "Stasera voglio che tu ti goda una buona cena, al caldo." Fece salire sulla Punto l'incredulo vecchio e lo condusse a casa sua. Quando entrarono nel piccolo appartamento, Stefano stappò una bottiglia di vino, e offrì un bicchiere al suo ospite. Poi apparecchiò la tavola, e preparò una cena a base di ravioli in brodo, salmone, cestini gastronomici, prosciutto crudo e insalata russa. Il mendicante mangiò avidamente, e bevve quasi tutta la bottiglia di vino. Quando Stefano lo riaccompagnò sul lungolago e gli porse un biglietto da cento euro, il vecchio gli sorrise e gli disse:"Sei un uomo buono. Sicuramente la tua vita è bella e piena di soddisfazioni, perchè te lo meriti." Stefano alzò le spalle. Non intendeva sciupare l'atmosfera di quella serata parlando delle sue frustrazioni, del meraviglioso libro che aveva scritto e che nessuno avrebbe mai letto. Si salutarono, entrambi vagamente impacciati.
Due giorni dopo, Stefano De Gregorio andò a controllare la posta. C'era una lettera. Riconobbe immediatamente il marchio della casa editrice, l'unica che non gli aveva ancora risposto, la più importante. "Un altro rifiuto!", pensò mentre apriva la busta. Scorse rapidamente il foglio. C'era scritto:"Siamo lieti di comunicarle..."
Quella sera, ubriaco di felicità, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Gli tornò alla mente il vecchio mendicante. Parcheggiò la Punto e si avviò in direzione della panchina. Voleva condividere con lui la sua grande gioia. Ma il mendicante non c'era.
D.T.
( si consiglia l’ascolto di brighton rock)
Questi giorni troppo uguali
Così chiari
Fino all’osso
Sveglia brioche solo oggi una volta a settimana il giorno dormire la sveglia e
Mi alzo dall’abbaino vedo la parete della montagna che lo riempie tutto copre il cielo la parete è spoglia solo molto più sotto la piccola cappella gli alberi
Mi alzo il parquet scricchiola sotto i piedi il tetto spiove sull’abbaino che s’apre sulle rocce alte troppo alte ma lassù io ci devo andare voglio vedere com’è
Mi alzo deve esserci una festa qualcosa la banda passa quasi all’ora della sveglia la montagna è sempre lì di fronte a me per i sentieri immagino il calore che s’alza dalle pietre secche e levigate
Il sentiero passa dietro la stalla costeggia una casa non avevo mai visto questi fiori gialli mentre li guardo mi sento osservato tre vecchi seduti sul piazzale – i proprietari dei fiori – mostrano la loro diffidenza dietro le sbarre della cancellata vado oltre
Ecco ora si comincia a salire mi lascio altre due tre case alle spalle entro nell’ombra del bosco il sentiero è tracciato per ora gli scalini sono solo la pendenza naturale della montagna e alcuni gradoni di roccia le cosce tirano
Il sentiero più avanti diventa una ripidissima salita fatta di scalini anche il cemento peccato preferisco quella scalette di metallo che vedo in alto passano in mezzo alle spine a volte tengo un tronco per andare su
Le cascate dell’Acquafraggia viste dal basso sono due trecce bianche mi era piaciuto starci sotto a sentire il bagnato sulla faccia non troppo è chiaro quanto basta per prendermi tutta la pioggia in faccia a me piace sentire l’acqua il freddo il caldo ricordarmi che sono per cui anche la fatica ma quello che mi portava su era quello che avrei potuto vedere la valle la nascita del precipizio in qualche modo qualche segreto
Il desiderio sì il desiderio la bellezza è il desiderio finché c’è il desiderio farò mille scale forse vincerò anche la paura il ponte di corda non lo so forse non lo desidero abbastanza
Una piccola piazzola tiro il fiato mi viene da pensare sì voglio proprio esserci lassù voglio proprio arrivarci se i due che sono con me non vogliono ci andrò da solo sarà anche più bello
Deve essere lì manca poco
Ecco! Ci sono. Assieme allo sguardo persino il respiro sembra aprirsi. Altre cime più alte intorno, alcune innevate, tutto un vialone di luce e aria di fronte e in fondo, taciturno e piatto, il paese. La vegetazione è ancora fitta e io ci sto in mezzo. Arrivo fino ad una roccia piatta, ad un metro dai miei piedi l’acqua del fiume si riaccoglie in tre piccole pozze dove comincia a roteare e lentamente si avvia sembra strano ma lentamente si avvia a precipitare a diventare violenza e rumore. Solo poco più in là – con un paio di salti potrei arrivarci – lo sguardo non vede più nulla l’acqua va giù netta e si perde nessun digradare. Oltre questo piccolo deciso orizzonte si vede già il paesaggio sottostante, la dove finisce il salto e così il salto lo devi immaginare e così lo capisci, capisci quant’è grande.
Vorrei di più. Vorrei andare oltre. Posso arrivare dove comincia a piovere anche se ho paura di cadere giù. Ma gli è che come sono arrivato – e mi bruciavano le cosce quindi mi ero impegnato per arrivarci – già sentivo come se qualcosa mi si consumasse dentro
E anche se arrivassi dove comincia a piovere lì in quell’esatto punto proverei qualcosa come se qualcosa mi si consumasse dentro – e questa cosa mi prende e sembra voler rovinare tutto
Mi piego mi sento come l’acqua che mi sta di fronte non è trasparente a quest’ora per via della luce e per l’angolo da cui la guardo è una massa grigiastra liscia sembra una roccia tra le rocce se non fosse che si muove che scorre ed è lucida
Anche lei cade
Anche lei cade
Anche lei cade
Anche lei torna
Sin da bambina sono stata attratta dai libri. Quando mi immergevo nella lettura, incurante del mondo che mi circondava, riuscivo a crearmi degli universi personali, a seconda di ciò che in quel momento stavo leggendo. Benchè fossi spesso malinconica, non ero tendenzialmente una bimba solitaria: giocavo volentieri con le mie amiche, tuttavia con un preciso limite di tempo cui non intendevo derogare; lo spazio dedicato ai romanzi, alle fiabe, ai racconti di viaggi, doveva in ogni caso occupare lo spazio principale della mia giornata.
Crescendo, non sono cambiata. Sebbene ami in modo perverso le scarpe, con i tacchi, ballerine, stivali e stivaletti, sandali e calzature sportive, la mia meta prediletta di shopping rimarrà sempre e comunque la libreria. Entro, mi guardo attorno, prendo i volumi per soppesarli, sfogliarli, annusarli (l'odore della carta ha un sapore unico, irresistibile, paragonabile soltanto a quello del mare, quando è battuto dal vento del nord, oppure di un bosco, nel momento magico del tramonto, dove sole e sera incombente si disputano il privilegio di accarezzare alberi e foglie, muschio e zolle erbose, o ancora di un'alba vissuta sulla sponda di un lago, mentre a oriente, in direzione di Lecco, la vita riprende lentamente il suo corso, mulino a vento che macina i giorni sempre uguali ma al contempo differenti di tutti). A Milano, le mie scelte sono quasi obbligate. Feltrinelli, Messaggerie, book shop moderni e ariosi, provvisti di tutte le ultime novità. Ma, potendo scegliere, preferisco le vecchie librerie di provincia, polverose e odoranti di antico, dove forse è ancora possibile scovare tomi misteriosi e sconosciuti, che poche mani hanno accarezzato.
Un giorno, entrai in uno di questi ultimi avamposti di un tempo che fu. Era avvolto nella penombra, e i libri sembravano collocati a caso nelle scaffalature di legno, o forse seguivano un ignoto ordine, sconosciuto ai più, che il proprietario aveva stabilito, non saprò mai con quale intento, forse per scoraggiare gli avventori che giudicava indegni di rispetto. Gente frettolosa, superficiale, incurante, alla ricerca di un best seller segnalato dai giornali, da riporre nella propria libreria con l'unico scopo di mostrare ad amici e conoscenti di essere alla paige, del tutto disinteressata agli scrigni preziosi e profondi, in cui si celano infiniti prodigi di scrittura. Il padrone di quel negozio era un uomo anziano, corpulento, provvisto di una folta barba bianca; gli occhi, di un azzurro color del mare, lasciavano trapelare una luce a mezzo fra l'ironico e il bonario, in palese contrasto con l'espressione del viso, improntata a un burbero distacco.
Mentre rovistavo, chinandomi su pile di libri accatastati sul pavimento, li spostavo, cercando di ignorare la polvere che li ricopriva, li esaminavo e (come sempre) li odoravo, lui mi guardava di sottecchi, fingendo di leggere un giornale. Probabilmente mi pesava e mi valutava, e la sua bilancia nasceva da un'esperienza di anni e, credo, da un innato spirito di osservazione. Gli scaffali salivano quasi fino al soffitto, e in certi punti i libri erano sistemati in doppia fila, oppure posti l'uno sull'altro, quasi quella fosse una biblioteca personale, aperta agli sguardi altrui per una sorta di gentile concessione, e non già un normale negozio di provincia, destinato, come tutti i negozi, alla vendita, alla fine non importa di quale titolo.
Ignorerò per sempre il motivo che a un tratto spinse quell'uomo ad alzarsi, ad avvicinarsi lentamente a me e, dopo aver frugato in una delle molte cataste che correvano lungo le pareti, quasi create a bella posta per intralciare i movimenti della clientela, a porgermi un libro. Mi sono chiesta tante volte cosa avesse visto in me, quali meriti avesse attribuito a una ragazza bionda, magra, vestita con un enorme maglione di lana e un paio di vecchi jeans stinti.
Appena fuori dal paese, là dove il torrente volge il suo corso verso Sud, la strada ferrata prende a correre parallela al nastro d’asfalto che conduce in città. E’ trascorso tanto tempo dall’ultima volta che ho stretto il volante tra le mani ma è la prima in cui il mio sguardo si divide tra la necessaria attenzione per la strada ed il passare rapido del treno alla mia destra. Siedo su di un comodo sedile in pelle, trainato dai tanti cavalli di una vettura di potenza sproporzionata rispetto alla modestia del tragitto che mi attende ed alla condotta che un saggio automobilista deve tenere. Ma non è la velocità né la forza del cuore meccanico del mezzo ad occupare la mia mente. Per la prima volta viaggio guardando il treno dall’esterno ed è come se stessi guardando me stesso, il mio mondo, quella quotidianità che sento appartenermi più di questo giorno alla guida di un’auto che è sproporzionata anche per il suo valore. Mi piace, la guido, mi diverto, ma non riesco a goderne pienamente. Il mio posto è là, su uno di quei lerci sedili, tra le lamiere rese gelide dal freddo del primo mattino e torride dal sole del giorno inoltrato. Lì, proprio in questo momento, Claudia, Alessandro e tutta la mia sfera di conoscenze pendolari stanno chiacchierando o sonnecchiando in attesa che l’ultima frenata annunci l’arrivo in città. Li immagino chiacchierare, al punto da avere l’impressione di poterli sentire, e mi chiedo se tra loro aleggi un po’ di nostalgia per il mio partecipare allegramente alle loro battute scherzose, talora cantando una vecchia e dimenticata canzone. Intanto la radio mi racconta il mio destino attraverso la voce di qualcuno che ha letto le stelle per me. Marte in opposizione mi suggerisce prudenza e istintivamente mi preoccupo che la mia guida sia accorta; poi lo sguardo torna al treno. La sua corsa curva leggermente verso sinistra ed io idealmente lo seguo con la complicità della strada che a sua volta cambia direzione quasi per non perdere di vista la linea infinita delle rotaie. Ascolto un vecchio brano di Dionne Warwick e freno un velo di commozione pronto a calarmi sugli occhi. Scorrono le note, e il testo mi invita a sorridere, a risplendere nella fiducia di poter contare sulla presenza dei miei amici in ogni circostanza; perché è quello il loro ruolo ed è lo stesso che ho io nelle loro vite. Loro sul treno, io automobilista per un giorno o due, prima di ricordarmi che i biglietti necessari per essere ancora loro compagno di viaggio costano molto meno del carburante che brucia, chilometro dopo chilometro, nel motore. Stiamo viaggiando verso la stessa meta, vite parallele come i binari e questa strada lungo la quale sto guidando. Vivremo la stessa vita di ieri e di domani, tra lavoro, casa, gioia, ansia e talora dolore. Solo il mezzo oggi ci allontana ma questo non basta a recidere l’affetto che abbiamo tessuto in sei anni che sembrano volati via piuttosto che trascorsi giorno dopo giorno. Sono all’ultima curva prima che le nostre strade prendano un corso diverso. Saluto il mio treno, saluto me stesso, quello che ero, che sono e che continuerò ad essere, viaggiando sulle rotaie o in automobile, qui o altrove, chi lo sa.
E se mi chiamassi Alice?
Ho strane visioni.
Mi rivedo bambina.
I capelli rossi, ricci e ribelli,come fragole sugli alberi. Un’anima spenta e distaccata, talvolta così silenziosa da sembrare in coma. Non avevo amici con cui giocare e gli insegnanti hanno sempre avuto difficoltà a entrare in contatto con me,nonostante questo il mio rendimento scolastico non ne ha mai risentito. Dimostravo di essere capace di apprendere,ma mi risultava piu’ facile entrare in rapporto con i libri che con le persone. E così realmente fu. Ero costretta a cercare brandelli di immaginazione sulle parole scritte da qualcuno che non avrei mai conosciuto. Tra quelle pagine bianche,in cui le parole si ricamavano d’inchiostro,compresi che ogni libro era una porta su cui si affacciavano altri mondi. Il Piccolo principe entrò dalla mia finestra parlandomi della sua rosa. La porta del giardino segreto si schiuse. Piansi insieme al piccolo Lord Credic e suo nonno. Navigai con Huck Finn sul fiume,lo aiutai con la pagaia a non cadere dalla canoa. Zanna Bianca scivolò dal soffitto trainando una slitta di legno e fiocchi di neve caddero sul mio letto.
Poi sentì parlare d’amore. Compresi il senso del sacrificio. Fui sollevata quando Lancilotto rifiutò il sacro Graal per poter gustare l’amore proibito di Ginevra e avrei voluto che anche Tristano e Isotta potesse avere il loro liete fine. Capi’ il geme folle della pazzia e la voglia di vendetta leggendo Dracula di Bram Stoker e la voglia di creare in comunione con la passione per l’arte,crescendo al fianco dell’orfano Pip di Dickens e sperai che lui potesse smettere al piu’ presto di essere turbato dal fascino di Estella.
L’aspetto più strano,che riuscì anche a sorprendermi,fu che la regina di cuori,mia madre,dopo una partita a Crekett mi incoraggiò a inseguire il bianconiglio. Di tanto in tanto,quando leggevo rannicchiata sulla poltrona della sala,allungava una mano facendomi una piccola carezza sulla testa,come la si fa a un cane che dorme disteso sul pavimento senza dare fastidio.
Ho sempre coltivato con grande cura i sogni che si materializzavano davanti ai miei occhi. Anche ora.
Gli atteggiamenti distaccati che mi caratterizzavano generavano preoccupazioni circa l’eventuale possibilità di un mio deterioramento nella vita adulta.
Le sagome di cartone del teatrino dei peccatori,che mi circondavano statiche senza mai piegarsi al vento, puntavano il dito.
Giudicavano. Blateravano. Ipotizzavano.
Analizzavano le mie composizioni letterarie,con occhio indagatore osservavano i miei designi. Ma nessuno capì.
Ero affamata di contatti umani. Ma nessuno capì.