Elena
Felice Casati, seduto come sempre vicino al finestrino, aspettava che il treno partisse. Era stato piacevole rivedere Bruno, ma ora voleva rientrare in fretta, voleva rimettere mano al suo romanzo. Gli erano venute in mente alcune buone soluzioni per far ripartire l’intreccio, che sembrava avere perso di slancio.
Certo che Bruno era proprio fortunato a vivere in un posto così bello! Sul mare e in quel bellissimo tratto di costa. Sicuramente anche lui avrebbe tratto giovamento dall’abitare in luoghi simili, e giovamento avrebbe avuto anche la sua ispirazione. Vuoi mettere alzarti la mattina e respirare l’odore del mare, poter anche solo immaginare il movimento dell’acqua, sapendola così vicina?
Scosse la testa pensando al grigio quartiere dove abitava, al percorso che faceva quotidianamente per andare al lavoro. Come fanno a nascere dentro di te storie e personaggi, se hai consuetudine solo con traffico e orizzonti di edifici e antenne?
Uno sguardo all’altro passeggero, seduto di fronte a lui, gli fece capire che quello non era tipo da perdersi in chiacchiere; meglio così, poteva prendere in mano il suo libro e immergersi nei propri pensieri.
Si alzò, prese la sua borsa e dalla tasca estrasse il blocco di A4, che aveva religiosamente rinforzato con una copertina trasparente, così da non sciuparlo. Sorridendo lo aprì.
Gli procurava un piacere intenso anche solo toccare quei fogli, dove lo aspettava una storia interessante, che stava creando lui stesso, portandola là dove voleva; benché ultimamente avesse avuto la sensazione che la storia si dipanasse un po’ da sé, che certi passaggi si imponessero da soli, che certi personaggi acquisissero una sorta di autonomia…
Conosceva a memoria ogni pagina di quello scritto. Perciò fu con sicurezza che lo aprì nel punto in cui aveva lasciato Elena, la protagonista, seduta sulla poltrona a rileggere le lettere del suo vecchio amore.
Elena nasceva dalle sue righe come donna dai tratti gentili, i biondi e lunghi capelli portati sempre raccolti. Una donna equilibrata e serena, che pian piano vede sgretolarsi tra le mani le certezze sulle quali aveva costruito la propria vita. E tutto per colpa di una lettera ritrovata per caso. Da qui doveva riprendere la scrittura.
Aprì con cura il fascicolo.
Fu in un crescendo di sorpresa e orrore che, al posto del suo New Times, trovò uno spazio bianco, sopra il quale campeggiava solitaria l’indicazione della pagina: 156.
Scorrendo le pagine indietro scoprì che vi erano qua e là ampi spazi bianchi e, leggendo, si accorse che era praticamente sparita dal testo ogni riga nella quale aveva narrato di Elena; era sparita ogni traccia dei pensieri che aveva creato per lei, dei gesti che le aveva cucito addosso; dei leggeri abiti a fiori dei quali gli era piaciuto vestirla.
Tutto sparito.
Alzò lo sguardo smarrito e, tra la piccola folla che si accalcava lungo i binari della stazione, qualcosa attrasse la sua attenzione. Qualcuno, per l’esattezza. Una figura vestita di rosso. Una donna vestita di rosso.
Felice Casati era un uomo abitudinario, che non agiva mai per impulso; era un uomo accorto e prudente. Quel giorno se ne dimenticò. Scese improvvisamente dal treno che stava per ripartire e che era anche l’ultimo diretto della giornata.
Appena fu sul marciapiede cercò con lo sguardo quella figura che lo aveva indotto a scendere e la seguì verso l’uscita, incespicando nelle valigie e nei borsoni appoggiati a terra.
Devo essere impazzito, pensò, percependo in modo netto l’irragionevolezza del proprio comportamento, devo essere impazzito. Scendere dal treno per inseguire una sconosciuta! Eppure… eppure… non poteva impedirsi di farlo.
Si trovò fuori dalla stazione; la sottile figura attraversò veloce la strada e poi si fermò davanti a un negozio, forse di fiori.
Felice le arrivò alle spalle e le parole uscirono da sole dalla sua bocca:
“Mi scusi”, sussurrò, sfiorandole una spalla.
Elena si voltò e lo guardò con uno strano sorriso.
“Ah, sei tu”.
Senza respiro, con una specie di spavento dentro i pensieri, Felice si trovò a guardare in volto Elena, la sua Elena. Ma non proprio lei…era…era diversa. Ma non poteva non riconoscerla. Aveva disegnato lui quelle labbra; aveva creato lui l’arco perfetto di quelle sopracciglia; aveva accarezzato nel suo pensiero una a una le dita di quelle mani, come fossero piccoli uccelli, prima di concedere loro la grazia del volo.
Eppure…eppure… lo sguardo…era diverso. No, lui non avrebbe mai pensato a quello sguardo per la sua Elena: uno sguardo stanco e beffardo.
E il vestito rosso: sì, lo aveva voluto così, descrivendone con cura la morbidezza e la tonalità cremisi, ma su quella donna l’effetto era totalmente differente: lo portava aperto sul davanti, scollato, tanto che le si vedeva il solco tra i seni, che si indovinavano grandi e pesanti.
I capelli, poi, non erano raccolti, ma sciolti sulle spalle, spettinati, privi di grazia.
“Non mi riconosci? Sono Elena, non lo vedi?”, aveva una voce bassa, leggermente roca e rideva di lui in modo sgradevole.
“Ma come hai fatto…ma come è possibile?”, si trovò a balbettare.
“Vuoi dire come è possibile che io esista, qui, fuori dal tuo libro?
Perché non dovrebbe essere possibile? E comunque è accaduto, e ti posso assicurare che non è accaduto solo a me. Se solo voi sapeste guardarvi intorno.
Siamo in tante, sai, noi creature di parole, a muoverci tra la vostra gente. Siamo in tante. Siamo fuggitive. Senza meta, ma senza nessuna intenzione di tornare indietro. I tanti fogli persi, cancellati, spariti, in modo apparentemente casuale, da cartellette, agende; le pagine smarrite nei computer. Sono le nostre fughe!
Ci create. Ci insegnate a desiderare. Ci date ricordi che non ci appartengono, ma che ci fanno provare lo struggimento e la nostalgia. Come potete pensare che vogliamo poi restare imprigionati per sempre, eterne crisalidi? Qualcuno non resiste a questa prospettiva.
Mi hai creata così perfetta, così paziente, così incolore, così rassicurante. E io, invece, stando seduta in quella casa a pensare, ad aspettare che tu tornassi a scrivere, ho continuato a sperare che smettessi di guardare te stesso e che vedessi finalmente me.
Tu scrivi, ma io devo poter vivere, oltre le tue parole.
Mi davi forma, ma avevi smesso di darmi vita. Sarei rimasta un personaggio, sarei rimasta incompiuta, se fossi rimasta dentro il tuo libro. E poi…oggi ho sentito il rumore del mare mentre venivi in stazione. E ho pensato che il mare non lo avevo mai visto. Tu, proprio tu che lo ami tanto, mi hai messo intorno solo tanti muri.
E allora il mare sto andando a vedermelo da sola.
Io nel tuo libro non ci torno, Felice. Io voglio imparare a ballare, voglio provare a ubriacarmi, voglio stracciare tutte quelle lettere d’amore con le quali mi incatenavi a un passato che avevi costruito tu. Io l’amore lo voglio toccare e vedere come è fatto. Voglio un bacio vero, anche solo uno. Voglio addentare un melograno, sporcarmi questi bei vestiti a fiori con il suo succo. E poi voglio affondare i miei piedi nella sabbia.
Poi sarò libera di andarmene.
Non posso invecchiare. Non posso avere figli. La mia natura di personaggio mi inchioda comunque a ciò che hai deciso per me.
Perciò, quando mi sentirò sazia di questi piccolo bocconi di vita e di profumi, mi incamminerò verso il mare e tornerò ad essere quello che unicamente sono: una increspatura sulla superficie del tuo pensiero.
nina