Tonica
Parto da te. Vibrante ed importante, solo per certe occasioni, puoi cambiare di grado in ogni momento, dipende tutto dalla partenza. Ma oggi, ora, in questo preciso istante, parto da te...
Con un paio di salti confermo la tua importanza, definendo anche la tua natura, il tuo modo, per questa volta è decisamente malinconico, quindi minore. Torno a sfiorarti, a farti vibrare, chiudo gli occhi e mi ritrovo a dominarti sul tuo quinto, per poi ingannare, risolvendo sul sesto, lo facciamo francese? Preferisco tedesco, per scendere sul quinto, questa volta quattro/sei, poi sette... gioco, modulo, mi allontano... sempre di più... non ti vedo e non ti sento, fino quasi a farti dimenticare del tutto, ma io non posso e non so dimenticarmi di te, mi riavvicino con maestria e leggerezza e mi appoggio alla tua sensibile con un quattro/due, ripasso da te facendoti ricordare da tutti e scappo subito per andare sulla sottodominante imponendo su di essa un secondo minore.
Ma si, oggi ho deciso di essere bislacco! Cadenza napoletana e terza piccarda, per illuminare, alla fine, il tuo modo triste, rendendoti maggiore!
Sarai tonica di nuovo, sarai mille altre cose, un ritardo, un appoggiatura, sarai di volta, dominante, eccedente.
Ma ora non sei più niente.
Allontano le mani dai tasti.
La romanza senza parole è conclusa.
L’appuntamento era al solito bar per le sette di sera. Marco Pistoni arrivò trafelato, era rimasto bloccato nell’ingorgo del traffico e temeva di essere in forte ritardo. Prima di entrare, consultò l’orologio, notando con sollievo di essere in perfetto orario. Fece il suo ingresso nel locale, ordinò un Negroni e si diresse verso il tavolino d’angolo, dove Milena lo stava aspettando fra un sorso di succo di pomodoro e una patatina. Era seduta con le gambe incrociate, un vezzo che lui trovava irresistibile; i capelli castani lievemente ondulati incorniciavano il suo viso dai lineamenti sottili, illuminato da due stupendi occhi grigi, che contenevano le sfumature del mare invernale. Marco la baciò su una guancia, prese posto accanto a lei e frugò nervosamente nella tasca destra della giacca. Da quattro mesi non usciva più con gli amici alla sera, aveva rinunciato anche alle partite di calcio sui maxischermi, per non parlare del cinema, che pure amava tanto. E adesso lo aveva con sé: avvolto in un’elegante confezione, un trilogy forse piccolo, ma ugualmente stupendo. Un meraviglioso anello di fidanzamento, che avrebbe commosso Milena e che rappresentava l’anticamera di un altro genere di anello, quello che lo avrebbe reso felice per tutta la vita. Con la salivazione azzerata a causa dell’emozione sfilò la mano dalla tasca per dare il pacchettino a Milena; ma in quell’istante si presentò il cameriere con la sua consumazione. Rimise la mano in tasca e sorseggiò l’aperitivo. Quindi rivolse un sorriso dolce alla ragazza, ripetendosi per l’ennesima volta che era l’uomo più fortunato della terra: Milena era bellissima, fine, delicata; inoltre disponeva di un’intelligenza pronta e vivace; era buona d’animo e aveva un carattere tranquillo che escludeva a priori le liti banali che a volte rovinano anche i rapporti più felici. Rimise la mano nella tasca. “Milena…”, esordì emozionato. La giovane lo bloccò con un cenno. “Marco, ti devo parlare.” Lui annuì con il capo. “Va bene.”, ribattè. “Ma prima lascia che…” Finalmente tirò fuori il prezioso regalo, appoggiandolo sul tavolino, fra i bicchieri, le patatine e le olive. Milena sembrò non accorgersi del pacchetto. “Devo parlarti.”, ripetè con un’espressione distaccata del volto, che Marco non le conosceva. Con una certa timidezza sospinse il regalo verso di lei, ma il suo gesto passò nuovamente inosservato. Fu colto da uno strano presentimento, ma non ebbe il tempo di focalizzare i suoi pensieri. Milena si sporse verso di lui e disse con voce molto bassa:”Amo un altro.” Marco si sentì ghiacciare il sangue nelle vene. Fu colto da un giramento di testa. Un’ondata di angoscia si riversò nel suo cuore, simile a un’onda di acqua gelida. “Ma…io ti amo!”, esclamò disperato. “Lo so. E mi dispiace molto di farti soffrire. Ma è finita.” Milena si alzò e, con il suo passo elastico e sensuale, si diresse verso l’uscita del bar. Marco rimase immobile a guardarla andare via. Le sue mani giocavano nervosamente con il pacchetto. Che conteneva uno stupendo trilogy. Tre piccoli diamanti.
Parlami
parlami quando ti parlo
fallo sopra le mie parole
confondi la volontà dei nostri pensieri di farsi capire
mischia le nostre frasi ed ottieni un suono incomprensibile ma intrigante
parlami quando dormo
confidami segreti che saprò solo sognare
parlami quando sto male e non vorrei far altro che riposare e guarire
parlami quando parli agli altri
parlami quando parlo agli altri
parlami di me
di te non m'interessa sapere niente se sei tu a raccontarti
parlami e lasciati scoprire
rimani qui e parlami
parlami
Ho ventidue chilometri da fare. Strada provinciale. Stretta abbastanza. Non sono abituato. E in più c’è il fosso, sempre in agguato. La zona è agricola, per cui dovrò confrontarmi coi trattori e coi camion, che usano questa strada come scorciatoia. Più lunga e meno trafficata dell’altra.
Devo portare a lavare la macchina.
Questo sole a quest’ora da sempre fastidio.
Ora metto il cd che ho fatto ieri.
Non c’è molto traffico. Quel poco che c’è è a tratti. Ci sono parecchie curve, sorpassare è difficile, per cui ci si accumula a ridosso della macchina più lenta e nel posto giusto si fa una bella fila. Al rettilineo che arriva fra un po’ chi può si potrà sfogare. Vai. Una bella accelerata. Mangia la mia polvere. Succhiami il calzino. Ho la macchina più forte della tua. Stronza. Era una donna.
Poteva essere mia madre.
In questa frazione c’è il semaforo. Il rosso lo becco io. E così mi ritrovo nell’ingrato compito di capofila. Devo andare abbastanza veloce, alla partenza, per non dare quell’aria da incapace. Verde. Bene, mi stanno dietro. Però devo condurre ancora io. Adesso di curve c’è n’è una bella serie. Tra l’altro, devo avere dietro due o tre più o meno come me. Non mi mordono il culo della macchina. Anche io non sono chissà che alla guida.
Anzi la macchina non mi piace. Guidare non mi piace. Non mi piace lavarla e neppure tenerla bene. Certo andare veloci dà quella certa euforia, è vero. Prendere le curve, sfiorare la striscia bianca, quasi formula uno.
La serie di curve sta per finire. E sono ancora il capofila.
In lontananza vedo arrivare un camion. Non troppo grosso. Mi lampeggia.
Perché?
I fari sono accesi. Non mi va l’anabbagliante destro, ma non credo sia per quello. Il camionista non lo conosco. Non ho nulla che non va. Mi avvisa di qualcosa.
Oh che gentile. L’autovelox.
Per un soffio. Non troppo, ma andavo più veloce del dovuto. Per stavolta niente pericolo. Non mi fermano neanche.
La solidarietà dell’auotomobilista. Eppure mi sento irritato.
Chi sei, tu che mi hai lampeggiato? A chi lo hai fatto? Perché lo hai fatto?
Non sai chi sono. Potremmo essere due che si odiano allo stadio. Potremmo essere due che si odiano al bar. Potremo essere due che si incazzano per Berlusconi e Prodi. Potremmo essere due che si guardano con odio quando prendiamo i nostri i figli a scuola, con odio senza alcun motivo, naturalmente. Potresti essere uno che mi sprangherebbe ridendo. E adesso invece, siccome sono in macchina, mi sei quasi amico, mi salvi. E a me non piace neanche, la macchina. O forse è perché odi l’autovelox? Lo dobbiamo fregare a tutti i costi? Lui e chi ce lo mette? E questo sarebbe quello che ci porta al di sopra di ogni altro odio? Qualcosa non mi quadra. O meglio, a farcelo quadrare, mi sembra di cadere in un equivoco più grande.
Però l’irritazione mi passa. Ora ho un velo di calore, per questa specie di fratellanza. E’ pur sempre qualcosa, sentirsi uniti.
Cazzo. Ho dimenticato quel certificato. Devo tornare a prenderlo. Inversione alla stazione di servizio. Torno indietro. Eccoli là. C’è ancora l’autovelox . In lontananza vedo una fila di macchine arrivare. Sono solo, non c’è nessuno davanti o dietro di me.
Quindi, eventualmente tocca a me. Lo segnalo o no, ‘sto autovelox?