IL REGALO DI NATALE
Pensa Nina, piccola donna inquieta, se si potesse scegliere la vita come si sceglie un abito. Come si sceglie un regalo da far a se stessa.
Vieni con me, seguimi, dammi la mano.
Offerte.
Articoli di lusso.
Un susseguirsi di visioni.
Una vita da monaca. Le mani giunte nella preghiera. Certezze da prendere e tenere fra le dita, sgranandole come chicchi di melograno. Preghiere e cieli e ruvide lane sulla pelle.
Un’altra vetrina.
Una vita da niente. Da perdere d’un sol colpo, giocando ai dadi sotto una stazione della metropolitana, tra i treni che passano e le voci che si inseguono. Da perdere giocando con uno sconosciuto. Barando per il gusto di fregare l’altro dalle mani in tasca, lo sguardo vigile di chi vuol vincere la partita.
Oppure, oppure, una vita mansueta, all’ombra dei grandi alberi del giardino, fra tende di lavanda e odore di sapone. Una vita di amore fedele e pago degli sguardi dritti e franchi. Il rito degli inviti e dell’ospitalità generosa. Il vino a tavola. Il gioco dei bimbi. Ricordi che rotolano da cuore a labbra, prendendo le forme di un appagamento quieto.
Continua a camminare, su queste strade umide di luci e pulite dal vento. Cerca, Nina, cerca ancora.
Ecco.
Qui.
Che non stringa, però, perché mi danno fastidio i lacci e le cinture.
Vorrei una vita leggermente svasata sui fianchi. Di un morbido tessuto, che accarezzi i miei pensieri ad ogni passo.
Una vita non troppo di moda, che io possa indossare per anni ancora, senza dovermi sentire ridicola.
Come dice? Quella vita là, quella così luccicante? Oh, no. Nulla di così vistoso! Non credo di saperla portare con la sufficiente disinvoltura. Piuttosto, quella appoggiata vicino. Sì, quella. La posso provare?
(Guardati Nina, guardati in quello specchio lontano, ché solo la distanza ti darà giusta prospettiva)
E poi gli accessori.
Devono essere adatti. Me ne servono pochi.
Ecco, vorrei, vorrei, per accompagnare questa vita, vorrei un’infanzia felice. Di zucchero e balocchi. Di giochi giocati. Di sogni avverati. Di sogni sospesi su funi d’argento. Di ponti sospesi e pensieri.
E ancora vorrei, da indossare quando il freddo è più intenso, un nuovo abbraccio di mia madre. O meglio, lo stesso abbraccio di sempre, che ho perso, e non per distrazione, mi creda, ché mai avrei potuto dimenticarlo. Me l’ha rubato il destino; me l’ha portato via d’un colpo, qualche primavera fa. E da allora, vede, il freddo lo sento fin dentro le ossa, penetra e non se ne va.
La gente si sfiora a passo svelto, mente va verso casa.
Tu, Nina, dondolando sui fianchi ti allontani, sazia del sogno e di questo piccolo giocare con le parole che non costa nulla, solo l’emozione e il brivido crudele di spogliarsi ancora una volta davanti a sguardi vestiti.
Tanto, un foglio di carta puoi sempre gettarlo nel fuoco del camino, e illuminare con questa fiamma lo sguardo di tua figlia, dopo che le avrai raccontato la favola della sera.
Buon Natale.
Auguri di cuore a tutti.
Nina
Il vecchio sedeva su una panchina del parco comunale. Attorno a lui, alcuni bambini giocavano a pallone, strillando e litigando per ogni presunto fallo commesso; poco più distante, due mamme sospingevano le rispettive carrozzine, chiacchierando in tono sommesso e lieve. Benchè fosse una bella giornata di sole, allietata da un cielo incredibilmente azzurro, faceva molto freddo. Il vecchio si strinse nel liso cappotto di Loden, che non cambiava più da quando era morta sua moglie. Cercava di godersi gli ultimi raggi di quel pomeriggio invernale, e la sua mente distratta vagava senza un percorso stabilito; non pensieri, piuttosto frammenti di passato che filtravano dalla memoria in ordine sparso, a volte addirittura in modo incongruo. Le serate di maggio, avvolte nella tiepida aria primaverile; gli occhi scuri delle ragazze che si avviavano alla funzione tenendosi sottobraccio; l'odore dei campi che rilasciava il sapore del sole fin lì trattenuto. E poi Marta. Era la più bella fra loro. Se il vecchio si concentrava riusciva ancora a scorgerne il profilo nella mente, la cascata di capelli scuri, ricci e ribelli, il sorriso che aveva una nota vagamente sfrontata e irridente, ma che nello spazio di un breve istante sapeva trasformarsi in un'espressione che pareva contenere tutta la dolcezza di questo mondo. Il vecchio non rammentava più quando si erano scambiati il primo bacio; tuttavia, sebbene fosse simile a un'onda uguale a moltitudini di altre, ne conservava intatto il ricordo: le labbra dapprima timide e incerte, quasi timorose di congiungersi; il profumo della bocca di lei; la passione che improvvisa divampava nel basso ventre di lui. Gli ultimi raggi di sole illuminarono un rettangolo di prato, ritagliando una zona luminosa, mentre il resto del parco si avviava al congiungimento con la sera. I bimbi lasciarono la loro partita in sospeso, rimandandola all'indomani; le mamme si allontanarono, dirette ai preparativi per la cena. Un soffio di vento freddo calò improvviso dalla montagna che sovrastava il paese. Ma il vecchio rimase seduto ancora un pò. Impressioni sfilacciate nella mente. Lampi di passato che emergevano, crudeli come squali. Altri più dolci. Il pensiero della morte della moglie allontanato a viva forza dalla soglia del cervello, cacciato, bandito. Sostituito infine da altri ricordi sfilacciati, tramonti e albe, il respiro del mare e i colori di un bosco autunnale...tappeti di foglie e grandi alberi spogli. La lontana musica di un organo in una chiesa ormai dimenticata. Ed eccoli nuovamente: gli artigli della disperazione che lo avevano ghermito quando aveva sentito quelle parole. Prognosi infausta. Il sorriso di Marta. Il vuoto lasciato da Marta. "No, non pensare!", si disse il vecchio, alzandosi dalla panchina.
Fiabilandia
La bambina, una cascata di boccoli d’oro su di un viso d’angelo, si avvicinò in punta di piedi alla madre.
«Mamma… cos’è la Realtà?»
«Cosa fai in piedi ancora a quest’ora, Emmie?»
«Cos’è la Realtà? Dimmelo, dai».
«Chi te ne ha parlato?»
«Gli animali del bosco».
La madre si riempì gli occhi del tramonto dai mille colori che illuminavano Fiabilandia, poi disse: «so che la Realtà non è piacevole ed è molto diversa da quello che c’è qui. Tu per esempio non saresti così dolce, né io così giovane e questa stessa casa non sarebbe di marzapane».
«Però avrei pur sempre la mia nuvoletta su cui dormire…»
«No, neppure quella».
«E gli uccellini con cui parlare?»
«Neppure. Niente nuvoletta, né Fatina Nelly, né Riccio Parlante. Poi ci sono le malattie, la morte, il Male».
«Ma anche qui nelle favole ci sono gli orchi e la Matrigna cattiva…»
«Sì, però servono solo per far trionfare il bene. Noi alla fine siamo sempre tutti felici e contenti, non è vero, piccolina mia?»
La bambina l’abbracciò forte. «Certo, è così. È meglio vivere qui, con te che sei la mamma più bella del mondo».
«Adesso vai a dormire, però» le sussurrò dandole un finto scappellotto sulla tutina rosa confetto. «Sennò ti si raffredda la tua nuvoletta».
La donna la vide trotterellare via, chiuse gli occhi su quel tramonto da pittore impazzito. I colori la inebriarono di profumi e di suoni. Poi li riaprì.
‘Un altro maledetto sogno’ fece scuotendo la testa. Si sentì daccapo i dolori alle gambe e al collo, gli anni addosso di disperata solitudine. Guardò il flacone sul comodino. ‘Devo diminuire la dose. È troppo forte’ ammise a bassa voce pur sapendo che non lo avrebbe fatto. Poi si arrese alla sua stanchezza e chiuse di nuovo le palpebre per ritrovare da qualche parte nella mente quella bambina che non aveva mai avuto.