Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 30 marzo 2007,09:41
Fui risucchiato da una porta girevole, proprio come quelle dei grandi alberghi, e mi trovai in una piccola anticamera laccata, un bottone piatto di quelli che basta sfiorarli per attivarli pulsava come un respiro luminoso. La porta si aprì automaticamente con un debole sibilo e mi trovai inspiegabilmente nella nostra epoca. L’ambiente era come quello di tutti i treni che conosciamo, file di poltrone accoppiate e tavolini reclinabili. La cosa più strana era che passando da una carrozza all’altra mi ero lasciato alle spalle la notte e ora il sole splendeva. Il treno viaggiava veloce senza alcun rumore, liscio su quelle rotaie splendenti che si perdevano in un punto lontano verso l’orizzonte. I passeggeri sembravano provenire dalle parti più impensate del mondo, chi rivolto alla Mecca, chi semplicemente al sole, pregavano ardentemente. Passai vicino a una vecchia signora che indossava un vestito nero, teneva nelle mani un rosario, sembrava parlare eppure dalla sua bocca non usciva una parola. Più avanti su un altro sedile c’era un uomo seminudo, il suo corpo era disegnato come una scultura greca, la pelle scura, il naso schiacciato e i lunghi capelli neri facevano pensare a un indios dell’Amazzonia. Immobile con la bocca serrata emetteva un lamento sommesso, una nenia simile a quei dolci canti per addormentare i bambini. Non molto lontano c’era un mussulmano prostrato a terra, il suo corpo era così raccolto che sembrava un sasso, a gran voce invocava il suo Dio con vocali interminabili che si perdevano nella velocità del treno. C’era anche un buddista che sorrideva fissando il nulla, era vestito con una larga e comoda tunica amaranto. Mentre sentivo il suono di mille preghiere diverse, pensai che in fondo tutti erano orientati a credere nella stessa cosa: un entità superiore dove riporre la propria speranza.
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martedì, 27 marzo 2007,16:27

Tonica

Parto da te. Vibrante ed importante, solo per certe occasioni, puoi cambiare di grado in ogni momento, dipende tutto dalla partenza. Ma oggi, ora, in questo preciso istante, parto da te...

Con un paio di salti confermo la tua importanza, definendo anche la tua natura, il tuo modo, per questa volta è decisamente malinconico, quindi minore. Torno a sfiorarti, a farti vibrare, chiudo gli occhi e mi ritrovo a dominarti sul tuo quinto, per poi ingannare, risolvendo sul sesto, lo facciamo francese? Preferisco tedesco, per scendere sul quinto, questa volta quattro/sei, poi sette... gioco, modulo, mi allontano... sempre di più... non ti vedo e non ti sento, fino quasi a farti dimenticare del tutto, ma io non posso e non so dimenticarmi di te, mi riavvicino con maestria e leggerezza e mi appoggio alla tua sensibile con un quattro/due, ripasso da te facendoti ricordare da tutti e scappo subito per andare sulla sottodominante imponendo su di essa un secondo minore.

Ma si, oggi ho deciso di essere bislacco! Cadenza napoletana e terza piccarda, per illuminare, alla fine, il tuo modo triste, rendendoti maggiore!

Sarai tonica di nuovo, sarai mille altre cose, un ritardo, un appoggiatura, sarai di volta, dominante, eccedente.

Ma ora non sei più niente.

Allontano le mani dai tasti.

La romanza senza parole è conclusa.

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venerdì, 23 marzo 2007,09:11


LE STRANE RICERCHE DEL DOTTOR SELLI



Tutta una vita in quella mattina. Forse non era proprio così, ma non c'era tempo per pensare.Quel momento passava come un'esca, come lo sguardo di qualcuno che incontri tra gli altri e sai che se non lo fermi allora andrà perso per sempre. Ogni pensiero avrebbe castigato l' ora benedetta.


Il dottor Selli stava facendo delle strane ricerche. Ed era ad un passo dall'aver trovato, proprio solo ad un passo. I segni roteavano nella sua mente come i  ricordi, le frasi, le persone. Tutti i puntelli che gli era sembrato di aver fissato per trovare la via d'uscita apparivano ora, non erano che ragnatele. Non c'era amalgama e questo era il problema. Non c'era amalgama e mancava il tempo.

Doveva uscire e non aveva ancora trovato ciò che stava cercando. Il mondo là fuori urlava e aspettava lui, ma lui non poteva uscire ancora, imperfetto, bagnato, doveva uscire compiuto e tonico come un cavallo che morde la terra con gli zoccoli, coi muscoli che lo sollevano dal suolo e per un po' lo fanno volare. Dopo una vita non ci voleva la sbavatura.

Ci teneva ai particolari.

Odiava i dittatori perchè sebbene vendessero per sogno l'incubo non potevano arrivare ai dettagli delle persone. Se pure milioni di persone avrebbero pensato a loro, persino allacciandosi le scarpe, qualcuno no, qualcuno avrebbe avuto un pensiero di bellezza. I dettagli facevano una bella differenza, quella tra il dilettante e il giocatore vero.

E' ora

E' ora, è ora

E' ora, maledizione

Non ho più tempo

Era affranto. Ora che non trovava e non poteva più non trovare, avrebbe voluto distendersi sul letto e rimanere lì a sfaldarsi, indifferente agli istiniti ed ai desideri, a sfaldarsi e farsi ricoprire da qualche pietosa muffa, come un tronco dai funghi, finchè fosse diventato un tutt'uno col letto, con la pietra del pavimento, del palazzo. Con un pacificato mondo minerale fatto solo di freddo.

Lo aveva sempre saputo.

Gli sembrava fosse come per la morte. Uno ci può giocare con la morte, coi pensieri, per l'appunto, o con l'azzardo, può sentirsene abbastanza difeso, ma poi, quando arriva, quando uno si trova veramente di fronte a quel buio vorticante, quello che tutto toglie avido e assurdamente frettoloso, tutto crolla. Non danno più forza i pensieri, non danno più forza le ipotesi, gli assiomi, la musica. C'è solo da inginocchiarsi e pregare come un bambino spaventato.


Ora lui doveva trovare e avrebbe pregato, come un bambino.

Andò di là, in cucina.

Scusami cara devo andare a quell'appuntamento sono in un ritardo pazzesco mi diresti dov'è la camicia blu ti prego



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martedì, 20 marzo 2007,06:44
Mi scuso se replico un racconto presente sul mio blog, ma penso sia la cosa forse migliore che ho scritto e mi piaceva iniziare da questo. Lo dedico ad Anne che mi ha invitata qui dentro. Scusate anche se è un po' lunghetto, prometto che in futuro scriverò cose più brevi. Lallylake
Visita inattesa
Fratello mio. Mi sei venuto a trovare oggi dopo tanti anni di silenzio, dopo tanti anni in cui sei stato il mio silenzio. Quando decidesti di andartene, i parenti e i buoni amici di famiglia si sforzarono di preoccuparsi per me che non ti nominavo mai, che cercavo “di rimuoverti”, come disse quello psicanalista alla mamma.
Non ti hanno mai capito, non ci hanno mai capito.
Come potevo “rimuoverti” io che ti amavo? Erano loro a volerti dimenticare, gli stessi che venivano a cena da noi e che con maliziosa ipocrisia imbarazzavano la mamma chiedendole se “un così bel ragazzo” avesse “la fidanzata” e forse era anche papà che, dopo la tua assenza, parlava di te con un ritrovato orgoglio ma, mentre eri fra noi, di te si vergognava.
Nel mio silenzio ti ho custodito per sempre, ho protetto il nostro legame, ho rispettato la tua volontà di renderti finalmente invisibile. Senza le tue risposte nemmeno le mie parole avevano senso e, del resto, non avrei mai potuto parlare di te, ma con te.
Eppure si sa, gli altri si aspettano sempre che reciti una parte, anche nel dolore. Avrei dovuto rimpiangere apertamente il fratello bello e gentile, il ragazzo intelligente e sensibile che a scuola era sempre il primo, il promettente flautista che aveva appena conseguito il diploma al Conservatorio… Invece io non ti amavo a frammenti, ma totalmente, e di quei ricordi ufficiali che si potevano raccontare agli altri senza suscitare scandalo non sapevo che farmene, non erano nostri.
Il mio silenzio è stato un silenzio d’amore. Solo a te spettava il compito di abbatterlo come hai fatto oggi, proprio durante quel lavoro che amo e che tu mi hai incoraggiato a fare contro la volontà di nostro padre. Aveva perso le speranze con te che ti eri nascosto nella tua musica e non gli rimanevo che io per portare avanti lo studio medico. Ricordo ancora le tue parole quando mi strappasti dalle mani il modulo d’iscrizione alla Facoltà di Medicina: “Nella vita si hanno così poche occasioni di essere se stessi che non puoi rinunciare a diventare ciò che desideri almeno nel lavoro.”
 Soltanto qualche mese dopo avrei capito che le tue parole avevano per te un senso ben più profondo. La sera in cui mi parlasti di Fabiano, ufficialmente il tuo amico del Conservatorio, ufficiosamente l’uomo che amavi, eravamo su una panchina di fronte al lago e io non mi stupii di nulla ma continuai ad affondare il cucchiaino di plastica fuxia nella granita al lampone. Lo sapevo. Lo avevo sempre saputo anche se forse, semplicemente, non ci avevo mai pensato.
Ma, per fortuna, non fui così ipocrita da dirti che saresti stato mio fratello esattamente come prima: da quel momento avrei condiviso con te la sofferenza che presto o tardi altri ci avrebbero causato, le reazioni imprevedibili dei nostri genitori, ma anche la delicatezza di quel tuo amore segreto che molti continuano a chiamare colpa e che io, paradossalmente, ti invidiavo.
Sarei stata più di una sorella. Forse per questo non ricordo soltanto le lacrime della mamma, il silenzio gelido di nostro padre, i mormorii dei vicini, ma anche i pomeriggi musicali che mi regalavi con Fabiano, le nostre gite in montagna, la gioiosa libertà che provavi nel poter essere finalmente te stesso con me.
Il problema non era tuo, non era nostro, ma si fa presto a dire che degli altri ce ne si può infischiare. Del resto non erano tempi per quelli come te e forse, nonostante i progressi sociali di oggi, non ci sarà mai un tempo per quelli come te.
 Così le voci cattive si diffusero e cominciarono a farti del male. Ti evitavano, ti isolavano. Finirono le proposte di lavoro, i concerti da solista e finì anche la storia con Fabiano al quale avevano fatto del male maggiore, inculcandogli l’idea che era malato e che smettendo di vederti avrebbe potuto guarire.
Per la mamma invece tu non eri un figlio malato ma solo un figlio sfortunato che avrebbe dovuto soffrire più degli altri. Ma, quando lei morì, ti accusarono persino di questo, mentre tu te ne eri già andato da anni. Non l’aveva uccisa l’indifferenza di nostro padre che la trascurava, tutto preso dal suo lavoro, non la scomparsa di un figlio che amava, ma il dispiacere che fosse stato un figlio così. Al suo funerale il prete parlava dell’amore di Dio e a me venivano in mente quei versi di De Andrè che ti piacevano tanto: “Non dire falsa testimonianza e aiutali ad uccidere un uomo, lo sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono”. Nessuno di loro ti aveva mai perdonato di essere te stesso e in fondo, per quella verità “scandalosa”, loro ti avevano ucciso.
 Quando vidi la mamma scomparire sottoterra nella bara, compatita da uno stuolo di parenti, avvertii una puntura fastidiosa nel petto che non conoscevo ancora e che più tardi avrei chiamato il mio unico senso di colpa. Avrei potuto salvarti e, forse, avrei potuto salvare anche lei. Sarebbe bastato convincere papà a prestarti del denaro, a permetterti di lasciare quel piccolo mondo antico. Eri un bravo musicista e in una città più grande e più moderna, in cui i pregiudizi della gente non fossero così radicati, avresti avuto fortuna…
Invece scegliesti di andartene da solo, a modo tuo ed io, che allora ero ancora una ragazzina, non riuscii a fermarti.
 Passarono gli anni e ti portai con me ogni giorno, nel mio silenzio. Mi gettai a capofitto nello studio e, ancora una volta, i parenti dissero la loro, che lo facevo “per dimenticare”. Io invece studiavo perché la Facoltà di Lettere mi piaceva, perché senza di te non avrei mai avuto il coraggio di iscrivermi, perché non ti dimenticavo e soprattutto non dimenticavo ciò che ti avevano fatto e volevo andarmene.
Incominciai a fare l’insegnante a Milano e conobbi Guido, l’unico uomo che ho amato dopo di te, ma tutto questo lo sai già perché sei venuto a trovarmi, all’indirizzo giusto. D’altra parte non ho mai dubitato del tuo invidiabile senso di orientamento e ricordo ancora la naturalezza con cui quell’estate sapesti guidarci in una Madrid sconosciuta e caotica, senza cartina, come se ci avessi abitato da sempre. Dicevi che sentivi le città, che le intuivi. Sei sempre stato sensibile agli ambienti e questo, sicuramente, ha aggiunto dolore al tuo dolore.
Non ho mai dubitato neppure che prima o poi ti saresti fatto vivo: amavi fare sorprese, come quella volta che mi trascinasti in montagna il giorno del mio compleanno e, dopo un pranzo al rifugio, giunse al tavolo un’enorme torta al cioccolato con candeline. Intonammo canti da osteria e bevemmo fiumi di vino insieme ai vecchi alpini, per poi rincasare piacevolmente brilli, ciondolando sul sentiero fra mille risate.
 Così non mi sono meravigliata questa mattina, quando sei tornato a farmi visita negli occhi disperati di Lorenzo, un ragazzo taciturno e studioso.
Tutto è iniziato nel bel mezzo di Seneca che deprecava contro i mores del suo tempo e ammoniva sulla brevità di una vita che spesso si spreca inconsapevolmente. Prima la richiesta di andare in bagno, insolita da parte sua, poi l’altrettanto insolito indugio nel tornare. Per fortuna ho capito in tempo che era un invito, rivolto a me.
L’ho trovato arrampicato sul davanzale della finestra, in piedi. L’ho chiamato per nome e si è girato. Nei suoi occhi ho visto i tuoi.
Ci siamo ritrovati, non ci siamo mai lasciati.
Questa mattina sei venuto a riprendere il dialogo interrotto tanti anni fa, a parlarmi di nuovo, a porre fine al mio silenzio. Il suo dolore è diventato il tuo pianto, la sua confessione era la stessa che mi facesti tu quella sera della granita sul lago, con poche varianti. Tra le varianti una grande città sostituiva il piccolo paese.
Avrei potuto dirgli che il suicidio in fondo non era quello che voleva, che la mentalità oggi è diversa, che tante persone lo amavano e tante avrebbero continuato a farlo anche dopo. Invece mi sono seduta per terra, accanto alla finestra da cui minacciava di buttarsi e, stringendo fra le mani il vecchio libro di Seneca che era stato anche tuo, gli parlai di te. Piansi, come non avevo fatto nemmeno al tuo funerale. Piansi perchè eri tornato di nuovo, perchè sapevo che non mi avevi lasciata davvero, anche se ci dissero che eri accidentalmente caduto su un sentiero di montagna mentre tutti capirono che ti eri buttato giù.
 Lorenzo è sceso dalla finestra con indecisione, a tappe. Si è seduto sul davanzale nel corso del racconto, ha guardato la sua “Prof.” accasciata in un angolo del bagno dei ragazzi, senza occhiali e con una voce tremante tanto diversa da quella con cui normalmente spiega. L’ha sentita con stupore raccontare una sofferenza che non era quella del Leopardi ma la sua, la tua, la nostra. Infine è scivolato sul pavimento con un salto leggero e l’ha aiutata ad alzarsi.
Ci siamo abbracciati. Finalmente sono riuscita a salvarti, a riportarti in classe, a casa.
Sai, ora che cammino per strada mi accorgo che è primavera, che il Parco delle Basiliche è pieno di pratoline fiorite e che non sentirò mai più quella fastidiosa puntura nel petto che si chiama senso di colpa.
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venerdì, 16 marzo 2007,08:47
Erano anni che non vedevo un alba così. Nubi arrossate a disegnare fiamme nel cielo terso, creste taglienti che sembrano disegnate a matita dalla mano esperta di un pittore, profumo d’erba tagliata che si insinua nei polmoni rievocando tempi perduti. Ma cos’è cambiato?
Il cielo era cielo anche ieri, le Prealpi sono lì fin dalla notte dei tempi, il blu della volta che mi sormonta è lo stesso dalla creazione in poi.
E questa finestra dalla quale oggi contemplo questo miracolo è la stessa dalla quale mi affaccio oramai da anni.
Mi appoggio al davanzale e respiro. Una brezza leggera accarezza le primule portandomene il profumo, il cane del vicino di casa già scorrazza in giardino e ogni tanto guarda su come se volesse dirmi “Giochiamo?”.
Anche questa è una novità, ho voglia di giocare anch’io. Mi sento un po’ bambino ma sono consapevole di non esserlo. Gli anni sono quelli che dagli “enta” stanno mutando in “anta” e mi sento a metà del cammino, alla fine del primo tempo di un film già visto e che oramai mi annoia, quello nel quale ho recitato un copione scritto da altri, come se il destino, da sempre, mi abbia assegnato il ruolo di comprimario e mai di protagonista.
Ma stamattina no, stamattina mi accorgo di essere nell’intervallo ed allora respiro.
Non è come ieri, non è come è sempre stato. Il blu è sempre quello, il rossore che annuncia la luce del giorno è quello a me noto da una vita intera, i monti così nitidi da potersi quasi sfiorare sono sempre lì sullo sfondo, quinte di un palcoscenico sul quale ho sempre recitato, muovendomi come un automa o, peggio, come un burattino di cui altri tenevano i fili. Qualcosa è cambiato e sono io. Gli occhi che scrutano oltre il davanzale sono quelli di un un uomo libero, di un anima creativa e romantica che sta riconquistando la propria dignità ed il diritto di esprimersi. Si, l’intervallo è prossimo al termine, sta per cominciare il secondo tempo, la seconda parte del film e, questa volta, finalmente è il mio.
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martedì, 13 marzo 2007,07:12

L’appuntamento era al solito bar per le sette di sera. Marco Pistoni arrivò trafelato, era rimasto bloccato nell’ingorgo del traffico e temeva di essere in forte ritardo. Prima di entrare, consultò l’orologio, notando con sollievo di essere in perfetto orario. Fece il suo ingresso nel locale, ordinò un Negroni e si diresse verso il tavolino d’angolo, dove Milena lo stava aspettando fra un sorso di succo di pomodoro e una patatina. Era seduta con le gambe incrociate, un vezzo che lui trovava irresistibile; i capelli castani lievemente ondulati incorniciavano il suo viso dai lineamenti sottili, illuminato da due stupendi occhi grigi, che contenevano le sfumature del mare invernale. Marco la baciò su una guancia, prese posto accanto a lei e frugò nervosamente nella tasca destra della giacca. Da quattro mesi non usciva più con gli amici alla sera, aveva rinunciato anche alle partite di calcio sui maxischermi, per non parlare del cinema, che pure amava tanto. E adesso lo aveva con sé: avvolto in un’elegante confezione, un trilogy forse piccolo, ma ugualmente stupendo. Un meraviglioso anello di fidanzamento, che avrebbe commosso Milena e che rappresentava l’anticamera di un altro genere di anello, quello che lo avrebbe reso felice per tutta la vita. Con la salivazione azzerata a causa dell’emozione sfilò la mano dalla tasca per dare il pacchettino a Milena; ma in quell’istante si presentò il cameriere con la sua consumazione. Rimise la mano in tasca e sorseggiò l’aperitivo. Quindi rivolse un sorriso dolce alla ragazza, ripetendosi per l’ennesima volta che era l’uomo più fortunato della terra: Milena era bellissima, fine, delicata; inoltre disponeva di un’intelligenza pronta e vivace; era buona d’animo e aveva un carattere tranquillo che escludeva a priori le liti banali che a volte rovinano anche i rapporti più felici. Rimise la mano nella tasca. “Milena…”, esordì emozionato. La giovane lo bloccò con un cenno. “Marco, ti devo parlare.” Lui annuì con il capo. “Va bene.”, ribattè. “Ma prima lascia che…” Finalmente tirò fuori  il prezioso regalo, appoggiandolo sul tavolino, fra i bicchieri, le patatine e le olive. Milena sembrò non accorgersi del pacchetto. “Devo parlarti.”, ripetè con un’espressione distaccata del  volto, che Marco non le conosceva. Con una certa timidezza sospinse il regalo verso di lei, ma il suo gesto passò nuovamente inosservato. Fu colto da uno strano presentimento, ma non ebbe il tempo di focalizzare i suoi pensieri. Milena si sporse verso di lui e disse con voce molto bassa:”Amo un altro.” Marco si sentì ghiacciare il sangue nelle vene. Fu colto da un giramento di testa. Un’ondata di angoscia si riversò nel suo cuore, simile a un’onda di acqua gelida. “Ma…io ti amo!”, esclamò disperato. “Lo so. E mi dispiace molto di farti soffrire. Ma è finita.” Milena si alzò e, con il suo passo elastico e sensuale, si diresse verso l’uscita del bar. Marco rimase immobile a guardarla andare via. Le sue mani giocavano nervosamente con il pacchetto. Che conteneva uno stupendo trilogy. Tre piccoli diamanti.

 

 

venerdì, 09 marzo 2007,11:52
Da un pianoforte a coda nero insiste una nota, è sempre la stessa martellante, prepotente, incalzante, sento il rumore dell’acqua che scende fermata da mille ostacoli, un fluire morbido, perpetuo. Si sovrappone lo sferragliamento di un treno in prossimità di uno scambio, è un suono irregolare che si aggiunge a quella nota che da il ritmo. In lontananza un vecchio motivo di una canzonetta anni cinquanta si ripete come in un disco incantato e ripete ossessivamente il motivo all’infinito. Ascolto la plastica ruvida strisciare contro pareti stampate a nido d’ape mentre uno sbuffo di vapore annuncia la sorda sirena di una catena di montaggio. Ha un movimento questa musica, un ritmo imprevedibile, forse casuale, le voci di un frammento di un discorso si moltiplicano su se stesse e una nenia di un vecchio indiano d’america scorre insieme a tutto il resto. Un fragore di cristalli rotti, una macchina colossale che imprime il tempo, un onda del mare che si abbatte su uno scoglio e poi quell’attimo di silenzio, così pieno, così forte, così pieno. In lontananza sento cumuli di suoni cibernetici, la suoneria di un cellulare e un motivo che si perde su se stesso, arrotolandosi, inciampando tra le note. Il colpo secco della puntina di un giradischi ha trovato un solco che diventa un tema, un disturbo, un interferenza sotto il battito di un telegrafo lontano che lancia un disperato messaggio di aiuto. Il lamento di un flessibile, il tonfo sordo di un uomo che cade dall’alto, il frammento di mille suoni luminosi si incastrano con un urlo ripetuto e ripetuto. Lo strazio di un lamento di un animale misterioso, ferraglia che stride, una risata.
by miskin | commenti (5) | commenti (5)(popup)
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lunedì, 05 marzo 2007,23:40

Parlami

parlami quando ti parlo

fallo sopra le mie parole

confondi la volontà dei nostri pensieri di farsi capire

mischia le nostre frasi ed ottieni un suono incomprensibile ma intrigante

parlami quando dormo

confidami segreti che saprò solo sognare

parlami quando sto male e non vorrei far altro che riposare e guarire

parlami quando parli agli altri

parlami quando parlo agli altri

parlami di me 

di te non m'interessa sapere niente se sei tu a raccontarti

parlami e lasciati scoprire

rimani qui e parlami

parlami

by maestrobuitre | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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venerdì, 02 marzo 2007,16:26



ON THE ROAD



 

 

Ho ventidue chilometri da fare. Strada provinciale. Stretta abbastanza. Non sono abituato. E in più c’è il fosso, sempre in agguato. La zona è agricola, per cui dovrò confrontarmi coi trattori e coi camion, che usano questa strada come scorciatoia. Più lunga e meno trafficata dell’altra.

 

Devo portare a lavare la macchina.

 

Questo sole a quest’ora da sempre fastidio.

 

Ora metto il cd che ho fatto ieri.

 

Non c’è molto traffico. Quel poco che c’è è a tratti. Ci sono parecchie curve, sorpassare è difficile, per cui ci si accumula a ridosso della macchina più lenta e nel posto giusto si fa una bella fila. Al rettilineo che arriva fra un po’ chi può si potrà sfogare. Vai. Una bella accelerata. Mangia la mia polvere. Succhiami il calzino. Ho la macchina più forte della tua. Stronza. Era una donna.

 

Poteva essere mia madre.

 

In questa frazione c’è il semaforo. Il rosso lo becco io. E così mi ritrovo nell’ingrato compito di capofila. Devo andare abbastanza veloce, alla partenza, per non dare quell’aria  da incapace. Verde. Bene, mi stanno dietro. Però devo condurre ancora io. Adesso di curve c’è n’è una bella serie. Tra l’altro, devo avere dietro due o tre più o meno come me. Non mi mordono il culo della macchina. Anche io non sono chissà che alla guida.

 

Anzi la macchina non mi piace. Guidare non mi piace. Non mi piace lavarla e neppure tenerla bene. Certo andare veloci dà quella certa euforia, è vero. Prendere le curve, sfiorare la striscia bianca, quasi formula uno.

 

La serie di curve sta per finire. E sono ancora il capofila.

 

In lontananza vedo arrivare un camion. Non troppo grosso. Mi lampeggia.

 

Perché?

 

I fari sono accesi. Non mi va l’anabbagliante destro, ma non credo sia per quello. Il camionista non lo conosco. Non ho nulla che non va. Mi avvisa di qualcosa.

 

Oh che gentile. L’autovelox.

 

Per un soffio. Non troppo, ma andavo più veloce del dovuto. Per stavolta niente pericolo. Non mi fermano neanche.

 

La solidarietà dell’auotomobilista. Eppure mi sento irritato.

 

Chi sei, tu che mi hai lampeggiato? A chi lo hai fatto? Perché lo hai fatto?

 

Non sai chi sono. Potremmo essere due che si odiano allo stadio. Potremmo essere due che si odiano al bar. Potremo essere due che si incazzano per Berlusconi e Prodi. Potremmo essere due che si guardano con odio quando prendiamo i nostri i figli a scuola, con odio senza alcun motivo, naturalmente. Potresti essere uno che mi sprangherebbe ridendo. E adesso invece, siccome sono in macchina, mi sei quasi amico, mi salvi. E a me non piace neanche, la macchina. O forse è perché odi l’autovelox? Lo dobbiamo fregare a tutti i costi? Lui e chi ce lo mette? E questo sarebbe quello che ci porta al di sopra di ogni altro odio? Qualcosa non mi quadra. O meglio, a farcelo quadrare, mi sembra di cadere in un equivoco più grande.

 

Però l’irritazione mi passa. Ora ho un velo di calore, per questa specie di fratellanza. E’ pur sempre qualcosa, sentirsi uniti.

 

Cazzo. Ho dimenticato quel certificato. Devo tornare a prenderlo. Inversione alla stazione di servizio. Torno indietro. Eccoli là. C’è ancora l’autovelox . In lontananza vedo una fila di macchine arrivare. Sono solo, non c’è nessuno davanti o dietro di me.

 

Quindi, eventualmente tocca a me. Lo segnalo o no, ‘sto autovelox? 

 

 

 

by PAPPINA | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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