Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce...
In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava leoni.
Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare
Ipse dixit
La sera, dopo che i prigionieri furono rinchiusi, il giovane si buttò sul suo letto e pensò a lei. Gli era parso che tutti i detenuti, suoi nemici, lo avessero guardato assai diversamente in quel giorno. Per primo aveva rivolto loro la parola ed essi avevano risposto amabilmente. […] In quel primo giorno di ritorno alla vita, tutto, anche il suo delitto e la conseguente condanna, tutto gli appariva come un fatto esteriore, estraneo. Prese macchinalmente la Bibbia che stava sotto il suo capezzale. Quel libro apparteneva a Sonja, ed era in quel volume che essa, altra volta, gli aveva letto la resurrezione di Lazzaro.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo
Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere...
Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 20 novembre 2009,16:09
Contrazioni
Contrai... Rilassa... Contrai... Tutto intorno solo buio; un buio che più cieco è impossibile trovare. Non un filo d'aria. Rilassa... Contrai... Rilassa... Un odore strano, indefinibile, accompagnava quelle interminabili ore di lavoro. Ore che si seguivano come piccole perline nel filo di una collana senza fine. Contrai... Rilassa... Contrai... Il silenzio era l'unico a mancare all'appello, sporcato da rumori sordi provenienti dall'esterno e da altri più liquidi ed impuri che si aggiravano fra quel luogo privo di luce.
Luce.
La luce apparve accecante e improvvisa Contrai..Rilassa..Contrai... I suoni divennero chiari Contrai.Rilassa.Contrai e vivi e gli odori RilassaContraiRilassa si dispersero nell'aria lasciando il posto a nuovi ContraiRilassaContraiRilassaContrai profumi.Fermo!
fermo
Per lui non c'era più niente da fare. Ma il suo cuore poté vedere il mondo, per pochi attimi, prima di arrestarsi.
La prima volta che lo vidi, di lui mi colpirono la bandana bianca e i calzoni da militare strappati poco al di sotto del ginocchio. Erano gli anni in cui Rambo urlava la sua rabbia disperata dentro e fuori la tv, attraverso le voci non ancora virili di schiere di ragazzini che si rincorrevano con coltelli di gomma tra i denti e fucili giocattolo nelle mani, mentre il vento scompigliava i capelli che avevano lasciato crescere col disappunto dei genitori. Erano tutti piccoli reduci di guerra, avevano tutti ferite da ricucire stringendo i denti e fascette sulla fronte da far sventolare sullo sfondo vermiglio delle esplosioni.
Lui no. Lui sembrava nato così, dentro quei calzoni verdi e marroni, con quell’espressione che sembrava scolpita nella pietra. Poteva confondersi con tutti gli altri, se non fosse per il fatto che non era più un ragazzino, ma c’era qualcosa nel suo modo di fare che suggeriva (no, non lo suggeriva, lo urlava) che lui era così, un sopravvissuto, ben prima che i tanti piccoli Rambo invadessero i prati imitando il loro idolo.
Questo mi colpì di lui la prima volta che lo vidi, bandana bianca e calzoni da militare. Ero piccola, non ricordo quanti anni avessi ma ero piccola. Se lo avessi visto molto tempo dopo, tra i sedici e i diciotto anni ad esempio, probabilmente mi avrebbe colpito il fisico abbronzato e forgiato da ore di palestra o gli occhi di quel verde scuro che ricordava i boschi di aghifoglie. Se lo vedessi ora mi colpirebbe il suo viso troppo giovane.
La seconda volta che lo vidi, alla bandana bianca e ai calzoni da militare si era aggiunta una canottiera verde, ma fu la moto a catturare tutta la mia attenzione. Non saprei dire che tipo di moto fosse, non ero appassionata di moto allora e non lo sono adesso, ma ricordo che era nera e che, su essa, lui sembrava più piccolo che mai. La seconda volta che lo vidi fu anche l’ultima.
In quel tratto, l’Aurelia era un lungo rettilineo d’asfalto che il sole d’agosto faceva tremolare all’orizzonte e, ad entrambi i lati, la campagna toscana appariva satura del giallo spento del fieno e dell’odore lontano del mare. Tutti noi (e per noi intendo tutti i villeggianti o buona parte di essi) eravamo radunati all’entrata del camping in attesa di vedere l’esibizione del motociclista. In realtà, io ero lì per puro caso. Stavo andando in piscina quando avevo incontrato due ragazze che conoscevo di vista, di almeno una decina d’anni più grandi di me.
«C’è poca gente oggi in piscina, sono tutti a vedere Angelo che fa le acrobazie sulla moto» mi spiegarono.
«E chi è Angelo?»
«Uno schianto!»
L’ho già detto, ero troppo piccola per far caso a quanto fosse uno schianto, ma col senno di poi posso dire con certezza due cose: che uno schianto lo era davvero e che “uno schianto” erano le parole più appropriate che si potessero dire. Andai. Vidi e udii lo schianto che fece la sua testa contro il cartello che segnava il km 136 dell’Aurelia.
Tutti i piccoli Rambo, reduci di chissà quante guerre, eroi di chissà quante storie, si nascosero piangenti dietro le gonne delle loro madri.
La bandana bianca diventava rossa.
I calzoni da militare erano ridotti a brandelli sull’asfalto.
E’ un ragazzo un po’ timido e riservato, ma ha un’indole buona.
Carmelo è innamorato. Ha lasciato la sua isola per raggiungere la ragazza del suo cuore che vive al nord, in una di quelle città caotiche piene di traffico e di smog.
Cerca un lavoro perché vorrebbe sistemarsi, mettere su casa e sposare la sua Monica.
Solo che lei ha un altro e lui non lo sa.
Monica, trincerata nel suo egoismo di donna che deve essere sempre al centro dell’attenzione, non riusciva a sopportare il fastidio di un rapporto a distanza e non ha saputo attendere.
Monica si è gettata nelle braccia del primo uomo che ha incontrato e che ha posato il proprio sguardo su di lei. Un uomo egoista al punto giusto da non preoccuparsi di Carmelo e dei suoi sentimenti che stavano calpestando.
E quando Carmelo si è presentato a casa sua lei ha mentito. Ha finto gioia e gli ha sorriso. Gli ha detto che lo amava e che aveva sentito la sua mancanza.
Poi lo ha umiliato, facendogli incontrare l’altro uomo. Carmelo ha trascorso una serata fra i bisbigli degli amici di Monica che lo chiamavano “cornuto”.
Infine lei gli ha rivelato la verità, in una sera uggiosa di novembre.
Carmelo ha pianto lacrime salate ed è tornato al suo paese, con una valigia carica di sogni mai realizzati e Monica non ha mai capito il valore del suo amore perché lei non sa amare.
Ma un giorno la vita le chiederà il conto e sarà salato, proprio come le lacrime di Carmelo.
Scosto lievemente la tenda e mi accorgo che fuori piove. Lo stato di trance gioca brutti scherzi e ruba le ultime energie mentali. Energie superflue.
Una tempesta di acqua e fango fin troppo prevedibile.
La città ne è assalita, solitaria e silente sotto un mantra malvagio e cupo.
Sono giorni, forse mesi di oscurità e grigiore. Il tempo si è congelato, il tempo non vola più come prima. L'universo non ci appartiene e il mondo è diventato una pillola amara da ingoiare e digerire.
Le strade che riesco a vedere sono deserte, vuote, ferite.
Ho la febbre. Mi sento spossato e non mangio da due giorni. Sorrido sinistramente e non ho la forza di trascinarmi altrove.
Una febbrucola insolita, che conduce alla stanchezza, accompagnata da macchie sulla pelle, affanno e problemi respiratori.
Ascolto uno strano fruscio di lenzuola nell'altra camera da letto.
Ho paura e non so esattamente qual'è il nemico. In quest'appartamento condiviso ogni spazio di pavimento è stato violato da quando tutto è iniziato.
Ogni tanto mi tornano alla mente delle strambe metafore.
La luce di Dio ha abbandonato la scena, il sipario è mezzo consumato, la platea non paga più il biglietto. Una nuova onda, una nuova prospettiva. Cose così.
Non ci impiegherei molto a spiegare a qualcuno che non sa. Mettiamo che ci sia un morbo che sembra curabile, come tante patologie nella storia dell'uomo. Poi qualche variabile insolita accade. Si perde la sicurezza, si perdono le contromisure, si perde il controllo.
Come i dinosauri ci estinguiamo. Si. Siamo una razza impura, sola, in disequilibrio.
La gente adesso non respira più come prima, sopravvive e poi muore, così, senza combattere il round. Si muore mentre altri si ammalano e si contagiano e magari credono di farcela.
E queste catene sono così difficili da sopportare, queste catene sono ancora tese, queste catene non si spezzano.
Ancora quel fruscio. Poi silenzio. Poi un tonfo improvviso e violento, un suono minaccioso. Un rantolo. Una parola a metà, al limite del percettibile. Poi il nulla, il reset.
Chiudo gli occhi. Se n'è andato via un altro tizio. Non ricordo neanche più chi sia l'ospite della settimana. Come si fa a piangere?
Ho difficoltà a deglutire. Il respiro mi si strozza.
Mi tremano le mani. Perdo l'equilibrio.
Sudo freddo.
Non ho alcun pensiero di speranza.
Solo vuoto e una linea retta e infinita.
Vorrei suonare la chitarra per l'ultima concessione.
Vorrei.
Ma non sono.
Non sono più.
Questo è un incubo da ricordare.
Queste catene sono troppo dure.
Le immagini si susseguono in un’interminabile sequenza come in una pellicola senza fine. Alberi, prati, strade, case e lì in fondo il mare, la spiaggia, lei. I pensieri non seguono la velocità con cui mi sposto, sono fissi, immobili. Legati a quei granelli di sabbia sulla sua pelle, al sapore salato che aveva, al profumo che ne esaltava la freschezza. Giochi di bimbi adulti, di adolescenti maturi, sono stati i nostri continui contatti, per un’ennesima conferma che non fosse un sogno, che esistessimo veramente. In quella verità fantastica ci sguazzavamo, agitavamo le mani, le braccia, per spiccare il volo, andare lontano io e lei soli; per scappare verso quel mondo che ci siamo costruiti in pochi giorni, per preservarlo e preservarci dal tempo che scorreva sul calendario delle vacanze e ne assottigliava lo spessore. Quante volte le ho chiesto come sarebbe stato, come avremmo affrontato il futuro, dopo la fine dei giorni. Ma erano attimi rubati al presente che non valeva la pena consumare per fare stupide ipotesi e menzognere promesse. La sua mano pronta sulla mia bocca la faceva tacere, e le sue parole pronunciate sottovoce, riaccendevano l’allegria, spazzando via quei principi di nostalgia la cui esistenza era assurda. – Vivere ora, vivere adesso, per il futuro c’è tempo – questo ripeteva continuamente e affogava la montante malinconia con un bacio. Era il suo modo di vivere e per due settimane è stato anche il mio. Mi aveva stregato. Ero inspiegabilmente coinvolto in un susseguirsi di azioni, che in altri momenti non avrei mai fatto, e che hanno messo in evidenza un aspetto della mia personalità sconosciuto. Mai avrei pensato di provare un piacere così intenso, così assurdo, da togliere il fiato. Chiuso com’ero nella mia vita borghese, dove assicurarmi il futuro, anche quello sentimentale, era una necessità, sfuggivo a quest’altro mondo fatto di precarietà e di un sottile piacere totalmente appagante. Era il sapore della trasgressione che per la prima volta mi riempiva la bocca. Aveva un gusto esotico l’abbandono ai sensi. Instancabilmente continuava a provocarmi, a fare scempio di quell’amore che cercavo di costruire, per sancirlo a un livello superiore, dove la carne non era una sua componente, ma solo lo strumento del piacere.
– Sei geloso? – mi aveva chiesto. Sapeva benissimo che lo ero. Lo sono sempre stato. Impazzivo al solo pensiero che potesse toccare un altro, desiderarlo. Allora perché quella domanda? Mi chiesi prima di risponderle – lo sono –
Aveva sorriso e si è alzata, con sicurezza percorse i pochi metri che ci dividevano dal bancone del bar e disse qualcosa nell’orecchio del barman. Gli fece una carezza lanciandogli un bacio in aria. Poi tornò a sedere. Guardavo lei e guardavo il barman, alternavo lo sguardo aggrottando le sopraciglia. Il cuore cominciò a battermi forte, sembrava volesse uscirmi dal petto. Non dissi niente, ascoltai le sue parole – ti amo, stasera esco con lui, se vuoi puoi venire anche tu –. Restai basito, incredulo, per quel suo gesto tanto strano. Avrei dovuto mandarla a farsi fottere, ma non lo feci perché qualcosa successe: inspiegabilmente mi ero eccitato all’idea di uscire in tre. L’aveva capito e l’aveva voluto constatare, allora sorrise e mi disse – stronzo – si alzò – ti aspetto in camera –
Facemmo l’amore in un modo straordinario, l’eccitazione resisteva al tempo. Le sue parole alimentavano fantasie insensate, impossibili e sentivo l’orgasmo nascere dentro la testa, battere nelle vene del cervello, una due tre volte, dopo scorreva lungo il corpo facendolo fremere. Impazzivo.
Dopo restammo stesi sul letto a guardare il soffitto e a fumare una sigaretta, mentre i nostri corpi dissipavano il calore nella brezza che penetrava dalla finestra socchiusa.
– Dicevi sul serio prima? – le chiesi buttando fuori il fumo – certo! – rispose…
Così i giorni passarono, mentre le nostre vite s’intrecciavano sempre più con giochi al limite della decenza. Era impossibile fermarsi un attimo a razionalizzare per cercare di capire, eravamo sempre in continuo fermento. Appena finivamo di far l’amore, si alzava dal letto proponendomi subito qualcosa, non la definiva mai completamente, la lasciava coperta con un velo di mistero per scoprirla solo quando l’avrebbe realizzata. Aveva una fantasia senza fondo, e da tutto traeva spunto affinché il nostro piacere fosse più intenso. I particolari insignificanti di qualsiasi cosa erano quelli che preferiva, diceva che erano più stimolanti, dimostrandomelo fino alla fine.
Eravamo in stazione, ormai il tempo era finito. Ci tenevamo stretti, fusi nell’abbraccio come se dovesse durare in eterno. Incuranti delle persone in attesa sulla banchina, stavamo a modo nostro, consumando l’ultimo orgasmo. Davanti a tutti.
– Ti faccio venire per l’ultima volta – mi aveva sussurrato nell’orecchio. E si stingeva sempre più e dava dei piccoli colpi col bacino. Colpi impercettibili perché li sapeva sapientemente inserire nella danza dei nostri corpi. A pochi metri c’era il capostazione che ci osservava e ogni tanto muoveva il capo con dissenso. Quando decise di intervenire per invitarci ad assumere un contegno decoroso, stava per arrivare il treno e comunque tutto era già compiuto.
Era stato un distacco semplice, era così che lei voleva. Appena arrivò il convoglio, mi invitò a salirci. Dal finestrino l’ultimo tocco, nessuna parola, solo un bacio soffiato nella mia direzione mentre si allontanava, ancor prima che il treno partisse. La vidi fermarsi con il capostazione, scambiare qualche parola; e nel momento in cui fischiò e agitò la paletta per la partenza, stringergli il sesso con una mano e poi scappare via. Si voltò per l’ultima volta prima di entrare nel sottopassaggio e la sentii gridare, è stato bello, agitando in aria le mani.
"Sei un fenomeno!"
Glielo dicevano tutti ed era vero perché segnava cinque gol a partita. Naturale che fosse destinato al calcio, quello autentico, e infatti a diciotto anni giocava in serie C e a ventidue in B. Ma non arrivò mai in A. Aveva dei chiari limiti, tecnici, fisici, di personalità. Trascorse la carriera fra seconda e terza serie, non andando mai oltre le otto reti a stagione.
Quando compì i trentaquattro anni, aveva le caviglie in disordine e meditava di ritirarsi. Ma quell'estate si ritrovò protagonista involontario di un complicato giro di acquisti e di vendite, e finì alla Roma. Firmò un contratto per lui più che sontuoso e naturalmente si vide tutto il campionato dalla tribuna. Andava bene così. Da tempo ormai sapeva di non essere un fenomeno, ma solo uno dei tanti, tantissimi, ragazzi baciati dalla passione ma non dal talento, quantomeno non da "quel" talento necessario per imporsi ad alti livelli.
L'otto maggio ci fu la finale di Champions League. Spalletti si ritrovò senza Totti, squalificato, Mancini, Taddei e Perrotta, tutti infortunati. Marco Palestrione, il "fenomeno", per la prima volta si accomodò in panchina. Da lì vide Rooney fare un lancio di quaranta metri, Cristiano Ronaldo addomesticare la palla e involarsi, Tevez mettere in rete. Il Manchester sfiorò due o tre volte il raddoppio, poi si limitò a controllare la partita senza affanni. La Roma ruminava gioco in modo inconcludente. La sorte di quella finale era già segnata: i red devils si sarebbero confermati campioni d'Europa per la seconda volta consecutiva.
Palestrione non seguiva più la partita. Sognava.
Un piccolo prato alla periferia della città. Marco era orgoglioso della sua maglietta rossa, dei calzoncini bianchi, ma soprattutto del numero nove stampato sulla schiena. Aveva già fatto tre gol e mentre ciondolava per il campo, vagamente insuperbito, incontrò lo sguardo di una ragazzina bionda. Era piccolina, magra, ma con degli occhi straordinari. Lei si accorse che lui l'aveva notata, e gli rivolse un sorriso timido. Marco ricambiò, ignorando il passaggio del mediano e perdendo la palla. Non era importante. Due minuti dopo scartò quattro avversari, portiere compreso, e depositò il pallone in rete con un tocco felpato. Poi si disinteressò completamente del gioco per guardare la biondina.
Si chiamava Sonia, abitava nel suo stesso quartiere, lavorava come commessa in un supermercato. Faceva l'amore in modo divino. La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde del mare, creando giochi magici illuminati dalla luna.
Si sposarono, e lei lo seguì in tutte le città dove la sua professione lo portava.
Era una presenza costante, era il vero significato della sua vita: ben oltre il calcio.
Si trovava talmente assorto in quei pensieri che non si accorse che la Roma aveva pareggiato. Fu riportato alla realtà dall'entusiasmo degli altri giocatori che sedevano in panchina con lui. Finse di esultare, anche se a dire il vero non gli importava molto. Perché era arrivato a un'altra pagina della sua vita. Il giorno più brutto. Quando quell'orribile dottore gli aveva detto che non c'erano più speranze. A distanza di poche ore Sonia lo lasciò per sempre. Nel vuoto della solitudine e dell' infelicità. Del rimpianto di un amore unico, assoluto, meraviglioso.
Una mano si posò sulla sua spalla facendolo sobbalzare. Era l'allenatore. "Mancano due minuti.", disse. "Entra."
Palestrione lo guardò sconcertato. "Io?"
"Sì, tu!", rispose Spalletti spazientito. "Sei fresco e sai tirare bene i rigori. Andrai sul dischetto per ultimo. Non pensarci troppo, tira una gran botta e segna." Poi si girò per richiamare l'attenzione del quarto uomo.
Palestrione fece il suo ingresso in campo un istante prima che l'arbitro fischiasse la fine. La finale si sarebbe decisa ai rigori. Lui fece qualche corsetta, giusto per scaldarsi un po'.
"Sai tirare bene i rigori."
Lo sapeva. Non ne aveva mai sbagliato uno. Quando vedeva la palla rotolare in rete, cercava sempre lo sguardo di Sonia. Poi... poi non aveva cercato più niente. Si era sempre allenato con impegno, aveva giocato, bene o male a seconda dei casi, ma non aveva più tirato dal dischetto.
"Sei un fenomeno!" Sorrise, ma più che un sorriso il suo risultò un ghigno. Anche Sonia gli diceva che era bravo. I compagni lo chiamarono. Toccava a lui. Alzò gli occhi verso il tabellone luminoso. Gli inglesi avevano trasformato tutti e cinque i rigori, la Roma non aveva fallito i suoi. Se lui avesse segnato, si sarebbe proseguito a oltranza; se avesse sbagliato, la coppa sarebbe tornata a Manchester.
Raccolse il pallone e lentamente si avviò verso il dischetto.
Il pubblico tratteneva il fiato.
Come sempre, Palestrione era calmo. Depositò con cura la palla, trasse un profondo respiro e si allontanò per prendere la rincorsa. In quegli attimi non pensava che sarebbe potuto passare alla storia, lui, mediocre calciatore di provincia. Non pensava che avrebbe potuto sbagliare, condannando la sua squadra alla sconfitta.
La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde del mare, creando giochi magici illuminati dalla luna. Ci furono molte altre volte, così belle da far invidia ai fiordalisi, così dolci da ricordare il profumo di una serata di maggio. "Ti amo!", diceva lei. "Ti amo!", rispondeva lui. "Avremo un bambino e assomiglierà a te.", diceva Sonia. "No, tanti bambini, e saranno come te.", rispondeva Marco. Si stringevano e restavano abbracciati, mentre le stelle si spegnevano una ad una, mentre il vento sussurrava le sue fiabe agli alberi, e la notte avvolgeva il mondo con il suo manto intessuto di sogni. L'alba li vedeva ancora abbracciati, e il suo primo sorriso era per lei. Bevevano il caffè pregustando l'incanto di una nuova giornata. Ridevano e parlavano del futuro. Lei scherzava, prendendolo in giro per il naso troppo lungo. Lui ribatteva che esistevano delle proporzioni segrete, note soltanto ai saggi, e che un naso lungo era assai importante. Lei lo baciava. Lui le accarezzava il viso. Gli occhi di Sonia splendevano di felicità. Gli occhi di Sonia si sarebbero chiusi per sempre.
Ma non doveva pensare. Scrollò la testa, come per sgombrare la mente. Guardò il portiere avversario.
Corse verso il pallone. Ci furono molte altre volte, così belle da far invidia ai fiordalisi.
Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.
Sono anni che non vedo tante stelle. Lontano dalle luci della città, il cielo esplode nella sua bellezza in una sfavillante manifestazione della magia più grande, quella del volto sereno di una notte d’inverno. Ce ne sono state un’infinità nella mia vita, notti tanto belle che mi addormentavo piangendo di gioia. In tutte, tu eri con me. Inizio a scordarle. Amore mio, inizio a scordare quelle notti che avevo giurato di tenere con me per sempre. È per questo che sono qui. Ora, prima che io perda anche l’ultimo ricordo di noi.
Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.
Dicevi che ero il tuo lupo, che avevo gli occhi di un lupo quando ti guardavo e ti volevo, che guaivo come un lupo quando mi accucciavo su di te dopo l’amore e aspettavo le tue carezze. Io stavo zitta ad ascoltare il silenzio, a godermi il tocco delle tue mani e a respirare il tuo odore. Ma io non sono un lupo, io non conosco l’ordine delle foreste. Non ho saputo portarti in Paradiso. Eppure era quello che volevo fare, non desideravo altro che prendere la luna per farle sorvegliare le tue notti e un frammento di sole per farlo splendere sempre sulle tue giornate, non desideravo altro che raccogliere i tuoi sogni più belli in uno scrigno da lasciarti sul comodino perché tu lo aprissi ogni volta che volessi riviverne uno. Non desideravo che la tua felicità.
Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.
L’aria è fredda nel bosco, mi punge la pelle come se volesse avvertirmi di un pericolo incombente. Non importa, non ci sono pericoli che possano spaventarmi più di quanto non faccia già l’idea di un’altra alba senza di te. Abbandono il sentiero e prendo la via degli animali inoltrandomi nel fitto degli alberi. Davanti alla mia bocca il respiro si condensa in nuvole bianche che si dissolvono in un istante, davanti ai miei piedi la nebbia gioca a creare volute ingannatrici. Ho perso l’orientamento già da un po’, ma continuo ad andare avanti: non sto seguendo un itinerario, non ho una meta. Cerco lui. E lo troverò, dovessi camminare per tutta la notte.
Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.
Sono venuta fin qui con queste parole nella testa. È un antico canto funebre che intonavano gli sciamani rumeni per invocare lo spirito guida del lupo che avrebbe condotto il defunto nell’Aldilà. Al momento non riesco a capire se le sento davvero o se le sto solo immaginando. Non importa neanche questo: lui è davanti a me, l’ho trovato finalmente.
Il lupo mi guarda con occhi fieri. No, amore, non somigliano ai miei, sono molto più belli, hanno qualcosa di nobile, di antico e di eterno. Un giorno li vedrai anche tu, tra moltissimi anni, quando la vita ti avrà dato tutto quello che desideri e allora, forse, ti ricorderai di me.
Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.
Pensavo tu dovessi arrivare all'improvviso e così è stato.
Prima scena.
Arrivo dal piano terra, dove ci sono le biglietterie. Salgo le scale con la battuta di ferro, vedo sorgere la Sala 3, dove proietteranno il film, un cartone, tra l'altro. Mi giro per caso o forse no, forse è il caso che sta lavorando per mettermi in qualche anomalia delle sue. Ti vedo a qualche passo da me, forse vai nei bagni. Il tuo culo nei jeans ondeggia rapido, energico. Sculetti. Da come una sculetta si capiscono tante cose. Ci sono donne che non sculettano. Invece il tuo sculettare viene da dentro, c'è un canale che porta direttamente al tuo centro, kundalini o che so io. Come il gusto del barricato che non vedi, ma c'è. Sei molto normale, ma non ti trovo nulla fuori posto e la tua energia impalpabile mi prende e si mette dentro e fuori. Ora devo entrare.
Seconda scena.
Prendiamo posto. Siamo solo in cinque nella fila G, io, i miei due companeros, una ragazza. Io ho il numero 7. La ragazza ha il numero 9. 8 ancora vuoto, per il momento. Prendo confidenza con la poltrona, con gli occhialini e nel frattempo dal fondo, che scende le scale, arriva qualcuno. Riconosco i tuoi jeans, le tue scarpe. Sei molto normale, ma non ti trovo nulla fuori posto ed il tuo posto è il numero 8. Non faccio neanche in tempo a guardarti in faccia che spengono le luci, ti siedi accanto a me, ci camuffiamo con gli occhialini. Ti sento vicina. Così vicina come se mi stessi guardando dentro. Come se ci fosse una misteriosa intesa, fatta di aure che si incrociano prima ancora di un contatto con la carne. Mi stai frugando dentro, come io frugo te. Sarà vero?
Terza scena.
Il film è cominciato. Ho un orecchio al film e un altro su di te. Ho la sensazione che sia così anche per te. Quelle sensazioni che senti più vere di un assioma, più vere di ogni altra cosa. Mi pare di avere la perecezione delle tue percezioni. Non mi perdo un tuo respiro, sono fortunato, mi sei proprio a fianco. Sento le tue risate. Mi piace come ridi. Hai una risata un po' roca e come il tuo culo mi parla di qualcosa che hai dentro. Mi parla di te. MI piace la tua risata un po' roca. Graffia e scalda come mi piacerebbe facessi tu. Ti stiri un po' sulla poltroncina, spingendo fuori il petto. Vorrei accarezzarti mentre ti spingi fuori così. Vorrei che morissi delle mie cure come io vivo di questo desiderio. Le tue cosce sono così vicine. Vorrei accarezzarti. Ho la sensazione che tu ti stia spingendo in fuori per me. Sarà la mia mente che sogna, però è molto umile in questo momento, è molto rigorosa. E' come se si attenesse ad un genere di fatti invisibili, ma molto reali.
Scena quarta.
Incroci le gambe. Appoggi la caviglia sul ginocchio. La suola della tua scarpa tocca leggermente la mia gamba. Non mi muovo, non posso. In altre occasioni l'avrei tolta. L'avrei tolta per qualsiasi altra donna, ma con te ora non posso. Per te, che non conosco, che vedo per la prima volta, che sento dentro come capita solo quando si è baciati dal destino. Forse ti sei accorta o forse no che mi stai toccando. Lasci la tua suola lì. E non credo neanche che tu sia zoccola. Forse è un caso che ti sia messa così, ma neanche tu puoi farci niente. Neanche tu vuoi muoverti. Mi sento così pieno di desiderio. Se l'erotismo è qualcosa è quello che sei tu ora.
Scena quinta.
Tutto il film così. Ascolto le tue risate, ascolto le mie, sperando che ti piacciano. Ti muovi per spostare la maglia dal bracciolo e mi sposto anch'io, sollevandomi dalla mia finta indifferenza. Tanto lo sai che non mi sono perso una sola tua mossa. Si accendono le luci. Ti alzi in piedi prima di me. Io devo restare seduto un attimo a sistemare gli occhialini. Non ti ho ancora visto in faccia. E magari neanche tu. Non me ne vado senza averti guardata. Sollevo gli occhi per guardarti. Hai i capelli mossi, nervosi, di quella bellezza che ti si agita dentro e di cui immagino mentre me ne nutro correndoti a fianco lungo la Senna o lottando a letto a chi uccide di più. E mentre ti contemplo, mentre ti bevo con la gola spalancata anche tu ti giri e abbassi gli occhi per guardarmi. Non avevi bisogno di guardarmi. Avevi tutta la sala per guardare. E' troppo innaturale il tuo girarti per guardarmi. A meno che tu non volessi guardare me. E mi guardi, senza alcun dubbio, i tuoi occhi dritti e pieni nei miei. Non hai la faccia che mi aspettavo. Non ti ho vista su nessuna copertina, ma non cambierei una notte d'orgia con un tuo miuscolo grammo. Sei una spada. Ti pianti dentro come un vessillo e il drappo sventola, pesante e odoroso, fumoso. Non posso nemmeno parlarti.
Scena sesta.
Riprendiamo la strada. Ti vedo ancora nel parcheggio, ti infili in macchina con la tua amica.
La baracca abbandonata lì in mezzo, come un neo putrefatto su una vasta distesa di terreno arido, non avrebbe resistito a lungo.
Calcolai qualche notte ancora di autonomia e poi saremmo finiti, spazzati via con essa. Ci identificavamo con quell'ammasso di cemento marcio, ormai. Parole come estinzione, distruzione e cessazione avevano riempito il nostro vocabolario da qualche tempo. Fin da quando l'orizzonte era apparso indefinito, dai colori scuri e minacciosi. Per l'esattezza fin da quando qualcuno aveva confuso le boccette in laboratorio, qualcun altro aveva schiacciato il tasto sbagliato per riempire il codice, qualcun altro ancora aveva dimenticato di monitorare le scorte degli antidoti. Bum. Il mondo è impazzito. Non esiste più un briciolo di pietà. Non che qualche anno prima andasse meglio. Ma il sergente qui, un uomo stanco e avvilito e senza un braccio, staccato via a morsi, ci dice che dobbiamo essere noi i civili. Si fa chiamare sergente e non gli ho mai chiesto il motivo. A dire il vero, io non ho mai chiesto niente a nessuno. Mi trovavo al supermercato con il mio figlioletto, quando è scattato l'allarme e si è inferocito il caos totale. Ho perso tutto, cognizione del tempo, lavoro, reputazione, sentimenti, tutto, nel giro di una giornata interminabile. I film diventano realtà ogni tanto.
Ora, mentre scrivo il resoconto di oggi, non abbiamo niente: via la fiducia, via la speranza, via i residui di salute. Solo disperazione, combattiamo con quella, quasi a mani nude. I pochi disperati sopravvissuti, racconterebbero. I pochi stronzi che non hanno ancora il coraggio di farla finita, correggo io.
Oggi è morto un altro compagno. Ha iniziato a urlare come un pazzo appena sveglio, poi si è strappato i capelli e i vestiti di dosso, correndo nudo verso il sole pallido e la scogliera a poca distanza da questa radura squallida. E' finito in qualche modo: squartato, soffocato, caduto in mare? Non saprei, abbiamo tirato a sorte e la sorte continua a ridere di noi derelitti.
Il sergente ha mormorato qualcosa e poi ha richiuso gli occhi. Non fa altro che dormire quasi tutto il tempo, reggendo in mano la sua vecchia pistola scassata. Lui dovrebbe sostenerci, forse è l'unico in grado di farlo con le parole. Conosce l'alfabeto e sa mettere insieme un discorso giusto al momento opportuno.
Poi ci sono loro. I nostri invasori. Il tumore che ha voluto distruggerci. Non sono alieni, non sono bestie, non sono parassiti o virus. Sono proprio come noi. Solo un po' meno morti, magari meno butterati e di aspetto più presentabile. Camminano, non si fermano mai, giorno e notte. Hanno tagliato i fili, hanno sterminato i collegamenti, hanno calpestato le strutture che mettevano in condizione di abitare il pianeta nel modo ipocrita che sapevamo.
Deglutisco a fatica, continuo a osservare come una sentinella dietro agli alberi lì in fondo. L'aria si sta raffreddando lentamente qui fuori. Scoppiano tempeste di pioggia e grandine improvvise, il fumo degli incendi ci annerisce la vista, deperiamo a vista d'occhio per la fame.
Loro invece sopravvivono, germogliano. E avanzano. E divorano la terra sotto i piedi. E conquistano. Ci fanno capire dove abbiamo sbagliato con il resto della loro umanità.
Sono i nostri fratelli fortunati chiamati a punirci. A fare tabula rasa sulla Terra, all'alba tetra di una nuova era. E io ho capito il motivo, ma mi guardo bene dall'esternarlo agli altri.
E tra poco ci arrenderemo. Non abbiamo altra scelta. Le opportunità sono sfumate, il gioco non da altre caselle su cui puntare.
Lontano, ma non abbastanza, si solleva la polvere. Stanno arrivando e hanno anticipato ogni nostra inutile previsione.
Li riconosco, seppur a fatica. Orribilmente la luce illumina i loro volti cattivi e risoluti. Eccoli, il mio vicino, mia moglie, il capo della fabbrica dove ho buttato via energie per anni, il dottore che abita al terzo piano, gli amici di scuola. Armati fino ai denti, gridano vendetta e cose come pulizia, ordine, giustizia.
E ancora non dico agli altri il motivo per cui siamo braccati. Ansimo e digrigno i denti, in una smorfia mostruosa.
Non siamo altro che anime infette e tormentate, tratteggiate da tenebre e rimpianti. E il nostro inferno è prossimo quanto la loro salvezza.
Vi è mai capitato di assistere a uno slittamento temporale? Di vedere cose appartenute a un altro tempo? Forse non crederete al mio racconto, io stessa non mi capacito di come possa essere accaduto, ma sono stata testimone di un fatto incredibile. Mi chiamo Jane O’Neill e un giorno, in compagnia di un amico, visitai la chiesa diFotheringay. Appena entrata, rimasi affascinata da un dipinto che si trovava dietro l’altare maggiore. Si trattava di una tela raffigurante la crocifissione e mi colpì a tal punto che mi soffermai a lungo ad ammirarne le linee e i colori. Forse fu il viso di quel Cristo sofferente ad entrarmi nell’anima; la cosa certa è che, tornata nella mia camera d’albergo, parlai col mio amico delle sensazioni che aveva suscitato in me quel quadro.
Lui mi guardò aggrottando la fronte. “Scusa, ma di che quadro stai parlando?” mi chiese con stupore. Lì sul momento risi di quella che credevo una battuta. Non potevo pensare che non avesse visto il dipinto. Era piuttosto grosso ed era praticamente impossibile non notarlo.
Quella notte faticai ad addormentarmi. Sentivo una forte agitazione, quello che ignoravo era il motivo per cui provassi queste strane emozioni.
Tuttavia, il mattino dopo l’episodio fu completamente archiviato. Mi convinsi di essermi lasciata suggestionare da quello strano quadro e che il mio amico volesse solo tirarmi un brutto scherzo, affermando che secondo lui dietro all’altare maggiore non vi era alcun dipinto.
La cosa strana mi successe l’anno seguente, quando tornammo in quella chiesa. Tutto mi sembrò diverso: la pala d’altare era scomparsa e tutto l’interno della chiesa appariva completamente mutato.
Ne parlai col mio amico che rimase sconcertato dalle mie parole. Lui semplicemente non vi trovava nulla di diverso!
Cos’era accaduto? Mi chiesi spaventata. Com’era possibile che io avessi visto cose che in realtà non esistevano? E che fine aveva fatto il dipinto? Possibile che l’avessi solo immaginato? Eppure mi ero soffermata ad esaminarlo minuziosamente!
Fu allora che cominciai a interessarmi agli slittamenti temporali. Mi recai da un’esperta in materia, una certa Joan Forman che mi mise in contatto con un noto antiquario della zona. Dal mio racconto egli capì che la chiesa che avevo veduto non era quella attuale. Così si presentava all’incirca attorno al 1553.
Dunque io avevo compiuto un salto nel tempo! Per quanto possa sembrare folle l’idea, questo è quello che mi accadde. A volte la fantasia può superare la realtà.