Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere... Volete condividere le nostre emozioni?
venerdì, 16 maggio 2008,21:50

Varie 1072

L'acqua del lago era densa scura come melassa
e qualche fonte in mezzo ai salici perdeva oro

il vento decise di infastidire i traghetti
e soffiava soffiava ghiaccio tutto ad un tratto

ti vedevo andare via
non ci eravamo ancora conosciuti non ancora non del tutto

e la mia faccia e i tuoi capelli frustati
niente t'avrebbe fermato



L'acqua del lago era densa scura come melassa
e qualche fonte in mezzo ai salici perdeva oro

il vento decise di infastidire i traghetti
e soffiava soffiava ghiaccio tutto ad un tratto

speravo le guance venissero via
speravo m'uscisse del sangue

come scorreva disperdendosi nel gelo nell'oro il mio sorriso
speravo m'uscisse del sangue per farti tornare


by PAPPINA | commenti (6) | commenti (6)(popup)
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martedì, 13 maggio 2008,08:02

Giulia guardò furtivamente il nuovo compagno di scuola. Era un ragazzo riservato e taciturno che dimostrava più dei suoi 18 anni. Le altre ragazze della classe già scommettevano su chi fra loro sarebbe riuscita a conquistare quel bel tenebroso e non facevano altro che girargli attorno.

Ma Giulia no, lei se ne stava in disparte ad osservare le compagne coi loro sorrisini maliziosi, troppo timida per prendere parte al gioco anche se, forse, non le sarebbe dispiaciuto avere per sé la sua attenzione.

“Marco, studiamo insieme questo pomeriggio?” propose improvvisamente Vanessa all’oggetto dei suoi pensieri “I miei genitori sono fuori casa e potremmo dedicarci alla ricerca di scienze senza essere disturbati.” Le altre ragazze sogghignarono.

“Sì, alla ricerca di scienze!” esclamò Barbara divertita e velocemente scansò la gomitata che Vanessa le aveva indirizzato. Giulia scosse la testa disgustata. Trovava di pessimo gusto proporsi in quel modo sfacciato a un ragazzo. Diversamente dalle sue compagne lei sognava una storia romantica, lunghe passeggiate al chiar di luna e una dichiarazione d’amore in piena regola.

Purtroppo dubitava di poter avere tutto questo un giorno. Eppure non era brutta, tutt’altro; chiunque la conoscesse la considerava decisamente carina, coi suoi lunghi capelli castani e quegli occhi verdi sognanti. Il suo problema era la timidezza. Non avrebbe mai avuto il coraggio di far capire a un ragazzo che era interessata a lui, né tanto meno di invitarlo ad uscire. Eppure Marco le piaceva da morire. Aveva un non so che di affascinante col suo carattere chiuso e scontroso, un James Dean dell’era moderna! Mentre era persa nelle sue riflessioni, quasi non si avvide che lui si era avvicinato proprio a lei e le stava parlando.

“Come?” balbettò confusa, “Non ho capito…”

Il sorriso sbarazzino di Marco la fece arrossire.

“Ti ho chiesto se ti va di preparare insieme la ricerca.”

“Pensavo la facessi con Vanessa!”

Lui fece spallucce.

“Chi? Quella? Non credo sia seriamente intenzionata a studiare ed io non ci tengo a prendere un brutto voto a causa sua. Quest’anno abbiamo l’esame e dobbiamo impegnarci a fondo.”

I suoi occhi azzurri la scrutarono per un lungo istante poi aggiunse con un leggero imbarazzo:

“E poi tu sei la più brava della classe, no?”

A quelle parole Giulia si sentì avvampare di nuovo. Detestava il rossore che le colorava le guance quando qualcuno la metteva a disagio. Non poteva sapere che quella era una delle cose che più piacevano a Marco di lei.

“Va bene”, rispose infine con un filo di voce “Ci vediamo alle tre in biblioteca, allora!”

“Sarò puntuale!”

La storia di Giulia e Marco cominciò così, in una mattina di fine ottobre, fra i banchi di scuola.

In seguito ci furono interi pomeriggi a studiare insieme, ore passate a parlare di tutto e a confidarsi i propri piccoli segreti. E infine venne il bacio. Quello tanto sognato e desiderato, come nei film, quando ci si giura amore eterno. Per Giulia fu una forte emozione che avrebbe ricordato per sempre. Quel giorno passeggiarono a lungo, tenendosi per mano come una qualsiasi coppia di innamorati, col cuore in tumulto per aver scoperto per la prima volta l’amore.

Continua...

by Luna70 | commenti (11) | commenti (11)(popup)
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domenica, 11 maggio 2008,10:51

Il vecchio si dondolava lentamente alla sedia, scrutando la linea offuscata dell'orizzonte con i suoi occhi grigio azzurri. Quell'estate la sua campagna non era mai stata così rigogliosa.
Centinaia, forse migliaia spighe di grano si muovevano pigre, spinte da sussurri di brezza calda. Il sole batteva ma il tramonto era ormai vicino.
L'uomo continuava a dondolarsi, riflettendo sul tempo e sul destino. Argomenti da vecchi, da gente che odia di esserlo ma sa che non si può tornare indietro.
Era rimasto solo da anni. Era abbastanza abituato da poterci convivere senza ulteriori affanni, senza chiedere aiuto. Forse non era poi così vecchio.
Il grano continuava a danzare davanti al portico della sua casa, un deserto sconfinato di bastoncini flessibili.
Ripensò per un attimo ai cani randagi. Ripensò subito dopo all'urlo di sua moglie. La loro bambina, la loro unica figlia stava per cadere dalla bicicletta, circa trent'anni fa. Sua moglie aprì la porta appena in tempo per vederla vacillare. Fu allora che gridò spaventata. Il motivo non fu il rischio di una normale caduta dalla bicicletta. Dal grano, da quelle spighe danzanti, comparve il muso ringhiante di un cane nero.
Sua moglie gridò più volte e lui accorse dalla rimessa sul retro; la bambina cadde su un lato ferendosi al ginocchio e al polpaccio, macchiandosi di terra il vestitino, iniziando a piangere. Però non vide mai quell'animale intruso che sembrava volesse avanzare minaccioso e uscire allo scoperto sotto il sole acceso di luglio.
Ora, a distanza di così tanto tempo, il non più giovane vedovo si ricordò di quell'episodio apparentemente senza senza significato.
Si aspettò quasi di vedere ricomparire quel cane, invecchiato magari quanto lui.
Allungò la mano destra tremante e afferrò il bicchiere. Mentre sorseggiava il suo vino immaginò la scena.
Quel bastardo di cane, che all'epoca aveva aggredito a sangue vari bambini di altre case nei dintorni, si faceva largo tra le spighe, il pelo ispido, i baffi sporchi di sangue secco, i denti accuminati. Solo che adesso non era proprio un cane vivo. Il tempo non trascorre allo stesso modo per animali e uomini, lo sanno anche i sassi.
Quel cane barcollava, come se volesse aggrapparsi alle poche forze residue, barcollava e ringhiava, non rinunciando al proposito di seguire l'istinto famelico, di attaccare. Attaccare e uccidere.
Il vecchio, che non era mai stato un uomo onesto nella vita e che aveva più volte abusato di sua figlia a insaputa della moglie, mantenendo con prepotenza dei torbidi segreti, sghignazzò al sole morente di quell'ennesimo giorno.
Vuotò il bicchiere e si pulì l'angolo della bocca con il polso ruvido. Quell'estate era speciale, non solo per la campagna florida. C'era qualcosa nell'aria, la si fiutava come un leone con il sangue e il sudore della preda. C'era qualcosa di magico e di perverso, di nero come il pelo di quel fottuto cane.
Magico e perverso. La fine di qualcosa e l'inizio di un'altra.
Quando si alzò dalla sedia a dondolo di legno consumato, il sole era già basso e le ombre stavano per inghiottire gli spazi. La ragazza che torturava quotidianamente, rinchiusa in cantina, lo stava aspettando. Chissà se oggi quella troia avrebbe gradito un po' di fragole fresche prima di essere violentata. Il vecchio se lo domandò, corrugando la fronte come se fosse di fronte a un dilemma universale.
Il vento cessò ma qualcosa continuò a muoversi nel mare di grano, qualcosa pronta ad attaccare. Il vecchio però non potè accorgersene, la sua mente era altrove.

by Univers | commenti (20) | commenti (20)(popup)
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martedì, 06 maggio 2008,06:21

Era passata circa mezz’ora da quando avevo preso la zolletta di zucchero imbevuta di acido. Durante quei minuti mi erano venute in mente le lezioni del professore di farmacologia sulle sostanze d’abuso, c’era qualcosa che aveva detto che avevo la sensazione fosse importante, qualcosa che dovevo ricordare ma che al momento mi sfuggiva.

«LSD, l’allucinogeno comunemente chiamato “acido”: è la dietilamide dell’acido lisergico, una sostanza sintetica scoperta nel 1938. È la più potente in assoluto tra le sostanze d’abuso dal momento che sono sufficienti appena 25 microgrammi affinché sia attiva.»

Adoravo quel professore, il modo in cui parlava, come riusciva a tenere cristallizzata su di sé l’attenzione di tutti. Era uno dei pochi che riuscivo a vedere come una persona oltre che come un docente, che sembrava avere una vita vera al di fuori delle mura delle aule. Forse era perché ogni tanto veniva a lezione con il borsone da tennis. Doveva essere uno di quei giocatori che basavano tutto sulla resistenza fisica e che per fermarli dovevi sparargli. Mi ero messa in testa di sfidarlo un giorno, ma solo dopo aver dato l’esame: non volevo che pensasse che il mio fosse un mezzuccio per arrivare al 30.

Buttata sul divano, quei giorni mi sembravano più lontani che mai. Neanche ricordavo come ero finita lì o di chi fossero quella casa e quel divano. Dalla stanza accanto, la musica arrivava come una serie di martellate contro la parete e incitava la gente a ballare e ballare e ballare. Io odio ballare.

«L’LSD agisce stimolando i recettori per la serotonina e ha quindi effetti sulla trasmissione del dolore, sulla regolazione dell’umore, dell’appetito e della sessualità. Gli effetti più importanti sono però di natura dispercettiva: illusioni ed allucinazioni soprattutto di tipo visivo, con impressione di sdoppiamento tra anima e corpo, alterazione dei colori che virano prevalentemente verso il rosso e una visione definita caleidoscopica. C’è inoltre il fenomeno della sinestesia, ossia si vede ciò che si ascolta e si ascolta ciò che si vede.»

La percezione del mondo era qualcosa che mi aveva sempre affascinato, volevo vedere, volevo conoscere, anche al di là dei miei sensi. Vedere quello che ascolto e ascoltare quello che vedo… Vedere un suono, una parola, una voce… Ascoltare un volto. Ricordo di essermi voltata verso i miei amici: non ero solo io, tutti eravamo tentati. E tutti sapevamo che non l’avremmo mai fatto.

Fu in quel momento, su quel divano anonimo, che mi ripromisi di usare la parola mai con minor disinvoltura in futuro. E fu lì che definii meglio il concetto di visione caleidoscopica. Le figure intorno a me giravano lente le une attorno alle altre, si confondevano e si sovrapponevano, si scomponevano per ricomporsi subito dopo in immagini nuove che tuttavia mantenevano la loro identità. Era come se il tutto divenisse una sola cosa e la singola cosa fosse proiettata in tutto quello che mi circondava. I colori non erano rossi come mi aspettavo, ma si mescolavano anch’essi in tinte a cui non avrei saputo dare un nome perché un nome non l’avevano. Iniziai a sudare e i battiti accelerarono.

«C’è un’attivazione lieve e transitoria del sistema nervoso simpatico con ipertensione, tachicardia e sudorazione.»

Giusto, attivazione del simpatico nella fase iniziale. Andava tutto bene, stavo solo iniziando il viaggio. Improvvisamente mi bloccai. La cosa che dovevo ricordare! Aveva a che fare col viaggio!

«A differenza delle altre droghe, l’LSD può essere considerata sicura: non causa intossicazione, non dà dipendenza fisica o astinenza. Ma è una droga psichedelica, chiamata per questo anche “mind expander”: fa riaffiorare nell’io i contenuti del subconscio ed, eventualmente, le componenti ansiogene rimaste sepolte. Se questi contenuti sono positivi si avranno effetti piacevoli e si farà un “good trip”. Ma può anche accadere che vengano amplificate e materializzate fobie che erano state relegate nel subconscio e allora si andrà incontro ad un “bad trip”: in questo caso, prevale la componente angosciosa e terrifica, si possono avere visioni mostruose e violente, incubi reali, sensazioni di persecuzione e di panico; non si ha euforia come nel good trip ma atteggiamento disforico che può portare ad aggressività e, molto spesso, al suicidio.»

C’ero quasi. Era quello che dovevo ricordare. Mi stavo avvicinando.

«Ricordate, ragazzi. Nel caso in cui decidiate di assumere un allucinogeno, è fondamentale che ci sia con voi qualcuno lucido che vi assista, che vi faccia restare. Una guida. Questa viene chiamata col nome di una popolazione delle montagne del Nepal…»

Sherpa… Ricordai. Ecco qual era la cosa tanto importante… Non avevo uno Sherpa. Non avevo nessuno che mi facesse restare.

Vidi entrare qualcuno dalla porta e scattai sul divano mentre la figura scura avanzava verso di me, con la stanza e il resto del mondo che vorticavano intorno e all’interno di essa. Ali da angelo sporche e spezzate, un viso che amavo. Lo riconobbi subito in mezzo alle centinaia di altri volti che avevo visto nella mia vita e che componevano il viso di quell’angelo del terrore. Ebbi paura perché sapevo che quell’incubo, il mio bad trip, sarebbe potuto durare anche fino a dieci ore. Troppe. Non avrei mai resistito tanto. Mentre l’angelo torturava la mia mente, la memoria volò fuori dall’aula, anni prima, nei giorni della mia felicità.

«Mi farai tu da Sherpa, amo’?»

«Non dirlo neanche per scherzo!»

«E va bene… Ma resta una ficata!»

«Piantala, scema. Promettimi che non prenderai mai niente.»

«Dai, ti ho detto che va bene…»

«Promettimelo, tesoro.»

«Te lo prometto, angelo mio.»

by Ariendil | commenti (19) | commenti (19)(popup)
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lunedì, 28 aprile 2008,09:15
Il milite noto
Seconda e ultima parte

Fu una notte d’inverno molto fredda a tradirmi e forse anche quelle buste di Cordiale che mi ero procurato, forse quell’odore di polvere appiccicato all’unto del tempo. Fatto sta che una notte ero di guardia, entrai in camerata e mi addormentai sul mio letto abbracciato al fucile. Solo un attimo dicevo tra me e me, la mattina mi resi conto che quell’attimo era durato ore, davanti a me l’ufficiale di guardia scriveva nervosamente il rapporto. Questa è la fine pensai, non esistono punizioni per una cosa così grave, di solito si finisce in carcere militare. Ma fui graziato per miracolo, forse un generale in pensione aveva telefonato, ero libero, e mi misero a pulire le strade con l’idrante.
Pensavo ai mesi scorsi con quella bella casacca con i bottoni d’oro a servire da bere al circolo ufficiali, quella si che era vita! Ma non durò a lungo nemmeno quello perché una notte che avevo finito presto chiamai tutti gli amici per festeggiare, che cosa bene non lo sapeva nessuno, ci ubriacammo tutti fino a ridursi in uno stato ignobile, e anche lì ci scoprirono la mattina accasciati sui tavoli gonfi di veleno. Naturalmente ero diventato cameriere del circolo ufficiali perché ero stato trasferito dall’incarico di ufficio che mi era stato assegnato all’arrivo in caserma. Mi ricordo bene quell’ufficio con quel verde polveroso sulle pareti e i mobili di venature chiare, striate, spesso mi ritrovavo a contarle quelle lunghe linee tortuose, ma c’era sempre qualcosa che non tornava. Il Capitano C., che ben presto divenne Maggiore era nella stanza accanto, era uno spavaldo grassone che si divertiva a fare degli scherzi che capiva solo lui. C’era una piccola finestra a scomparsa che ogni tanto apriva per chiamare qualcuno e non dimenticherò mai quel ghigno con quei baffetti sale e pepe incorniciato dallo squallore di quella stanza. Era un continuo ticchettio della macchina da scrivere, quella era la musica giusta per il Maggiore, appena finiva apriva la finestrella scorrevole e guardava. Eravamo arrivati al punto di scrivere a caso interi fogli di “t”, di “e” tanto che sembravano dei fazzoletti ricamati, piuttosto che vedere la sua faccia. C’era anche il Maresciallo ma lui non diceva mai niente la sua più grande preoccupazione era dar da mangiare ai gatti. Alto e allampanato, con una divisa vecchia e corta era quello che in caso di guerra contava di più di un generale. Ero stato scelto per andare a prendere la posta al quartier generale e a me non mi pareva vero di poter uscire e andare in giro per la città. Ma un giorno per strada incontrai un mio vecchio compagno di Liceo che nel frattempo faceva il vigile, passammo l’intera mattinata a chiacchierare e siccome era già diventato tardi andammo al parco a stravaccarci sull’erba, fu in quella occasione che al mio ritorno a notte fonda mi trovarono in stato confusionale con i vestiti stracciati accuratamente prima e senza la borsa della posta che avevo buttato nel naviglio. Dopo numerosi giorni di consegna mi misero al centralino ma mi mandarono via subito perché mi dimenticai di chiudere la comunicazione mentre facevo il verso alla moglie del generale. Prima di essere assegnato a questa caserma ero al C.A.R., Centro Addestramento Reclute, anche in una grande caserma come quella che ospitava tantissimi soldati freschi di leva mi feci subito riconoscere. Una mattina ci portarono al poligono a sparare, gli autisti del camion ci sciagattavano come carne da macello, io caddi e spaccai il fucile. Quando fummo arrivati chiesi subito le cuffie perché il mio udito è debole, ma nessuno mi diede retta. Fu così che dovettero chiamare una ambulanza e farmi portare in ospedale. Solo dopo alcuni giorni mi dissero di avere una otite purulenta media con timpano perforato. Dopo una settimana ero in giro per l’ospedale a far battaglie con le castagne matte. Capitò proprio che una raffica di castagne fini sulla macchina di un graduato che scese inferocito e chiese, di che reparto sei? Psichiatria dissi molto calmo. Mi cercò per tutto l’ospedale e mi ritrovò rimandandomi subito in caserma senza giorni di licenza. Un giorno d’estate torrido e afoso si marciava sotto il sole nel cortile, sentivo urlare “passo” e quell’infinità di anfibi lucidati a specchio provocavano un suono sordo un po’ sinistro, io ero costantemente fuori tempo e scomposto, quando poi mi urlarono di presentarmi io m’impappinai tra compagnia e plotone. Fu un inizio difficile io ero appena arrivato in Italia, e il cibo del rancio mi creava problemi d’intestino tanto da restare in bagno per mezza giornata. Fui subito adocchiato come lavativo e accuratamente citato dai superiori come esempio da non seguire mai!
by miskin | commenti (8) | commenti (8)(popup)
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giovedì, 24 aprile 2008,23:20
SPOSA VEDOVA SUO DONATORE CUORE, POI SI UCCIDE COME LUI
WASHINGTON - Un uomo che dodici anni fa aveva subito un trapianto di cuore - e che poco più tardi aveva sposato la vedova del suo donatore - si è tolto la vita nello stesso modo della persona da cui aveva ricevuto l'organo.
E' accaduto a Vidalia, nel sud-ovest della Georgia. Sonny Graham, di 69 anni, si è ucciso nel giardino di casa con un colpo di pistola alla gola, proprio come aveva fatto Terry Cottle, il 33enne che gli donò il cuore nel 1996. In seguito al trapianto che gli ha permesso di sopravvivere, Graham aveva iniziato a scrivere una serie di lettere alla famiglia del suo donatore, arrivando a conoscere personalmente la moglie di Cottle - Cheryl - allora 28/enne. Tra i due è nata una relazione così intensa che nel 2004 - dopo che lui è andato in pensione - si sono sposati e sono andati a vivere a Vidalia. Qui l'uomo, per motivi che non stati accertati, ha deciso di togliersi la vita nello stesso modo in cui fece dodici anni prima il suo donatore. Rendendo vedova per la seconda volta la stessa donna.



 
Eulalia, dritta come un fuso, osserva le attività frenetiche che si svolgono in sala operatoria.
Il chirurgo ha appena terminato il lavoro: un cuore umano, che sembra pulsare in modo innaturale, viene rinchiuso in un contenitore blu.

Non c’e’ tempo da perdere: tra pochi minuti, nella stanza in fondo al corridoio, un cardiopatico in fin di vita ricevera’ il dono inaspettato della seconda opportunita’.
Tornera’ a sorridere, parlare, camminare, fare le scale.

Andra’ a lavorare di nuovo, tornera’ a  seguire gli spettacoli al cineforum, mangera’ le patatine fritte e il venerdi’ sera frequentera’ un corso di ballo: imparera’ a ballare il tango, come aveva sempre sognato, e finalmente, nel secondo quadrimestre di lezione, incontrera’ la donna dei propri sogni.
Dopo una vita di attese, amori sbagliati, rinunce, rimpianti e liti furibonde, che lo avevano portato all’ infarto piu’ di una volta, capira’ di aver trovato il vero amore, che avra’ il viso dolce e triste di una quarantenne: un volto segnato profondamente dalla vita e dal tempo, ma non ancora appassito.

L’amera’, come nessuno ha mai amato prima, non dormira’ di notte per mesi interi, consumato dai dubbi e dal timore, fino al giorno in cui trovera’ il coraggio di dichiararsi e impazzira’ dalla gioia, scoprendo di essere ricambiato.
Ci sara’ un matrimonio, in un bel giorno di primavera;  le campane suoneranno a festa e gli stessi parenti che avevano pianto piu’ di una volta al suo capezzale, sorrideranno e lo abbracceranno, lanciando riso e benedizioni.

Passeranno gli anni, uno dopo l’altro, in pace ed armonia in una bella casa lungo la riva del fiume, e i ricordi delle stanze d’ospedale, dei giorni della paura e della speranza, della solitudine e del dolore, si faranno, giorno dopo giorno, sempre piu’ sfuocati.

Un bel giorno d’estate, lui camminera’ fino  all’argine, scendera’ fino al limitare dell’acqua, guardera’ i pesci, che tutto sanno e nulla dicono, e all’improvviso comprendera’ ogni cosa.


Tornera’ a casa con passo leggero, attraversera’ la grande sala arredata in legno d’acero e mettera’ nuova legna nel camino, perche’ il fuoco non si spenga.
Andra’ in cantina, per mettere a posto le vecchie fotografie del matrimonio ed estrarra’ dalla scatola di legno le piu’ belle, per guardarle l’ennesima volta. Vedra’ se’ stesso, con dodici anni in meno sulle spalle, e ammirera’ la bellezza della moglie, cosi’ solare, nonostante la doppia vedovanza che ne aveva funestato la vita, prima del loro incontro.

Sorridera’, rimettera’ a posto le foto e da un’altra scatola, di latta rossa, prendera’ una pistola e se la puntera’ alla gola.
Un colpo soffocato risuonera’ tra la polvere e i vecchi elettrodomestici sparsi per la cantina: lui morira’, ma il suo cuore sara’ salvo, pronto per un uovo ospite.

Tutto questo accadra’ senz’ altro: e’ una promessa segreta, un impegno da mantenere ad ogni costo.

Eulalia, inorridita, cerca di afferrare la scatola blu dalle mani del paramedico, che si e’ gia’ avviato in direzione dell’ altra sala operatoria, ma qualcuno la trattiene.

Mentre Eulalia cerca di divincolarsi, il cuore assassino viaggia verso la nuova vittima, cantando, sottovoce, una canzone d’amore.
 
 
by soffiodimaggio | commenti (5) | commenti (5)(popup)
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mercoledì, 23 aprile 2008,20:40
Ultimate Papp’s Woman Cooking Method
 
Uno non si stancherebbe mai di mangiare la Donna. Ma “mangiare”, come termine, mi sembra fuori luogo. Gustare, gustare è il termine più adatto. E in quanto dilettuoso dell’argomento, mi permetto di dare il mio piccolo e modesto contributo, a fronte di più alti e meritori scritti. Il benevolo lettore comprenderà l’animo della trattazione. A gran voce si chiede un corrispondente scritto sul Maschio, di cui io però confesso l’inesperienza. Ben vengano i preziosi contributi.
Della donna, mi si perdoni la citazione, non si butta via nulla. Ma ci sono cose assolutamente da fare, se si vuole per l’appunto gustare il meglio di questo superbo rappresentante del Regno Animale.
 
La testa.
La testa è un pezzo particolare della Donna. Delle cervella c’è chi dice che sanno d’anitra, ma non sono d’accordo. Il fatto è che è un organo estremamente coriaceo e quindi abbisogna di un lungo periodo a marinare. E nonostante ciò potrebbe non bastare. In parecchi esemplari l’unica cosa da farsi è masticarlo e mandarlo giù, come fosse un nervetto, fosse pure per il solo gusto di suggerne il sapore. E state tranquilli che sarete ripagati: nulla a che fare col sapore piatto e monotono del cervello del Maschio.
In Natura la pelle della faccia della Donna assorbe una quantità indicibile di creme, lozioni, unguenti, pigmenti e cosmetici vari, il tutto per i meccanismi riproduttivi. Sarà perciò bene trattare adeguatamente la parte con bagni e risciacqui dell’acqua di  ammollo.
Se avete la fortuna di avere una testa col collo, assicuratevi di togliere le corde vocali, unica parte veramente indigesta della Donna.
 
Il cuore.
Il cuore è un organo a sorpresa. Potrebbe infatti contenere una grande quantità di tossine e quindi risultare venefico, oppure essere di una purezza sconfinata. Meglio cautelarsi, dato che esteriormente non è dato conoscere le condizioni di questo muscolo. E meglio servirsene a pranzo, quando il corpo e la mente sono più reattivi. A cena, per chi vuole rischiare, si aprono le porte o di una nottata in bianco o del paradiso.
 
Glutei & co.
Qui si entra in un territorio dove il gusto personale la fa meramente da padrone. Alcuni trovano il consumare certe parti del corpo semplicemente improponibile. Alcuni invece impazziscono proprio a ragione della rustichezza della cosa. Come per il musetto del maiale, o la lingua col bagnetto: tutte specialità che sono giudicate prelibatezze o cibi intoccabili.
Il “Ciciaron”, detto alla Cremonese, ossia il Chiacchierone, date alcune sue performance universalmente riconosciute,  va consumato come Natura crea. Così com’è va bene, comunque esso sia.
L’”Origine del mondo”, come la dipinse Courbet,  può anch’essa consumarsi come cruditè. Pure sulla griglia va benissimo, dato che il fuoco, ma che sia di tronchi ben scelti, ne esalta le caratteristiche organolettiche.
L’unica cosa da non farsi è il lesso, per evitare che i tessuti perdono quella tonicità tanto ricercata.
 
Il dorso, costine, et similia.
Queste parti vanno fatte frollare con lunghi massaggi e olii balsamici. Come il Polpo va  “arricciato”, Puglia docet, in modo da annullarne l’eccessiva tensione, così la schiena ed il ventre vanno accuratamente accarezzati per farli sciogliere e prepararli ad un magnifico incontro con l’assaggiatore.
 
Gambe e piedi.
Queste appendici vanno trattate alla stregua dei frutti di mare. Fresche e profumate, si possono prendere così, oppure con un velo di agro. Si crede che dette propaggini vadano passate sulla fiamma per evitare di incappare nella peluria, ma esperienza insegna che è la stessa Donna, quasi presaga del suo destino, che provvede ossessivamente all’eliminazione della stessa. Quindi, a meno di rare sorprese, si può andare sul sicuro.
 
 
Mammelle.
Fortunatamente la Donna offre al palato mammelle di varie dimensioni e turgore. Negli esemplari più giovani la mammella rende alla masticazione una sana consistenza che si perde via via che l’esemplare invecchia. Alcuni allevatori, per ovviare a questo inconveniente inseriscono delle protesi per dare all’organo le sembianze adatte ad ingannare l’inesperto avventore.  Ma, lasciatevelo dire: è proprio perché l’occhio vuole la sua parte che queste protesi fanno sorridere. Anche la Mammella morbida, che pare voglia riposare sul ventre, ha un fascino indiscutibile e per ciò stesso spesso costituisce la delizia di chi le si avvicina. Frollare con latte con massima cura senza dimenticare alcun centimetro di pelle. Oltre questo limite, la Mammella può essere gustata come un fico secco, e, ancora più avanti, come le Romane mosciarelle.
 
Pezzo intero.
C’è una Donna che può essere consumata intera. Stesa sulla tavola imbandita si può ricoprire a scelta delle cibarie preferite: spaghetti al pomodoro, frutta esotica, verdura (in questo caso con un filo d’olio extravergine d’oliva), purchè ci sia un minimo di sugo per accompagnare il tutto. Alcune Donne potrebbero non accompagnarsi volentieri con questi abbinamenti, meglio optare allora per panna montata, lamponi e un sano Spumante italiano.
 
La Donna brasata.
In ogni caso, qualunque pezzo vogliate della Donna, brasatela e non sbaglierete. La cottura lenta, a fuoco continuo e sostenuto, con un buon vino, promette meraviglie anche a cuochi inesperti. La fiamma rapida e vivace, invece, è un’arma a doppio taglio. Come dice la bionda Albione, un buon pranzo si giudica quattro ore dopo. La Donna brulè, a la flame, è gustosa al momento, ma evaporano presto tutti i sentori, gli afrori e gli umori e nel ricordo potrebbe dispiacere di aver sciupato così l’occasione di un pezzo unico.
 
Conclusioni.
Sappiate che quando gustate una Donna, avete davanti un piatto ricco, da stomaci forti. Se siete gastricamente deboli, vi conviene evitare, potreste avervene a pentire. Quasi sempre, infatti, la Donna, lascia effetti devastanti sul fegato del consumatore e peggiora pregressi problemi quali coliti, gastriti, ecc. 
I diabetici dovrebbero consumare preferibilmente esemplari di una certa età, che non si siano accoppiati da qualche tempo, così si evitano il problema di trovare dolcezza eccessiva nelle carni, cosa peraltro assai rara.
 
 
by PAPPINA | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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martedì, 22 aprile 2008,07:29


Terminal d’amour.



Eravamo io e lei e il mondo che ci correva dietro con indifferenza. Eravamo solo io con lei, la somma perfetta delle parti e non volevamo nient’altro. Alla stazione la gente era una doccia d’acqua che non bagna e scorreva con frenesia su ogni posto libero del suolo; professori, suore e stranieri, vagabondi, vecchie e puttane. La bellezza della varietà, di questa sporca esistenza, il sole, l’estate, le gonne corte: niente al pari della grandezza di lei che s’ergeva imponente al mio fianco, davanti agli occhi e dietro. Avevamo passato la notte insieme e fu così stupefacente quello che provammo che giurai che un giorno l’avrei raccontato. Fu la notte, la prima in cui smisi di stringere il cuscino e di temere l’uomo nero che dimorava sotto il mio letto e non aspettava altro che le mie paure per divorare la mia anima. La gioia d’averla esplodeva in me e l’estasi ancora mi lasciava fluttuare sopra il suo corpo di mela e lungo i binari di quell’idillio finale, fino al termine più malinconico che si possa vivere.



Terminal d’amour. Non è l’amore che se ne va via. Il treno sarebbe arrivato e l’avrebbe portata via, come una botta di spugna sulla tavola del pranzo che ho mangiato con voluttà senza potermi saziare. Il dolore così concreto afferrava le nostre valigie rendendole più pesanti mentre urlava dai binari gelidi del temuto addio. Lo stridio violento dei freni destò entrambi dalle fantasie estatiche della notte appena trascorsa. Arrivò ruggendo quel maledetto treno senza portare un solo minuto di ritardo, senza indugiare portò con sé tutti i malanni della mia anima. Il cuore si spaccò sulla banchina e ne regalai metà a lei senza che se ne accorgesse. I suoi occhi di cielo s’erano gonfiati di pena mentre con la bocca tremante provava a dire parole che non uscivano. Sospiri d’amore e d’inumana sofferenza. Ti amo alla follia. Portava tra i capelli e tra le gambe la bellezza di luoghi lontani e io, dopo aver visto lei, non sarei potuto morire mai più. L’attesa fu breve quanto mai. Doveva partire. L’avrei accompagnata fin sopra il vagone, dentro la sua cuccetta e, una volta partita, tra le lacrime, sarei tornato a casa a contemplare i giardini negletti della mia solitudine. Sarei rimasto lì per giorni a versarmi nel bicchiere whiskey e cicuta. Sarei rimasto segregato per giorni e giorni nella mia stanza, steso su quel letto che ci ha abbracciati insieme a respirare l’odore di lei lasciato lì a darmi compagnia. fin quando non sarebbe finito tutto. Ti amo nel ricordo. Cosa avrei fatto poi? Sarebbe giusto morire e dimenticare? Sarebbe più giusto così.



Il treno arrestò la sua corsa proprio davanti a noi che ancora ci tenevamo per mano come ci fosse tra le nostre dita la possibilità di parlare senza aprire bocca. Le porte s’aprirono con uno scatto netto e irrevocabile; guardai dentro per vedere se ci fosse dignità in quel posto ora che doveva accogliere una regina, ma nessun dove se non il mio fianco poteva sembrarmi adatto a lei. L’amavo con ogni poro e ogni nervo, con la mente e con ogni dolore soffrivo quell’addio. Per me lei è salvezza, ancora, nave e scialuppa. E’ acqua piovana, fuoco dell’anima, nuvola e sole, perpetua redenzione della mia follia. Era qualsiasi forma di bellezza si possa immaginare e tutto ciò che sfugge all’immaginazione. Il momento in cui lei stava andando via era molto più di quanto una banalissima penna come questa può descrivere. Era la fine della mia vita.



Salì sul treno con passo tremante e io la seguii attirato dall’odore che la sua pelle emanava, inebriando l’aria intorno e spalancando le tendine per salutare il sole. Tutto sorrideva a lei e lei a tutti dava gioia. Una tristezza antica si faceva lentamente strada dal fondo vitreo dei suoi occhi e una smorfia di sincero dolore comparve sulla sua bocca frustando la mia anima; le nostre anime così disgraziate che, dopo tanto cercarsi s’erano potute trovare solo per un attimo, su quel letto sudante, vascello impazzito in balia di una mera fisicità che svuota il corpo mentre riempie l’anima di colore. La baciai ancora come si bacia la luna, assaporando il dolce miele della sua bocca e la strinsi così forte che potemmo udire i nostri cuori strofinarsi. Non potevamo essere ancora niente, dopo che c’eravamo amati così tanto, dopo che eravamo stati un uno e soltanto uno. Anima e corpo mischiati assieme sull’uscio dell’eterno perché. Chiusi la porta del vagone dove stavo per lasciarla e andai ad aiutare dio a inondare il mondo di lacrime. Era finita. Davvero.



 

Le lasciai due righe nella tasca della giacca.



Lo sguardo cobalto

della serenità.

Trovo in te

una pace infinita.

Questo l’amore

e l’amore non perde mai.

Passeranno i giorni

come uccelli bui,

incalzati dai ricordi

più cari.

Passerà il dolore

ma al tuo posto

non ci sarà più nessuno.

T’ho infilato il cuore

nella tasca della giacca

perché vorrei

lo tenessi tu

che io sono già stanco

di sentirlo sanguinare.

Agli addii

non ci si abitua mai

e ugualmente

non possiamo soffrire

di sapere

che senza noi

non siamo in

nessun luogo.



Dimmi come finisce. Se c’è ancora speranza di potersi avvicinare. L’amore deve vincere. L’amore lo sento e m’arde dentro e mi innamora ancora.

Sei la vita, per tutta la vita vorrei tu fossi la mia vita. Ti amo.



by klawd | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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venerdì, 18 aprile 2008,14:35

.

Aleatoria

.

Manca qualcuno!?

.

...perché? perché? chichi? CHI? Perché?

.

perchè?

.

CHI? o CHE COSA?

.

Da soli siamo incapaci di...

TA-CE-RE!!!

...suoni illusori.

Casuali come gocce in una grotta

grotta

grotta

grotta

grotta

clock!

Parlami ancora.

Lei se ne andò con la sua valigia colma di affetti a me sconosciuti e proibiti.

Caso volle ciò!

sciò!!!

.

...scivolasti dalle mie sensazioni quotiane

lasciandomi

scie

di speranze...

PROFUMO d'illusione

ascoltavo la mia voCE

solo dall'interno pareva sensata

.

Questo cuoio ai polsi mi lacera.

.

.

by maestrobuitre | commenti (10) | commenti (10)(popup)
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lunedì, 14 aprile 2008,07:00

Se ne stava seduto sul suo trono, imponente come il più grande dei re. C’era qualcosa di misterioso in lui, era come se non si riuscisse mai a guardarlo davvero: ogni volta che si tentava di posare lo sguardo sul suo viso, l’immagine sembrava dissolversi per ricomporsi appena fuori dal campo visivo, come se a nessuno fosse concesso di soffermarsi a contemplarlo. Al contrario, la sua voce era nitida come pochi altri suoni al mondo. Era il tuono che squarciava il silenzio della notte, la risacca che dava la parola al mare, era leggera come una corda appena pizzicata e forte come l’acuto di un tenore.

A suo modo la cosa aveva un senso, pensò la ragazza seduta con gli altri in fondo alla sala. Certo, aveva sempre creduto che a quel punto i giochi sarebbero ormai stati compiuti e le carte scoperte, ma non era poi tanto sorpresa di quello che aveva trovato. Non tutti i misteri alla fine vengono svelati.

Esaminò rapidamente la gente che era con lei: alcuni sembravano felici di essere lì, quasi soddisfatti, e pensò che dovevano essere quelli che non avrebbero avuto problemi a passare indenni le prossime ore, ammesso che di ore e di tempo si potesse ancora parlare; altri si gettavano a terra fingendo una devozione che persino lei capiva che non era mai esistita e che comunque non sarebbe servita; altri ancora erano rabbiosi, avevano dentro un rancore covato per anni che ora poteva finalmente schiudersi contro chi ritenevano la causa dei loro mali; la maggior parte, tuttavia, manteneva un atteggiamento di attesa, si guardava intorno, come faceva lei, e aspettava di capire o, almeno, aspettava che le cose seguissero il loro corso anche al di là della ragione. Non c’era nessuno che conosceva. C’erano tante persone, tante ancora ne continuavano ad arrivare, ma nessuna faccia nota. Per un attimo si sentì sola come non mai e desiderò avere qualcuno accanto, ma rivalutò subito la situazione: che diavolo stava dicendo? Tanto meglio se non conosceva nessuno!

Un grido la fece voltare di nuovo verso il trono. Sui gradini ai piedi di esso, un uomo cadde in ginocchio con la testa tra le mani e le lacrime agli occhi.

«Niente?» bisbigliò qualcuno tra la folla.

«Non è andata neanche stavolta» rispose un altro.

La ragazza si girò un momento verso di loro, poi tornò a guardare davanti a sé. Tra tutte le espressioni che potevano comparire sul volto di qualcuno, quella di quell’uomo era la più straziante che lei avesse mai visto: era l’essenza stessa della disperazione, il muro contro cui si schiantavano tutte le speranze.

Fu fatto alzare e trascinò le gambe per uscire da palazzo e seguire chi era stato stabilito che seguisse. Nel momento in cui le passò accanto, l’uomo alzò gli occhi verso i suoi e lei provò pena per lui e pena per sé. Quanto era convinta di essere migliore per poter sperare in una sorte diversa? Senza neanche accorgersene gli asciugò una lacrima sulla guancia, rendendosi conto del suo gesto solo dal brusio della gente intorno. Poco male, arrivati a quel punto cosa importava quello che faceva?

«Perché?» le domandò l’uomo, sorpreso quanto gli altri.

Lei gli sorrise stringendosi nelle spalle: «Tanto tra un po’ anche tu consolerai me…»

Un istante dopo sentì pronunciare il suo nome da quella voce che aveva in sé la voce di tutti.

Lanciò un’ultima occhiata all’uomo che intanto veniva portato via e infine avanzò con passo risoluto: qualunque fosse la decisione era meglio saperla subito, non le piaceva quando le cose andavano troppo per le lunghe. Si fermò a pochi passi dal trono, continuando a cercare di catturare lo sguardo di colui che ora avrebbe deciso cosa ne sarebbe stato di lei per tutta l’eternità.

La voce fu corda appena pizzicata: «Paradiso.»

by Ariendil | commenti (13) | commenti (13)(popup)
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