Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 27 aprile 2007,07:27
Adoro le bancarelle di libri vecchi. Libri che sanno ancora di polvere e soffitta, pagine che portano hanno ancora le impronte di chi le ha sfogliate, impaziente di arrivare alla fine, assaporando parola dopo parola.
Io credo che i libri conservino parte dell’anima di chi li ha letti, parte delle emozioni di chi ha passato ore insieme a loro. Forse è per questo che mi affascinano. E a proposito di libri usati ed emozioni tra le righe, voglio raccontarvi cosa mi è successo qualche tempo fa. 
Mentre rovistavo nella solita bancarella, ho visto un libro, abbastanza vecchio da avere le pagine ingiallite e la copertina sbiadita. Non so perchè mi ha attirato più degli altri e senza nemmeno leggerne il titolo, l’ho preso. Non ho resistito e ho cominciato a sfogliarlo. Immediatamente tra le dita ho sentito una pagina più spessa delle altre, e aprendo con cautela ho notato che, inserita in quel punto, c’era una lettera scritta a mano, in bella calligrafia, di quella che si insegnava tempo fa. Con delicatezza la stacco dalla pagina cui era ormai quasi incollata e ho cominicato a leggere.
<<
Scusa. Non posso parlare ad alta voce. Posso solo scrivere e le mie parole saranno solo un sussurro, leggere quanto la carezza dell’inchiostro sulla carta.
Riuscirai mai a sentirmi? Comunque sia, devo farlo. Figlia mia, ho deciso di scriverti qualcosa di me, del mio mondo, della mia anima.
E di farti le mie scuse. Perchè io e te non ci conosceremo mai. Tu non esisti.
Sei solo nei miei pensieri. Ma questo non vuol dire che tu non possa essere anche qui da qualche parte ad ascoltare, guardare, leggere.
E’ così difficile essere. Faccio fatica a restare in equilibrio in questo mondo che ogni giorno diventa sempre più simile all’inferno. Vedi, è come camminare su una strada sottile quanto un filo di ragnatela: basta sbagliare di poco le misure e ti ritrovi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ho paura di me stessa. Immersa nel bianco abbacinante di questa stanza, i miei unici compagni sono pensieri neri e deformi. Faccio fatica a essere normale. A vivere una vita comune.  
Sai, quando mi sto per addormentare, mi domando se domani sarò ancora io o sarò un’altra me, magari proprio quella che non riesce a resistere ai mostri e ai fantasmi che ho dentro. E allora cosa potrei fare? se mani invisibili mi trascinassero giù in un pozzo senza fondo e io non riuscissi a fermarle? Cosa potrei fare se un giorno non fossi più capace di resistere? Se mi stancassi di essere forte? Io lo so che potrebbe capitare e non voglio...
Ascolta: la senti, ora? La mia anima. La quiete di uno specchio d’acqua, immobile, piatto.
Ma non è sempre così. Ci sono momenti in cui ricordi, paure, pensieri appuntiti come aghi mi trafiggono e allora fuggo, ma non arrivo mai da nessuna parte, come in un labirinto. Ecco, mi viene in mente una storia, una storia che ho sentito molto tempo fa. Una storia accaduta forse qui, forse in un altro mondo, lontano nel tempo e nello spazio. Parlava di una città-labirinto dove uomini e donne vivevano tutta la loro vita. Non gli era proibito lasciare il labirinto, solo che uscirne non era cosa da poco. Infatti le leggi cui sottostavano gli abitanti erano paradossali quanto immutabili, tra le quali la più importante diceva: Solo chi lascia il Labirinto può essere felice, ma soltanto chi è felice può uscirne (*). E le persone veramente felici sono molto rare, bambina mia.
E’ con questo paradosso che mi trovo a fare i conti ogni singolo giorno della mia vita.
Ho già scelto il tuo nome, lo sai? Un nome bellissimo, che ha il suono del cielo infinito e il profumo di un sogno. Ma perdonami, ti prego. Non posso permettermi di renderti ancora più reale di quanto già non stia facendo. Perchè tu saresti la mia fine. Io non posso.
Non so se tu, in un improbabile futuro, farai parte davvero della mia vita, o se resterai solo una mia fantasia.
Quello che so è che finchè potrò decidere, io non ti cercherò.
Quello che so è che ti amerò, anche se rimarrai un’ombra nel buio, fiato nella nebbia, unico pensiero sano in una mente folle.
...E ora, cosa ne farò di questa lettera? Potrei stracciarla o forse bruciarla. O magari la dimenticherò in un cassetto o tra le pagine di un libro. E un giorno la tirerò fuori e la farò leggere proprio a te, così, se lo vorrai, potrai aggiungere alla fine quelle parole che per ora posso solo sognare:
Ti perdono, mamma.
>>

Con ancora la lettera tra le mani e l'eco delle parole appena lette nella testa, ho preso il cellulare e senza perder tempo dietro a stupidi ragionamenti che troppo spesso frenano le mie emozioni, ho scritto quelle semplici, e per me, tanto complicate parole che dico sempre troppo poco:
Ti voglio bene.
 
Invia a: mamma

by AnimaNera | commenti (16) | commenti (16)(popup)
Link | categoria:di luce e di ombra
martedì, 24 aprile 2007,09:17

Tensione

Trama bassa ed intrecciata. Troppo. Non so più cosa imporre agli abitanti di un mondo che sono andato a disturbare con troppa presunzione. Non sono capace. Lasciarli in bilico, per sempre vittime di un limbo non voluto? Troppo facile e troppo codardo. Ma mi sono perso... provo a gettare le mani con forza in questo maledetto groviglio di filo spinato, in questo rovo maligno, mi taglio, sanguino, non trovo il primo filo da tirare per rifare su i troppi gomitoli che ho pensato di disfare ed intrecciare, senza sapere che ci vuole una maestria suprema, per farlo. E loro sono tutti lì, ad aspettare che un dio strano ed imprecis(at)o gli regali un attimo in più,ed un altro, un altro, per fargli capire il senso delle loro esistenze.

Ma non sono capace.

Soffro più di loro, le mani tremano, ferite, come un cerbiatto braccato dall'uomo armato.

Potrei sentirmi realmente dio ed imporre la fine a tutti loro, senza che capiscano il senso di niente. Tanto nessuno può sapere del destino degli altri. Saggia decisione.

Mi devo salvare.

Morte loro, vita mia...

...Gemma, quella notte, decise che l'intreccio della sua vita era ormai troppo saldamente raggruppato in un nodo irrisolvibile. Accese il gas. Nell'attesa della morte iniziò a percorrere i lunghi corridoi della clinica, sbirciando, fra la penombra, i volti poco riconoscibili dei suoi compagni di sventura.

Aldo non sapeva più che farsene, di un amore secco e sterile. Si gettò nelle acque del fiume insieme a lei, dopo averla addormentata con una quantità di sonnifero che sarebbe servito, da solo, a farla morire.

I genitori di Paolo si recarono alla clinica quando il sole ancora faticava ad alzarsi. Suonarono il campanello e il boato fu di un'aggressività luciferina.

FINE

 

INIZIO

 

by maestrobuitre | commenti (9) | commenti (9)(popup)
Link | categoria:vibrazioni disperse
venerdì, 20 aprile 2007,10:20
Come una voce persa nel buio di una stanza vuota ti chiamo, ricordo il tuo respiro assetato. Ho sognato che mi tagliavano la testa e io mi alzavo e la prendevo tra le mani baciandola camminando. Saranno reminiscenze di quello che sto leggendo, l’inconscio prende in silenzio tra le mani quello che noi non possiamo vedere, lo riversa e lo sviscera in un attimo fra la notte e il giorno. Il momento della rinascita, quel momento in cui si definiscono i contorni, si plasmano le forme, e allora un mostro notturno con la bocca spalancata diventa la grondaia di un tetto. C’è un posto non lontano da qui dove bisogna andarci all’alba. Girati gli angoli di queste scatole di cemento ci si trova subito in aperta campagna. Nell’abbazia fanno la prima messa del giorno cantata in latino. I frati arrivano uno per volta a intervalli di cinque minuti e si aggiungono al coro sommesso degli altri. È un momento di grande pace come recitare un mantra senza saperne il significato, così semplicemente perchè ti esce dalla bocca. Ci andavo a piedi con il mio cane dopo una nottata impiastrato in quell’ansia spasmodica attanagliante perso in un bicchier d’acqua, svegliato da un sospetto o semplicemente dalla consapevolezza di essere piccolo piccolo. Spesso mi facevano male le mascelle e sentivo quel deprimente riflusso dei postumi, lento e costante si insinuava in tutto il corpo come un buco nero. La disperazione dell’immobilità mi faceva camminare a passo sostenuto, spezzando nella cadenza dei miei passi la paura.
by miskin | commenti (5) | commenti (5)(popup)
Link | categoria:scritto nel sottosuolo
martedì, 17 aprile 2007,10:24
APRILE



Gino il Leprotto s'affacciò al giorno. L'aria fuori dal buco era fresca, umida e sapeva d'erba. Mosse le lunghe zampe di dietro e saltò all'aperto. Certe volte avrebbe voluto essere un serpente, senza quell'impaccio. Strisciare, liscio, morbido. Si sentiva spigoloso anche nella testa. Aveva trovato per terra un foglietto con queste parole (lui, Gino, sapeva leggere):

LASCIA CHE

"Lascia che le altre si affannino,
dietro gli stivali,
a mettersi in vetrina

sapessi quanto m'è caro,
il tuo giubbotto rosa,
sempre quello

tu che vuoi cambiarlo,
e io che lo cerco fra la gente
fra tutta la gente

e non preoccuparti per i capelli,
scioglili, se vuoi,

amore vuol dire: tu basti."

C'era una leprotta con una macchia nera sulla zampa di dietro, la destra, che continuava a saltellargli nella testa. Ma niente da fare che si lasciasse annusare. Quasi per riflesso strizzò le narici. Ora arrivava anche Adelmo, il Tartarugo. Non ci voleva adesso. Avrebbe voluto qualche ora almeno ancora per pensare. Già. A cosa poi? Pensare per farsi ancora male, forse. Dava soddisfazione stuzzicarsi la ferita. Benvenuto, Adelmo. Adelmo puntò il guscio contro un pezzo di tronco per sedersi come meglio poteva.

Non gli restava che questo, dunque. La quieta amichevole fastidiosa dedizione di Adelmo, le macchie di luce sui fili verdi, bagnati. Non aveva nessuna cosa per cui potesse pensare ecco domani metterò le mie zampe su quel pelo benedetto e sarà così e il cielo sarà così e nel suo pelo lei profumerà di questo - no no no no - niente di tutto ciò.

Solo le strane mattiniere lucciole sulla gramigna e la stupida quiete di un verme in un osso.




Che scorrevano placide come un serpente.




Quasi quasi




by PAPPINA | commenti (4) | commenti (4)(popup)
Link | categoria:mille e una pappa
venerdì, 13 aprile 2007,14:10
by anneheche | commenti (12) | commenti (12)(popup)
Link | categoria:
martedì, 10 aprile 2007,09:28

river Dee

Erano anni che non venivo qui, a sedermi su questo sasso nell’ansa del torrente che scende lungo la valle del Curone. L’ultima volta ero poco più che adolescente e mio padre era ancora il mio compagno di camminata, sebbene il passo ormai appesantito e il doversi aiutare col bastone avessero reso il suo incedere lento, inevitabilmente inadeguato a lunghe passeggiate.
Venticinque anni dopo rieccomi qui, sono in compagnia, ma alle due gambe stanche del mio vecchio si sono sostituite le quattro zampette bianche del mio cane che guarda con sospetto lo scorrere placido dell’acqua. Il mio amico non parla ma ascolta sebbene il canto degli uccelli e il rumore discreto del torrente siano per lui continui motivi di distrazione, interesse e, a volte, di paura. Parlo da solo, come se fossi matto, come se sul sasso accanto a me ci fosse ancora mio padre, lì pronto a prendermi in giro ogni volta che un sasso piatto non rimbalza sull’acqua come avrei voluto. Parlo con lui, come se quella natura apparentemente vergine, a pochi passi dall’abitato, ne ospitasse lo spirito, la vitalità, quel fare arguto con cui aveva guidato i miei passi fino alle porte dell’età adulta. Mi commuovo nel raccontargli dei miei figli che ormai hanno la stessa età cheavevo io quando eravamo stati lì, lui ed io insieme, tanto tempo prima; mi arrabbio perché è andato via così presto rispetto al mio bisogno di poter contare ancora sulla sua presenza. Poi gli chiedo scusa, non solo per quello sfogo improvviso ma anche per tutto ciò che gli ho detto e gli ho fatto nel corso degli anni. In fondo aveva ragione lui: quel matrimonio dal quale mi ero lasciato lusingare e fagocitare altro non era stato se non una fuga sbagliata, l’evasione irrazionale da quella galera che sentivo rinchiudermi nella vita con lui e con mia madre, il rifugiarmi in un’altra prigione dalla quale sarebbe stato ben più arduo evadere. I suoi occhi si sono chiusi in una torrida serata d’agosto, mentre la città, svuotata dalle ferie, era anche priva di cuori amici che potessero venire a salutarlo. Poche ore prima avevo saputo che a distanza di nove mesi sarebbe nato il primo dei suoi nipoti con quegli occhioni scuri che avrebbero ricordato tanto i suoi.
Aveva ragione: avrei amato quel figlio e anche il mio secondogenito, entrambi avrebbero potuto contare sul mio amore di padre ma non sul mio ruolo di genitore presente. Io avrei scontato il mio errore, ma loro ne avrebbero pagato il prezzo due volte. Il sole inizia a calare. Vorrei parlargli ancora ma la strada del ritorno, pur non lunghissima, richiederà un po’ di tempo e il profumo della cena già accarezza la mia immaginazione. Tornerò qui domenica prossima…ho ancora tanto da dirgli mentre il mio cane mi guarda stranito e volta il capo.
by laltroio | commenti (13) | commenti (13)(popup)
Link | categoria:rinascita
venerdì, 06 aprile 2007,11:10
Mi ha telefonato Matilde. Ha le “sue cose” e mi ha detto che il ciclo le sballa l’umore, la fa sentire malinconica. Matilde si sbaglia, ma non l’ho corretta. Non si corregge una studentessa di chimica modello, una ragazza allegra e concreta, che vive tra le formule e le ama più delle parole. Io, invece, le parole le peso e di matematica non ci ho mai capito un granchè.
Matilde forse non lo sa, ma la “malinconia” è un sentimento troppo importante per associarlo alla vile natura delle mestruazioni e, soprattutto, la malinconia non è mai imprecisa.
Prendete la mia, ad esempio. La mia ha un nome, un cognome, un indirizzo e persino un numero di telefono. Una volta dietro a quel numero c’era una voce che attendevo con trepidazione ed euforia, poi un bel giorno il numero è diventato un foglietto giallognolo, accartocciato in un cassetto del comodino perché potesse rimanere per sempre e, insieme, non potesse “rimanere” mai più. Lo so, è sciocco. Ma mi  faceva male perdere quel numero del tutto e mi faceva male vederlo scorrere sotto gli occhi ogni volta che cercavo una persona nella rubrica del cellulare. Così ho pensato che il foglietto fosse la via di mezzo tra due mali, la sofferenza equamente distribuita. E anche questo, lo ammetto, è piuttosto sciocco. Del resto, ci sono momenti in cui si appella  alla stupidità per guarire.
Già, perché oggi sono venuta qui al parco, sulla “nostra” panchina, e tu sei la malattia da cui devo guarire. Con un po’ di ottimismo, direi che ho raggiunto la fase della convalescenza: ieri sera sono uscita con Claudio e l’ho baciato con un sottile ma percettibile trasporto. Matilde dice che certi amori possono nascere giorno dopo giorno e forse in questo ha ragione. In fondo gli altri ragazzi con me partono sempre svantaggiati, perchè tu sei stato un uragano improvviso.
Io ero troppo bambina e tu eri troppo grande. A dire il vero eri anche troppo fidanzato ma mi avevi baciata comunque, in quel giardino sul lago, al matrimonio di un’amica comune. Poi eri partito con il tuo violino e l’orchestra del maestro M. a Tokyo, due giorni dopo. Appena in tempo per turbare i miei sogni di adolescente, per farmi sentire un’eroina in attesa del suo principe musicista chiamato alle armi in una paese ostile, popolato da nemici in smoking e occhi a mandorla. Mi preparavo già al finale tragico, scrivevo il tuo nome sul banco di scuola come tutte le ragazzine innamorate, accompagnando la mano con vani sospiri. Invece dopo un mese di turneè mi hai chiamato. Eri tornato, volevi vedermi. Il resto lo sappiamo. Sappiamo che all’inizio tutti quei “troppo” ci riempivano di entusiasmo, erano stimolanti, eccitanti: troppi anni di differenza, troppo lungo quell’anno di liceo che dovevo ancora finire ma troppo bello aspettare che finisse, troppo vergine io, durante il nostro primo rapporto, in cui mi hai guidato con amore e pazienza. Poi quei “troppo” ci hanno diviso, come muri invalicabili: troppo lunge le tue turneè, troppo azzardato che vivessimo insieme a Milano quando mi sono iscritta all’Università, troppo diversi i nostri stili di vita e, di nuovo, troppi anni di differenza.
Mi sono ammalata di te e del troppo che eri.
Il foglietto con il numero ora sta bruciando, acceso dalla fiammella del mio accendino. Le sue ceneri si disperdono sulla nostra panchina. Cadono sul prato, sul legno, sui sassi, sulle margherite. Cadono su oggi, sei aprile, giorno del nostro “anniversario”. Sono sulle ceneri. Sono l’araba fenice. Rinasce dalla ceneri l’araba fenice. Lo sanno tutti.
by Lallylake | commenti (6) | commenti (6)(popup)
Link | categoria:le onde della breva
lunedì, 02 aprile 2007,10:12
Era un angelo.
Se mi fossi concentrata, lo so, avrei visto le sue ali sfiorare la mia pelle e arrivare fino al cielo.
Per un attimo, aprendo gli occhi, ho pensato di non essere più chi ero, anzi di non essere più niente, se non una figura dipinta, un riflesso negli occhi di chi sta ammirando il suo quadro preferito.
Il bianco è dappertutto: bianche sono le pareti della stanza, così come le lenzuola che riposano scomposte dopo un’intera notte di follia, e i miei lunghi capelli sono così biondi da sembrare bianchi. Bianca ovviamente è la sua anima che, anche mentre dorme pare risplendere di una luce dorata, riuscendo ad illuminare ogni cosa, persino la mia anima. Fuori, solo l’azzurro del mare e il blu del cielo.
Mi siedo sul bordo del letto.
Respiro. Devo andarmene. L’alba non è lontana: lui tra poco si sveglierà e la mia ombra spinge per uscire. Finalmente. Se penso a quanti anni di addestramento mi ci sono voluti per arrivare qui, quante prove, quanti errori, altri avrebbero ceduto o avrebbero visto la loro vita scivolare via nel frattempo, ma lo scorrere del tempo non è più un problema da molto per me, e per lui non lo è mai stato. Adesso però devo muovermi in fretta. Ancora non mi sembra vero di esserci riuscita: era tutto perfetto. Il momento dell’incontro, il suo cuore, sapevo esattamente dove e quando colpire. Nonostante tutto mi domando come non sia riuscito a intuire l’inganno. Insomma stiamo parlando della mia anima: il suo suono per quanto possa camuffarlo, avrà sempre una nota cupa e ripetuta all’infinito... e lui, lui è l’Arcangelo Michele, il più grande fra tutti, il Primo Angelo generato insieme al Portatore di Luce, mio padre. E stanotte ha fatto l’amore con me.
Come è possibile che non si sia accorto di nulla?
Basta, devo smetterla con questi pensieri, si sta svegliando: la sua luce comincia a irritarmi la pelle e tra un pò inizierà la tremenda sensazione di bruciore.
Ora ho quello che mi serviva, lo sento dentro di me, la mia missione è compiuta.
E’ il momento di andare, eppure  ... Mi avvicino a lui, sfiorando il suo viso col mio... e se gli lasciassi scoprire la verità? se aspettassi il suo risveglio, cosa leggerei nei suoi occhi? Voglio che sappia chi sono! Voglio che veda la mia vera anima! Apri gli occhi, splendido angelo e guarda la futura madre di tuo figlio! Un suo respiro, profondo come se fosse stato il primo della vita, mi coglie di sorpresa togliendomi il fiato. Ora la sua anima è sveglia e una luce abbacinante investe ogni angolo della stanza. Soffro. Devo liberarmi di questo corpo e tornare nella mia forma originale. Come un serpente che cambia pelle così lascio scivolare fuori la mia vera essenza.
E in pochi attimi Paradiso e Inferno si ritrovano sullo stesso piano, luce e tenebre, l’una dentro l’altra, l’una attorno all’altra, l'una contro l'altra: i miei capelli ardono come lingue di fuoco, i suoi sono oro fuso, la mia anima emana note lunghe e nere, la sua ha il brillante suono di mille arpe.
Completamente avvolta nella mia oscurità, mi sento più sicura ma un brivido scuote ogni mia fibra quando vedo i suoi occhi fissi sui miei. E la sua voce, che attraversa il muro di luce e d’ ombra, s’infrange come un’onda gigantesca su di me: “Bethel
by AnimaNera | commenti (11) | commenti (11)(popup)
Link | categoria:di luce e di ombra