Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
mercoledì, 28 febbraio 2007,15:07
un saluto ai lettori del blog
e in particolare alla cara anne

lascio splinder


nina
by loeilouvert | commenti (11) | commenti (11)(popup)
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martedì, 27 febbraio 2007,11:25

La mamma lo chiamava dalla stanza a fianco.
Fuori pioveva e la pioggia batteva sulle persiane. Si mise il cuscino sopra la testa. Non voleva sentire né la voce della mamma né l’altro richiamo, quello dell’ acqua. Voleva stare solo, voleva stare a letto. Voleva morire.
Non sarebbe andato a scuola per nessuno motivo al mondo, quel giorno. Il prof di storia lo avrebbe sicuramente interrogato, e lui non aveva studiato niente da un sacco e poi le pagine si erano accumulate e adesso era un casino recuperare.
Avrebbe detto  che si sentiva male, il mal di pancia funzionava sempre, o almeno aveva funzionato fino all’altra volta, quando non era andato a scuola perché Fabio lo aveva detto chiaramente, che lo avrebbe menato.
Che stronzo Fabio. Col cavolo che gli passo ancora i compiti di matematica, col cavolo.
Allungò una mano sul pavimento e spinse sotto il letto il giornaletto che stava guardando, se lo vede mamma capace di fare un casino bestia.
Quella rivista gliela aveva passata Chicco, che le fregava al fratello. Cavolo ci sono su delle foto di gnocche spaventose. Grandi tette e grandi….tutto grande, insomma, tutto grande. Però a lui piacevano di più le foto  delle donne con i peli sul pube. Al pensiero un’erezione improvvisa lo prese tra le gambe e, girandosi su un lato, cominciò a masturbarsi piano, con un occhio alla porta per controllare che la madre non entrasse. Era diventato in gamba a farlo senza farsi beccare, aveva anche imparato a non sporcare, usando i fazzolettini di carta che usava per il raffreddore, tanto con l’allergia in ballo di fazzoletti ne usava a migliaia. Mentre la mano andava su e giù, provò a pensare alle foto del giornale, a quella con la donna piegata in avanti e con la figa che si vedeva da dietro. Venne subito e assaporò il calore che lo pervase, come una febbre. Le gambe gli si irrigidirono nell’attimo stesso in cui il fiotto caldo gli sgorgò tra le mani, i piedi puntati contro il lenzuolo, in fondo. Sentì il piacere prenderlo fin tra le natiche.
Così andava meglio, ora poteva pensare al resto della giornata. Sua madre  intanto urlava che era tardissimo. Che palle.
Provò a preparare la voce fioca che ha uno che sta male, sperando di essere credibile. Che figata se fosse riuscito a stare in casa. Avrebbe girucchiato, mangiato qualcosa davanti alla tele. Avrebbe mandato qualche messaggino a Stefania.
Sì. Impossibile andare a scuola. Non se ne parlava nemmeno.
Si alzò attento a camminare adagio, un po’ sghembo nel caso sua madre fosse entrata. Andò in bagno a gettare il fazzolettino e a fare pipì.
In corridoio incontrò la madre:
“Che hai Andrea?”
“Niente mamma, cioè ho mal di pancia, un casino di mal di pancia”
“Mi sembri stare benissimo, francamente. Spicciati che sennò perdi l’autobus. La colazione è sul tavolo. Io vado ad accompagnare Luisa a scuola. Giustificazioni per oggi non te ne faccio. Ciao”, e uscì.
Cazzo, ma le madri di una volta pronte alla commozione dove le avevano messe.
Storia. Al solo pensarci si sentiva mancare.
Le cause della prima guerra mondiale….

 

by loeilouvert | commenti (9) | commenti (9)(popup)
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lunedì, 26 febbraio 2007,17:41

Avevo scritto che non dipendeva da me, e infatti è accaduto un fatto nuovo che mi permette di rimanere qui. Grazie di cuore a chi mi ha inviato stupendi messaggi privati, chiedendomi di non lasciare Caffè Letterario! E a chi lo ha fatto, commentando su questo blog o nel mio sito personale!!

domenica, 25 febbraio 2007,10:50

Per motivi che mi appartengono, ho deciso di lasciare la direzione di questo blog; conseguentemente, non posterò più. Dato che sono (ero) anche l'editore, nomino nuova direttrice Loeilouvert, che sarà libera di stabilire il taglio che preferisce e di operare autonome scelte. Spero solo che rispetti la mia idea iniziale e non trasformi Caffè Letterario in una babele di post: ma, conoscendo il suo gusto e la sua intelligenza, non credo proprio che lo farà. Visto che la password è comunque la mia, mi dichiaro disponibile sin d'ora a correggere eventuali errori di battitura degli autori, nonchè a stilare il calendario mensile dei post (naturalmente, se Loeilouvert lo vorrà).
Lasciatemi spendere solo due parole. Sono molto contenta di "bistrotapigalle": la qualità degli scritti, secondo me, è di alto livello; il numero dei contatti buono; i 16 link, fin qui ottenuti, rappresentano un dato incoraggiante. D'altra parte, non ho mai pensato che Caffè Letterario diventasse un blog di straordinario successo: l'ho sempre inteso come un sito di nicchia, destinato a crescere e a rafforzarsi gradualmente. Forse con Loeilouvert ci sarà un balzo in avanti. Desidero ringraziare tutti i lettori per la loro attenzione; e naturalmente prometto di passare di qui ogni volta che ci sarà un nuovo post.

venerdì, 23 febbraio 2007,08:58

Li svegliarono prima dell'alba. Il tempo di scendere dalla branda e di stropicciarsi le mani per il freddo, e furono sospinti fuori, nel gelo quasi irreale della steppa. Il cielo era ancora buio, solo molto lontano, a oriente, si andava tratteggiando una pallida striscia di luce, che poteva forse confondersi con la luminiscenza opaca di una stella morente. Camminarono in fila, uno dietro l'altro, tremando di freddo e di paura. Le guardie, pesantemente vestite, li pungolavano con i fucili, incitandoli ad accelerare il passo. Raggiunto uno spiazzo, dove la neve era stata spazzata via, li fecero fermare, allineandoli in un'unica fila. L'ufficiale che comandava il plotone di esecuzione diede l'ordine di prepararsi al fuoco. Era un uomo alto, imponente, i capelli biondi tagliati corti, baffi folti e ben curati, occhi di un azzurro color del ghiaccio. Con un sorriso sprezzante, osservò i volti angosciati dei condannati, le espressioni sgomente, gli sguardi terrorizzati. Si accese un sigaro e aspirò una boccata di fumo, quindi fece un cenno con la testa. Fedor teneva il capo chino; indifferente ai preparativi dei soldati, aveva calcolato di avere ancora un minuto da vivere, ed era impegnato a suddividere quel minuto in venti immagini. Tre secondi per immagine, questo aveva stabilito. Un minuto poteva essere un'eternità: spesso, in un'esistenza normale, non ci si rendeva conto del reale valore del tempo; di quante cose si potessero fare in sessanta secondi. Riservò il primo pensiero all'infanzia, sensazioni più che ricordi, l'odore del latte materno, la forma dei seni di sua madre, un volo di piccioni nel cielo azzurro percorso dai raggi del sole. Poi, la prima volta che era andato a letto con una donna, lo stupore di un ragazzo davanti a quello splendido corpo, il profumo di lei, i baci appassionati, l'esplorazioni di luoghi fino a quel giorno sconosciuti e bellissimi. Una bevuta fra amici, risate, canzoni cantate alla luna, pacche sulle spalle e strette di mano, la complicità maschile.
Presto, il tempo stringe!, pensò Fedor. E, allora, ecco: il suo unico, grande amore, lunghi capelli biondi, sereni occhi celesti, lineamenti fini e delicati, un corpo sottile da accudire e proteggere. Forse, aveva sbagliato i calcoli: soltanto quattro ricordi, e il minuto era già trascorso. I soldati puntarono i fucili, in attesa del comando di sparare. Fedor distolse lo sguardo, fissandolo sull'immensa distesa di neve che si stendeva fino alll'orizzonte. Più che paura, provava un forte senso di amarezza, dovuto al fatto che era innocente: abbracciare con il pensiero le giuste idee progressiste non significava avere ucciso. Egli non si era mai macchiato del sangue di alcuno.
A un tratto, udì un suono assurdo, un rumore che in quel frangente era assolutamente privo di significato: la risata di un uomo. Si guardò attorno. Un suo compagno era improvvisamente incanutito, un altro aveva il volto stravolto dalla pazzia, un terzo era scivolato per terra, simile a un fantoccio vuoto. Piantato a gambe larghe davanti a loro, l'ufficiale rideva. "Per ordine dello zar", annunciò soddisfatto, "da ieri le condanne a morte sono state abolite!" Si voltò, raddrizzando le spalle in modo arrogante, e si allontanò dallo spiazzo. Fedor lo guardò andar via. Non è questo che ha insegnato Gesù!, fu il suo pensiero. Le guardie intonarono un coro, forse per vincere il freddo. Poi i prigionieri furono riportati alle baracche.

Questo episodio è realmente accaduto. A Fedor Michajlovic Dostoevskij.

venerdì, 16 febbraio 2007,07:29

Ombre di vento

Le case del paese erano cresciute come muschio sulla roccia. Alcune aggettavano sull’orrido dove al fondo brontolava un torrente che nessuno aveva mai visto, altre erano stese al sole a godersi la pianura che cambiava mille volte colore fino a degradare in quello che tutti giuravano essere il mare. La brezza cominciò con un sussurro la mattina presto. Non c’erano abituati. L’aria lassù era sempre stata fresca, pulita ma immobile. ‘Cos’è questo rumore?’ si chiedevano l’un altro diffidenti. ‘È il vento tra le fronde’ disse uno in un bar. ‘Il cosa?’ ‘Il vento, quello dei film…’ ‘Ah… il vento… e… e cos’è invece questo bisbiglio?’ ‘È il vento tra l’erba dei campi.’ ‘Fa così?’ ‘Sì, fa così’. Verso mezzogiorno la brezza, che già si era fatta tesa, si rinforzò. Si crearono mulinelli di foglie agli angoli della piazza, sbatté la tenda del bar come una vela che volesse prendere il largo, si gonfiarono le gonne delle ragazze che si rimiravano l’una l’altre divertite. Pian piano cominciarono a muoversi nell'aria i pensieri cupi, la tristezza, le dolci ubbìe. La gente del paese si compiaceva di come si sentiva e sorrideva pur non volendone parlare per paura che quella sensazione potesse sparire con tutto il resto. Le nuvole si stracciarono nel cielo come lana ancora da cardare, i voli degli uccelli si fecero insicuri, gli animali da cortile si accovacciarono chinando il capo. Poi si librarono le preoccupazioni, i dolori che saccheggiano l’esistenza, le ansie che corrodono la voglia di vivere, le invidie e i giuramenti rancorosi di vendetta. Volarono insieme ai panni stesi, a un fazzoletto non trattenuto da chi aveva smesso di piangere, alla polvere di terra appena arata. Chi si trovava nella piazza aveva aperto le braccia e chiuso gli occhi come per farsi attraversare da quel vento che tutto puliva e purificava. Parevano tante croci che giravano su stesse, incerte se ringraziare il dio capriccioso per tanta benevolenza o chiedergli di smetterla per scongiurare il peggio. Le donne, rimaste in casa a far ombra alla finestra, fissavano i loro mariti, i compagni, gli amanti in quello che sembrava un silenzio rintronante, che levigava i sogni e prosciugava i sentimenti. Scomparvero ad una ad una le emozioni d’amore, i legami inscindibili, quelli di pia devozione e lentamente si sciolsero i ricordi del passato e la memoria del presente. Il vento cessò che era sera. E tra le case incastonate nella roccia gentile si aggirarono solo anime vuote senza un perché.

by briciolanellatte | commenti (11) | commenti (11)(popup)
Link | categoria:tracciato nel vuoto
martedì, 13 febbraio 2007,14:06


Fiesta



Il fico impudico sta abbandonato. Morbidamente sodo. Giace con l'apertuta accesa, col miele che cola. Allargata al sole e forse ai miei occhi, alla mia bocca. Contornati dalle labbra bianche, tese e  pronte ad apririsi ancora,  vedo i dentini. Dolci e promettenti.  Potrebbe essere la bocca di un Kraken.  Potrebbe essere un girandola.  Ma io ci vedo solo una voce che offre, una voce buona. Una voce così chiara e semplice che è difficile risponderle alla pari.

Vedo il fico in mezzo alle foglie dure e rugose, nella strada che porta alla piazza.

I muri sono sabbiati dal sole. Pur non essendo in piazza c'è il vibrare delle parole lontane che arriva addosso. E poi piano piano le persone si addensano fino ad essere i grumi di colore che vengono dalla pennellata più grossa, laggiù, fra poco, ormai.

Nelle bancarelle la frutta si mescola agli ortaggi.

"Lost in clashes of colours"

In bell'ordine. Peperoni, pomodori, carote, melanzane. Cavoli, mazzetti di prezzemolo. Zucchine, rape, semi da schiacciare. Colori forti e netti che si alternano a sfumature indicibili. Il mistico viola, il bianco che vira al marrone, ma molto chiaro, da distinguerlo appena. Tutto è ancora turgido. Lentiggini, marezzature. Triplici verdi sulla stessa pelle. L'alchimia che continuerà sul fuoco, nelle mani, e soprattuto nei racconti e nei ricordi. Quei racconti che sono diventati piatti da portare a bocche care e che germineranno ancora, nei tempi a venire. E diventeranno altri ricordi, su cui osare con un po' di timore.

"Il mio cavallo andaluso è prigioniero dei tuoi occhi aperti"

Siamo in piazza. Ai margini del vociare risalta il pianto di un bambino, non ha il giocare che vorrebbe.

"Miserere
Miserere"


Stasera passerà tutto. L'odore del grasso che fa le bolle sulle braci, l'odore del vino che s'è rovesciato sul tavolo, quello all'angolo.  Il profumo che esce dai capelli delle donne, che li muovono apposta. Passerà tutto e mentre mi coricherò, sudato, che di fresco non ce ne sarà, e benedetto il sole che scalda anche di notte, ascolterò la scia della festa. Come la lascia il vento quando se ne va dalla pelle e la pelle resta smarrita.

E chiederò: "Ti prego. Ancora un altro giorno. Ancora."


by PAPPINA | commenti (12) | commenti (12)(popup)
Link | categoria:mille e una pappa
giovedì, 08 febbraio 2007,21:58
Il grugnito di un maiale in lontananza mi svegliò. Pensai a mio padre al suo fare un po’ incerto con la mente soprapensiero in giro chissà dove. Il gesto è sempre stato la sua vita, così preciso e distratto lasciandolo così come viene. Pensai al suo scellerato amore per le sue cose gelosamente riposte in astucci magici con aperture nascoste. Ho vissuto anche io i suoi tormenti la sua continua ricerca di se stesso la sua lotta continua contro il vuoto e il pieno, ho condiviso lo stupore per oggetti abbandonati e dimenticati, da recuperare, da trasformare in inutili macchine che si distruggono da sole. Ricordo il suo pastoso modo di parlare sotto i lunghi baffi rossi come un suono modulare introspettivo perfettamente in linea col suo pensiero senza certezze, con un costante ma consapevole gioco di ribaltare una verità e di vederla da un altro punto di vista segnato, rimarcato annullato con una croce. Mi ricordo le sue mani impastate di colore e nicotina tenermi per mano in riva al naviglio inseguendo una barchetta con lo sguardo, presi tutti e due in un sogno che nessun altro può vedere. Ricordo le lunghe passeggiate chiedendosi quanto può essere grande l’universo in una cosa infinitamente piccola, di come vive un uomo nella sua solitudine dopo una catastrofe che ha spazzato via tutti gli altri solo per un caso, di come ci ritroviamo unici e irriproducibili ma con gli stessi perchè, le stesse angosce, le stesse gioie. Mi ricordo l’odore della colla e queste sagome intagliate ricoperte da strati e strati di colore, rammendate ricucite senza mai buttare niente come tracciati di pensieri che si sovrappongono creando una fitta gabbia impenetrabile. Ricordai i fumetti di Gordon con questi colori semplici su campiture piatte, di questi mondi improbabili di funghi enormi di uomini gialli che lottano con mostri fiabeschi, di astronavi a forma di supposta, di questa Dale che doveva essere una gran rompicoglioni sempre vittima di rapimenti e aggressioni sempre con una piega perfetta.
by miskin | commenti (5) | commenti (5)(popup)
Link | categoria:scritto nel sottosuolo
martedì, 06 febbraio 2007,23:29

E poi c'era lei. La Polacca.

Due occhi.

Un sorriso.

Tutto qui. L'importanza di continuare a respirare per poterla vedere, la voglia di sorridere nonostante il freddo fuori e dentro, la forza di andare avanti che passava inosservata, perché trasformata in una serie di gesti e pensieri spontanei e liberi dal peso di qualsiasi grande recinto.

Tutto qui: nei suoi occhi e nel suo sorriso.

Non capivo mai cosa mi dicesse, colpa della lingua, lei non sapeva l'italiano, io il polacco lo imparai molto tempo dopo e, comunque, troppo tardi.

Ma lei era lì. Il suo sguardo. La sua bocca. E poi le mani, la pelle. Il corpo.

Un corpo.

Per fortuna a noi italiani era permesso di vedere le polacche senza rischiare che i nostri denti saltassero disordinatamente fuori dalla bocca. Dopo averla conosciuta, per lei avrei sfidato la morte (avrei perso di sicuro). Ma non lo avrei mai fatto prima.

E lei mi aiutò a sopravvivere. Mi aiutò ad amare.

Mi aiutò a perdonare.

Un corpo.

L'ultima immagine che ho di lei è un corpo quasi anonimo, nudo.

Morto.

Sarei rimasto lì con lei per diventare io stesso anonimo, ma la forza che il nostro amore fu in grado di impormi mi costrinse a scappare.

Due giorni di fuga ed un tatuaggio perenne sul cuore.

 

(a mio nonno Steva. Ciao.)

by maestrobuitre | commenti (7) | commenti (7)(popup)
Link | categoria:vibrazioni disperse
venerdì, 02 febbraio 2007,16:12
“Ti penso…”, due parole, tre puntini di sospensione, un click e il mio sms sarà da te; da te che non te lo aspetti, o forse si? Da te che non lo vorresti o che al contrario lo desideri più di ogni altra cosa al mondo; da te, che con poche righe quasi asettiche stai cercando di mandarmi lontano quando forse il tuo cuore vorrebbe che io fossi più vicino.
Ok, ho inviato; aspetto, fisso il display che trema insieme alla mano che impugna il telefono e lo sente bollente come ferro arroventato.
Silenzio, nulla, assoluta immobilità. Lo so, stai leggendo; vedo i tuoi occhi scuri percorrere e ripercorrere le mie due parole seguite da quei tre puntini oltre i quali tu non sai se aggiungere un “sei pazzo” o se fantasticare cosa avrei potuto scrivere a seguire.
Anche la tua mano trema, anche il tuo cuore sta scoppiando, lo so. Stai cercando di dissimulare, di rimuovere, di dire a te stessa “Irene no, non farlo!”, ma non sei convinta…no!
Il nostro dialogo è iniziato per caso, ricordi? Quella mattina sul treno il sedile accanto al mio era l’unico disponibile. Mi avevi guardato studiandomi con cura, cercando di capire se quel passeggero alle prese col suo computer potesse essere un chiacchierone molesto, un noioso taciturno o chissà chi. E non potevi immaginare che la tua vaporosa chioma corvina avesse colpito il mio sguardo fin dal tuo apparire in fondo al corridoio di quel vagone affollato.
Una parola, una sola, un formale “Mi scusi..” quando la tua borsa ha urtato il mio braccio e poi, senza sapere perché, poco più di trenta minuti a parlare di tutto e di niente, tra inaspettate risate e sguardi dritti negli occhi. E poi, nei giorni a seguire, poche parole al telefono nell’imbarazzo del “chissà questo cosa vuole?” e del “come vorrei che questa telefonata non finisse mai”. Ed ancora, quel passettino in avanti…”posso scriverti?” e il tuo “si” giunto dopo un’attesa che mi è parsa infinita.
Ora eccomi qui, ad aspettare uno squillo, la vibrazione del mio telefono che non potrà mai eguagliare il mio vibrare dentro. Ma anche se non risponderai, anche se ancora una volta respingerai il desiderio di sentirmi, anche se vorrai ancora placare quel brivido che ti scorre a fior di pelle, io saprò che mi starai pensando fosse anche soltanto per chiederti in un sospiro rivelatore “Perché???”.
by laltroio | commenti (13) | commenti (13)(popup)
Link | categoria:rinascita