Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
lunedì, 29 gennaio 2007,17:37

I libri rappresentavano la grande passione di Antonio Bracci. Leggere per lui era come immergersi in un mondo incantato, lontano anni luce dalle miserie quotidiane, dall'ansia del vivere, dai continui litigi con la moglie. Immergersi nei pensieri degli scrittori, sognare con loro, affrontare gli stessi nemici del protagonista del romanzo, oppure addentrarsi con cautela ma anche con salda fermezza nei trattati scientifici, o ancora scandagliare i continenti sulla scia dei libri di viaggi. E infine distillare lentamente il dolce nettare che scaturiva dalle poesie. Ma purtroppo non aveva mai tempo per dedicarsi alla lettura: lavorava sodo e alla sera, quando rincasava, sua moglie glielo impediva, con il grossolano disprezzo per la cultura che è insito nell'animo delle persone ignoranti. Riusciva a ritagliarsi uno spazio al mattino, in bagno; inforcava gli occhiali dalle lenti spesse, prendeva in mano un libro e si perdeva...le urla della consorte gli ricordavano che stava facendo tardi, che doveva correre in ufficio. Anche nei week-end gli era precluso leggere: c'erano sempre mille incombenze, la spesa, il piccolo giardino da curare, le visite dei parenti. Da sempre Antonio Bracci era infelice. La sua esistenza gli pareva priva di senso.

Poi ci fu la fine del mondo. Antonio non seppe mai cosa accadde. Pensò che Bin Laden avesse sganciato una bomba atomica su New York e che gli americani si fossero vendicati bombardando il medio oriente. Sicuramente si trattava di ordigni "intelligenti", dato che non ci furono danni materiali. Le automobili, le vetrine dei negozi, le case: tutto era uguale a prima, con l'unica differenza che erano scomparsi gli esseri umani, quasi fossero stati risucchiati da un gigantesco imbuto. Per qualche giorno restò rintanato in casa, in preda a un panico che tuttavia man mano si smussò. A volte si chiedeva come mai fosse l'unico sopravvissuto, ma non trovando risposte razionali, accantonò ben presto l'argomento. Alla fine, fu spinto a uscire dalla fame. Andò in un supermercato e riempì una capiente borsa di cibi non deperibili, oltre a un assortimento di bibite varie. Dopo aver mangiato, uscì nuovamente di casa. Il suo quartiere gli appariva strano, deserto com'era, ma non rimpiangeva assolutamente la compagnia degli uomini, che troppo spesso si trasformava in un laccio soffocante e fastidioso. Si chiese se altrove c'erano altri superstiti, ma non era particolarmente interessato a scoprirlo; stava bene da solo. Raggiunse la migliore libreria della città. Entrò. Incominciò a passare in rassegna gli eleganti scaffali, a mirare i dorsi dei volumi ordinatamente riposti. Letteratura russa. Minimalisti. Classici americani. Autori inglesi. Francesi. Trattati scientifici di ogni specie. Era pazzo di gioia. Avrebbe potuto leggere. Leggere! Sarebbe stato libero di trascorrere il resto dei suoi giorni con un libro in mano. La vita all'improvviso gli apparve meravigliosa. Si guardò attorno a lungo, scorrendo attentamente i titoli, e alla fine scelse. Con mani tremanti prese "Guerra e Pace". Un ottimo inizio. Si sedette alla cassa, tenendo il libro sulle ginocchia, e tirò fuori dalla tasca della giacca gli occhiali. Forse fu un movimento inconsulto. Forse fu l'ansia febbrile che lo stava divorando. Gli occhiali gli scivolarono di mano. Caddero a terra. Si ruppero.

giovedì, 25 gennaio 2007,15:12
Elena

Felice Casati, seduto come sempre vicino al finestrino, aspettava che il treno partisse. Era stato piacevole  rivedere Bruno, ma ora voleva rientrare in fretta, voleva rimettere mano al suo romanzo. Gli erano venute in mente alcune buone soluzioni per far ripartire l’intreccio, che sembrava avere perso di slancio.

Certo che Bruno era proprio fortunato a vivere  in un posto così bello! Sul mare e in quel bellissimo tratto di costa. Sicuramente anche lui avrebbe tratto giovamento dall’abitare in luoghi simili, e giovamento avrebbe avuto anche la sua ispirazione. Vuoi mettere alzarti la mattina e respirare l’odore del mare, poter anche solo immaginare il movimento dell’acqua, sapendola così vicina?

Scosse la testa pensando al grigio quartiere dove abitava, al percorso che faceva quotidianamente per andare al lavoro. Come fanno a nascere dentro di te storie e personaggi, se hai consuetudine solo con traffico e orizzonti di edifici e antenne?

Uno sguardo all’altro passeggero, seduto di fronte a lui, gli fece capire che quello non era tipo da perdersi in chiacchiere; meglio così, poteva prendere in mano il suo libro e immergersi nei propri pensieri.

Si alzò,  prese la sua borsa e dalla tasca estrasse il blocco di A4, che aveva religiosamente rinforzato con una copertina trasparente, così da non sciuparlo. Sorridendo lo aprì.

Gli procurava un piacere intenso anche solo toccare quei fogli, dove lo aspettava una storia interessante, che stava creando lui stesso, portandola là dove voleva; benché ultimamente avesse avuto la sensazione che la storia si dipanasse un po’ da sé, che certi passaggi si imponessero da soli, che certi personaggi acquisissero una sorta di autonomia…

Conosceva a memoria ogni pagina di quello scritto. Perciò fu con sicurezza che lo aprì nel punto in cui aveva lasciato Elena, la protagonista, seduta sulla poltrona a rileggere le lettere del suo vecchio amore.

 Elena nasceva dalle sue righe come donna dai tratti gentili, i biondi e lunghi capelli portati sempre raccolti. Una donna equilibrata e serena, che pian piano vede sgretolarsi tra le mani le certezze sulle quali aveva costruito la propria vita. E tutto per colpa di una lettera ritrovata per caso. Da qui doveva riprendere la scrittura.

Aprì con cura il fascicolo.

Fu in un crescendo di sorpresa e orrore che,  al posto del suo New Times,  trovò uno spazio bianco, sopra il quale campeggiava solitaria l’indicazione della pagina: 156.  

Scorrendo le pagine indietro scoprì che vi erano qua e là ampi spazi bianchi e, leggendo, si accorse che era praticamente sparita dal testo ogni riga nella quale aveva narrato di Elena; era sparita ogni traccia dei pensieri che aveva creato per lei, dei gesti che le aveva cucito addosso; dei leggeri abiti a fiori dei quali gli era piaciuto vestirla.

Tutto sparito.

Alzò lo sguardo smarrito e, tra la piccola folla che si accalcava lungo i binari della stazione, qualcosa attrasse la sua attenzione. Qualcuno, per l’esattezza. Una figura vestita di rosso. Una donna vestita di rosso.

Felice Casati era un uomo abitudinario, che non agiva mai per impulso; era un uomo accorto e prudente. Quel giorno se ne dimenticò. Scese improvvisamente dal treno che stava per ripartire e che era anche l’ultimo diretto della giornata.

Appena fu sul marciapiede cercò con lo sguardo quella figura che lo aveva indotto a scendere e la seguì verso l’uscita, incespicando nelle  valigie e nei borsoni appoggiati a terra.

Devo essere impazzito, pensò, percependo in modo netto l’irragionevolezza del proprio comportamento, devo essere impazzito. Scendere dal treno per inseguire una sconosciuta! Eppure… eppure… non poteva impedirsi di farlo.

Si trovò fuori dalla stazione; la sottile figura attraversò veloce la strada e poi si fermò davanti a un negozio, forse  di fiori.

Felice le arrivò alle spalle  e le parole uscirono da sole dalla sua bocca:

“Mi scusi”, sussurrò, sfiorandole una spalla.

Elena si voltò e lo guardò con uno strano sorriso.

“Ah, sei tu”.

Senza respiro, con una specie di spavento dentro i pensieri, Felice si trovò a guardare in volto Elena, la sua Elena. Ma non proprio lei…era…era diversa. Ma non poteva non riconoscerla. Aveva disegnato lui quelle labbra; aveva creato lui l’arco perfetto di quelle sopracciglia; aveva accarezzato nel suo pensiero una a una le dita di quelle mani, come fossero piccoli uccelli, prima di concedere loro la grazia del volo.

Eppure…eppure… lo sguardo…era diverso. No, lui non avrebbe mai pensato a quello sguardo per la sua Elena: uno sguardo stanco e beffardo.

E il vestito rosso: sì, lo aveva voluto così, descrivendone con cura la morbidezza e la tonalità cremisi, ma su quella donna l’effetto era totalmente differente: lo portava aperto sul davanti, scollato, tanto che le si vedeva il solco tra i seni, che si indovinavano grandi e pesanti.

I capelli, poi, non erano raccolti, ma sciolti sulle spalle, spettinati, privi di grazia.

“Non mi riconosci? Sono Elena, non lo vedi?”, aveva una voce bassa, leggermente roca e rideva di lui in modo sgradevole.

“Ma come hai fatto…ma come è possibile?”, si trovò a balbettare.

“Vuoi dire come è possibile che io esista, qui, fuori dal tuo libro?

Perché non dovrebbe essere possibile? E comunque è accaduto, e ti posso assicurare che non è accaduto solo a me. Se solo voi sapeste guardarvi intorno.

Siamo in tante, sai, noi creature di parole, a muoverci tra la vostra gente. Siamo in tante. Siamo fuggitive. Senza meta, ma senza nessuna intenzione di tornare indietro. I tanti fogli persi, cancellati, spariti, in modo apparentemente casuale, da cartellette, agende; le pagine smarrite nei computer. Sono le nostre fughe!

Ci create. Ci insegnate a desiderare. Ci date ricordi che non ci appartengono, ma che ci fanno provare lo struggimento e la nostalgia. Come potete pensare che  vogliamo poi restare imprigionati per sempre, eterne crisalidi? Qualcuno non resiste a questa prospettiva.

Mi hai creata così perfetta, così paziente, così incolore, così rassicurante. E io, invece, stando seduta in quella casa a pensare, ad aspettare che tu tornassi a scrivere, ho continuato a sperare che smettessi di guardare te stesso e che vedessi finalmente me.

Tu scrivi, ma io devo poter vivere, oltre le tue parole.

Mi davi forma, ma avevi smesso di darmi vita. Sarei rimasta un personaggio, sarei rimasta incompiuta, se fossi rimasta dentro il tuo libro. E poi…oggi ho sentito il rumore del mare mentre venivi in stazione. E ho pensato che il mare non lo avevo mai visto. Tu, proprio tu che lo ami tanto, mi hai messo intorno solo tanti muri.

E allora il mare sto andando a vedermelo da sola.

Io nel tuo libro non ci torno, Felice. Io voglio imparare a ballare, voglio provare a ubriacarmi, voglio stracciare tutte quelle lettere d’amore con le quali mi incatenavi a un passato che avevi costruito tu. Io l’amore lo voglio toccare e vedere come è fatto. Voglio un bacio vero, anche solo uno. Voglio addentare un melograno, sporcarmi questi bei vestiti a fiori con il suo succo. E poi voglio affondare i miei piedi nella sabbia.

Poi sarò libera di andarmene.

Non posso invecchiare. Non posso avere figli. La mia natura di personaggio mi inchioda comunque a ciò che hai deciso per me.

Perciò, quando mi sentirò sazia di questi piccolo bocconi di vita e di profumi, mi incamminerò verso il mare e tornerò ad essere quello che unicamente sono: una increspatura sulla superficie del tuo pensiero.



bulle

nina


 


 

by loeilouvert | commenti (23) | commenti (23)(popup)
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venerdì, 19 gennaio 2007,14:46

Si sente il vento soffiare, i muri bianchi all’ombra diventano grigi. Il pavimento blu spento, ha delle striature stampate, una vena imperfetta che si trascina su se stessa. È il difetto di ognuno di noi, nell’insieme non lo vedi, ma se guardi nel dettaglio ti accorgi di tutto, striature di disperazione nera.
Percorrendo il corridoio lungo fino alla porta a vetri conto 89 passi ma se lo ripercorro il pavimento si accorcia o si allunga. È una formica di plastica gialla che riflette le luci al neon del soffitto, sembra sempre bagnato da quanto è lucido; gli angoli sono morbidi e smussati e tutti i passi che lo percorrono sono lenti e silenziosi. Le pareti di cartone ricoperto di formica sono segnate da gesti di rabbia. Chissà forse una sigaretta negata o un semplice modo per scaricare la propria rabbia. Molti dormono nelle loro stanze, altri seguono come me i loro passi per non fermarsi a pensare. Le finestre sono grandi e fuori un paesaggio meraviglioso; ma nessuno sembra interessarsene, è troppo fuori e lontano da questo posto così chiuso. Non c’è silenzio, le voci rimbombano nel corridoio, sono richieste qualsiasi ripetute all’impossibile.

Dopo cena
Tutto è sempre chiuso a chiave tranne le porte delle stanze e dei bagni dei pazienti. Una signora in vestaglia rosa con un buco sul petto si dispera perchè non trova nessuno che giochi a carte con lei, sostenendo che se non fa niente la legheranno di nuovo. Con i pazienti trovi a volte solidarietà e compassione altre volte sospetto e odio. Sono stati d’animo che rimbalzano in uno spazio chiuso e vuoto. Il vuoto che ti assale ad ogni passo, il pensare di non dover pensare, il camminare senza andare da nessuna parte. Carezze disperate su una guancia, parole di rabbia a denti serrati schiumanti di risentimento poi la doccia, l’acqua che scioglie i pensieri. Ho dormito e mi sembrava di stare altrove sicuramente fuori di qui, sono posti non familiari quelli in cui ci si trova nel sonno, eppure mi sentivo bene, sentivo che la testa era sgombra dai soliti pensieri, dall’angoscia di un microscopico puntino su un muro. Ora da sveglio sono già tornato e oggi ancora di più non vorrei essere da nessuna parte.
La colazione
Ai tavoli qualcuno è già seduto vestito come se ne dovesse andare appena finito, altri in pigiama spettinati e ancora col sonno negli occhi. La latta di plastica rossa contiene caffè d’orzo con latte in polvere. Tutti parlano di quando dovranno uscire G imprenditore vuole assumere tutti, parla di tanti soldi e che ha sempre fatto del bene a tutti, ma i giorni passano e non esce mai. Basta una parola al posto sbagliato e perde i nervi. Il “ministro” invece è un camminatore come me e stamani canta a squarciagola una vecchia canzone di amori a Granada. M sta depennando gli amici che non sono venuti a trovarla, penso che lo farò anche io se non hanno una buona giustificazione. Ma a me anche se venissero a trovare non avrei voglia di vederli. Mi sale un rigurgito di amarezza e di rancore. Oggi non è una giornata così limpida e queste striature bianche si confondono nella confusione generale, mi sembrano così ferme e plumbee. La paura di uscire e l’angoscia di rimaner dentro.

Il Colloquio
Il dottor P che mi ha in affidamento qui in reparto ha chiesto di parlare con me, insieme a lui nella sala colloqui c’era il professor Z colui che ho abbandonato quando andavo al CPS vicino a casa. Z mi guarda e dice “ha fatto il bis”. Si parla di tappi e vicoli chiusi di necrosi, di non accettare responsabilità. Questo è un posto dove non si pensa, è una scatola chiusa sedante. Ma grazie a questa scatola non sono andato avanti a distruggermi, ho superato le prime difficoltà dormendo e guardando la disperazione degli altri. Ora voglio uscire, voglio riprendermi la mia vita, e sarò da solo perchè già lo sapevo. Il 10 febbraio comincerò da dove ho lasciato proprio quel posto e da quel dottore che ho abbandonato, duro, arrogante ma forse ora capisco la sua correttezza “o ci sei o non ci sei”. Scendiamo al bar accompagnati dall’infermiere, bevo un caffè e guardo la gente mentre mi guarda. È il primo contatto con l’esterno ma mi disturba, mi sento a disagio e mi rinchiudo come una persona qualsiasi dentro a un qualsiasi futile pensiero.

Il pranzo
Oggi gnocchi al pomodoro, pollo e patatine, non è possibile guardare dentro la pentola. L perde un rivolo di saliva dall’angolo della bocca, mi guarda spenta e mi dice che sono un bel ragazzo. Sto tremando, il cibo mi esce dal piatto, piatti e bicchieri sono così leggeri e instabili su una superficie liscia e lucida. Vacillo e ingoio sono disperatamente felice, torno in camera mi sdraio suona il telefono. Chi per mangiare faceva silenzio ora canta di nuovo. Le mele cotte mi fanno schifo! Devo mettere a posto il disordine . Un livido chiarore mi appanna la vista sto piangendo ma lo nascondo davanti a queste finestre al nono piano vedo delle piccole creature muoversi velocemente.
Presto sarò uno di loro.

N.B. QUESTO POST E' STATO SCRITTO DA MISKIN.

IL NOME ANNEHECHE COMPARE SOLO PERCHE', PER MOTIVI TECNICI, L'HO MATERIALMENTE POSTATO IO. MA LO SCRITTO E' DI MISKIN!

by anneheche | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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martedì, 16 gennaio 2007,10:26

METAMORFOSI

 

 

E ho messo un pezzo

e ho messo un pezzo

e ho messo un altro pezzo

e ho rasato i capelli perchè stavo meglio senza del tutto

e poi ho preso un tre quarti di pelle nera

ed una montatura netta e precisa

ed era un altro pezzo

e avevo i miei gusti in fatto di sesso

sapevo cosa mi piaceva

e un pezzo

una buona banca

una buona faccia quando dovevo chiedere

e sapevo cosa non chiedere per esempio ad un posto di mare

e passeggiavo e respiravo e mi consolavo

e la nebbia non mi faceva paura

e quando camminavo le luci del centro non mi facevano paura

avevo certi pensieri che s'erano fatti carne

ed erano diventati come mettevo i piedi nelle scarpe

l'altezza delle basette dopo la barba

e c'ero quasi riuscito

un pezzo dopo l'altro

a puntellare

ero una bella crisalide ferrosa che reggeva

reggeva il peso


poi il foglio bianco asettico impostato intestato laboaratorio che fa analisi

mi sarei aspettao di vederla con la cappa nera e comunque era lontana troppo lontana

invece non aveva la cappa nera ed era lì davanti ai miei occhi nelle vie che scorrevano nel mio corpo e chissà che faceva

non aveva la falce

era come se mi sciogliesse come se mi tirasse via sfumandomi

ma non come quando ascoltavo gymnopédie e ne morivo dolcemente e pensavo che sarebbe stato così, che la crisalide sarebbe morta così, dolcemente, guardando con occhio distante, meritando la dolcezza perchè ogni pezzo era stato messo al suo posto, con fatica

no era come se mi sciogliesse come se mi tirasse via e non avessi nessun appiglio

nessuno  


nella crisalide c'era una farfalla stupita che tremava e aveva le ali ancora bagnate

e ancora non aveva volato

by PAPPINA | commenti (14) | commenti (14)(popup)
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venerdì, 12 gennaio 2007,06:21

Dillo con i fiori

Era già un po’ che aspettava in piedi dietro al solito palazzo. Lei era in ritardo e lui teso, come sempre del resto. Stava ben attento a non stringere però il mazzo di rose che aveva in braccio. Erano stupende, turgide di profumo e sensualità. Il fioraio, che conosceva bene, gli aveva fatto un prezzo speciale: dodici baccarat carminio dai petali morbidi come labbra di bimbo che ancora gocciavano di terra e bagliori di luce marmorea. Il ragazzo si perse in se stesso, tanto da non accorgersi che lei era scivolata via dal portone. Si mosse anche lui, dietro a quello svolazzare gentile di gonna e il tacchettio nervoso: la vide sostare dal giornalaio. Lui conosceva bene il copione di ogni mattina: avrebbe comprato il quotidiano e il biglietto dell’autobus. Aspettò con pazienza immergendosi nei suo gesti, in quello scrollare lento di capelli, il quel modo tutto suo di tenere la borsa. E non appena lei si allontanò in direzione del bar il ragazzo corse in avanti a trafiggere la prima rosa tra i giornali sotto lo sguardo dell’edicolante che, vedendolo di nuovo, scosse la testa. Il ragazzo ritornò indietro allungando verso il locale dove lei già stava sorbendo il cappuccino. E quando lei uscì, lui vi entrò leggero lasciando a terra il secondo fiore là dove era stata. Poi la ragazza piegò verso il Duomo. A metà strada si appoggiò alla grata di una casa per mettersi a posto una scarpa. Lui, puntualmente, non appena la vide incamminarsi, incastrò nello stesso punto un’altra rosa, la più bella.  Ne abbandonò altre, lungo il suo cammino invisibile, come a sottolineare il passaggio di una principessa. Quindi la vide sparire in fretta dietro all’angolo. Il ragazzo accelerò il passo estraendo dal mazzo un’altra rosa pronto ad usarla. La guardò un attimo per respirarne tutta la bellezza. In quel frangente dallo spigolo dell’edificio riapparve lei all’improvviso. Il ragazzo se la trovò di fronte che ancora aveva a mezz’aria il fiore che quasi sembrava glielo stesse offrendo.
«Non voglio niente!» imprecò lei irrigidendo il volto e fulminandolo con lo sguardo. Il ragazzo impallidì. Si sentì i piedi pesanti e la testa vuota. «Non si può camminare in pace che subito cercano di venderti qualcosa» disse ancora lei con astio e già si stava allontanando dandogli le spalle.

by briciolanellatte | commenti (26) | commenti (26)(popup)
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sabato, 06 gennaio 2007,01:47

Un Magico Ballo

Scivolando distrattamente da una stanza all'altra, pensava.

E quanto pensò, quella notte; le stanze da attraversare erano tante e, in ognuna, non si limitava ad entrare, ma ne sfiorava ogni contorno, dai muri ai mobili. Tutti gli oggetti su cui i suoi occhi si posavano, venivano accarezzati da ogni suo dito, cadendo vittima di una sorta di rito ossessivo-compulsivo.

E pensava.

La Dama del Passato entrava nella sala da ballo con uno sfarzoso abito fatto di sorrisi, delusioni, vittorie e rimpianti e iniziava una danza antica con un impalpabile cavaliere nudo che si lasciava trascinare in giri di valzer sempre più arditi e vertiginosi, attendendo che i sarti del futuro gli cucissero un meraviglioso abito fatto su misura.

Ogni oggetto sfiorato era un passo di danza, ogni sospiro era una feroce giravolta, ogni sorriso era un elegante pausa del cavaliere nudo, che riprendeva a ballare portando con maestria la Dama. Il Re dell'Abisso non era stato invitato alla festa e non aveva intenzione né motivo di parteciparvi. Era una festa privata, dolcemente malinconica, fievolmente illuminata dalla speranza; una festa antica quanto l'uomo.

Più antica degli invitati e della Regina della Sala.

E il ballo proseguiva: giravolte, pause, passi di danza, pause, giravolte, passi, giravolte, pause, passi, giravolte, giravolte, giravolte...

...il rito si fece troppo sicuro e distratto. Un oggetto di vetro appartenente alla Dama (come tutto, in questa dimensione), cadde ai piedi della Regina, dividendosi in mille pezzi.

Cessò la musica.

Le danze finirono improvvisamente.

 

 

 

by maestrobuitre | commenti (20) | commenti (20)(popup)
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