Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce...
In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava leoni.
Fu in quei giorni che imparai a dormire in macchina.
A mezzogiorno avevo finito la benzina e non intendevo spendere altri dieci euro. Li avrei conservati per il giorno dopo, sperando in una giornata di lavoro più fortunata. Non avevo i soldi per mangiare due volte al giorno, perciò andavo a parcheggiare la macchina in un grande piazzale, circondato da una quantità di alberi dall'eleganza austera. Il piazzale confinava con un posteggio più piccolo, davanti al camposanto: lì c'era un certo viavai, ma dove stavo io, all'estremità opposta, l'unica compagnia era rappresentata da qualche raro camionista che aspettava l'orario di apertura delle ditte. I primi tempi, mi limitavo a osservare le piante, che rappresentavano una sorta di avamposto di un bosco vasto e ombroso che copriva diverse miglia in direzione ovest.
Poi imparai a dormire.
Il sedile dell'auto si adattò al mio corpo, o forse fui io ad adattarmi a lui: è incredibile come si riesca ad abituarsi a tutto; fatto sta che raggiunsi un grado di comodità molto simile a quello che potevo ottenere dal divano di casa. Osservavo la natura, davo un'occhiata ai camion, guardavo nello specchietto retrovisore, notando che le visite al camposanto incominciavano a rarefarsi, fino a cessare del tutto, almeno per le prossime due ore, e poi mi assopivo. L'abitacolo della macchina non era grande e io sono alto: ma trovai un modo per sistemarmi bene, appoggiando la testa al vetro laterale, con una mano a sorreggerla e l'altra appoggiata sul sedile. Per qualche ragione, prima di chiudere gli occhi, facevo scattare la sicura.
Quelle erano le ore più felici della mia giornata. A tratti un rumore, il suono di un clacson, una voce troppo forte e scomposta, mi destavano, ma non avevo difficoltà a riaddormentarmi subito. In genere, quel momento di estremo benessere, di sogni spesso dolci o comunque innocui, durava circa un paio d'ore, a volte un po' meno. Quando mi svegliavo, frugavo nel portamonete per appurare se avevo un euro. Raggiungevo a piedi un bar poco distante e bevevo un caffè. Tornando al piazzale, fumavo una sigaretta che aveva un sapore delizioso. Mi piace fumare dopo aver bevuto il caffè, ma non credo di essere molto originale in questo. D'altro canto, non penso proprio che l'originalità sia particolarmente spiccata in me. Magari è un'idea sbagliata, dato che per certi versi possiedo una vena di singolare originalità, tuttavia è talmente nascosta, quasi chiusa nel solaio buio e inaccessibile dell'anima, da apparirmi praticamente irrilevante. Una volta nuovamente in macchina, consultavo l'orologio. Era come un rito: mi attendevano ancora tre ore, e allora le suddividevo in segmenti di trenta minuti l'uno. E' un metodo efficace, perché in questo modo il tempo sembra meno lungo; e, anche se in realtà la cosa non è affatto vera, esiste pur sempre la teoria della relatività che, almeno a livello psicologico, avvalora in pieno la mia tesi.
Fumavo una sigaretta all'ora. Al di là del piacere del fumo, anche questo rituale accorciava le distanze e mi avvicinava al momento del ritorno. Il lato ironico della situazione (a saperli cogliere, esistono sempre lati ironici) stava nel fatto che non desideravo rincasare. Nello stesso modo, sapevo che il giorno dopo mi sarei ritrovato nello stesso posteggio, davanti agli stessi alberi, che ormai potevo considerare quasi amici, e vicino agli stessi camionisti, o forse erano altri; ma non mi presi mai la briga di appurarlo. Per me i camion sono tutti uguali.
Eppure mi piacciono, e quando ero bambino ne possedevo una bella collezione che mi permetteva di giocare per interi pomeriggi, mentre nel campetto vicino a casa nostra gli altri bambini davano vita a interminabili partite di calcio. Io avrei voluto giocare con loro, ma mi era concesso solo di rado, perché soffrivo d'asma. A volte mi sono chiesto se non sarebbe stata meglio una bella bronchite piuttosto di quella solitudine, che soltanto i camion alleviavano.
ll sole incominciava a tramontare, lunghe ombre coprivano man mano il piazzale; l'aria diventava più fredda, e talvolta, mio malgrado, ero costretto ad accendere il motore, almeno per qualche minuto, in modo da ottenere un po' di calore. Si avvicinava il momento del rientro, però non guardavo troppo spesso l'orologio, dato che sono gli ultimi minuti quelli più lunghi a passare, esattamente come avviene sotto le armi. Io non ho fatto il militare, ma alcuni miei amici mi hanno raccontato che le ultime settimane, proprio quando sei a un passo dalla meta, rappresentano un'autentica agonia.
E infine giungeva l'ora. Mettevo in moto, abbandonavo con un muto arrivederci il mio piazzale, e rincasavo.
Mi attendeva una serata vuota e solitaria, e una notte percorsa da incubi.
Mi attendeva la solitudine, ed era tanto forte, tanto gelida, da farmi ripensare con nostalgia al mio piazzale. Mi consolavo sapendo che il giorno dopo sarei tornato lì. Ormai era la parte più importante della mia vita. Lo era diventata da quando mia moglie se n'era andata.
Quella sera, mentre accendevo il fornello per cuocere un piatto di pasta, mi venne in mente un'idea talmente bizzarra da farmi sorridere (un ghigno, più che un sorriso).
I miei alberi erano felici, ne ero certo. Ma... cosa pensava un salice piangente? E perché piangeva?
In ogni caso, mentre portavo gli spaghetti alla bocca, mi sentii simile lui. Se piangeva doveva avere i suoi buoni motivi.
Io li avevo.
Fu allora che finalmente piansi.
La pioggia scendeva lenta e si confondeva con le sue lacrime. Lacrime amare, di rabbia e frustrazione.
Le bagnava i capelli, i vestiti, le scarpe e le gelava l'anima.
Silvia si rannicchiò contro un muro. Le dolevano le ossa. Al cuore non voleva neanche pensarci.
Suo padre era rincasato ancora una volta ubriaco. Aveva cominciato a colpire sua madre, finché non era caduta a terra, priva di sensi. Poi, si era avventato su di lei.
Silvia ricordava ancora l'odore di alcol e fumo che emanava. Le sue mani grosse e rugose che la percuotevano, fino a farle uscire il sangue.
Non era la prima volta, quella, che infieriva su di lei, procurandole ferite indelebili nel corpo e nell'anima.
Dov'era il padre amorevole che la cullava quando era piccola, canticchiandole sottovoce una ninna nanna?
Dov'era il padre che l'accompagnava al parco e giocava a palla con lei?
Dov'era finito l'uomo che l'accompagnava a scuola al mattino e la sera la metteva a letto con un bacio, quel dolcissimo bacio della buonanotte che non avrebbe mai dimenticato.
Con gli anni si era fatto più nervoso. Ogni occasione era buona per gridare, mollare ceffoni.
Sapeva che da tempo tradiva ripetutamente sua madre e le riservava solo parole fredde e piene di rancore.
Quel rancore che anche lei provava, mentre la colpiva senza pietà.
Alla fine non ce l'aveva più fatta. Era riuscita ad afferrare un coltello dalla tavola della cucina e gliel'aveva piantato in pieno addome, con tutta la forza che aveva.
Un uomo si fermò sul ciglio della strada per osservarla piangere sotto la pioggia.
"Signorina, ha bisogno di aiuto?" Le chiese titubante.
Lei abbozzò un timido sorriso. "Ora non più. Ora non può più farmi del male."
L’odore salmastro vagava lì, confuso tra gli oleandri bianchi e rosa e il profumo dei limoni che si faceva largo a ondate nella lieve brezza che frusciava dal mare, risaliva la scarpata ricoperta da arbusti mediterranei e investiva la piccola stazione immobile e grigia. Il capostazione sollevava di tanto in tanto lo sguardo dalla sua lettura, per scrutare la figura femminile che era apparsa come dal nulla pochi minuti prima. Non ricordava di averla mai vista prima, né lì, dove conosceva tutti coloro che movimentavano la stazione andando al lavoro al mattino presto o ritornandone la sera, né in qualsiasi altro luogo: una come lei non passava di certo inosservata. I suoi occhi si spostavano sulle gambe affusolate che dimoravano, come tutto il resto, in un vestito che le fasciava i generosi fianchi e le faceva risaltare la curva del seno. I capelli raccolti, tranne qualche ciocca scivolata via dal fermaglio chiuso sulla nuca, evidenziavano un viso dall’incarnato scuro e due occhi troppo grandi per quell’ovale perfetto dal quale era sbucato fuori un sorriso rivolto a lui che ne era rimasto incantato. Per una donna così, sì, per una come lei avrebbe lasciato tutto. Sorrise a sua volta, ma amaramente. Facile dirlo, considerando che quel tutto era ben poca cosa. Un piccolo appartamento in affitto sull’unica tabaccheria del paese e un’auto sgangherata che si riprometteva di sostituire da anni per poi cambiare idea visto che non ne valeva la pena, manco chissà dove andasse. Sapeva cosa si diceva in giro di lui: che fosse troppo avaro per vivere decentemente. Come se sapessero cosa albergasse dentro la sua anima, che forse si era arrugginita come l’unico binario che controllava ogni santo giorno della sua vita affinché altre vite, più fortunate della sua solo per il fatto che avessero un altrove da raggiungere, gli passassero accanto e, se il treno sostava nella sua piccola stazione, a volte gli sembrava di cogliere in qualche sguardo che si affacciava dal finestrino, una specie di commiserazione nei suoi confronti. Avaro lui? Erano passati vent’anni da quando era arrivato in quel paese di mare che si popolava soprattutto in estate, quando il baccano delle stradine non cessava che a notte fonda, e nessuno poteva dire di conoscerlo veramente. Aveva qualche buona amicizia, se così si poteva dire,giusto per bere qualcosa insieme al bar e passare dei momenti in compagnia di qualcuno che non avesse da chiedergli un biglietto per partire. Ma poi, si poi, finiva tutto lì, col bicchiere svuotato lasciato sul bancone e la breve via verso casa da percorrere da solo e senza mai guardarsi indietro, senza pensare a ciò che era stato prima di. Prima di lei. Tutti quegli anni senza una risposta gli erano caduti addosso come un macigno, ecco cosa aveva nell’anima, un macigno che gli impediva di respirare altro che non fosse l’essenziale per la sua esistenza. Un “perché?” che gli aveva rosicchiato il cuore e mille congetture inutili che gli avevano fatto perdere il sonno nelle lunghe notti d’inverno, quando il buio che arrivava presto lo costringeva a ripiegarsi sul suo trascorso che così tanto gli aveva condizionato l’avvenire. Un passato ingombrante che, in tutti quegli anni, si era sempre frapposto tra lui e le poche donne che aveva conosciuto, con le quali magari avrebbe potuto costruire qualcosa di buono, se non fosse stato per l’impedimento ad andare oltre la semplice uscita di una sera. Certo una storia d’amore che finisce non è che un dolore da elaborare e da superare, cosa che riesce alla maggior parte della gente, mentre lui era arrivato al punto in cui non si chiedeva più perché non ne fosse stato capace. Ma stava vaneggiando. Quella presenza femminile che ora muoveva qualche passo avanti e indietro lo aveva distratto dal lavoro e mancava poco all’arrivo dei primi pendolari che avrebbero preso il solito treno delle 06,00. L’alba colorava di rosa il cielo e la brezza aveva lasciato il posto ad un vento più intenso e fresco, le stelle erano un ricordo della notte e la luna sbianchita si fece più discreta. Il capostazione sentì qualcosa di strano nell’aria ed un brivido gli attraversò la schiena, una sensazione inusuale si impossessò di lui e si sentì improvvisamente leggero. La donna si voltò e andò da lui:
- Un biglietto, grazie – gli disse muovendo le labbra dolcemente e guardandolo con un’espressione interrogativa negli occhi che ora a lui sembravano i più belli che avesse mai visto.
- Non mi ha detto per dove signorina – rispose lui ricambiando lo sguardo sorridendole sempre con quella strana leggerezza nell’anima che lo aveva sorpreso poco prima.
- Per altrove… - disse lei e lo incantò un’altra volta con il suo sorriso.
Il treno delle 06,00 sostava da qualche minuto sul binario mentre passi frettolosi recuperavano il ritardo col quale erano arrivati, qualcuno si affacciò allo sportello della piccola stazione grigia e immobile, altri provarono a chiamare fino a che una voce, dapprima timida poi sempre più insistente, si diffuse anche nei paesi vicini e raccontò che il capostazione era scomparso.
Mi chiamo Tom e una volta ero una rockstar, sapete?
No, cristo buono, non guardatemi così... come se avessi la lebbra o il naso storto o i denti messi male in bocca. Ero una rockstar ma adesso attraverso un periodaccio di quelli pesanti, quello che chiamano... uhm... pausa di riflessione. Si, riflessione, ecco, giusto.
Non giudicatemi dalla coperta stracciata, da questa catapecchia in subaffitto o dalla bottiglia puzzolente e semivuota di tequila che mi sfugge dalla mano.
Una volta ero il re e ci pisciavo sopra tutto il resto. Vacca troia, non guardatemi come se fossi un pazzo, non lo sopporterei. Vi giuro che ero in cima alle charts, suonavo con la mia banda di fronte a migliaia di scalmanati figli di puttana che pagavano il biglietto e godevo di una reputazione con i fiocchi nello showbusiness.
Ero il re dello spettacolo, ve l'ho detto. Non mi credete? Forse perchè eravate delle nullità all'epoca. Ma poco importa.
Adesso sono altri tempi, sono destinato a trascinarmi per quel che rimane di questa vita. La musica e il successo mi hanno sedotto e poi abbandonato sul classico ciglio della strada.
Succede. Anche ai migliori. Anche alle rockstar.
Beh, lasciate che ve lo racconti, in poche parole. E' tutta una merda di storia ma bisogna che ve la spieghi.
Ma non guardatemi così o vi prendo a calci, quanto è caldo l'inferno del demonio, si dice così? No? Mah.
Ai tempi d'oro dicevo quel cazzo che volevo e la gente scriveva per me questi aneddoti come fossero filosofie esistenziali. Ma non esistono più quei tempi, andati, succhiati per sempre via.
Glielo ripetevo sempre al produttore... e anche a quell'imbecille svalvolato del mio chitarrista. Il rock non fa marcia indietro con lo stile, altrimenti resti bello e fottuto in mezzo a un oceano di melma appiccicosa. Un briciolo di buon senso ce l'avevo ogni tanto, che credete?
Ma niente, non c'era verso. Dovevo seguire le mode, cavalcare... uhm... com'è che blateravano? Il trend, ecco. Sennò avrei perso credibilità e classifiche e contratti e... e fu l'inizio della fine. Tutto andò a rotoli, tutta la fortuna accumulata fu sciroppata da un risucchio del cesso più lurido che esista a questo mondo. E sapete un'altra cosa? I vizi si pagano. Oh si, si pagano fino all'ultimo. Le auto da corsa, i gioielli, le ville con piscina, le troiette, la bum bum in polvere bianca... e io pagavo ma mi sembrava di non smettere mai i conti su quella stronza d'una calcolatrice.
E ora eccoci qua. Accomodatevi. Sedetevi di fronte a me. Non temete, ero una rockstar ma ho iniziato dalla merda, come molti miei compagni.
Non dimentico le buone maniere, ma non guardatemi in quel modo. Non ci provate affatto! Guai a voi.
Non è colpa mia se l'alcool costa sempre caro soprattutto se hai pochi spiccioli in tasca, se inizio ad avere incubi e a sbavare di notte, se ho le convulsioni e se vi vedo ricoperti di vermiciattoli tipo sanguisughe sulla fronte.
E poi c'è il padrone di questa scatola di cemento marcio. Oh si. Lui è davvero un grande temibile bastardo, altro che metal e lingue di fuoco e spettacoli di sangue sul palco.
L'altro giorno ho visto un tizio alla tele, un tizio in pausa di riflessione come me. Dopo mesi che non si faceva più vedere in giro, lo ritrovarono soffocato da una busta di plastica, con la testa afflosciata sul volante della fuoriserie in garage. Che spasso. Forse è anche meglio di avere un padrone di casa che reclama ogni mese. La prossima volta credo che mi squarterà senza tanti complimenti. Di cosa avrei speranza? Lui non capisce il rock. Non distinguerebbe la chitarra elettrica dal peto di sua nonna.
Ma la cosa grave di questa situazione è un'altra. Anzi due. O forse tre, se contiamo il fatto che continuate imperterriti a fissarmi così, stronzi debosciati.
La prima è che ho finito la bum bum e non ho potere di averne dell'altra. Ma qualche tempo fa dovevate vedermi... altro che bum bum! Sarei finito su Marte direttamente. Viaggetto di sola andata. Ma non divaghiamo, altrimenti perdo il filo e mi fa male la testa e poi non ho l'aspirina e il fottuto bestione si rivolta contro di me e le sanguisughe... oh al diavolo. Ero una rockstar.
La seconda è che... beh... l'ultima spada... quella dei condannati... insomma... sono pigro, ecco. Ho la pesantezza che mi costringe a non fare le cose per bene.
Mi sento pesante. Incollato a questa poltrona lercia. Il mio culo ha le piaghe ma non voglio spostarmi. Pesantezza, si. Una piattola senza futuro, ecco cosa.
Eppure è lì, proprio lì, sul comodino, a cinque passi da dove sono sistemato. Me l'aveva regalata non so chi, è trascorso troppo tempo. Non so nemmeno da che parte di usa ma, ehi... che diamine! Ero una rockstar. Avrei potuto fare questo e molto altro prima.
Ora che è finita pure la bottiglia, non potreste per caso... beh si, avvicinare... insomma, un aiutino, niente di più. E non mi guardate così, cazzo!
Ero una rockstar magra, bella, smagliante e famosa. Coff, coff. Ops, ho sputato una nuova brillante macchia rossa sulla maglietta... non ci voleva...
Ehi ma... ma dove andate? Dove filate? Brutti infami. Fermatevi. Tornate indietro!
Guarda che mondo cattivo.
Ma si, brutti stronzi, andate pure, andate a frignare dal padrone di questa immondizia. Si, correte. Tanto nessuno mi troverà.
Ah ah ah.
Ero una rockstar!
Sfoglio i resti di un sogno interrotto dal suono della sveglia. Sono pezzetti confusi che cerco di rimettere insieme e dargli un senso.
Il sole, il cielo azzurro, una fila di alberi ai lati di una strada, una panca e un tavolo spersi nella campagna. Verde, tanto verde tutt’attorno. L’odore della terra e dei fiori era spruzzato nell’aria da una brezza tiepida.
Ascoltavo le tue parole in silenzio, ascoltavo te e stavo bene. La tua storia la conoscevo già, ma per la prima volta la raccontavi con serenità, per la prima volta non piangevi. Anzi, un sorriso si era fissato sul tuo viso, gli occhi ridevano e i capelli, mossi dall’aria, cingevano la tua immagine. Non ti avevo mai vista così. Il suono della tua voce riempiva l’atmosfera, ne ero ebbro. Parlavi, parlavi, non mostravi la minima intenzione di smettere. Io, ai margini del tuo discorso, ascoltavo in silenzio e ti osservavo.
Una carezza. Il tuo silenzio. La tua mano sulla mia. Tu hai sorriso e hai chinato di lato la testa. Ci guardavamo come se fosse la prima volta. Il tempo aveva smesso di correre, lo tenevamo stretto a noi, confinato in quegli attimi eterni.
Un rumore. Un rombo proveniva dall’altra parte della strada. Un puntino apparve lontano in mezzo ad una nuvola di polvere. Un’automobile si fermò e una portiera si aprì. L’autista era una gigantesca sveglia che con la sua voce trillante t’invitò a salire. Rimasi da solo, confuso e amareggiato per la dipartita.
Ancora inebriato dal tuo ricordo, guardo il soffitto nella penombra della stanza, con un’unica importante domanda da fare a colei che adesso ha ripreso a ronfare al mio fianco: “Perché punti la sveglia sempre mezz’ora prima, e soprattutto, perché la punti se no ti devi alzare?”
A Bologna è sceso con la sua valigia, convinto di dover cambiare.
E’ andato al bar e quando ha sentito annunciare la partenza è tornato di corsa al binario in tempo solo per vedersi sfrecciare sotto il naso l’ultimo vagone con il suo bel affisso Roma e guardare le cartacce fare una piroetta nella corrente d’aria sui binari. Il prossimo treno buono è tra un’ora. Si è seduto in sala d’aspetto e scorre un articolo in una rivista che si è portato appresso e intanto guarda la gente nella sala.
Ha passato mesi infernali chiuso in un ufficio a scrivere lettere, a fare riunioni e finalmente si è tolto un peso dallo stomaco e vuole sparire per qualche giorno. La moglie è al mare con il figlio, lui non se la sente di immergersi nuovamente in famiglia, vorrebbe tirare il fiato e fare un salto da qualche parte, andare a trovare un vecchio amico o fare un giro in una città che non conosce. Solo pochi giorni, per svuotarsi la testa. Forse invece sarebbe meglio andare direttamente al mare, anche se il mare non gli piace, dalla moglie e dal figlio e così almeno non dovrebbe mentire.
Non sa neppure lui cosa farà alla fine, comunque ora dovrebbe telefonare alla moglie per avvertire che ha perso la coincidenza. Nella migliore delle ipotesi deve far trascorrere un’ora:gironzola flemmatico nella stazione e non gli dispiace il caos che c’è in giro; è il primo fine settimana d’agosto, molti studenti che hanno dato l’ultimo esame, operai, molte famiglie, i soliti stranieri. C’è aria di vacanza. Indossa un completo chiaro che lo fa sentire sicuro al lavoro ma che lo mette ancora un po’ a disagio quando ordina un caffè al bar; lui di solito nel tempo libero è più elegante e alla mano, ma oggi non gli dispiace essere vestito così, in fondo è giusto: lui è stato studente, qualche volta è stato anche straniero, è stato in vacanza e oggi è così, gli piace appartenere a questi infiniti altri con cui si fa la fila alle biglietterie delle stazioni. Anche la telefonata che deve fare, l’imbarazzo di fronte a quella piccola bugia che vorrebbe dire, l’indecisione su cosa sia meglio in questo momento, se andare subito al mare o prendersi alcuni giorni di vacanza dalla famiglia. Il suo amore moderato e spesso contraddittorio con la moglie gli sembrano cose così sacrosante e comuni che non ha voglia di prendere decisioni:si muove con calma anche per questo, aspettando che accada qualcosa. Per quelli come lui, sempre troppo impegnati a inseguire obbiettivi, è importante ritrovare queste pause, saper guardare il mondo e ascoltare i suoi messaggi.
Si accorge che parla a se stesso come in un consiglio di amministrazione, come se dovesse convincere un altro e questo lo fa ridere, per un attimo, da solo.
In fondo anche questo è giusto, pensa ancora tra sé, come il suo vestito.
Fa molto caldo, saranno certamente ancora tutti in spiaggia, non ricorda cosa gli avevano detto e cosa aveva detto lui nell’ultima telefonata, né quando era.
Forse non lo aspettano neppure per oggi, ma è meglio farsi vivi, sia mai chiamassero in ufficio e si preoccupano.
Su queste riviste non scrivono mai nulla, metà è pubblicità, e anche gli articoli non sono altro che pubblicità. Dà un’occhiata alla sala : due ragazzi francesi sono entrati in pantaloncini e maglietta quasi sepolti da zaini giganteschi e si sono seduti all’ombra, in fondo alla sala. Uno legge il solito Liberatìon, l’altro un frasario essenziale di italiano. Una bambina ha preparato un lettino su una panca per la sua bambola e la sveglia e la riaddormenta e la rimette a letto, portandola con sé in viaggi fantastici su treni e aerei immaginari. Due vecchi camminano lentamente attraverso la sala. Portano occhiali da vista con spesse lenti. D’estate i vecchi sembrano ancora più fragili, più vulnerabili, forse per via del caldo; ma che bella, dignitosa eleganza! Lui il due di agosto, alle dieci e un quarto del mattino, ha la cravatta stretta come se dovesse incontrare il presidente della repubblica, lei ha addirittura un capellino. Finalmente trovano un posto in un angolo all’ombra e senza correnti d’aria, si tengono ancora sottobraccio un po’ spaventati, troppo miopi per leggere, troppo intimi per scambiare due chiacchiere tra loro tanto per passare un po’ di tempo. C’è poi una ragazza elegantissima e bellissima. Ha un tailleur di lino chiaro, le gambe nude, i mocassini di pelle morbida, i capelli lisci e i lineamenti finissimi. Ogni volta che la guarda pensa a cosa potrebbe dirle per iniziare una conversazione. Si alza. Passandole vicino la sfiora con tutti i suoi pensieri, ma lei tiene gli occhi fissi sul giornale. C’è un po’ di coda al telefono, nell’atrio, e una gran folla alle biglietterie, dal giornalaio, al bar. Tante madri, tanti figli, uomini e donne sole. Guarda l’orologio e pensa che deve telefonare alla moglie ma che forse è meglio aspettare, che sicuramente non è ancora tornata dalla spiaggia, abituata com’è a saltare il pasto per un po’ di sole.
Pensa se sarà capace di mentire senza esitazione nella voce, se saprà dare un messaggio breve e inappellabile. .
”Non posso tornare prima di giovedì, ti richiamo al più presto”. Rientra nella sala d’aspetto e fa un lungo giro per tornare al suo posto, passa vicino ai due vecchietti, alla bambina e alla sua bambola, poi torna a sedersi di fronte alla bella donna. Riprende in mano la rivista, ma non legge, sfoglia le pagine e la osserva, si domanda quanti anni possa avere, come potrebbe chiamarsi, cosa potrebbe dirle. Sarà sposata? Lavorera? Prenderà un treno, questo è sicuro, e in fondo lui che altro treno dovrebbe prendere? Ha deciso, dirà che ha ancora due giorni d’inferno e che tornerà appena possibile. Guarda l’orologio, si alza, le passa più vicino e questa volta lei alza gli occhi dalla rivista, lo guarda attenta, divertita, poi li abbassa senza fretta sul suo articolo scuotendo leggermente la testa e sorridendo. Lui si avvia verso l’atrio spavaldo, fa saltare per aria il gettone con il pollice e l’indice e lo riafferra al volo. Ha completamente dimenticato a chi sta per fare la prossima telefonata e pensa solo a quale può essere la prossima mossa con la bella sconosciuta. Le siederà vicino, ma non troppo, e qualcosa le dirà.
Meglio non pensarci prima, non deve né spingere né resistere, questi incontri funzionano quando ci si affida all’ispirazione, quindi basta piani.
Segue il gettone volare per aria e riprendendolo si sente quasi felice, certo più felice di quanto ci si sente di solito quando si perde una coincidenza d’agosto a Bologna.
Lo spostamento d’aria lo scaraventa contro le bacheche degli orari. Al boato segue qualche secondo di silenzio, poi le prime urla. Il caldo ora è pieno di fumo, la bomba ha sventrato il muro della sala d’aspetto e dallo squarcio si vede il cielo sopra la polvere.
Tra le pietre un gettone, la testa di una bambolina, un paio di occhiali, un mocassino di pelle morbida.
Quando capirono che la guerra era finita, molti dei suoi compagni piansero. Erano uomini duri, con il fisico scolpito dagli addestramenti e il cuore forgiato dal coraggio, erano uomini che non si erano piegati alla paura e che avevano affrontato la morte in ogni forma essa decidesse di mostrarsi. Poteva essere nel riflesso della lama o giungere improvvisa e silenziosa sulla punta di una freccia, poteva decidere di spezzare il fiato in un baleno e portare con sé la sua vittima senza che essa si accorgesse di nulla oppure poteva concederle l’onore e l’agonia di un ultimo saluto al mondo che l’aveva ospitata. In ogni caso, dal primo all’ultimo, quegli uomini avevano visto almeno una volta lo scintillio della falce sulla loro testa, l’avevano combattuto e infine scacciato, senza mai retrocedere di un solo passo. Eppure quel giorno piansero.
Quando la sera giunse e i fuochi si accesero nell’accampamento, intonarono i canti in onore dei caduti, misero una moneta per il traghettatore sotto la lingua di ciascuno di essi e gridarono i loro nomi al cielo che ne accoglieva le ceneri accendendo nuove stelle con la luce strappata ai loro occhi. Poi ci fu la grande festa, ma al soldato rimase sulle labbra il sapore amaro dei fumi delle pire.
Tornarono a casa su carri che sfilarono per le vie di campagne e città, e ovunque passassero ricevevano baci e corone di fiori, carezze e cori, venivano chiamati eroi, loro che sarebbero stati divorati dall’anonimato della storia e divenuti poco più che leggenda. Eroi senza volto. Eroi di nessun tempo.
Il generale li salutò uno ad uno quando fu il momento di dividersi.
«Non sei felice, ragazzo?» chiese al soldato notando il suo sguardo assente.
«Io non so fare nient’altro che il soldato. Non sono altro che un soldato. Cosa farò ora?»
L’uomo gli diede una pacca sulla schiena. «Goditi la pace, figliolo. Dormi in un letto vero, passeggia sotto il sole, scherza con gli amici, fai l’amore con la tua donna. Puoi fare ciò che vuoi ora, puoi vivere come vuoi.»
Goditi la pace.
Può esistere pace per chi è abituato a guardarsi le mani e vederle sporche di sangue?
Se ne stava seduto sul bordo del letto a fissare il buio. Sul comodino, la sveglia segnava le 2:03. Non sapevo da quanto tempo fosse lì immobile, ma ero abituata a svegliarmi e trovarlo così, chiuso nella prigione del passato assieme a tutti i suoi fantasmi che sbattevano contro le grate della follia le catene della ragione. Ormai era una scena che avevo visto molte volte, non avrebbe dovuto straziarmi il cuore in quel modo.
«Tesoro» lo chiamai col tono più delicato che avessi, ma sapevo che non poteva sentirmi. Sentiva altri suoni, sentiva i rumori della battaglia, il fragore dei fucili, lo scoppio delle granate, sentiva le grida di amici e nemici, davanti, intorno e dentro di lui.
Me ne aveva parlato una volta, mi aveva detto che non può esserci silenzio dopo aver ascoltato la voce della guerra. Io non avevo saputo fare altro che tenerlo stretto e dirgli che sarebbe andato tutto bene, ma non capivo fino in fondo cosa volesse dire avere la testa invasa da grida d’orrore ogni volta che il rumore del mondo decideva di tacere.
«Tesoro» ripetei, accarezzandogli il viso teso in una smorfia di paura.
«Sto bene.»
Si poteva stare bene dopo aver visto la morte scegliere a caso nel mucchio di vite che venivano mandate al fronte?
«Potresti prendermi un bicchiere d’acqua, per favore?» mi chiese.
Ricordo che lo baciai prima di andare in cucina e lui ricambiò il mio bacio con uno slancio inaspettato. Poi, mentre aprivo il frigorifero per prendere la bottiglia d’acqua, sentii lo sparo.
L'uomo camminava con passi lenti e silenziosi, nella notte nebbiosa di Londra. Era l'anno 1850 e, a quell'ora tarda, per strada, c'erano solo ubriachi e prostitute.
Ma la fanciulla che lui stava seguendo, sembrava non appartenere a quella categoria. L'aveva guardata bene, quando l'aveva vista uscire, avvolta in un mantello, da una delle case signorili della città.
Possedeva un viso angelico e un paio di occhi chiari che parevano risaltare nel buio della notte. La pelle era bianchissima, quasi diafana, e la sua bellezza quasi innaturale. Era stato in quel momento che aveva deciso di seguirla e di fare di lei la sua prossima vittima.
Non era la prima volta che aggrediva donne indifese, protetto dall'oscurità. Lì, a Londra la gente si faceva gli affari suoi, raramente qualcuno accorreva per aiutare una donzella in difficoltà e, poi, se quella creatura si aggirava da sola di notte, voleva dire che non era così innocente come voleva far credere.
Pregustò il momento in cui avrebbe posato le sue mani luride su di lei - già immaginava il terrore nei suoi occhi - e accelerò il passo.
L'ignara fanciulla svoltò a un angolo della strada, addentrandosi in un vicolo maleodorante.
"Scusate", fece l'uomo, con un sorriso malefico dipinto sul volto.
Lei si girò e ricambiò il sorriso. Fu in quell'istante che egli notò un particolare strano: la ragazza aveva i canini troppo sporgenti, sembravano lame aguzze.
Non ebbe il tempo nemmeno di gridare che ella gli fu addosso, i denti serrati attorno al suo collo. Non era un'innocente fanciulla e l'uomo, da predatore, si tramutò in preda.
E perché? Beato quel tempo in cui vedevo ancora. E passeggiavo verso il fiume, il tuo vaso, Osiride, stretto al mio petto, come mi eri vicino, era caldo il tuo vaso, tuo era il sangue versato. Beato il tempo in cui la mia follia fluiva lenta come il fiume, come il fiume bagnava la terra e con la terra si mescolava fino a non essere più che l'unico limo. Beato il tempo in cui la follia scorreva nel mondo ed era viva ed era vita. Tu m'avresti dato lei, i globi d'oro della tua divinità, quelli che riempivano le tue vene, avrebbero fermato le frecce dell'ombra, dissolte in mille scintille. E le urla delle vittime che ti cercavo, bene si sarebbero intonate al suono dei tamburi, alle percosse che laceravano il cielo, laceravano l'affannoso sole. Bene. Ed ora che sono passati millenni e millenni, e tu non mi hai risposto, tu non mi hai ascoltato, ed io sono diventato una fredda statua di freddo granito, tu sei scomparso e taci e lei con te. Tengo il tuo vaso al petto come una maledizione, come la mia catena, e sebbene riposi in una reggia, di sovrani come ogni età sembra volere, questo è il mio prezzo per il tuo tradimento, tacere per sempre il mio dolore, per sempre mostrarmi al mondo come colui che volle e fu punito.